ESCLUSIVA
▻ L’intervista di Orson Welles è per definizione un montaggio. Un taglia e cuci di parole già mormorate in altri tempi e conservate negli archivi. Le risposte sono quelle date in origine, alla lettera, testuali. Le domande – beh, le domande sono cambiate.
DI ORSON WELLES
➣ Mi scusi, Sofia, lei parla inglese? «A little bit».
➣ Confesso che prima di vederla l’altra notte, non avevo mai sentito parlare di lei. Ma Lo Slalom mi ha chiesto di farle questa intervista e mi sono informato.
«Io e lo slalom non siamo tanto amici. Ci siamo incontrati, ci siamo stretti la mano e ci siamo detti che lo lascio a chi lo sa fare. Io potrei disputare quello della saga della polenta taragna».
➣ Sofia, chiariamo. Lei non ce l’ha con questa povera newsletter. Lei intende lo slalom speciale?
«Dire speciale ormai è proprio arcaico. Anche i miei genitori lo dicono: – Hai fatto lo speciale? No, si dice slalom. Lo slalom richiede più passaggi, più automatismi».
➣ I suoi genitori mi incuriosiscono. Mi parli di loro. Sciano? Lei da dove viene fuori così impetuosa?
«Nessuno in casa aveva la fissazione. Mio padre ingegnere, mia madre laureata in lettere e insegnante. Quando ho dovuto fare la maturità da privatista m’ha fatto un culo pazzesco su Leopardi. Mio fratello più grande sciava, ma teneva anche alla sua laurea in ingegneria biomedica. Mi hanno chiamata Sofia pensando alla sapienza. E invece… Mia mamma si perderebbe nei libri di latino e di Dostoevskij. Mio papà va al bar, nota un ragazzo a un tavolo e ne fa il ritratto sul suo taccuino dimenticandosi di ordinare il caffè. Mio fratello, ingegnere meccanico, vive nel suo mondo di numeri».
➣ Ne sta parlando con enfasi. Lei non ha studiato?
«Mi portavo dietro i libri e chiedevo gli appunti ai compagni. Ho trascorso il tempo a leggere, scrivere e ripassare tra gare e allenamenti. Un’ottimizzazione perfetta. Ho fatto l’esame di stato da privatista e sono uscita con 83/100. Mi sono iscritta all’Università, alla facoltà di Scienze politiche, ma non riesco a dare esami».
➣ E sua madre non le dice niente?
«Sognava una bambina con le treccine bionde e gli occhi azzurri, io mi tagliavo i capelli per giocare a calcetto nell’intervallo, a scuola. Pensava fosse meglio per la mia felicità una vita più tranquilla. Mi ha preoccupato più quando alla vigilia di Soelden mi ha detto: scia centrale, bella fluida. Ma sono più simile a mio padre, che non ha nulla dell’animo precisino e inquadrato degli ingegneri: dipinge, è un fantasioso, un creativo. Io mi specchio nei suoi occhi. In giro con lui in montagna ricordo grandi lezioni di vita».
➣ Era a Bergamo quando è iniziata la pandemia?
«Guardi, ero andata alle Maldive e sono tornata quando c’era il lockdown, non l’avevo detto a nessuno perché non mi andava di far sapere che in quel periodo ero al mare mentre Bergamo era chiusa. Non è stato facile. Per strada c’era una tensione che si tagliava con il coltello. C’è stato un momento in cui noi bergamaschi abbiamo pensato che l’unica cosa importante fosse salvare la pelle, sopravvivere. Da casa mia, che è abbastanza isolata, sentivo solo le ambulanze. Ora è tornata la luce».
➣ Lei si sente una ragazza di città o una ragazza di montagna?
«Sempre fuori posto. In montagna mi sento un’aliena, in città mi danno della rozza. Perché non uso mettere i tacchi e lo faccio solo se è proprio necessario, non mi metto in tiro per uscire con gli amici e anzi, se posso, rimango volentieri a casa a leggere. I ragazzi della mia età non sono come me».
➣ Perché, lei com’è?
«Ho lo spirito montanaro, con una vena letteraria. Un po’ nostalgica, come le storie alla Thomas Hardy, quelle che non si concretizzano. E melanconica. Mi piace tanto rileggere i classici, vado matta per la letteratura romantica inglese di fine Ottocento. Thomas Hardy e John Keats sono una cosa incredibile. Quando sono stata a Roma nel 2011, sono andata subito sulla tomba di Keats a leggergli una sua poesia che amavo dai tempi del liceo. Ma vado pure a ritroso per gustarmi Shakespeare. Quando leggo, entro in un’altra dimensione».
