venerdì 2 giugno 2023
# Giorno 16 della Seconda Manche
[aggiornamento alle ore 19]
TENNIS
Che sta succedendo a Jannik Sinner
Non è bastato il tabellone più aperto degli ultimi quindici anni, a motivare Jannik Sinner. Ha perso in cinque ore e 26 minuti una partita contro un mestierante tedesco di 24 anni, Daniel Altmaier, cognome da racconto di Conrad, eccellente sgambettatore, ma pur sempre un ottantesimo giocatore al mondo [all’incirca]. È sempre meglio perdere in 5 ore e 26 che in 90 minuti, ma sentir dire da Sinner che ha perso perché non si stava divertendo, fa scendere il cuore nelle calze. Se non ti motiva un Roland-Garros senza Nadal, con la testa di serie #2 già fuori, cosa ti diverte, allora, ragazzo?
Riccardo Crivelli sulla Gazzetta dello Sport parla di “maledizione del pronostico” – e allora maledizione sia, rifugiamoci nell’irrazione, come a Roma, dove aveva perso da Cerundolo, e questa sconfitta “può instillare crepe pericolose nella delicata e continua ricerca dell’equilibrio perfetto”.
Paolo Bertolucci, sempre sulla Gazzetta, ammette che si tratta di “una cocentissima delusione”, meno male, e non riesce a fare a meno di vedere che siamo di fronte a “una battuta d’arresto che allunga ombre insidiose sulle qualità ad altissimo livello dell’altoatesino, piombato in un’improvvisa, piccola crisi dopo tre mesi di grandissimo spessore tecnico”.
Aveva davanti a sé in tabellone la fampsa autostrada. “La sconfitta di Parigi – per Bertolucci – è apparentemente senza motivazioni. Evidentemente, le aspettative montate dopo l’eliminazione di Medvedev hanno finito per svuotare il serbatoio mentale di Sinner”. Ah, ecco.
Daniele Azzolini su Tuttosport dice che Sinner è furioso, “con se stesso e con il tennis, sport ingrato se ce n’è uno. Aveva vinto, in fondo. l primi due match point dell’incontro erano a suo favore, bastava coglierne uno e andare in terzo turno. Si sarebbe scritto, beh, match bruttino, oltre modo sofferto, ma in fondo vinto, come nell’arco di uno Slam succede a tutti i finalisti. Ma le crisi vanno sapute superare, e Sinner c’è rimasto avviluppato dentro”.
Vincenzo Martucci sul Messaggero parla di maratona crudele e se la prende con chi criticherà l’ex teenager altoatesino destinato dalle previsioni degli analisti a qualche pugno di Grande Slam e al numero 1. Martucci se la prende con “i leoni da tastiera dei social”, scrive che “il numero 9 del mondo può perdere contro il 79, e subire a Parigi un’altra delusione dopo quella di Roma. Senza per questo dover passare sotto le Forche Caudine della vergogna ed essere targato a vita come un bluff”.
Stefano Semeraro su La Stampa guarda i fatti del campo e parla di crisi. “Un Sinner mai convincente, nemmeno nei set che ha portato a casa: troppo brutto per essere vero, falloso, inefficace al servizio (58% di prime). Nella sagra delle occasioni perse – 6 palle break convertite su 21 – si è acceso solo nel finale salvando 5 matchpoint, ma anche sprecando 3 palle break”.
ZIBALDACE
Antonio Garofalo su Ubitennis fa notare: “Alle 23.03 di giovedì sera quando Taylor Fritz ha convertito il suo match point contro Arthur Rinderknech zittendo platealmente il pubblico del Lenglen che lo aveva disturbato per tutta la durata della partita, la bandiera francese è stata definitivamente ammainata per questa edizione del Roland Garros. Di ben 28 rappresentanti francesi (18 uomini e 10 donne) nei due tabelloni di singolare, nessuno è riuscito a valicare la collina del secondo turno. Considerando peraltro che tra gli uomini tre qualificati al secondo turno erano venuti fuori da derby fratricida e che nel 2021 si era già verificata la medesima ecatombe, si comprende come oggi L’Équipe abbia titolato: “Une terre sans blues” e all’interno “Il periodo peggiore dell’era Open”.
