IL TOUR DE FRANCE DI JACQUES SEDENTEUR |
6a tappa: Le Teil- Mont Aigoual
Non è l’anno delle albicocche
Non ne voglio fare una questione di indignazione, di tasse e di servizi. Diciamo che mi basta restare nel campo delle suggestioni. Continuo a chiedermi come possa il paese dei fratelli Lumière avere anche un solo dipartimento senza ferrovie. C’è chi è fissato con i vini, io sono fissato con i treni. Sono cresciuto guardando i film di Sergio Leone e credo che le locomotive siano rimaste un segno di civiltà anche quando abbiamo deciso di sostituirle con le macchine e gli aerei.
Nell’Ardèche, dove più della metà dei suoi abitanti vive in Comuni sotto i tremila abitanti, le foreste si estendono per il 45 per cento del territorio. O si tengono gli alberi o ci fanno passare un treno. I Lumière venivano da Besançon, nel Doubs. Se fossero nati cinquant’anni prima, la mamma li avrebbe fatti austriaci, figli ancora della sconfitta di Waterloo, e io non starei qui a domandarmi se sia giusto che l’Ardèche continui comunque a non avere ferrovie. Finanche le squadre che sono qui presenti al Tour, quando hanno attraversato la regione, ieri sono andate sciolte, senza un ordine. Non ci sono state volate nei primi chilometri, non c’è stato bisogno di treni (per velocisti) passando dinanzi a queste case di pietra dentro le quali un ceppo antico di Francia si è mescolato con i frutti dell’emigrazione.
A proposito di frutti. Questo strambo Tour attraversa le strade senza essere più in tempo per le albicocche del Drôme e senza essere ancora in tempo per le castagne dell’Ardèche, dove continuano a puntare su un turismo che non ama gli alberghi a cinque stelle, non ce ne sono, ma sui bagni nei torrenti, le gite in bici, le passeggiate. Con Geraldine facciamo una deviazione su Antraigues, dove è sepolto Jean Ferrat. Avrei quattro papaveri da portargli sulla tomba a nome di un amico. Il cimitero è in salita. I fioristi sono chiusi. Gli lascio quattro sassolini. Possono bastare a saldare un doppio antico debito.
La corsa attraversa Lavilledieu con i suoi avventurieri già davanti al mucchio. A Lavilledieu viveva e vive Hervé Joncourt, il personaggio del romanzo di Baricco, l’uomo che compra e vende uova di bachi da seta. Quando una epidemia uccide le larve degli allevamenti in Europa e in Africa, quello parte per il Giappone e va a cercarne. Dove si trova il Giappone per un uomo dell’Ottocento come lui? “Sempre dritto di là. Fino alla fine del mondo”, scrive Baricco, il reame lontano che Lutsenko, van Petegem e tutto il gruppo appresso hanno invece individuato sul Mont Aigoual. Nelle favole, nei romanzi, nelle tappe al Tour, bisogna sempre uscire vivi da un’avventura per incontrare il premio, l’amore, la donna misteriosa che appare e scompare, che strega, ti cambia l’animo e l’aspetto, ti toglie il fiato, te lo restituisce. La donna che ferma il tempo e che per tutto il tempo lascia che tu la desideri. Facciamo pure che sia la maglia gialla, l’unica cosa certa in questo Tour pieno di senza. I baci sul palco sono finiti. I tappi di champagne non saltano più. Le albicocche a settembre sono marcite e chissà se nel Drôme saranno mai più buone come un tempo, come sono state squisite fino a un’estate fa.