Ripubblichiamo da Slalom del 1° maggio 2022 l’intervista fatta a Carlo Ancelotti dal nostro nume tutelare, Orson Welles. Un taglia e cuci di parole già sentite in altri tempi. Le risposte di Ancelotti sono originali, alla lettera, testuali, date in altre interviste. Le domande di Orson Welles sono cambiate.
Io come Antonino ho per mia patria Roma, ma come uomo ho il mondo
Marco Aurelio
DI ORSON WELLES
Ho fatto un viaggio di sei ore in macchina per incontrare Carlo Ancelotti. Per vedere da vicino com’è fatto questo signore che ha vinto nel pallone in cinque nazioni differenti. Lo sento ripetere da tutti, in queste ore. La cosa che più mi impressiona è che ha vinto ovunque, ma una sola volta e basta. Deve significare qualcosa. Mi pare il segno di una inquietudine segreta, poco manifesta, repressa sotto la maschera di uomo placido. Il tratto di una bulimia di vita. Gli dico che mi rivedo. In Francia mi hanno dato la Palma d’Oro a Cannes per l’Otello, in Italia il Leone d’oro di Venezia alla carriera dopo un film con il grande Totò, in Germania ho vinto il festival di Monaco, in Inghilterra mi hanno candidato al Bafta e la mia Spagna è il Don Quixote incompiuto.
Ancelotti mi ascolta e fa finta di esserne colpito. Anche la sua vita sentimentale è stata inquieta quanto la mia. Sono venuto dall’Andalusia a Madrid per saperne di più. Gli chiedo del tabacco, mi offre un chewing gum. Non ne mastico uno da anni.
► Una volta ho incontrato un giocatore di football. Ma era football americano. Io sono nato nel Wisconsin. Il calcio non è della mia terra. Lei invece cosa sa del cinema?
«Sono un fan del cinema americano. Anche nel mio lavoro mi è capitato di usare film di Hollywood per motivare i giocatori. Prima della finale di Champions del 2003, ho preparato un video col discorso di Al Pacino in Ogni maledetta domenica. È stato un momento molto emozionante. E poi abbiamo vinto. È possibile paragonare il mio lavoro a quello di un regista. Anche l’allenatore lavora con una squadra, alla quale deve chiarire le proprie idee».
► Vedo che adesso c’è una docuserie su chiunque e una docufiction per tutto. Quasi quasi ne produco una su di lei.
«Per carità! Se proprio dovesse succedere, diciamo che mi piacerebbe lo girasse Roberto Benigni – adoro La vita è bella – con Robert De Niro, il mio attore preferito, nei miei panni».
► Sa che ci unisce un’altra cosa? Io ho recitato per Pasolini nell’episodio La Ricotta in Rogopag, lei ci ha giocato contro a pallone. Quando lei si intrufolò nella troupe di Bernardo Bertolucci sul set di Novecento e sfidaste Pier Paolo che girava Salò con i suoi. Possibile che non se ne sia accorto?
«Non la bevve. Si accorse subito che non tutto era regolare, ma aveva talmente tanta voglia di giocare che passò sopra a quella bugia. Loro, la squadra di Pasolini, intendo, erano bellissimi nelle divise rossoblù fiammanti. Lui portava la fascia di capitano al braccio sinistro. Aveva la faccia scura, anche perché si era fatto male. Mi pare che gli avessero fatto un brutto fallo e che zoppicasse. Il sabato giocai con la squadra Allievi del Parma e al termine della partita il cavalier Pedraneschi, che era il padre dell’ex presidente Giorgio, venne da me e mi disse che sarebbe passato a prendermi, la mattina dopo, perché c’era una cosa da fare in Cittadella. Chiesi che cosa fosse. Mi spiegò della sfida tra Bertolucci e Pasolini, ma io non sapevo nemmeno chi fossero. Risposi che andava bene. “Alle otto e mezzo davanti al portone del convitto” mi fece».
► Lei è consapevole di aver commesso un illecito cinematografico?
«Noi, grazie a me e al mio compagno delle giovanili del Parma, avevamo una marcia in più. Normale. Vincemmo e Bertolucci venne a ringraziarci perché il nostro contributo era stato determinante. Quando fummo premiati con la coppa quelli della squadra avversaria, cioè quelli di Pasolini, erano già spariti. Saranno stati arrabbiati, non so».
► È stato il giorno più bello della sua vita emiliana, immagino.
