L’ultima parata di Zoff

Era un commendatore da otto mesi, così scelse di uscire di scena nel giorno della Repubblica. Quarant’anni fa, Dino Zoff lasciò il campo d’allenamento a fine mattinata, poco prima delle 12, e disse al mondo che basta, era finita, che la porta, i guanti, la maglia nera della Juve e quella grigia della Nazionale non lo riguardavano più, erano il passato. Aveva visto le sue mani finire sulla copertina di Newsweek e su un francobollo disegnato da Guttuso. Aveva letto le critiche di chi lo raccontava vecchio nel 78 per un paio di gol al Mundial presi da lontano, e invece aveva vinto quello dopo, in Spagna, tenendo il pallone del colpo di testa di Oscar fermo sulla linea di gesso del Sarrià. 

Il giorno prima era passato dallo studio di Boniperti, alle 11 del mattino, così aveva raccontato il Corriere della sera, per dirgli che si sentiva fuori, che non avrebbe giocato in Coppa Italia contro la Roma, meglio mandarci finalmente quel Bodini in campo, uno dei tanti numeri 12 costretti a una carriera da spettatore, a fargli da riserva – lui che non ne saltava mai una, né per infortunio, né per usura, né per malavoglia. 

I giornali riferivano di un addio alla Juventus, non al calcio. Zoff ha ovviamente svelato al presidente anche le sue future intenzioni ma su questo non sono trapelate indiscrezioni scrisse Luciano Bertolani, mentre Enrico Heiman sulla Gazzetta faceva balenare l’ipotesi di un ritorno al Napoli oppure un accordo con il Milan.

Erano giorni così, di saluti e separazioni. Roberto Bettega aveva appena esordito con la sua nuova squadra dall’altra parte del mondo, i Toronto Blizzard, in un’amichevole contro il Nottingham Forest. La Juventus aveva perso da qualche giorno la finale di Coppa dei Campioni contro l’Amburgo, la partita del gol di Magath che aveva rotto il tifo di Unità Nazionale nato l’estate prima al Bernabéu. La squadra era stata contestata: andatevene tutti in Canada con Bettega, aveva gridato la folla all’aeroporto. Le folle sanno essere cattive. 

Zoff stava vivendo meravigliosi giorni di tramonto. Aveva addirittura resistito alla disfatta della Nazionale italiana, appena qualche giorno dopo la finale di Atene, una sconfitta da campioni del mondo contro la Svezia, nella partita decisiva per andare agli Europei. La Gazzetta dello Sport aveva salvato soltanto lui nelle pagelle, chiedendo a Bearzot di rinnovare profondamente il resto della squadra, in vista del Mundial 86.  Invece, la parata su Sandberg nel finale della partita sarebbe rimasta l’ultima della carriera. 

 

 

Bruno Perucca scrisse su La Stampa: La sensazione che Zoff volesse chiudere la sua favolosa carriera (non la certezza, tutti sapevamo quanto è forte la sua passione per lo sport) l’abbiamo avuta domenica alle 19,40, a Goteborg. Mentre il sole bucava le nubi e Illuminava lo stadio Ullevi, la «punta» svedese Sandberg cercava il terzo gol con una botta da appena fuori area. Mancavano cinque minuti alla fine del match. Su quella palla forte, ben piazzata ma non troppo maligna, Dino volava sulla sua sinistra offrendo il meglio da parte di un portiere. Il massimo dello stile, della eleganza, la presa sulla sfera con assoluta sicurezza, la caduta in perfetta coordinazione. Era il suggello di una partita giocata al sommo del rendimento (assolutamente imparabili i due gol subiti), ma anche un intervento con apparenti concessioni all’esibizionismo, un «peccato veniale» In cui Zoff è mai caduto. Ci è parso In realta come un saluto, una certamente non necessaria ma comunque splendida conferma di qualità, di classe. «Dino, non ce n’era bisogno…» abbiamo pensato in quel momento. Una parata-simbolo”.

Se ne andava con un gesto in senso contrario al suo percorso. Zoff se ne andava da anti-Zoff. Per essere tutto, per essere sé stesso e anche il suo risvolto. 

 

 

Bruno Panzera su l’Unità lo chiamò monumento. Ma un monumento con dentro un’anima, l’anima forte e pulita dello schietto contadino friulano che si è sempre onorato d’essere. Ventidue anni senza mai una diserzione, un no che potesse in qualche modo contraddire, magari anche il più comprensibile e il più giustificabile, l’incrinabilità del suo carattere, la forza della sua volontà. Nemmeno a Goteborg, dopo la tremenda batosta di Atene, un traguardo che si era intimamente riscaldato in seno come ultima gemma della sua splendida carriera, come prestigioso chiodo cui appendere idealmente i suoi guanti ormai lisi da tante e tante sofferte e vinte battaglie, seppe e volle dire di no. Sarebbe stata una fuga senza gloria. Una fuga, deve aver pensato, che un giorno suo figlio, cresciuto ed educato alle stesse leggi ferree del padre, avrebbe potuto rimproverargli. Aveva, ìn più, da dimostrare che Zoff era ancora Zoff. Perché se non lo fosse stato, lui per primo se ne sarebbe da tempo accorto e, senza clamori, avrebbe tolto il disturbo. Puntuale, s’è visto, la conferma. Un pugno nello stomaco per chi ne aveva dubitato; una grossa soddisfazione per lui, che si toglie di dentro una spina e resta ìn pace con la coscienza.

