Elena Pietrini giocherà in Russia. Va tutto bene per la federazione che emargina Paola Egonu?

Un milione e 200mila persone farebbero la terza città più grande d’Italia. Questa città esiste e si chiama Pallavopolis. È abitata da una comunità silenziosa e fidata. È stato possibile contarla, una testa alla volta in questi giorni, quando si è sistemata al completo davanti alla tv per le partite della nazionale agli Europei: 1 milione e 230 mila spettatori solo sulla Rai, Sky esclusa, per la semifinale con la Turchia, share al 14.5 percento; 1 milione e 212mila con il 12.5 percento per la partita del bronzo contro l’Olanda. Per capirci: l’Italia maschile del basket ha fatto 581mila spettatori per la partita decisiva contro Porto Rico e non è andata finora oltre il picco dei 702mila per Italia-Filippine. La metà del pubblico.

È a questa terza città d’Italia, la più grande dopo Roma e Milano, che allora si devono delle spiegazioni sulla maniera folle in cui la federazione sta gestendo il suo rapporto con Paola Egonu, fra le tre migliori giocatrici al mondo, se vogliamo far gli schizzinosi e non dirla proprio la numero uno. Il tema non è nuovo. È il duello western che certe volte interviene tra una stella dello sport e chi l’allena. Sergio Leone direbbe che quando un uomo con un fucile incontra un uomo con una pistola, eccetera eccetera. Il fucile è quel malinteso profumo di potere che può dare una panchina. Ne sa qualcosa Roberto Baggio, sostituito ai Mondiali perché l’Italia era rimasta in 10. Uscì da un campo americano facendo segno alle telecamere che il Ct era matto.

«Arrigo Sacchi – ha detto in una intervista con Emanuela Audisio per il Venerdì – non mi portò agli Europei del 1996 per dimostrare che gli schemi sono più importanti dei giocatori: non è arrivato ai quarti di finale. Non ce l’ho con gli allenatori, credo che una certa gelosia da parte loro ci sarà sempre. Noi abbiamo i piedi, loro la lavagna». 

Ecco. La lavagna è il fucile. «Ad ammazzare me e quelli come me – dice Baggio, usando proprio un verbo da duello western – è stato il calcio tattico, scendere in campo solo per neutralizzare gli altri. E non è normale che uno come Zola sia dovuto andare in Inghilterra perché in Italia non lo voleva nessuno». In quel caso era stato Ancelotti a vestirsi da Clint Eastwood. Stava interpretando il verbo integralista di Sacchi, il 4-4-2 che non prevedeva numero 10, casomai qualche fantasista all’ala.  «Avevo 29 anni – disse Baggio a Emanuela Audisio – ero da buttare? No, ma per loro ero svogliato, non rincorrevo il difensore, ero un disubbidiente, non adatto al calcio moderno».

Tre elementi. Gelosia, svogliato, disubbidiente. Prendiamo appunti. Ci serviranno tra poco. 

Nella sua carriera da conferenziere, Arrigo Sacchi invece dice: «Immaginate una barca con 11 rematori che remano tutti nella medesima direzione, poi invece immaginate che uno degli 11 non rema più. La barca va già male. Allora, per avere una squadra sinergica prima di tutto occorre la modestia, avere l’etica del collettivo, l’etica della squadra, un orgoglio di appartenenza». 

La barca. I rematori. La stessa direzione. L’utopia degli 11 tutti uguali. 

Certe dinamiche deve averle conosciute anche Francesco Totti alla Roma quando in panchina sedeva Luciano Spalletti, uno il Buono e l’altro il Cattivo nella serie Speravo de morì prima. In una intervista con Vanity Fair Totti ha detto: «L’allenatore sceglie chi mettere in campo in assoluta autonomia. È giustamente padrone delle decisioni e io non mi sono mai permesso di metterle in discussione né di contestarle. Poi c’è un discorso di umanità e lì le cose cambiano. Più mi impegnavo, più lui cercava la rottura, la provocazione, il litigio o il pretesto. Capii in fretta che in quelle condizioni proseguire sarebbe stato impossibile. Così, per la prima volta in 25 anni di Roma, tra gennaio e febbraio, mollai. Alcuni temevano la reazione del mister, che potesse dire: “Voi state con lui”. È triste? È brutto? Purtroppo è umano e i rapporti fraterni nel calcio sono ben pochi. Quell’ultimo anno comunque fu un incubo».  