«Il giorno più bello era quando si ammazzava il maiale. Mio padre Giuseppe faceva il mezzadro. Un terreno di 23 biolche mantovane, circa 8 ettari: grano, mais, vigna, barbabietole da zucchero, 10 mucche da latte, un po’ di galline. Un trattore Fiat 21 cavalli, una falciatrice, se mancava un attrezzo lo si scambiava, tra contadini. Ricordo come fosse oggi quando arrivava il padrone. Davanti al mucchio di grano tracciava una riga col bastone: questo è mio, questo è tuo, diceva a mio padre. Queste sono mie, e prendeva regolarmente le galline più belle e grasse, e queste sono tue. Io andavo in bici, a 13 anni ho vinto i Giochi della Gioventù, a 12 mi sono rotto un braccio andando a sbattere contro il camioncino di un ambulante, ma mi piaceva di più il pallone. Mi chiamo Carlo Erminio, come mio nonno. In via Vallicella, a Reggiolo, stavo da dio».
► Dove si trova? Vicino a quella città di Parma famosa per il formaggio?
«Il formaggio è nato in provincia di Reggio e, a essere pignoli, dovrebbe chiamarsi Reggiano-Parmigiano. I parmigiani si ritengono i più furbi, e a volte lo sono pure. Ci hanno messo sopra il cappello. Si va sulla luna ma i parmigiani continuano a sfottere i reggiani dicendo che hanno la testa quadra. A Parma, che tanti vedono come un’isola felice, non c’è mai stato feeling né con la società né con la città. Non mi hanno mai apprezzato. Mi sentivo a disagio. Reggiolo è nella Bassa, vicino a Gualtieri, che almeno è famosa per Ligabue. Dopo le medie avrei voluto studiare Agraria, invece mi ritrovo a scuola di elettronica, che non mi piaceva. Ma ho seguito la maggioranza dei miei amici, l’ho fatto per la compagnia. Loro non volevano restare contadini, di qui la scelta. Morale: mi ritrovo perito elettrotecnico e non me ne po’ fregà de meno».
► Milano, Londra, Parigi, Madrid, München. Ha trovato alla fine il posto della sua vita?
«Io mi sento emiliano, mi piace mantenere questa filosofia legata alla terra e non alla grande città. A Roma mi sono trovato benissimo, è una città meravigliosa, si fa amicizia facilmente, c’è più calore non solo nell’aria. Milano è più chiusa di Roma, Torino è più chiusa di Milano, fuori dal campo a Torino non ho un amico. A Roma ne ho molti, quello che sento più spesso è Bruno Conti. A Milano ci vado il meno possibile e quando capito in ristoranti assurdi, pieni di gente finta, mi verrebbe da scappare. Per comodità, da giocatore abitavo a Legnano, da allenatore a Gallarate».
► Nella mia America non ci va mai? Conosco un posticino nel Far West, dove Charlie Briggs sminuzza la migliore carne di manzo della prateria.
«Sono stato due mesi in Canada, tra Vancouver, città meravigliosa, piena di verde anche in centro, comoda da girare in bici, e i parchi nazionali. In Canada la gente non è formale, non guarda a come ti vesti. Una volta ho incontrato un orso. Lo sa come ci si deve regolare con un orso? Non bisogna correre, perché l’orso è più veloce dell’uomo, né salire su un albero perché l’orso s’arrampica, né buttarsi in acqua perché l’orso sa nuotare. Bisogna indietreggiare a piccoli passi».
► Lei indietreggia spesso nella vita?
«Prima ero attaccato al 4-4-2 come Linus alla coperta. Ma ero più giovane e sacchiano. Con Sacchi avevo raccolto enormi soddisfazioni, avevo paura di cambiare. Ho rifiutato Roberto Baggio perché, trequartista, non rientrava negli schemi. Discorso quasi uguale per Zola, messo in concorrenza con Crespo e Chiesa. Oggi non farei partire Zola e a Baggio direi: ti aspetto. Col tempo si acquistano più conoscenze. Alla Juve ho trovato Zidane e non ho ripetuto gli errori di Parma. Al Milan ho studiato il modo di far coesistere Pirlo, Seedorf, Rui Costa e Rivaldo».
► Non mi parli di calcio, la prego. Mi dica di questo suo inglese, così… non so dire. Come ha imparato?
«Mi è servita molto la settimana di corso che ho fatto in Olanda. Ho ancora qualche difficoltà nel capire, soprattutto gli inglesi. Però mi faccio capire. Hanno detto che sono stato a studiare in un convento di suore vicino Eindhoven. Non è vero. Era una scuola normale, otto ore al giorno con insegnanti diversi. A Milanello un giorno c’era Beckham sul lettino, stava facendo un massaggio. Era appisolato, allora mi è venuta la frase in inglese, che ha fatto ridere tutti: Who sleep don’t take the fish, chi dorme non piglia pesci».
