Sólo lo pasado es verdadero
Jorge Luis Borges
▻ Era da 12 anni che lo scudetto del calcio non veniva assegnato all’ultima giornata. O il Milan vince il suo titolo numero 19 oppure l’Inter mette sulla maglia la seconda stella. È di certo il trentottesimo per la città del futurismo e delle innovazioni, quella che ha dato al calcio italiano la tradizione del difensivismo con il catenaccio e la parola libero, l’eresia tattica di Sacchi, la rivoluzione del mercato con Berlusconi. Storia delle invenzioni di Milano e della prossima eredità che lascerà questo scudetto
AL PRIMO piano dell’antico teatro di Santa Radegonda, ci misero le caldaie a carbone. Le dinamo e le macchine alternative a vapore stavano di sotto. La ciminiera di mattoni si sollevava per cinquantadue metri verso il cielo, giusto di fianco al Duomo, nelle fotografie dell’epoca si vede chiaramente. La Centrale Elettrica era la prima in Italia e la prima nell’Europa continentale. Ne esisteva una a Londra e una seconda era stata accesa a Manhattan. Alla fine dell’Ottocento portava l’energia per l’illuminazione agli esercizi commerciali nei pressi della piazza, al Caffè Biffi, ai magazzini Bocconi, fino al teatro Manzoni e col tempo alla Scala.
Milano aveva mezzo milione di abitanti, era la seconda città più popolata del Regno d’Italia dopo Napoli. Uno dei suoi uomini illustri dell’epoca, Giovanni Battista Pirelli, nella propria azienda di caucciù aveva sviluppato un brevetto dello scozzese John Dunlop. Equipaggiò con quel coso di gomma le ruote della bicicletta di un suo dipendente, il signor Giuseppe Loretz, e lo mandò al primo campionato di ciclismo su strada (1885), 160 km sul percorso Milano-Cremona-Milano. Vinse. E quel coso arrivò sul mercato col nome di pnenumatico.
Dentro la stessa fabbrica di Pirelli si sollevarono tredici anni dopo gli operai, contro l’aumento del prezzo del grano, e del pane – la rivolta dello stomaco, venne chiamata. I colleghi di Loretz accusavano il governo di essere responsabile della carestia che stava colpendo il popolo. Tra loro si infiltrarono degli agenti segreti in pausa pranzo, arrestarono i sindacalisti e i cannoni del generale Bava Beccaris fecero 80 morti in strada sparando sulla folla. Centoquaranta km più in là, a Torino, in quello stesso pomeriggio si stava assegnando il primo scudetto, il primo campionato di calcio vinto dal Genoa.
Era forte, quella roba del pallone. Milano si diede una squadra un paio di settimane prima che arrivasse il Novecento, e stava andando a vincere il suo secondo campionato quando nel pieno della costruzione di un dirigibile, Enrico Forlanini ebbe l’intuizione di sperimentare nella vasca della sua officina un congegno di ali e di carene, in sostanza quello che oggi chiamiamo aliscafo. Suo fratello Carlo aveva da poco brevettato lo pneumotorace artificiale per guarire dalla tubercolosi.
L’innovazione appartiene al paesaggio naturale di Milano, “la città dei soldi” come l’ha definita Claudio Gregori nel suo libro biografico su Eliso Rivera, uno dei fondatori della Gazzetta. Era piemontese e a Milano trasferì per quel motivo – i soldi – le sue idee, le sue passioni, l’attività.
Anche con le vittorie nel calcio – stasera saranno trentotto – questa città ha spesso aggiunto allo scenario qualcosa che non c’era. Gipo Viani, per esempio. Era stato un centromediano metodista nell’Inter, più incline alla vita notturna che alla fatica. Pure da allenatore, nell’esercitare sui suoi calciatori un ruolo da padre adottivo, finiva per estendere tanto amore pure alle mogli. Aveva raccolto l’innovazione dello svizzero Rappan – l’addizione di un quarto difensore al Sistema di Chapman – e aveva aggiunto la parte di idea che mancava. In sostanza diede il numero 9 a un mediano, un finto centravanti che marcava l’attaccante avversario, e faceva scalare alle spalle di tutti lo stopper rimasto senza più uomini da seguire. Succedeva mentre Arrigo Castelli, proprietario dell’omonima azienda, progettava e fabbricava a Milano il primo registratore portatile che consentiva di incidere su nastro magnetico voci e suoni, pronti per essere riascoltati premendo un tasto. Il Geloso.