L’Équipe dal canto suo ha messo in fila una decina di casi del passato in cui il pubblico dentro una stadio del tennis appare “ostile o incantato”, come ha scoperto Taylor Fritz nella partita contro Arthur Rinderknech giovedì sera. “Capita che la folla si schieri, al limite dell’eccesso – scrive il giornale francese – alcuni si nutrono dei fischi, altri crollano” [qui]
italianismi
Sonego agli ottavi
Vanni Gibertini racconta su Ubitennis che “il torinese è stato in grado di ribaltare un match che appariva compromesso rimanendo attaccato alla partita e adottando un atteggiamento più spavaldo e instillando qualche dubbio nella testa di Rublev che si è poi fatto sopraffare dai nervi, cedendo 12 degli ultimi 16 punti nel momento decisivo del quinto set. Si tratta della seconda volta in carriera (la prima fu nel 2020) che Sonego conquista gli ottavi di finale al Roland Garros e la prima volta che rimonta un vantaggio di due set (dopo che per due volte si era fatto rimontare un vantaggio di due set). Al prossimo turno il suo avversario sarà Karen Khachanov, n. 11 del seeding, che ha battuto in quattro set Thanasi Kokkinakis”.
LE GUIDE INUTILI DI SLALOM | PARTITE CHE GUARDIAMO
① Cori Gauff e Mirra Andreeva hanno 35 anni in due [19+16] e domani sono avversarie. Se c’è una partita da guardare, una, una sola, forse è questa. O forse è solo la vecchia passione di Slalom per le prime pagine delle favole, per gli incipit. Massimo Grilli se n’è occupato su Il Tennis Italiano. “Mirra va veloce, ha le idee molto chiare e sa già come destreggiarsi in conferenza stampa. Sedici anni compiuti ad aprile, russa di Krasnoyarsk, una sorella anche lei tennista, Erika, di due anni più grande (numero 148 del mondo), a gennaio Mirra Andreeva ha perso la finale dell’Open d’Australia juniores, per poi gettarsi da aprile nei tornei per “grandi”. Ha vinto due ITF da 60mila dollari a Chiasso e a Bellinzona e a Madrid si è fermata solo agli ottavi. Qui a Parigi è partita dalle qualificazioni, ha vinto cinque incontri senza perdere un set e ieri – dopo aver disinnescato con disinvoltura Parry e il tifo del pubblico di casa – è diventata la settima teen-ager negli ultimi trent’anni a conquistare il terzo turno del Roland Garros. E’ troppo presto naturalmente per capire se Mirra potrà in qualche modo imitare il percorso di Hingis e Serena Williams, presenti tra quelle che l’hanno preceduta in questa piccola ma significativa impresa, intanto fanno impressione il rovescio lungolinea, la capacità di scegliere sempre la soluzione giusta e un autocontrollo da applausi”.
Nelle storie di Slalom su Instagram trovate il video della sua conferenza stampa in cui dice di voler vincere 25 Slam in carriera, visto che Djokovic ne ha presi 22 o 23 non se lo ricordava bene.
L’Équipe invece si concentra in un pezzo su l’Elite Tennis Center di Cannes dove si allena e dove sta crescendo anche Anna Blinkova, l’altra sorpresa giovane del torneo finora. Si tratta del centro di formazione creato nel 2011 da Jean-René Lisnard. In 12 anni hanno avuto sei top-100. Sono Daniil Medvedev, Varvara Gracheva, Anna Blinkova appunto, Hugo Grenier, Katarina Zavatska e Alexandre Muller. Per Mirra Andreeva è una questione di giorni. L’ETC dispone di sedici campi, sei in terra battuta, sei greenset, quattro indoor, una foresteria dove sono ospitate ventotto giocatrici e giocatori. “Il loro tempo si divide tra il tennis e lo studio”. Più tennis, però.
AMERICHE
La prima finale NBA vinta da Jokic e Denver
In una delle sue consuete analisi tattiche che appaiono trasversalmente nei diversi sport, L’Équipe smonta il gioco dei Denver Nuggets e vede com’è fatto dentro, com’è fatta la squadra che offre “uno degli attacchi più attraenti e sofisticati della NBA attorno al loro regista Nikola Jokic”.
Regista, esatto, anche se fa il centro. La sua totale irregolarità lo ha portato nel primo periodo di Gara-1 di finale a non segnare, se non dalla lunetta dei liberi, ma a servire 8 assist.
