Lo sapeva bene, Peppino Gagliardi. Settembre poi verrà, ma non ti troverà. Neppure se un anno fa finiva l’estate e tu ti stavi prendendo tutto. Le ore passate saranno un ricordo. Remco Evenepoel porta la sovranità nella prima sillaba del nome, Carlos Alcaraz nel nome per intero. Dodici mesi fa erano i cannibali-bambini in arrivo. Stavano mettendo un piede nello stipite della porta e si stavano infilando nel futuro. Remco era il primo belga campione del mondo nel ciclismo su strada dopo 10 anni. Indossava una maglia iridata vinta due settimane dopo la Vuelta a Madrid. Prometteva al suo paese un nuovo Tour de France dopo il Van Impe del 76, un nuovo Giro dopo il De Muynck del 78. Carlos andava a prendersi il primo Slam della sua carriera a Flushing Meadows, aggiornando i primati di precocità che brillavano nel curriculum di Nadal. Stamattina ci siamo svegliati e nelle foto li vediamo soffrire insieme. Sono due fenomeni di oggi e di domani, andati in frantumi uno sull’Aubisque e l’altro a New York, per ricordarci che perdono pure i ventenni, pure i fenomeni, e che la sconfitta è la dimensione più frequente che si vive nello sport.
La rivista Rouleur scrive che Evenepoel è esploso, drammaticamente. Doveva salire sul Tourmalet e resistere alla morsa della Jumbo-Visma, la squadra che ha portato il gregario Kuss in maglia rossa per sparigliare la trama, con i due capitani Roglic e Vingegaard in agguato. Remco sul Tourmalet è arrivato con 27 minuti di ritardo. “Era il giorno in cui la sua carriera doveva crescere. È stato un disastro di proporzioni epiche, nessuno avrebbe potuto prevederlo. I critici e i dubbiosi vi diranno che non è stata una sorpresa. Vincendo la Vuelta dello scorso anno, Evenepoel aveva nascosto i disagi vissuti nella tappa regina alla Sierra Nevada. Gli scettici vi diranno che se Roglič non fosse caduta nella tappa numero 16, Evenepoel non avrebbe vinto in Spagna. È un argomento inutile, Evenepoel è pienamente consapevole dei suoi limiti. Nei quattro grandi Giri corsi finora, è stato forte nel blocco iniziale delle prime 10 tappe. Hanno incluso una prova a cronometro – la sua specialità; e poi salite brevi, ripide e incisive che lui ha trasformato in uno dei punti di forza. È stato sfortunato al Giro d’Italia. L’edizione del 2021 è arrivata solo otto mesi dopo il suo orribile incidente al Lombardia. Quest’anno il Covid lo ha colpito quando era in testa alla corsa. Ma il suo percorso nelle seconde metà delle due Vuelta in cui ha gareggiato, non restituisce l’immagine di un ciclista che migliora”.
Che cosa sia andato storto, ancora non si capisce. Il ritmo fatto dalla Jumbo-Visma ai piedi dell’Aubisque doveva mettere in difficoltà i compagni di Evenepoel, non lui. Mancavano più di 90 km al traguardo, non era nel copione che andasse alla deriva. Ma nel ciclismo contemporaneo le cose succedono anche quando l’arrivo è motlo molto distante. Senza più Evenepoel in testa, la Jumbo ha trasformato la tappa della resa dei conti in una specie processione. Hanno provato a resistere un veterano come Enric Mas e altri due ragazzi di bell’avvenire, Juan Ayuso e Cian Uijtdebroeks, belga pure lui. “Aspettavamo un rombo sui Pirenei – scrive Rouleur – ci siamo sorbiti un allenamento in altitudine della Jumbo-Visma, come quelli che si tengono sul Teide e a Tignes lontano dagli sguardi”.