Sulla Gazzetta dello sport, il direttore Candido Cannavò disse: Ci siamo accorti già da un pezzo – forse dal giorno in cui Zoff festeggiò in campo i suoi 40 anni – che questo friulano timido e introverso, pieno di pudori e di silenzi, con una vita e una carriera senza svolte, senza pettegolezzi e senza clamori, è il personaggio più solido e convincente del nostro calcio a livello mondiale. Campioni più fascinosi, più eleganti, più controversi e anche più bravi di lui sono fioriti e tramontati sotto gli occhi di Zoff. Decine di portieri che gli sono stati alle spalle hanno visto sfumare le loro speranze di successione. E, rassegnati, hanno finito con l’ammirarlo. Si direbbe che il nostro Dino abbia esplorato – come pochissimi altri campioni una nuova fisiologia atletico- sportiva, consegnando al mondo un esempio che non potrà essere cancellato.

Zoff è stato serio e coerente con se stesso sino in fondo. In un mondo in cui un personaggio di grande impatto popolare può commerciare persino la propria intimità, anche la notizia dell’addio di Zoff avrebbe avuto un prezzo. Dino l’ha maturata in se stesso, poi ha dato un appuntamento a tutti quanti fossero interessati a sapere quale sarebbe stato il suo futuro. E ieri ha detto quel che doveva dire, in tutta tranquillità, con il solito terrore per l’enfasi e per la retorica. Tra le tante doti, ne va sottolineata una, la più semplice, quella che ci porta alle radici del personaggio: una persona seria”.

Quando uscì dallo spogliatoio alla fine dell’allenamento del 2 giugno 83, le sue ultime parole da calciatore ai giornalisti furono: «Andiamo dentro, facciamo presto».

E poi cominciò a parlare da ex. 

 

La conferenza stampa dell’addio

➣  Da quanto tempo pensava a questo momento?

«Vagamente da parecchio, intensamente soltanto da una decina di giorni. Dopo il Mundial per la prima volta mi venne in mente di dire basta. Poi il campionato, il miraggio della Coppa dei Campioni mi hanno spinto a tener duro. Non me ne pento».

➣  A Goteborg, domenica scorsa, lei è stato grande protagonista…

«Quella partita ha dimostrato che la mia macchina è ancora a posto, ma nella mia decisione ha avuto il suo peso. Ho cancellato cosi le critiche rimediate ad Atene»..

➣  Cosa farà adesso?

«Ho giocato come un pazzo per vent’anni, francamente non ci ho pensato. Vorrei restare nel mondo del calcio, speriamo che arrivi qualche offerta»..

➣  Come ha reagito la Juventus?

«Ho subito informato Boniperti che ha preso atto della mia scelta. Il presidente mi ha lasciato capire che la porta della Juve per me è sempre aperta.».

➣  Bearzot ha recentemente manifestato il desiderio di averla tra i suoi collaboratori. Che ne pensa?

«Per ora ho pensato soltanto a giocare, vedremo in seguito. Sarebbe comunque bello lavorare in azzurro.».

➣  Ha ricevuto offerte da altre società?

«No, ma non le avrei accettate»..

➣  Quanto è stata sofferta la sua decisione?

«È stato tutto terribile, ma questo momento prima o poi doveva arrivare. Lo ammetto: mi sono fatto violenza».

➣  Giocherà ancora fino alla fine della stagione?

«Non vorrei più scendere in campo, ma sono comunque a disposizione della Juventus fino al 30 di giugno. Mi sembra giusto però dare a Bodini la possibilità di giocarsi le sue chances»..

➣  Qual è stato il momento più bello 

«La vittoria in Spagna».

➣  Quello più brutto?

«Non le critiche, ma qualche vigliaccata che ho ricevuto da qualche giornalista. Molti di voi con me non sono stati corretti».

➣  Ha faticato parecchio per mantenersi sempre ad alto livello?

«Fisicamente no. Ho faticato invece molto per mantenere un certo equilibrio mentale».

Con Zoff che lascia il calcio si chiude un’epoca?

“«Sono appartenuto a diverse epoche».

È vero che domenica scorsa a Goteborg ha pianto?

«Quasi. È stato un pianto di amarezza, non di rabbia, perché ho intuito che sarebbe stata quella la mia ultima partita».

➣  Cosa le mancherà di più adesso che ha detto basta?

«Non so, forse il profumo dell’erba».

➣  La famiglia ha condizio- nato la sua scelta?

-«No. Sono io semmai che ho creato qualche problema alla mia famiglia.».

➣  Ci sarà la partita di addio anche per Zoff?

-«Per carità, finiamola qui. Correrei il rischio di fare come Beckenbauer che ne ha fatte tre o quattro».

➣  Quanto hanno influito sul- la sua decisione le critiche che recentemente le sono piovute addosso?

-«Nell’intimo, forse, hanno avuto il loro peso, ma mi hanno anche fatto capire cosa vuol dire avere 41 anni e un passato come il mio».

➣  E le voci di questi ultimi tempi sulla Juventus alla ricer- ca di un portiere l’hanno ama- reggiata?

«Come sopra: mi hanno fatto capire i miei 41 anni a dispetto di una condizione fisica che ritengo ancora eccellente..».

➣  Anche lei scriverà un libro?

«Ho un mezzo impegno che risale a sei mesi fa e mi piacerebbe non onorarlo. Spero di riuscirci perché un libro ora non avrebbe più senso».

➣  Le mancheranno anche i giornalisti?

«Sono buono, alla fine dimentico e perdono tutto anche se qualcuno di voi lo ricorderò»…

➣  Zoff, ora sta piangendo?

«Non facciamola troppo patetica».

[tratta dal resoconto di Luciano Bertolani sul Corriere della sera]

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