Era il protagonista più atteso. Ha chiuso con una tripla doppia. Ma il gioco di Denver, dice il giornale francese, “è un rimedio alla monotonia che a volte regna in NBA, soprattutto nella regular season, dove a un pick & roll succede un uno contro uno scolastico poi una fase di isolamento già vista mille volte. Una sequenza riprodotta in serie in molte squadre. Questo rimedio contro la sonnolenza è il gioco offensivo di Denver, il miglior attacco dei play-off è [119,7 punti ogni 100 possessi], atteso in finale dall’ultimo test, la difesa di Miami temuta da tutti. Spinto dal talento irrazionale del più altruista e abile dei pivot, l’attacco dei Nuggets propone qualità e varietà, principi di gioco che solitamente si trovano in Eurolega. Dal primo turno dei play-off, l’allenatore Michael Malone ha ridotto la rotazione a sette elementi e mezzo (la metà è l’esordiente Christian Braun), giocatori che conosce molto bene (i tre migliori marcatori sono a Denver da almeno cinque anni) e i Nuggets non sono una squadra che moltiplica il pick & roll. Hanno utilizzato questa soluzione solo il 14,2% delle volte nei play-off, contro il 22,7% di Miami”.
Il New York Times con Tania Ganguli dice invece che tutt’e due, Denver e Miami, giocano un po’ a fare le vittime e si lamentano della scarsa considerazione che c’è attorno, dove tutti parlano solo dei Lakers di qua e dei Lakers di là.
Qui invece – sul Domani – trovate una cosa del papà di Slalom a proposito di Jokic e degli europei in Nba. Giusto per dire che possiamo rimanere in contatto, in molti modi, ecco.
PALAZZETTI E DINTORNI
Le réclame della pallacanestro
SI COMPRA A SCATOLA CHIUSA Wembanyama raccontato dal suo allenatore Vincent Collet
➣ Victor Wembanyama ti sembra “programmato” per la NBA?
Assolutamente sì. A 14 anni, quando l’ho visto per la prima volta, è stato uno shock, un ragazzo così alto e così a suo agio con la palla. Pascal Donnadieu, mio assistente e allenatore a Nanterre, lo seguiva già regolarmente. Era ovvio che sarebbe arrivato così in alto.
➣ San Antonio ha preso la prima scelta al Draft e sarà probabilmente la sua destinazione futura. È l’ideale?
Era la scelta in cui speravo. San Antonio è una franchigia che ha costruito la sua leggenda con giocatori stranieri. Ne sappiamo qualcosa in Francia con Tony Parker, ma prima ci sono stati Manu Ginobili e altri. Penso che Greg Popovich sia il miglior mentore possibile. Victor ha solo 19 anni, è un’età in cui si migliora molto, più o meno dipende da come vieni seguito. Anche per la Nazionale francese è una buona notizia. San Antonio rispetta il basket internazionale e sa che i giocatori non perdono tempo quando vanno in Nazionale, ma migliorano.
➣ Hai allenato molti campioni. Cosa c’è di diverso in lui?
Non è comune potersi prendere cura di una persona dotata. È un ragazzo appassionato, interessato a tutto. Proprio come Kobe Bryant, di cui è un grande fan, vuole sempre capire perché fa le cose. Quindi è necessario un approccio diverso. Nelle sue qualità ci sono cose ovvie, misure, capacità motorie. Ma poi c’è il suo progetto, la sua volontà, la sua autonomia. Devi dargli la libertà mentre cerchi di incidere nelle sue scelte in modo che cresca come vuoi. Non è obbligatorio con un ragazzo procedere per divieti e autorizzazioni. Discutiamo insieme del suo utilizzo, di come potrebbe trarre vantaggio da questa o quella situazione. Esploriamo il suo gioco, cerchiamo di dargli un senso.
➣ È complicato far crescere un giocatore non convenzionale?
È una cosa che riguarda l’allenatore e la squadra. Sta ai miei compagni adattarsi a lui, sta a me rendere possibile la convivenza e ottimizzare il suo utilizzo, la nostra efficienza collettiva. Non è una cosa facile. A inizio stagione faceva pochi passaggi, tratteneva molto la palla anziché farla girare. Alcuni incontravano dei problemi a trovare il loro posto nel gioco. È migliorato, C’è voluto del tempo per trovare certi equilibri. – intervista di yann ohnona, L’Équipe [qui]
EUROGOL
Il ritorno di Putellas per la finale di Champions
Il Wolfsburg ha vinto due Coppe, l’ultima nel 2014. Il Barcellona va adesso per la seconda e uo dei temi della finale di Champions è “il viaggio di Alexia Putellas dall’infortunio al legamento crociato anteriore a un potenziale secondo titolo”, come racconta The Athletic.
