di marco ciriello
E poi Milano vicino a Lamerica, tutta. Da nord, con Christian Pulisic, a sud, con Lautaro Martínez. Un continente in un campo diviso in due aree. Milan e Inter. Dalla Pennsylvania alla Patagonia. A sottolineare che il derby è di nuovo largo, anzi larghissimo. Dagli Appalachi alla Pampa. Un mondo da immaginare e per dribblare. È memoria degli spazi prima ancora della tecnica, è dna geografico prima ancora del pallone. Pulisic è il nordamericano tranquillo che può fare tutto; Martínez è il sudamericano inquieto col padre capo tribù che detta la linea e protesta se non gioca.
Li unisce il dribbling: per il primo un linguaggio; per il secondo uno stato d’animo. Entrambi, però, votati alla verticalità. Pulisic ha bisogno di entrare in area di rigore per segnare; Martínez ne può fare anche a meno. Pulisic gioca e segna con entrambi i piedi; Martínez ha la testa in più e una forza fisica che in alcune partite sembra rabbia ancestrale. Pulisic si porta dietro una eleganza da vecchia Inghilterra, se fosse un attore sarebbe Michael Caine; invece Martínez è selvaggio, e per lui bisogna scomodare Daniel Day-Lewis, ultimo dei Mohicani. Il loro conservare le differenze anche col pallone ai piedi al tempo della globalizzazione, ribadendo le fratture del continente, è un aspetto rincuorante, significa che c’è ancora una anatomia calcistica.
Lautaro Martínez ha movimenti elettrici; Pulisic è sinuoso. L’argentino ad ogni gol lancia un ultimatum a chi lo critica; Pulisic dal canto suo non ha regolamenti di conti, al massimo azzarda un passaggio non sicuro, senza un piano, ma è cosa rara. Lautaro Martínez è un parolaio della palla: la tiene, la domina e se la passa la rivuole possibilmente in avanti e sui piedi; Pulisic è meno tiranno, e anche più silenzioso con i piedi, non ciancia, la scarica senza poesia, o se dribbla è per non darla via. Lautaro Martínez è un avventuriero: da pirata vuole sfondare, addentrarsi come se le aree fossero golfi e un gol un’isola da scoprire; Pulisic no, la porta è una buca da golf da centrare.
Insieme sono mille cieli che corrono dietro a un pallone solo. Pulisic da bravo americano è figlio di più culture, ha giocato in Germania ed Inghilterra oltre che nella nazionale Usa; Lautaro Martínez no, solo casa, Argentina (Racing Club) e Italia (Inter), ma con la Selección ha vinto un mondiale: evento che con grazia feroce sposta le cose. Pulisic, però, ha vinto la Champions League col Chelsea e non avevano Lionel Messi, imprese che con grazia feroce spostano le cose. Mario Martínez, ex terzino, padre di Lautaro, ha giocato a calcio nella seconda divisione argentina, condizionando non poco, non per imitarne le gesta ma forse per sperimentalismo del suo primo allenatore Lautaro comincia come difensore centrale, che oggi pare una bestemmia, non lo è, piuttosto è un dono empatico, sapere che prova il calciatore che ti lasci alle spalle serve, oh se serve. Entrambi i genitori di Pulisic giocavano a pallone e questo ha pesato, se anche tua madre conosce il campo a tavola sarà tutto più facile e infatti lui sembra portarsi in ogni gesto la tranquillità familiare che gli Obama hanno brandizzato. Lautaro si iscrive a un affollato reparto secolare di goleador argentini: guizzi serpigni, fantasia, acrobazie, tiro, dribbling tutto al servizio del gol. Pulisic è, forse, il primo vero talento secolare nella nazionale nordamericana, e come tutto nel paese, è figlio dell’emigrazione dalla vecchia Europa, senza tragicità, una infanzia felice e molte aspettative ma senza pressione.
È la dimostrazione che anche gli americani hanno imparato a correre senza palla creando problemi agli avversari. Pulisic sa spostare l’attenzione su di sé, anche senza dover esportare democrazia, non è poco, nei campi di calcio Usa. Lautaro è un classico, sta dentro un solco dal quale zampillano attaccanti, tanto che Hernán Crespo rivede Sergio Agüero in lui, e Mauricio Pochettino lo mette nello scompartimento degli Omar Sivori, insomma è un replicante, nel senso migliore e più alto del genere, come un I-phone nuovo, ha la forza di quello precedente e si spera meno difetti. Per un paradosso, nel calcio, l’America del sud è fordista: ha i modelli base e poi i successivi con optional diversi; l’America del nord è ancora in fase sperimentale, con i suoi prototipi, da Pulisic a chissà. E speriamo non piova tanto come in Blade Runner.