Si sono aggiunti altri appunti da tenere da parte. Umanità. Provocazione. Il verbo mollare. La frase: voi state con lui. 

Ora prendiamo gli appunti e portiamoli tutti a Pallavopolis, dove gli abitanti vorrebbero qualche spiegazione su Paola Egonu. Possono essere una traccia, uno spunto per delle ipotesi, diciamo che almeno sono un motivo di riflessione. Solo che Totti era a fine carriera, Paola Egonu ha 24 anni. Proprio ieri la federazione mondiale ne celebrava sui social la maestosità tecnica, in un post nel quale si leggeva che non servono molte parole, basta pronunciare il suo nome. Girava su Twitter negli stessi minuti in cui la federazione italiana faceva sapere che era stato concordato un periodo di riposo, la formula di facciata scelta per dire che è fuori dal torneo preolimpico. Venderla come scelta consensuale forse la faceva sembrare più accettabile. Ma santa pazienza: se anche fosse una decisione concordata, vi pareva il momento di concordarla?

 

Gian Luca Pasini, giornalista della Gazzetta, sul suo blog ha scritto: Pare che prima della gara con l’Olanda ci sia stato un franco confronto fra Mazzanti e la giocatrice in cui avrebbe usato parole dure (molto) per il trattamento ricevuto. Ultimo tassello di un rapporto definitivamente in crisi da più di un anno. I cerotti e le pecette non sono state la medicina giusta, anzi Come detto decine di volte pur ammettendo le “colpe di Paola” mai spiegate pubblicamente, questa uscita di scena in questa maniera è una sconfitta per tutto il volley. Il fatto che lei abbia fatto un passo indietro però è anche una sconfitta di Paola, pur essendo chiaro il suo punto di partenza.

Quella che Pasini chiama una sconfitta di Paola è più o meno quel che Totti sintetizza nel suo mollai.

Eh sì, perché alla fine è stato Mazzanti a scegliere di non chiamare Egonu per la Nations League, quando invece avrebbe avuto il tempo e l’occasione per disegnare la squadra sulla coppia con Antropova, il doppio opposto, la formula scelta da Santarelli per la Turchia. Mazzanti ha valutato le atlete durante i collegiali. Mazzanti ha fatto le convocazioni per gli Europei, portando tre opposte e una ricevitrice in meno. Mazzanti ha fatto il sestetto tenendo Paola in panchina. Mazzanti ha parlato di ritardo di preparazione e di attesa per una Egonu non ancora in forma. Un argomento che era in tutte le veline della federazione. Ma Mazzanti ha buttato in campo Egonu quando c’era da reggere l’urto con la Turchia. Non c’è stata allora una sconfitta di Egonu. C’è stata la volontà di umiliarla sulla pubblica piazza.

Pasini spiega in un altro post del suo blog che il tema vero è quello dei rapporti di Mazzanti con le giocatrici, la sua tentazione [ossessione?] di “creare un universo parallelo, copiando De Giorgi, che forse non era un paradigma da poter copiare. In sostanza: rifare in campo femminile quel che è accaduto in campo maschile, con l’emarginazione di Zaytsev e il lancio di Michieletto-Romanò. Differenze: Zaytsev non aveva 24 anni, la nazionale femminile evidentemente non ha Michieletto-Romanò. Mazzanti è stato appoggiato in modo incondizionato della Federazione. Anzi. Le sue scelte tecniche sono state prima di tutto scelte di altra natura. Solo che nessuno le ha spiegate. Pasini ha sottolineato che l’Italia per 80 anni ha cercato una giocatrice come Paola Egonu, oggi che l’ha trovata è disposta a metterla in naftalina. Una sconfitta del movimento”

 

In realtà il movimento subisce, cosa ci può fare, è spaccato. L’entorno federale tace. In tv per esempio. La base è dalla parte di Paola. Basta farsi un giro nei forum e sulla pagine facebook. Ma secondo Pasini non ci sono in giro opinioni abbastanza formate. La stragrande maggioranza delle persone che non sono dell’ambiente (all’interno) – scrive – hanno cristallizzato Egonu al 2018 o all’Europeo 2021. Paola ha smesso di crescere, mentre la concorrenza (e i muri/difese avversarie) sono cresciute. Paola di oggi non batte con la stessa incisività di 3 anni fa, e lo stesso si potrebbe dire per la difesa. Chiaro che la gran parte dei tifosi questo non lo colgono.