Rouleur ci vede un aspetto positivo. “La narrazione intorno a lui si arricchisce. L’intrigo cresce. Ora Evenepoel dovrà dimostrare che può scalare tutte le montagne e respirare l’aria più rarefatta nella gara più grande fra tutte, il Tour de France”.
In Belgio è un giorno di delusione e di profonde riflessioni. Hugo Coorevits, inviato sul Tournalet per l’Het Nieuwsblad racconta la scena della disfatta, con il belga che im mantellina se ne torna stesso in bicicletta verso la stazione sciistica di La Mongie, dove la squadra aveva prenotato delle stanze per una doccia alla Résidence de Tourisme. I lupi non si arrendono mai, ha twittato Evenepoel, lasciando intendere che andrà avanti, non lascia la corsa. Gli esperti si interrogano sulla sua preparazione. Ha vinto la Liegi-Bastogne-Liegi, al Giro ha preso il Covid, con i Mondiali di mezzo pare che non abbi fatto l’avvicinamento ideale alla Vuelta.
Patrick Lefevere, il grande capo della Soudal-Quick-Step, sull’Het tiene una rubrica settimanale e stavolta non può sottrarsi dal commentare la giornata nera del suo campione.
Dice che molti giornalisti lo hanno chiamato quando la salita era ancora in pieno svolgimento. Pare stizzito. “A quanto pare è una delle regole basilari del giornalismo: quando le cose vanno male, il senso di urgenza è maggiore”.
Lefevere ammette di non avere ancora idea di cosa sia successo. Esclude che Remco sia partito in cattive condizioni. Riferisce di avergli mandato un messaggio in chat e quello ha risposto col pollicione. Lo interpreta con un gran segnale. Solo che sull’Aubisque non c’erano più pollici alti, ma teste basse, maglie aperte sul torace, sofferenza.
“Ho capito subito che ora era. Remco – dice Lefevere – non ha la faccia da poker in bicicletta e riesco a leggere abbastanza bene le sue espressioni. Ho rivisto lo stesso volto che aveva al Giro dopo la cronometro. La parola migliore è: tirato. Spero che non ci sveglieremo con la stessa diagnosi di allora: il covid. Fino a nuovo avviso, stiamo parlando di una giornata no. Accade anche ai migliori. È accaduto anche a Eddy Merckx. Se si sveglierà bene, Remco entrerà in una nuova realtà. Correre alla giornata, senza obiettivi oblbigatori. A lui non è mai stato concesso”.
Ora tornano in discussione tutte le ambizioni sul Tour del 2024 e vengono dubbi sul fatto che toccherà a lui rompere l’attesa che dura dai tempi di van Impe in Francia e di De Muynck in Italia. L’ultima settimana della Vuelta rischia di diventare una partita dentro la Jumbo-Visma. Ne è convinto Lefevere che dice: 2Non per mancare di rispetto ai nostri amici spagnoli Juan Ayuso ed Enric Mas, ma la Jumbo-Visma deciderà da sola chi sarà il vincitore finale. Vedo su Twitter che ci sono insinuazioni di ogni genere, ma non partecipo. Sepp Kuss, Primoz Roglic e Jonas Vingegaard sono tutt’altro che venuti dal nulla. Sono talenti di altissimo livello, con la combinazione piuttosto unica di una carrozzeria leggera con un motore gigantesco. Roglic ha già vinto tre volte la Vuelta e una volta il Giro. Vingegaard ha due vittorie al Tour. Kuss è sempre stato uno dei più forti in salita. Quindi non c’è niente di nuovo sotto il sole spagnolo. Non sono certamente la persona più adatta a sollevare dubbi su un dominio collettivo. Il nostro team lo ha sperimentato spesso. Abbiamo fatto primo, secondo e terzo a una Parigi-Roubaix, per chi se lo fosse dimenticato. Saper vincere ti fa vincere più spesso. A noi riesce nelle classiche, speriamo un giorno di poterlo dimostrare anche nei grandi giri”.