➣ Dio mio, e Conrad no? Conrad non le piace? Mi stia a sentire, ogni storia di Conrad è un film. Non c’è mai stato un film vero da Conrad, per la semplice ragione che nessuno l’ha mai fatto com’è scritto. Lei non ha mai sentito di avere un cuore di tenebra?
«Dopo l’infortunio del 2013 ho lavorato sodo per tornare, ho sciato tutta l’estate. Poi quando era ora di cominciare, nelle gare di velocità a Lake Louise, ho dovuto rinunciare per l’influenza. Poi si è complicato tutto, in gara in Val d’Isere volevo fermarmi. Sono arrivata in fondo ma dal dolore alle ginocchia non riuscivo a fare nemmeno un passo. A Natale ha cominciato a farmi male di nuovo il ginocchio sinistro, avevo una contusione ossea a femore e tibia. Ci ho impiegato 5 mesi a star bene. Ho vissuto cinque mesi di depressione e paura, a casa a far niente, ho pensato di ritirarmi. Non volevo più sciare, è stata dura, una crisi esistenziale. Non pensavo potesse succedere a una come me. Sono stata lì lì per smettere. Non mi ricordo nemmeno che cosa ho fatto in quel periodo, sono stata in palestra, sono andata in Germania per curarmi, camminavo con il mio cane, per me resta un buco nero».
➣ Se noi cerchiamo qualcosa, il labirinto è il posto più adatto alla ricerca. Che cosa l’ha spinta a tornare?
«Mi sono chiesta: ma io questa cosa per chi la faccio? Per me, era la risposta. Ci voglio provare fino in fondo».
➣ Sa di che cosa mi sto accorgendo? Lei fa uno sport perfetto per la definizione che una volta ho dato di me stesso: – Ho cominciato dalla cima e mi sono fatto strada verso il fondo. A che cosa pensa quando scia?
«Pensare ingombra gli sci. Quando scendo, io devo essere vuota. Quando penso a una curva di discesa libera o di SuperG, la vivo nella mente come se stessi facendola adesso: la punta dello sci che morde la neve, io che do pressione allo scarpone, lo scarpone che dà energia allo sci, lo sci che si tende, io che riesco a far entrare lo sci, a creare la velocità e tenere il mio corpo che si muove. È per questo che faccio quello che faccio, per riprovare questa sensazione bellissima di libertà che mi fa venire i brividi soltanto a parlarne»
➣ Uno scrittore ha bisogno di una penna, un pittore di una brughiera, un regista di una guerra. Lei pare che abbia sempre bisogno di brividi. Qual è la prima volta che ha avuto paura sulla neve?
«Ero a Foppolo, vicino a Bergamo, e avrò avuto sei anni. Volevo dimostrare al mio maestro che ero brava ad andare da sola su quella seggiovia a quattro posti. Solo che mi sono trovata ultima della fila con tre adulti. Quando si sono seduti, con il loro peso hanno fatto inclinare la seggiovia che per me era diventata troppo alta. Ho provato a salire lo stesso ma quando hanno abbassato la sbarra sono scivolata rimanendo appesa al poggiapiedi. Mi hanno tirata giù con la scala».
➣ La invidio, sa? Io quando penso a Hollywood, mi pare un quartiere dorato adatto ai giocatori di golf, ai giardinieri, a vari tipi di uomini mediocri. Lei con il suo sci è in pace. Che cos’è la discesa libera?
«È un confronto di anime. Più conosco lei più conosco me stessa. È come uno specchio introspettivo. A Lake Louise mi capita moltissimo, specie su quel salto dove mi sono infortunata. Se va bene lì, so che va bene tutto. Cortina me la sento dentro. C’è tutto: i salti nel vuoto, lo schuss, il piano, i dossi. È simile alla vita e al mio animo, che non è assolutamente piatto, ma pieno di linee sinuose e altre no».
➣ Ho sempre trovato insopportabili tre cose: il caffè freddo, lo champagne caldo e le donne su di giri. Lei che donna è diventata alle soglie dei trent’anni?
«Quella che da bambina dipingeva acquerelli tipo Chagall, dormiva con gli sci accanto al letto, sale alle sei in montagna e di quel silenzio gode, quella che ha la bocca storta in un ghigno e l’erre moscia come marchio, una che lasciava e lascia la stanza come fosse passato Attila. Io sono il caos che cerca l’equilibrio ma che non può fare a meno di vivere costantemente nei picchi. Quella che non accetta la propria negligenza nel non usare gli strumenti che possiede ma che solo negli sbalzi capisce se stessa. Insomma, la mia indole è incasinata. Sono una persona difficilissima, esigente nei gusti. Da un lato tutto questo è un privilegio e dall’altro una condanna. Non mi sento sazia mai. Quando una giornalista lo chiese a Winston Churchill, lui rispose: sì che mi accontento. Solo del meglio».