Ha paragonato allora il Ct Mazzanti all’orso del luna park. Ma Paola Egonu ha vinto una Coppa dei Campioni a maggio da capocannoniera e da mvp del torneo [pur se è molto peggiorata rispetto a due-tre anni fa].

Entra in corso d’opera e si trova subito a suo agio. Mura, batte e attacca. 25 punti con 4 muri e due ace. Forse è stata anche più brava di Vargas, la sua sua pagella sulla Gazzetta per la partita con la Turchia. Nel mese di marzo, il suo annunciato ritorno in serie A faceva scrivere sempre alla Gazzetta che Milano è pronta al grande salto. A Milano il fenomeno Egonu potrebbe esplodere”. È una giocatrice in declino o è sempre lei?

Giuliano Bindoni per Volley News vede responsabilità più nette nel campo della federazione. Parla di Europei che passeranno alla storia del volley italiano come una spedizione punitiva dal sapore un po’ fantozziano. Una punizione per giocatrici come De Gennaro, Chirichella o Bosetti, sacrificate per consentire a Mazzanti di “riprendere il controllo della squadra” (parole del CT). Una punizione anche per chi, come Paola Egonu, è stata messa prima dietro la lavagna (leggi panchina) e poi fatta sedere di corsa al primo banco, come se nulla fosse accaduto, quando le cose si stavano mettendo male (contro la Francia, contro la Turchia, contro l’Olanda), in barba alla “linea” rivendicata dal CT.

La lavagna del Cittì Eastwood, rieccola.

“Nessuna spiegazione su quali siano state, siano o sarebbero le colpe della campionessa azzurra e delle altre giocatrici epurate”, continua Volley News parlando di danno d’immagine.

Se vincere con Egonu e grazie a lei, infatti, avrebbe significato “tradire” le scelte fatte a monte, perdere in questo modo diventa comunque un fallimento, considerando che il quarto posto si sarebbe potuto conquistare senza difficoltà anche con la squadra della VNL, senza Egonu e persino senza Antropova. Insomma, una bella “linea” storta su carta patinata.

Volley News scrive che viene da chiedersi come la pensa in merito il presidente del CONI Giovanni Malagò, da sempre in prima linea nel seguire le azzurre (era presente anche a Firenze per i quarti di finale), e se interverrà sulla questione e in che modo

 

Aggiunge parole di saggezza Piefrancesco Catucci stamattina sul Corriere della sera

Racconta che Paola Egonu ha un piccolo tatuaggio sul braccio sinistro, dove c’è scritto. «pazienza», solo che la pazienza ora pare terminata. Scrive Catucci: La definitiva rottura con il c.t. che ha sancito il fallimento di federazione e staff tecnico nella gestione di una campionessa come lei che, come tanti fuoriclasse, ha talvolta la tendenza a sentirsi immune alle regole del gruppo. Parla di rivoluzione a metà, bocciata dal campo, di una Antropova che è certamente una giocatrice dal futuro brillante, ma ancora senza esperienza internazionale ad altissimo livello [caricarla di pressioni all’esordio azzurro non si è rivelata una strategia vincente] e sottolinea come l’all-in di Mazzanti l’ha portato quindi in un vicolo cieco da cui è dura ora tirarsi fuori, anche perché è impensabile immaginare che lui ed Egonu possano ritrovarsi mai in azzurro. Allo stesso tempo, dice il Corriere della sera non sembra verosimile rinunciare a Egonu. Cambiarla è impossibile, aiutarla e gestirla si può e si deve. Metterla in un angolo e toglierle tutte le sponde nello spogliatoio non ha funzionato. Alla fine si è tornati da lei per giocare alla pari con la Turchia. I più forti vanno gestiti. Con fermezza, ma anche con pazienza.

 

 

C’è qualcuno invece che gestisce Elena Pietrini?

 

Non c’è nessun Cittì Eastwood e non c’è nessuno sceriffo in federazione, invece, disposti a occuparsi di una faccenda che forse meriterebbe attenzione, se non altro una riflessione. 