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Mentre Evenepoel dormiva, in campo a New York Carlitos Alcaraz perdeva la testa, come scrive L’Équipe. Lui stesso ammette. «Sul 3-3 del tie-break nel primo set ho giocato tre o quattro punti senza controllare nulla. Non ho pensato. Ho lottato per 50 minuti e ho perso il comando in quattro scambi. È stato difficile per me affrontare questa cosa. Nel secondo set ero al chiaro di luna (sorride). Per me è stato difficile mantenere la calma. Daniil Medvedev ha giocato una grande partita. Non sono riuscito a trovare delle soluzioni. Pensavo che sarebbero arrivate andando avanti nella partita. Dopo questa sconfitta cambierò idea. Non sono abbastanza maturo per gestire questo tipo di incontri. Devo imparare come si da. Medvedv ha giocato tiri più veloci del solito. Lo slice mi aveva aiutato nelle partite precedenti contro di lui, non stavolta. Ha trovato buone traiettorie, non ha commesso errori, ha servito bene. Ha una delle migliori risposte del circuito. È incredibile quanto profondo e potente riesca a rispondere dalla linea di fondo. Quando faccio serve and volley, riesce a trovare il passante da casa sua».
Simone Eterno su Eurosport lo chiama un Medvedev clamoroso, protagonista di una partita spaziale. “Fondamentale il tie-break del primo parziale, che arrivato come uno schiaffone alla presunta invulnerabilità di Alcaraz ci hanno dimostrato, invece, che lo spagnolo era vulnerabile eccome”.
Giulio Vitali su Ubitennis fa notare che continua la maledizione del campione uscente: da 15 anni un tennista non si ripete a New York, l’ultimo è stato Roger Federer tra il 2007 e il 2008.
“L’ultimo game del match è assurdo: il russo cancella tre palle del contro-break con due errori madornali di Alcaraz con il dritto, spreca tre match point di cui uno con il doppio fallo e al quarto riesce a chiudere con il dritto in contropiede, suggellando una prestazione semplicemente magnifica”.
Il suo modo rudimentale di colpire, sta dicendo Alejandro Ciriza su El Pais, mette a dura prova. Joan Solsona su Marca si rammarica. Alcaraz era a una sola partita di distanza da un primato di John McEnroe, la miglior partenza di un giovane nei tornei dello Slam. Nelle prime cinquanta partite, il mancino americano che la stampa inglese chiamava Il Moccioso andò 42-8. Carlitos si è fermato a 41-9. “La partita – racconta Marca – si è giocata al chiuso a causa della pioggia. L’Arthur-Ashe Stadium si è trasformato in una pentola di grilli. Al consueto frastuono si sono aggiunti diversi lampi di luce che hanno dovuto essere spenti dall’organizzazione perché fastidiosi per i due protagonisti”.
Medvedev ha trovato una soluzione al frastuono. Ha ridotto il tempo tra un servizio e l’altro.
«Alla fine non sapevo nemmeno io cosa stessi facendo. Non è bello servire in mezzo al rumore, ma non sono uno a cui piace far rimbalzare la palla 15 volte, mi porta fuori ritmo. Quando la faccio rimbalzare tre volte e sento che il pubblico si calma un po’, allora servo. È andata così o forse ero anche un po’ nervoso e per questo sono andato più veloce. Con questa pressione, posso fare doppi falli ma anche grandi servizi. Una volta che hai vinto la partita, a chi importa più?».
Matthew Futterman sul New York Times lo chiama “il troll felice del gioco, il saggio giocoso, il giocatore non ortodosso dai colpi funky” e scrive che il russo ha dato un colpo di freno alla rapida crescita generazionale di Alcaraz e alla sua rivalità con Novak Djokovic”.
Invece della rivincita della finale 2022 e della finale dello scorso Wimbledon, domani sera ci becchiamo la riedizione della finale 2021
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