➣ E come reagisce a questa condanna?
«Mi sto facendo un guscio nuovo, come fa l’aragosta quando cresce e deve liberarsi di quello vecchio che le sta stretto e le provoca dolore. Medito, leggo e stacco il telefonino. I WhatsApp sono invasivi, non ti danno tregua e ti fanno vivere fuori dalla realtà, lontana da te stessa. Una rovina. Ne ricevo troppi, non riesco a stare dietro a tutto. E poi tolgono tempo ai pensieri e alla lettura. Ora mi sono organizzata e faccio le chiamate solo in viaggio. Ho deciso di lasciare da parte lo smartphone e di rimettermi l’orologio al polso. Nella vita devi crescere. Ho dato troppo spazio all’atleta lasciando da parte me stessa».
➣ Mi perdoni ma devo proprio dirglielo. Come ha fatto a perdere da una svizzera? In Italia, sotto i Borgia, avete avuto trent’anni di guerre, terrori, assassinii, massacri e avete prodotto Michelangelo, Leonardo, il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace, di democrazia e cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù.
«Ho avuto un momento in cui, invece di essere blasfema e scagliarmi contro il cielo, ho detto “se questo è il mio disegno lo accetto” e alla fine questa sorte di fede o di rassegnazione mista a una sorta di serenità mi ha aiutato molto».
➣ Lei ha detto di preciso: “Se questo è il piano di Dio per me, lo accetto”. Non me ne voglia. Io in genere non prego Dio per non annoiarlo. Mi dica un posto dove invece troverei il silenzio giusto per accennargli un paio di cose.
«Nella mia baita in valle d’Aosta. Lasciata l’auto, la raggiungi solo a piedi con un’ora e un quarto di cammino, se hai un buon passo però. Non c’è elettricità. Niente doccia, ci si lava nel torrente. Nessuna connessione internet. Per questo riesco a staccare dalle cose che alla fine si rivelano non essere poi così essenziali. È un po’ come se tornassi bimba».
➣ A parte la sua baita, qual è il posto più bello che ha visto? Il viaggio più bello, intendo.
«Un mese tra Bolivia, Argentina e Ande, lontano in tutti i sensi. Mi sono ritrovata sballottata: la mia vita non era più la mia, ma ipotecata nelle mani degli altri, perché in Italia i risultati sportivi si vivono con un po’ di emotività. Ho avuto un attimo di alienazione, come se tutti quegli appuntamenti su e giù per l’Italia mi stessero portando fuori da me stessa. Lì ho deciso: devo staccare».
➣ Ogni tanto fa qualcosa anche di più contemporaneo?
«Ho comprato una reflex, me ne sono innamorata, non riesco a separarmene. Paesaggi, volti, dettagli. Sono ancora nella fase dell’entusiasta, vado alla ricerca delle cose che non vedo a occhio nudo. Non capita anche a lei di accorgersi di una cosa solo quando è già successa? La fotografia immortala, ma ricorda».
➣ Diamine, Sofia, allora la scritturo subito come aiuto regista per il mio prossimo film. Le va?
«Ho girato un video di una mia giornata tipo tenendo la telecamera in bocca. Il mio punto di vista, in senso stretto e lato. Vedo le cose a quella altezza, e me le divoro».
➣ C’è qualcuno che la fa arrabbiare? A parte questa signorina Federica Brignone, come mi dicono. Qualcuno o qualcosa.
«Esistono due tipi di atlete, quella che ti teme e ti rispetta e quella che ti teme e ti invidia. Io penso di far parte del primo tipo. Se qualcuna mi supera, cerco di lavorare. E mi fanno felice le cose semplici. Non mi piace chi spara cattiverie. Mi dà fastidio quando suona il telefono di casa, non rispondo anche se è a un metro. Un po’ mi vergogno. È una roba pazzesca quanto mi sta sulle palle il telefono fisso. Lo abolirei, possibile che ci sia ancora chi lo usa? Anche se il telefono è accanto a me, non rispondo. Lo so, è da psicopatica».
➣ Dipende. Il mio psicologo per esempio mi ha detto che devo smetterla di apparecchiare a cena per quattro persone. A meno che non ce ne siano altre tre a tavola con me. Sono certo che le sarà capitato qualcosa di più strano.
«A un certo punto mi sono accorta che Mark Zuckerberg, mister Facebook, seguiva le mie storie su Instagram. Gli ho scritto: scusa, ma perché uno come te segue una poveraccia come me? Mi ha risposto che lui e sua moglie sono appassionati di sci e che è un mio grande tifoso, fino a invitarmi a sciare insieme nella sua casa nel Montana. Purtroppo la trasferta americana è saltata e non ho tempo».