Elena Pietrini, schiacciatrice della nazionale, una delle migliori all’Europeo, dalla prossima stagione va a giocare con la Dinamo Kazan.

In Russia.

Nell’anno pre-olimpico.

In una squadra cioè esclusa dalle coppe europee e in un movimento messo al bando dalla comunità olimpica internazionale per l’invasione di Putin in Ucraina.

Ora. Qui su Slalom predichiamo da sempre che lo sport ha il compito di costruire ponti e tenere aperti canali di dialogo quando una guerra li chiude. Ma chiudere le porte alle squadre russe e permettere a un’atleta italiana di andare a giocare in Russia è forse un controsenso. Il ministero dello sport italiano ha firmato mesi fa un documento con altri governi occidentali per fare pressioni sul comitato olimpico internazionale, mentre il presidente Bach cercava una via diplomatica per qualche forma di riammissione ai Giochi di Russia e Bielorussia. Spuntò nel documento la parola boicottaggio. Una delle ipotesi di Bach era tener fuori solo i sostenitori della guerra, solo atlete e atleti di club di stato o militari. Il ministro Abodi disse no anche a quella proposta. Il presidente del CONI Malagò lo sostenne.

Risulta che la Dinamo Kazan sia legata in qualche modo al ministero degli Interni della Repubblica del Tatarstan, dopo essere stata una emanazione del ministero dei Trasporti. Un club di stato. Elena Pietrini sarebbe di fatto una dipendente della polizia locale? Bel dilemma. Ma se è un dilemma, qualcuno nelle istituzioni dovrebbe porselo. Questa faccenda interessa a qualcuno, nella federazione che trova insopportabile qualche capriccio di Paola Egonu?

La ministra francese dello sport Amélie Oudéa-Castéra difende un principio di coerenza: chi va a giocare in Russia è fuori dalle nazionali, finché la Russia sarà fuori dalla comunità sportiva internazionale. Thomas Heurtel, per esempio. Se n’è andato allo Zenit San Pietroburgo e la nazionale di pallacanestro non può convocarlo. Non era ai Mondiali. Se nulla cambia, non sarà alle Olimpiadi.

Il Cittì Eastwood che tiene alle regole di gruppo, come si regola con Elena Pietrini? E la federazione pallavolo? E il CONI? E il governo cosa dice, cosa dice?

5 commenti su “Elena Pietrini giocherà in Russia. Va tutto bene per la federazione che emargina Paola Egonu?

  1. Giancrlo Rispondi

    Il quarto posto agli europei è stato il risultato delle scelte di Mazzanti tra le quali spicca la panchina per Paola Egonu: ovvero un fallimento.
    La scelta della pietrini di giocare in russia, è una vergogna per lei e per chi ha dato il nulla osta. Spero almeno che non la vedremo più nella Nazionale

  2. Emilia Rispondi

    La Pietrini ha il nulla osta per andare a giocare in Russia e poi ci stupiamo che questa “Federazione Volley ” possa tutelare Paola Egonu?
    Ma siamo seri?
    In Italia lo sport è un’utopia. Della Petrini si ricorderanno che milita in Russia e la convocheranno per le Olimpiadi e la Egonu verrà messa alla gogna. Le regole valgono solo per i merocratici ,per loro non c”é posto,in nessun settore.

  3. Roberto Rispondi

    Per me è uno scandalo escludere gli atleti di qualsiasi nazione dalle competizioni per motivi di boicottaggio politico. Lo sport deve riunire e non dividere. I valori dello sport devono prevalere sulle scelte politiche

  4. Renata Rispondi

    Egonu è stata sopravalutata, Bella Haak a Conegliano ha fatto molto meglio di lei!Il fatto che la politica abbia il sopravvento sullo sport è una cosa vergognosa!La Pietrini ha il diritto sacrosanto di giocare dove vuole.E poi basta con Egonu, la colpa è dei giornalisti che ne hanno fatto un caso, ha giocato Antropova perché era più in forma,punto.

    • Josè Rispondi

      Si è visto in finale, infatti, quanto non fosse in forma. Parziale con Antropova: -5. Parziale con Egonu: +8. Punto (cit.)

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