Oggi, ieri, domani
Stefano Pasquino su Tuttosport racconta che “sarà un derby del mondo: sessanta broadcaster esteri trasmetteranno la gara in oltre duecento tra paesi e territori, un record. San Siro stasera metterà lo smoking: stadio esaurito, coreografia a 360° di marca nerazzurra (i tifosi del Milan saranno “confinati” in Curva Sud) e la tribuna piena di vip e glorie. D’altronde quando il milanese Sozza fischierà l’inizio della partita (altro inedito), saranno le 18, orario in cui abitualmente il 7 dicembre si apre la prima al Teatro alla Scala”.
| Alessandra Gozzini sulla Gazzetta dello sport scrive che “oggi Milano regna da sola. È un inedito anche per la storia del nostro campionato: Roma e Lazio si sono affrontate dieci volte a pari punti, l’unica in cui erano co-capolista è stata nel 1972-‘73 (alla sesta giornata), ma non in solitaria: prime con Inter e Milan. Ancora loro. Torino e Juventus si sono affrontate una dozzina di volte a pari punti a inizio giornata, in un paio da prime della classe: nel 1935-‘36 insieme al Bologna; nel 1948-‘49 con la solita Inter e una vera outsider, la Lucchese. Sampdoria e Genoa non si sono mai sfidate da capolista”.
| Paolo Tomaselli sul Corriere della sera mette ordine fra numeri, ricorrenze e coincidenze. Considera che “Inzaghi spera di sorprendere ancora Pioli creando quel vortice furioso fra gli esterni e le mezzali che porta dritto a Lautaro e Thuram, una coppia che già sembra intendersi molto bene. Grazie a questa strategia solo apparentemente semplice, che si appoggia oggi sulla fondamentale regia di Calhanoglu e su un atteggiamento aggressivo, l’Inter è reduce da 4 derby vinti nel 2023 (senza subire gol), ma non ne ha mai vinti 5 di fila; è reduce anche da 11 partite di fila in casa con il Milan con almeno un gol segnato, ma mai è arrivata a 12. E infine non ha mai vinto le prime 4 gare del campionato senza subire gol”
| Germano Bovolenta sulla Gazzetta racconta invece l’unico derby di Milano giocato da Paolo Rossi, con la maglia del Milan, e chiuso con due gol. Aveva detto sì al suo vecchio presidente vicentino Farina.
“A un vecchio amico, a un secondo padre, a uno che ha perso la faccia (e non solo), all’astuto agricoltore che si è sempre schierato contro il mondo dei grandi del calcio per tenerti, coccolarti e rilanciarti? Si dice di sì, anche alle pressioni, anche se quella Milano non è poi tutta da bere. E allora, Paolino Rossi chiude la sua bella storia bianconera. Torino, Milano e dintorni senza quattro menischi, con ginocchia instabili, tenute insieme con lo scotch, con le gambe diventate ormai due carte geografiche. Ma con il “suo”Giussy, pieno di idee e di entusiasmo. Fa niente se ha qualche debito. I debiti sono fatti per essere pagati. Dovrebbero”.
| Tony Damascelli sul Giornale sintetizza così, dice che questo è “l meglio del nostro football contemporaneo, non proprio eccitante ma dobbiamo crederci, senza vendere pentole fasulle e sperando che la settimana europea, con le varie coppe dell’Uefa, possa ribadire quella favolosa stagione di Fiorentina, Roma e Inter però con zero titoli”.
Chi gioca, chi non gioca: le chiavi
Carlos Passerini sul Corriere della sera guarda dentro la metà del campo del Milan e dice che “la certezza è che soprattutto in mezzo al campo il Diavolo ha guadagnato chili e centimetri grazie agli acquisti di Reijnders e Loftus-Cheek: là dove l’anno scorso era spesso una sfida impari, ora c’è più equilibrio. L’altra considerazione riguarda invece la difesa, la nota dolente di questa vigilia rossonera: Tomori è squalificato e Kalulu starà fuori per settimane a causa di una lesione muscolare. Quindi stasera al centro ci saranno Thiaw e Kjaer. Una coppia d’emergenza, che induce a una riflessione inevitabile: il mercato del Milan è stato strepitoso, ma uno stopper pronto all’uso avrebbe fatto comodo”.