“Dire che l’infortunio ha colpito Putellas nel fiore degli anni sarebbe un eufemismo. In campionato il Barcellona aveva avuto una stagione perfetta: 30 vittorie su 30 partite giocate. Avevano vinto la Coppa e nonostante il sapore amaro della sconfitta contro il Lione nella finale di Champions League, era ancora vivo il ricordo della prima della storia, vinta nella stagione precedente. Per questa stagione stellare, la 29enne ha ricevuto il Pallone d’oro. I tifosi la stavano aspettando agli Europei con impazienza: Putellas era un’attrazione, si trattava di una competizione in cui sentiva di poter essere decisiva e dominare”.
The Athletic cita fonti vicine alla giocatrice [“hanno preferito rimanere anonime per preservare il loro rapporto con lei”] per riferire che “quello è stato di gran lunga il suo momento peggiore”.
Qualche mese fa, nelle mattine delle sveglie all’alba per la newsletter, avevo messo da parte una riflessione di Rory Smith uscita sul New York Times a proposito invece delle tedesche. Smith non si capacitava del fatto che “sotto ogni punto di vista il Wolfsburg è una superpotenza, una forza dominante a livello nazionale e una squadra competitva da lunga data a livello internazionale. Eppure le sue giocatrici sembrano aver interiorizzato l’idea di essere sempre sfavorite”. Giova ricordare che “Wolfsburg è una città industriale, la cui identità è legata alla Volkswagen, il principale datore di lavoro dei residenti”.
GLI ANNI CON IL 3
L’addio di Zoff al calcio
Era un commendatore da otto mesi, così scelse di uscire di scena nel giorno della Repubblica. Quarant’anni fa, Dino Zoff lasciò il campo d’allenamento a fine mattinata, poco prima delle 12, e disse al mondo che basta, era finita, che la porta, i guanti, la maglia nera della Juve e quella grigia della Nazionale non lo riguardavano più, erano il passato. Aveva visto le sue mani finire sulla copertina di Newsweek e su un francobollo disegnato da Guttuso. Aveva letto le critiche di chi lo raccontava vecchio nel 78 per un paio di gol al Mundial presi da lontano, e invece aveva vinto quello dopo, in Spagna, tenendo il pallone del colpo di testa di Oscar fermo sulla linea di gesso del Sarrià.
Il giorno prima era passato dallo studio di Boniperti, alle 11 del mattino, così aveva raccontato il Corriere della sera, per dirgli che si sentiva fuori, che non avrebbe giocato in Coppa Italia contro la Roma, meglio mandarci finalmente quel Bodini in campo, uno dei tanti numeri 12 costretti a una carriera da spettatore, a fargli da riserva – lui che non ne saltava mai una, né per infortunio, né per usura, né per malavoglia.
I giornali riferivano di un addio alla Juventus, non al calcio. “Zoff ha ovviamente svelato al presidente anche le sue future intenzioni ma su questo non sono trapelate indiscrezioni” scrisse Luciano Bertolani, mentre Enrico Heiman sulla Gazzetta faceva balenare l’ipotesi di un ritorno al Napoli oppure un accordo con il Milan.
Erano giorni così, di saluti e separazioni. Roberto Bettega aveva appena esordito con la sua nuova squadra dall’altra parte del mondo, i Toronto Blizzard, in un’amichevole contro il Nottingham Forest. La Juventus aveva perso da qualche giorno la finale di Coppa dei Campioni contro l’Amburgo, la partita del gol di Magath che aveva rotto il tifo di Unità Nazionale nato l’estate prima al Bernabéu. La squadra era stata contestata: andatevene tutti in Canada con Bettega, aveva gridato la folla all’aeroporto. Le folle sanno essere cattive.
Zoff stava vivendo meravigliosi giorni di tramonto. Aveva addirittura resistito alla disfatta della Nazionale italiana, appena qualche giorno dopo la finale di Atene, una sconfitta da campioni del mondo contro la Svezia, nella partita decisiva per andare agli Europei. La Gazzetta dello Sport aveva salvato soltanto lui nelle pagelle, chiedendo a Bearzot di rinnovare profondamente il resto della squadra, in vista del Mundial 86. Invece, la parata su Sandberg nel finale della partita sarebbe rimasta l’ultima della carriera.