► Come sono cambiati i calciatori?
«Quando la Roma giocava a Milano e a Torino, si partiva mercoledì a mezzanotte in vagone letto da Termini. Siccome per Nils Liedholm era impossibile tirare mezzanotte, alle dieci di sera andava al Tiburtino, dove formavano il treno, e si metteva a cuccia. Tre giorni e rotti in ritiro all’Astoria di Busto Arsizio. Ci divertivamo da matti, giocando a carte, sparando cazzate. Oggi, dopo cena i giocatori spariscono tutti, ognuno in camera sua. iPod, PlayStation, pc, cellulari. Non l’ideale, per fare gruppo. Ma il tempo passa per tutti».
► Chi è il più matto che lei abbia mai incontrato?
«Ballack è un po’ fuori di testa. Un giorno mi ha raccontato che al suo matrimonio c’era anche Elton John. E io: addirittura, è un tuo amico? No, l’ho ingaggiato io. Capito? Ha pagato Elton John per suonare al suo matrimonio…».
► Lei canta?
«Al Chelsea c’era un’usanza: il nuovo arrivato doveva cantare una canzone. Il cuoco è un buon chitarrista, il fisioterapista ha una voce alla Sinatra».
► E lei cos’ha cantato?
«La società dei magnaccioni».
► Credo di averla sentita una volta da Stracci – come si chiamava: Mario Cipriani. O forse era Laura Betti. Mi dica come ha mangiato a Napoli? Totò mi fece conoscere un grande attore di teatro, Eduardo, e mi parlava di una pizzeria, il Trianon, se non sbaglio.
«Napoli è la città più bella del mondo dove andare in vacanza. Allenavo nel pomeriggio e poi prendevo una barca per andare a cenare a Capri. Sono andato a Napoli perché, dopo nove anni all’estero, avevo voglia di tornare in Italia e Napoli mi sembrava una piazza interessante. Diciamo che non è finita bene, ma è stata una buona esperienza. De Laurentiis ha detto: “Ho pensato di cambiare”, io gli ho detto “Sei sicuro?”, lui mi ha detto “Sì”, allora io ho detto: “Ok, allora cerco un’altra squadra”».
► Ho scoperto che Dino era suo zio. Se ne rende conto? Il nipote dell’uomo che ha prodotto La Strada e Riso Amaro, ha cacciato lei e ha preso il suo miglior amico. Non è meraviglioso? Lo adoro. Io adoro quelli che si sputtanano. Sa cosa dicevo agli allievi di sceneggiatura? Se vuoi un lieto fine, dipende da dove interrompi la tua storia. Avrei dovuto avvertire anche lei.
«Rino era come un fratello, anche se io ero il suo allenatore. Gli ho confidato cose che non ho mai detto a nessun altro. Vivere a Napoli è una delle più belle cose che possano capitare. Mi dà fastidio che, quando le cose non vanno bene, mi dicano “Ah, bisogna usare la frusta, sei troppo buono, sei troppo gentile e accomodante coi giocatori!”. Ma dico: i dirigenti al mondo non conoscono come alleno? Non mi puoi prendere e poi dirmi di cambiare il mio modo non solo di allenare: il mio modo di essere. Perché io sono così, e così sono arrivati i successi. Se tu mi dici “Devi usare la frusta!”, è sbagliato, è sbagliato».
► Suo padre è stato severo con lei? Il mio una volta mi disse che l’arte di ricevere un complimento è, tra tutte le cose, il segno di un uomo civile. Morì poco dopo, lasciando la mia educazione in questa importante materia tristemente incompleta.
«Ha lavorato una vita, si è spaccato la schiena in campagna. Papà non mi ha mai sgridato e non mi ha mai picchiato. È la verità, nemmeno una volta. E io ero vivace… Non sapeva dove picchiarmi, per lui ero tutto buono. Ero un balocco di carne. Delegava mia madre e diceva: “Picchialo tu, dove prendi prendi”. Ci sono due modi per convincere le persone: la persuasione e la percussione.. Io sono per la persuasione. Il cavallo salta l’ostacolo sia con la carota sia con la frusta. Il problema è dopo: se ti capita di passargli dietro. Io ho sempre avuto attorno persone pacate, mio padre, Liedholm, il mio carattere nasce lì. Non posso essere autoritario se non sono capace: devo essere credibile».
► Lei allora non è severo mai?