Luigi Garlando sulla Gazzetta dello sport parla di “quattro zone di campo decisive. Porto di mare Il rettangolo tra la lunetta del centrocampo e la difesa nerazzurra è un porto di mare. Pioli vuole che i suoi ci sbarchino di continuo, a cominciare dalle mezzali. Nella stagione scorsa (4-2-3-1), il tecnico alzava Tonali o Bennacer al fianco di Diaz. In questa (4-3-3) spinge Loftus-Cheek e Reijnders negli spazi tra Giroud e i due esterni. I due nuovi acquisti hanno potenza e tecnica offensiva per far male. È la vera novità di questo derby: grazie ai chili e ai centimetri acquistati al mercato, il Milan ora è della stessa cilindrata dell’Inter. In quel porto di mare, Pioli vuole che sbarchino anche i terzini che accelerano per vie centrali. Affollando il rettangolo, costringerà l’Inter a scegliere: saranno le mezzali o i braccetti a prendere gli incursori? Far uscire i difensori significa aprire spazi per Pulisic e Leao”.
Claudio Pellecchia su Undici dice che “in attesa di capire quando e come si inseriranno Yunus Musah e Samuel Chukweze, si può perciò affermare che il Milan di questo avvio di stagione, una squadra che ha ritrovato forza, voglia, gioco, entusiasmo e vetta della classifica, sia figlio di un mercato funzionale e modulato secondo le esigenze di Stefano Pioli: I problemi dell’ultimo Milan erano la diretta conseguenza di un mercato sbagliato: Pioli non era riuscito a trovare una dimensione collettiva ideale affinché il talento individuale riuscisse ad esprimersi, anche a causa della componente psicologica che lo ha spesso portato a fidarsi solo dei suoi giocatori, quelli con cui aveva vinto lo scudetto. L’esempio più ovvio, a seguito di un inizio di stagione molto positivo con l’Atalanta, è quello di Charles De Ketelaere”.
Poveri Paolo Maldini, Ivan Gazidis, qualcuno se li ricorda?
Giuseppe Pastore sul Foglio Sportivo ci ammonisce e scrive che “i banalizzatori seriali riducono il tutto al famoso “algoritmo”, si riempiono la bocca del Moneyball, partendo da un film malinteso o comunque lontano mille miglia dalla complessità del business calcistico. Qualcuno si spinge a dire: è bastato cacciare Maldini per far saltare il tappo. Poi magari nelle interviste i calciatori portati al Milan da Maldini rendono omaggio a Maldini e gli uffici stampa chiedono di tagliare quelle battute. E sbagliano, perché è proprio questo il mix che rende il Milan brillante, contemporaneo, vivo: essere tante cose insieme, passato presente e futuro, eredità rischio e visione, proprio come i frutti migliori della modernità”.
Marco Gaetani, ancora sul Foglio Sportivo, parla invece delle mosse estive dell’Inter e di Frattesi, semi-eroe della seconda Italia di Spalletti contro l’Ucraina, proprio a San Siro, “uno che, fino a questo momento, nelle gerarchie di Inzaghi si è dovuto accontentare dei ritagli, in una gestione a metà tra la protezione dei sacri equilibri di spogliatoio e la volontà di non stravolgere più di tanto un’ossatura che qualche mese fa ha portato i nerazzurri a un passo dal tetto d’Europa. È in buona e nutrita compagnia: l’estate ha obbligato il duo Marotta-Ausilio a fare di necessità virtù e coprire come si poteva le partenze dei vari Onana e Skriniar, Brozovic e Gosens, Dzeko e Lukaku, e la lista non è nemmeno completa. Frattesi si è preso un posto sotto i riflettori del Meazza anche a causa del forfait dell’uomo che ha consentito al Milan di portare a termine un mercato carico di squilli di tromba, Sandro Tonali. In questa Milano a teatro, l’olè da torero spetterà soprattutto a quelli alle prese con il primo ballo della stracittadina: a Sommer, che difenderà i pali nerazzurri andando all’inseguimento della quarta porta inviolata consecutiva, oppure a Thuram, il vero anticipo di derby, arrivato all’Inter dopo l’inseguimento milanista e così ben calato nei meccanismi di Inzaghi da sembrare il partner di Lautaro Martinez da generazioni, come se Lukaku e Dzeko non fossero mai esistiti”.
