Il boom dei preparatori atletici privati

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Il boom dei preparatori atletici privati

 

Se negli anni 80 Arrigo Sacchi diventò il santo protettore dei preparatori atletici, lanciando con il leggendario Vincenzo Pincolini un personaggio e un ruolo, ora che la pandemia obbliga a nuovi stili di vita e comportamenti sociali differenti, si va imponendo la figura del coach privato. Quelle che continuiamo a chiamare squadre, sono in realtà gruppi smaterializzati. Entità sminuzzate. I calciatori hanno programmi, tabelle e indicazioni comuni. Ma sono soli. Con un dubbio nella testa. Posso fidarmi? Sto facendo le cose giuste? Ho tutti gli strumenti per tenermi in forma? Ma in questo caso, almeno in questo caso, non c’è robot che aiuti. 

 

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Ieri mattina l’Équipe ha portato alla luce un fenomeno diffuso da tempo nel calcio, sebbene coperto da riservatezza e complicità: il coach personale. Ne rivelò l’esistenza già Rafa Benítez quando lasciò l’Inter del post Triplete: i calciatori andavano in palestra per conto loro. Quasi 10 anni dopo, la pratica non solo si è allargata ma viene addirittura individuata da alcuni allenatori come una nuova frontiera della preparazione. Il solo approdo possibile nell’età dei calciatori-azienda. In gruppo si fa lavoro tattico, alla preparazione fisica ciascuno provvede per sé. Nello sport professionistico americano è già quasi la regola. 

 

La pandemia e l’isolamento stanno accelerando la tendenza nel calcio europeo. Manouvrier Performances è in Francia un’agenzia che offre i suoi servizi privati ai calciatori che ne fanno richiesta. Il suo responsabile è Christophe Manouvrier, preparatore atletico che sul suo biglietto da visita porta stampato lo scudetto del Marsiglia 2010 e la Coppa d’Africa 2017 del Camerun. Una dozzina di giocatori di cinque squadre differenti, compresi club stranieri, sono suoi clienti. Uno è certamente André-Pierre Gignac, da cinque anni in Messico, al Tigres. L’Équipe racconta che l’ultimo a essersi aggiunto è un calciatore africano in isolamento nel Nord della Francia, “un noto giocatore della Ligue1 che attira ogni giorno l’attenzione dei suoi vicini. Questo scapolo si accovaccia al mattino presto accanto alla tromba delle scale del suo palazzo e salta i gradini a tre a tre, poi a uno a uno con frequenze più rapide”. Lo fa perché glielo ha detto Manouvrier.
«Quando mi ha contattato gli ho chiesto che cosa avesse a portata di mano: pochi attrezzi. Controllo ogni giorno con lui come si prepara e correggiamo i carichi. Questo è un lavoro che procede in parallelo con le prescrizioni dei colleghi dei club. Loro hanno un gruppo di venticinque calciatori da gestire. Io vengo in aggiunta. Non mi metto in contrapposizione. Ho fatto il loro lavoro, so calcolare la gestione dei carichi in vista di una ripresa. Il confinamento ha questo aspetto positivo: si può spingere di più per lavorare sui punti deboli. Possiamo ricostruire meglio il fisico di un atleta senza avere una data di una partita. C’è più tempo per riposare e recuperare dopo determinati periodi a maggiore intensità. L’ideale ora è preservare il capitale muscolare e le energie».

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