“Quel secondo stopper interveniva in seconda battuta su tutto il gioco difensivo, ma allungava il campo di una quindicina di metri. In pratica gli attaccanti avversari arrivavano vicini all’area di rigore molto marcati ma sempre perfettamente in gioco. Nascevano trenta metri di spazio dietro ai due stopper, si allungava in pratica il campo, scompariva il fuorigioco, si affollavano le aree di rigore. Questa differenza giustificò il termine catenaccio e la distanza presa da tutta Europa nei nostro confronti. Quattro, perfino cinque difensori in linea li aveva avuti anche il Metodo. Aveva anzi pensato per primo a due battitori alle spalle della linea mediana. Ma non aveva mai pensato a un giocatore addetto solo alla pulizia del gioco davanti all’area di rigore” – di mario sconcerti, Storia delle idee del calcio (Baldini+Castoldi)
Viani aveva avuto questa sua intuizione a Salerno, con un mediano di nome Alberto Piccinini, papà di Sandro, la voce della sciabolata morbida, ‘ccezionale. Finché il meccanismo non si vide a Milano, non diventò ideologia. Era un’invenzione, ma le occorreva un nome perché fosse davvero un brevetto.
Il nome fu libero, e glielo diede Gianni Brera nel corso del suo lavoro di riscrittura di una lingua, la ricerca urgente di un vocabolario vergine per raccontare il calcio. Un nuovo gergo, che nelle manifestazioni più estreme poteva proporsi come traduzione nel teatro calcistico del gramelot di Dario Fo. Questa lingua inesistente, artificiale, arrivava sui giornali milanesi filtrata da un vero e proprio mondo che la ispirava, l’Oltrepò pavese, a partire da un posto che si chianava San Zenone ma che poteva essere Macondo, dove veniva assorbita tutta l’ispirazione utile a immaginare soprannomi per i campioni del calcio, tutti all’altezza di quelli leggendari dei Sioux. Roma aveva inventato al cinema gli spaghetti western, Brera il western lo aveva portato nel pallone.
Nereo Rocco sarebbe diventato il suo traduttore su un campo di calcio, negli stessi anni in cui Helenio Herrera, nell’altra porzione di città, inventava la psicologia applicata al calcio, con i cartelli motivazionali attaccati alle pareti degli spogliatoi. Due réclame del difensivismo.
“Il calcio all’italiana aveva ottenuto una caratteristica che lo avrebbe distinto per decenni e che in fondo dura ancora. Aveva costretto i tecnici a pensare, aveva costruito una sovrastruttura del calcio. Se a tre difensori devo aggiungerne un quarto, cambio automaticamente tutto l’impianto, sconvolgo il sistema. Da dove prendere il quarto difensore? Dalla fascia o dal centrocampo? Oppure dall’attacco? Sono domande da calcio di oggi. Chi avrebbe mai potuto pensare, allora, di giocare per esempio con un solo attaccante? Si era catenacciari perché si aveva un difensore in più, figurarsi avendo due attaccanti in meno. Fu uno scandalo anche in Italia. L’opinione pubblica usciva da sedici anni di titolo mondiale, pensava di avere per scelta naturale il miglior calcio. I giornalisti erano giovani signori borghesi, molto attenti a ciò che li differenziava dagli altri. Non amavano una tattica che non fosse di sfondamento, ma che cercava anzi di aprire in modo subdolo spazi alle spalle degli avversari. Eravamo ancora in un’epoca ottocentesca. Si doveva giocare avanti perché così dicevano le buone maniere. Il difensivismo si afferma definitivamente all’inizio degli anni Sessanta, pochi mesi prima dell’arrivo di Herrera. Mentre ancora si discuteva su quale fosse la moralità del catenaccio, ce ne ritrovammo improvvisamente circondati. Nel 1960 le Olimpiadi si disputarono a Roma. Per organizzare la squadra furono chiamati Gipo Viani e Nereo Rocco. Il difensivismo era andato al potere, era diventato metodo” – di mario sconcerti, Storia delle idee del calcio (Baldini+Castoldi, 2013)
Anche la città intorno al calcio non aveva smesso di innovare. Giulio Natta, milanese di adozione, portò la plastica nelle nostre case con il polipropilene isotattico. Vinse per quello il Nobel per la chimica (1963) e Gino Bramieri da Carugate fu la sua appendice mediatica, la semplificazione per il popolo di Carosello, quando diceva: «E mo’? Moplen».