Pure loro, chi se li ricorda più.
Ambrosini o Stramaccioni in tv? Perché scegliere
“Saranno le voci tecniche che affiancheranno Pierluigi Pardo nel racconto del derby, in esclusiva su Dazn, nel primo esperimento di telecronaca a tre.
➣ Quale fra le due squadre arriva al derby da favorita?
Stramaccioni: «Lo splendido avvio di campionato porta le squadre a giocare col vento in poppa. Dal punto di vista tecnico dico 50 e 50. Sul piano mentale, l’Inter è forte della finale Champions e dagli ultimi quattro derby vinti». Ambrosini: «Difficile dirlo. L’Inter è consapevole della propria forza. Il Milan ha l’esuberanza e di chi è partito bene lungo un percorso nuovo»”.
intervista di franco vanni, la Repubblica
I luoghi
Alessandra Gozzini e Filippo Conticello sulla Gazzetta dello sport disegnano la mappa del derby e scrivono che “Inter-Milan si gioca un po’ ovunque e in particolare in tutta Milano. Il centro perderà un po’ del suo fascino, oscurato per una sera da quello della grande sfida: potrebbe diventare monumento storico l’indirizzo di residenza di Lautaro, non distante da Montenapoleone e dal quadrilatero della moda. Spostandosi verso Parco Sempione, Simon Kjaer spera che uno degli archi trionfali della città, l’Arco della Pace, per una sera sorrida al trionfo milanista. Vicini di pianerottolo Leao e Carlos Augusto potrebbero duellare già in Porta Nuova. Entrambi hanno scelto la zona puntando su alcuni degli alloggi più nuovi ed esclusivi della città. Potrebbero scontrarsi in campo o anche a passeggio Sensi e Calabria, che hanno residenza nella stessa area. Senza scordare il grande doppio ex, Ibrahimovic: alloggia in un lussuoso appartamento al piano 29 di una delle tre torri della zona, con terrazza affacciata sui moderni grattacieli Unicredit”.
Pietro Guadagno sul Corriere dello Sport-Stadio aggiunge che “Lautaro e Leao sono stranieri, ma è come se avessero scelto Milano come seconda patria. Il primo, addirittura, ha messo su famiglia in città. Ha cominciato a convivere con Agustina, che ha poi sposato la scorsa a primavera. E, nel frattempo, sono nati anche i suoi due figli: Nina e Theo. La coppia, inoltre, ha aperto un ristorante in zona Brera. Se Lauti e Agustina sono molto social anche nella vita privata, non altrettanto lo è Leao. Ci sono rumors che sia fidanzato, ma non il nome dell’eventuale fortunata. L’attaccante rossonero, comunque, ha ormai i suoi luoghi preferiti in città, per fare shopping, cenare e divertirsi, al di là del suo appartamento in Porta Nuova. Proprio a casa, peraltro, grazie ad un attrezzato studio di registrazione, coltiva la passione per il rap, con tanto di 2 album già pubblicati”.
Marco Ciriello per Domani ha viaggiato sul tram numero 16 che dal Duomo porta a San Siro, quarantacinque anni dopo l’intervista di Beppe Viola a Gianni Rivera sul 15 in mezzo agli operai.
I progetti sugli stadi
Il Corriere della sera intervista Boeri a proposito del progetto con il quale proponeva uno stadio per il Milan a La Maura, una zona di San Siro e la ristrutturazione del Meazza per l’Inter. Ma è uno scenario saltato, fra i mille o più che ci sono stati riferiti con grande spargimento di dettagli in questi mesi, in questi anni. Ci siamo appassionati tutti e tanto alla laboriosità di Milano, ma sempre stallo si chiama, l’ipotesi attuale è che tutt’e due escano dalle mura, ma poi vai a sapere cos’è un progetto e cos’è invece una strategia. Il Giornale racconta con Chiara Campo che Beppe Sala non si arrende, nemmeno quando Cardinale dice che il Milan se ne va a San Donato. Il sindaco dice che «il dossier non è chiuso», FdI lo chiama in aula, e noi poverini siamo qui smarriti, col fiato sospeso, ché quando parla Milano ci crediamo, come ci credeva Lucio Dalla, vogliam vedere l’esempio di Milano, Milano del resto ci invita sempre a farlo, e adesso siamo spiazzati, non ci pare vero tutto questo ritardo. Del resto come per le Olimpiadi.