«Sono dei Gemelli e quelli del mio segno hanno doppia personalità. Ci sono rimproveri che vanno fatti a livello di squadra, altri individualmente, ma mai in pubblico. Io non lo faccio. Nella gestione dello spogliatoio è un atteggiamento che nuoce all’armonia. Quando sento dire che sono troppo buono con i giocatori, che sono ancora troppo giocatore, per cui li rispetto troppo, non mi arrabbio mai abbastanza. Mi dà fastidio perché è un cumulo di cose sbagliate e soprattutto non vere. È vero che ho un ottimo rapporto con i miei giocatori; è vero che li rispetto, ma rispettare non significa subire. E sono sempre stato molto rispettato dai giocatori nonostante con qualcuno avessi giocato anche insieme. È umiliante doversi difendere da sciocchezze del genere. Come se fosse obbligatorio dire sempre parolacce per essere credibili e vincenti. Sono stupidaggini vere. Il dialogo per me è fondamentale. Parlo con i giocatori, con i giornalisti, con i dirigenti. E imparo. Pensate se non avessi ascoltato Andrea Pirlo quando mi proponeva di giocare da regista».
► Chi era il suo idolo da giovane? Mazzola o Rivera?
«Eugenio Ghiozzi, che poi sarebbe Gene Gnocchi. Un 10 molto lento ma con una tecnica da brividi. Era famoso, nella Bassa. E poi bisogna dire che a quei tempi il calcio lo si ascoltava alla radio e c’era uno spezzone di partita, una sola, in tv. Mio padre tifava per la Fiorentina, non si sa perché, ma poi non ha avuto problemi a diventare di volta in volta tifoso del Parma, della Roma, del Milan, del Parma di nuovo, della Juve, di nuovo del Milan. Io stravedevo per Mazzola e Boninsegna, ero interista. Ricordo di avergli rotto le scatole per settimane perché mi portasse a vedere l’Inter. Il posto più comodo era Mantova. Doveva essere il ’71, so che c’era Boninsegna. Arriviamo lì, tutto esaurito. Cancelli chiusi. Mi metto a piangere a dirotto fuori dal cancello, in genere funziona, ma lì c’era uno duro, mica facile intenerirlo. Ha resistito un tempo, l’Inter era sotto di un gol. Poi mi ha detto dàì, passa. L’ Inter ha vinto 6-1»
► Mi dica la cosa più difficile del suo lavoro.
«La gestione degli uomini è la parte più delicata. Le statistiche e la tecnologia non rappresentano un problema, anzi. Analizzare gli allenamenti di squadre di paesi lontani è interessante. Contribuisce all’evoluzione del calcio. Fino a pochi anni fa la costruzione dal basso era impensabile. Adesso si gioca davvero in undici, anche se a mio avviso, quando il portiere tocca il pallone più volte di un centrocampista, qualcosa non quadra. Secondo me il progresso è regresso. Adesso tutte le squadre cercano di giocare a calcio, anche le piccole, che va bene, ma si perde un po’ di combattività e applicazione in difesa. Non c’è una sola verità. Non c’è un’Università del calcio, non è che prendi la laurea. I campionati li ha vinti chi ha giocato a uomo, chi ha fatto il possesso palla, chi ha fatto il contropiede, chi non faceva ritiro, chi lo faceva. I dati si possono guardare in mille modi. Mourinho penso che sia molto bravo, uno dei più bravi al mondo. Intanto, ha sempre i giocatori dalla sua parte e questo significa qualcosa. Poi, niente voli. Lui è pratico, realistico, mira solo al risultato. È il massimo del calcio terra-terra».
► Mi sembra pronto per fare il presidente.
«Presidente, mai. Perché è quello che tira fuori i soldi».
► Ancelotti, adesso ne ho la certezza. Siamo uguali. Lei è un irrequieto. Altro che uomo calmo. Mi dica come fa a tenere nascosto tutto le stress che la divora.
«L’attenzione va spostata sugli altri, non su se stessi. Ho letto che il 90% degli americani tra i 15 e i 21 anni soffre di stress. E il motivo è che c’è un eccesso di egocentrismo. La medicina è una sola: se siete stressati siate più altruisti».
➔ fonti | Le domande originali sono state poste tra 2009 e 2022 da Laura Bandinelli, Stefano Boldrini Alberto Costa, Emanuele Giusto, Linus, Alberto Mattioli, Gianni Perrelli, Arianna Ravelli, Andrea Schianchi, Monica Scozzafava, Beppe Severgnini, Ivan Zazzaroni, per Corriere della sera, Corriere dello sport-stadio, l’Espresso, la Gazzetta dello sport, il Messaggero, Radio Dee Jay, la Repubblica, la Stampa, Die Welt
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