Dopo 11 scudetti col catenaccio in 18 anni, più 4 Coppe dei Campioni, stava per arrivare nel calcio italiano l’età della distribuzione della gioia, con undici squadre campioni tra 1969 e 1991. La gioia che Mirko Stocchetto, titolare dello storico bar Basso di Milano, prometteva allo stesso tempo lanciando il Negroni sbagliato, il cocktail nato per equivoco, come la scoperta dell’America. Un cameriere aveva messo una bottiglia di spumante Ferrari in frigo al posto del gin, Stocchetto andava di fretta e se ne accorse quando era tardi. Anziché scolare tutto nel lavandino, lasciò che se lo scolasse il cliente al banco.
È la più simbolica e involontaria anticipazione della Milano da bere, la domestica applicazione del concetto che nella tv di Renzo Arbore veniva chiamato edonismo reaganiano da Roberto D’Agostino. Nella città di Filippo Turati, il socialismo di Bettino Craxi lasciava il terreno della lotta di classe, andava al governo e si faceva la sua Dolce Vita. Clizia Gurrado sognava di sposare Simon Le Bon, Armani vestiva gli yuppies e Drive In cofidicava un nuovo stile del varietà televisivo, nel nome dei paninari.
E poi.
Dentro questa cornice.
Arrigo Sacchi.
Arrigo Sacchi e la riscrittura del capitalismo applicato al calcio, con la firma di Silvio Berlusconi.
Sacchi inventa un’esperienza con più meriti che lezioni. È un calcolo renale nel corpo del calcio italiano. Altri prima di lui hanno guardato al modello olandese. Lui gli olandesi ce li ha sul serio. Resterà una magnifica eccezione, salvo scovare epigoni minori. I veri seguaci li troverà all’estero, ma intanto ha imposto la nuova figura del preparatore atletico, ha introdotto il fallo tattico a metà campo e l’applicazione forsennata del fuorigioco, ha smantellato il Lego del difensivismo con una guerra di religione. Capita perciò che gli vengano attribuite molte virtù per approssimazione, come la vocazione a un gioco d’attacco che i numeri in fondo smentiscono. Nel quadriennio della rivoluzione non chiuderà mai un torneo con il maggior numero di gol. Il suo solo scudetto arriverà per merito della miglior difesa.
“Sacchi non inventa niente, porta esperienze europee e un diverso metodo di lavoro, ma ha il merito di offrire un’alternativa reale al calcio all’italiana. Come tutti gli innovatori stressa i suoi calciatori fino a venirne respinto. Lascia a Capello un Milan che continuerà a vincere per molti anni ancora ma che con lui non sapeva quasi più giocare. L’aumento dei gol degli ultimi anni, oltre che di Sacchi, è stato merito dei tre punti a vittoria (introdotti nel ’94-’95) che hanno riportato il gioco d’attacco al centro del progetto di quasi tutte le squadre. È tornata importante la vittoria” – – di mario sconcerti, Storia delle idee del calcio (Baldini+Castoldi, 2013)
Ma l’esperienza di Sacchi è rilevante perché lui stesso, romagnolo, sente di aver interpretato con uno stile di gioco nuovo, furibondo, lo spirito di Milano. Lo ha scritto con Luigi Garlando in La coppa degli immortali – La leggenda della squadra più forte di tutti i tempi raccontata da chi la inventò (Baldini+Castoldi, 2019), in un passaggio che lo lega in modo forse inconsapevole, ma innegabile, al suo arcinemico Gianni Brera. Nemico per ideologia calcistica, non per l’applicazione al calcio di una certa etnologia.