➣ Ho sentito parlare di questo Instagram e di vari significati che i più giovani danno a chi guarda le loro storie. Lei saprà che la civiltà e il progresso sono nati per impressionare le ragazze. Non è che Zuckerberg ci stava provando? Mi scusi se glielo domando, mai per sessismo, se vuole dopo può chiederlo lei a me, e le parlerò di Rita: lei ha un fidanzato?
«Sono messa male. Quest’anno sono partita il 6 novembre e torno a fine marzo e ho 5 notti a casa. Cosa posso dare a un uomo che non mi vede per sette mesi? Poi che ne sai: un incontro e scatta quella cosa lì… Intanto ho cercato di coltivare delle relazioni sane, che fossero amicizie o infatuazioni, comunque che non potessero nuocermi. Sia per salvaguardarmi sia perché disapprovo quelli che si mettono con le persone cercando di colmare così i propri vuoti. Ogni tanto ho la solitudine che mi divora: per esempio patisco all’ennesima potenza quando a una gara ho la folla che mi assale, poi torno in hotel, chiudo la porta della mia camera e c’è un silenzio assordante. Questa dicotomia a volte la soffro tanto, anche se so che è la normalità».
➣ Ha detto bene: è la normalità. Nasciamo soli, viviamo soli, moriamo soli. L’amore e l’amicizia ci danno solo l’illusione di non esserlo. Mi chiedo solo se questa sua erre a cui non resisto, se questa erre speciale le ha dato qualche volta – come posso dirlo senza che lei si offenda – dei vantaggi?
«Dice che è provocateur? Me l’ha data il Signore, sono l’unica in casa mia. È un marchio di fabbrica, non riesco ad arrotarla, niente da fare nemmeno dal logopedista».
➣ La prego, mi regali una parola piena di erre. Me ne faccia sentire più che può.
«Rincorrere. Sono un po’ inciampata sulle erre».
➣ Sa cosa penso? Ci sono due cose che un regista sullo schermo non riesce a mostrare realisticamente: una persona che prega Dio e due che fanno l’amore. Di Dio mi ha già detto. C’è una parte del suo corpo che non le piace?
«I piedi degli sciatori sono obbrobriosi. Secondo me peggio di quelli dei calciatori. Lo scarpone è come una morsa che attanaglia di più rispetto a una scarpa da calcio. Io tipo sui talloni ho delle mezze palline da ping pong. Veramente. Delle robe assurde. Io non son tanto la tipa da ballerine e da sandalo, però non potrei metterli perché ho dei piedi pazzeschi. Ho brutte mani, soffro problemi di microcircolazione e ho sempre croste e tagli».
➣ Quanti tagli, quante ferite, porta sulla pelle?
«Ho il tendine di un cadavere. Me lo hanno trapiantato dopo tre interventi al ginocchio destro, quello bionico. Una quarta operazione l’ho subita al sinistro. Ma sono fortunata: ne sono sempre uscita bene. Nel braccio ho una cicatrice e una placca di titanio, ma mi inquietava di più quello che avevo dentro, avevo più paura delle ferite dell’anima. Mi piace la semplicità, essere me stessa».
➣ È per questo che non si trucca prima della gara? Altre sciatrici lo fanno.
«Una volta la Vonn mi ha detto che in una gara non ci vedeva più perché le era entrato il mascara negli occhi. Ho il terrore. Poi io sono molto nature, non è che sto lì col rossettino. Via. Potrei tirarmi molto di più, ma faccio quello che mi sento di fare, senza forzature. Quello che voglio essere».
➣ Sofia, mi dica la verità. Di lei stessa ha più paura?
«Ora no. Ora non ho più paura della paura».
➔ le risposte sono tratte dalle interviste di elisa chiari su Famiglia Cristiana (14 ottobre 2018), daniela cotto su la Stampa (5 dicembre 2018, 16 febbraio 2022), alessia cruciani su Sportweek (21 gennaio 2017), anna piera franini su il Giornale (30 ottobre 2018), silvia guerriero su Sportweek (18 dicembre 2021), linus e nicola savino per DJ chiama Italia su Radio Dee Jay (21 aprile 2017), mario nicoliello su Avvenire (12 gennaio 2017), giorgio pasini su Tuttosport (5 febbraio 2017, 18 gennaio 2018, 15 novembre 2018, 2 dicembre 2020), rita pavesi su Libero (28 gennaio 2017), marisa poli su Gazzetta dello sport (6 dicembre 2016) e su Sportweek (24 ottobre 2015), alessandra retico su Repubblica (26 ottobre 2013, 19 gennaio 2018, 1 aprile 2018), flavio vanetti su Corriere della sera (18 dicembre 2016, 31 dicembre 2016)