Ho perfezionato negli anni l’idea del pressing, che ho assorbito ammirando la meravigliosa lezione degli olandesi, ma io sono stato aggressivo fin dalla prima ora, già nel Fusignano, in Seconda categoria. … Giunto a Milano, capii subito di aver trovato la terra promessa, il luogo ideale per insegnare il mio calcio. Nei primi tempi raggiungevo piazzale Lotto in auto e, mentre aspettavo il pullman che mi avrebbe portato a Milanello, osservavo la gente che camminava. Avevano tutti un passo svelto, perfino gli anziani. Andavano tutti di fretta. I milanesi hanno il pressing nel sangue. Insegnarlo a Roma sarebbe stato molto più complicato.
È questo il momento in cui il calcio di Milano è andato più vicino all’esperienza artistica del futurismo, nata qui con Marinetti,
quel suo fare dell’«amor del pericolo», dell’«abitudine all’energia e alla temerità», del «coraggio», dell’«audacia», della «ribellione», gli elementi essenziali della poesia. «Non v’è piú bellezza, se non nella lotta. Nessun’opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un volo. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote». Il dinamismo e la velocità erano «il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, la bellezza nuova del mondo».
Come ha scritto Alberto Asor Rosa in Storia d’Italia (Einaudi), “la novità futurista non sta, quindi, propriamente, nella nozione di poesia o d’arte, che il movimento propaganda, ma nell’idea che solo un nuovo codice avrebbe potuto rigenerare le fonti della creazione poetica». In modo parallelo, la novità di Sacchi non sta propriamente nella nozione di calcio diffusa dal suo apostolato, ma nell’idea della necessità di un’innovazione, di una rigenerazione per altre vie, fuori dal canone della tradizione. Sarebbe forse stupito, Sacchi, di scoprire che tra le pagine del libro Il mestiere del calciatore (1972), proprio Gianni Brera si augurava contro il dispendio del podismo che «bisognerebbe involvere – ripeto, ripeto – agli anni Trenta. Forse ci annoieremmo un poco, al veder trottignare tutti guaglioni di bello stile; in compenso, torneremmo ad apprezzare finezze di cui non abbiamo neppure memoria. In seguito fra i prestipedatori più abili sceglieremmo i più atletici. Oggi chi sa giocare non corre e chi corre non sa giocare». Potrebbe averlo scritto Guardiola.
È appartenuta spesso a Milano questa sfrontatezza che Brera metteva nel pensiero, tanto antagonismo esplosivo nel campo delle idee contro lo spirito del tempo. Viene da domandarsi allora quale sarà l’eredità che lascerà lo scudetto numero trentotto, su qualunque sponda finisca per posarsi stasera poco prima delle otto, l’ora in cui i Navigli si tolgono di dosso quello che Dino Buzzati ha chiamato «il buon odore che veniva su al tramonto, quel sapore di salsedine che sembrava di essere a Venezia», per farsi sostituire dal “divertimentificio quasi obbligatorio” (Gianni Mura) e dal “dominio di due miti moderni, la macchina e la velocità” (Giuseppe Pontiggia).
Che finisca di nuovo tra le stesse mani cinesi di un anno fa, o ancora di più se verrà celebrato per la prima volta da un fondo di private equity, Milano consegna al calcio italiano la nuova idea che si possa fare calcio con una proprietà fisicamente assente. Quello che Roma ha rimproverato per anni a James Pallotta, è stato sovvertito da due club che a stento incrociano ogni tanto gli uomini con le chiavi della cassaforte, ma sono guidati per delega o rappresentati da figure di garanzia e d’identità (Zanetti da una parte, Maldini dall’altra).
Il tessuto imprenditoriale di Milano non è riuscito a produrre una proposta, in una città dove 50 mila aziende sono di proprietà straniera, il 16 percento del territorio, in prevalenza nei settori della ristorazione, dell’abbigliamento, del piccolo commercio.
L’ultimo brevetto di Milano è forse questo principio secondo cui si può vincere senza conoscersi, senza avere lo stesso accento di Moratti e Berlusconi. Senza sapere a quale palazzo citofonare per dire a un proprietario: ehi, bravo, hai fatto proprio un bel lavoro.