I lavori che lo sport assegna ai robot

Scusami se non sono vero
Se mi tieni sarò verissimo per te
    da “A.I.” di Steven Spielberg

 

Álvaro Robles è un ragazzo andaluso che l’anno scorso ha dato alla Spagna la prima medaglia della storia nel tennis tavolo, un argento ai Mondiali in doppio, in coppia con il rumeno Ionescu. È il numero 79 nella classifica mondiale. 
Era appena rientrato da due tornei in Qatar e Oman quando è scattato lo stato d’allarme nel suo paese. Stava preparando le qualificazioni alle Olimpiadi e per non fargli perdere tempo, ritmo e forma la federazione gli ha fatto una proposta. 
Álvaro è andato in salotto, ha preso le misure, ha spostato il divano e ha detto sì. 
In casa ad allenarlo adesso ha un piccolo robot.
«Ha un telecomando per programmarlo. Invia la palla nel punto desiderato e consente almeno di conservare l’intensità e i riflessi». Ah, il robot è mancino. Si stanca dopo 200 lanci. Ne esistono anche di più sofisticati. Sparano la pallina con il taglio. Saranno cinesi (satira politica).
Ne ha uno in casa pure il giocatore numero 30 del mondo, l’indiano Sathiyan Gnanasekaran. L’ha fatto arrivare dalla Germania, si tratta di un modello che costa quasi duemila euro e serve la palla a diverse velocità. Riesce a tirarne 120 al minuto, significa due al secondo e ha una capacità di trecento. Viren Rasquinha, amministratore delegato di Olympic Gold Quest, la fondazione che aiuta gli atleti indiani di élite a essere competitivi nel mondo, ha detto a ESPN che gli sportivi del suo paese non sono culturalmente abituati ad allenarsi da soli. Eppure Sathiyan sostiene che «in questa fase di isolamento il robot è utilissimo». Soprattutto il robot non è asintomatico, non contagia, non trasmette il virus. 
Con Dani Miranda che lo ha intervistato per Diario AS, Álvaro Robles s’è fatto scappare che «per migliorare e continuare a imparare, un robot è meglio di una persona». Álvaro dice che tornerà alla normalità quando sarà possibile, ma quando sarà possibile quale sarà diventata la sua idea di normalità?

 

  A suo modo era un robot il cavallo dei Greci per entrare a Troia
Non è stato il virus a introdurre i robot nello sport ma il virus e le nuove regole di convivenza minacciano di renderceli in alcuni ruoli indispensabili.
A dicembre Calcio e Finanza riferiva di un accordo trovato dal Monza con Wallabies, una startup italiana che aveva creato un robot capace di lavorare come un osservatore dell’area scouting. La macchina sa analizzare da sola fino a 40.000 giocatori di 25 campionati differenti. Riesce a seguire 8.000 partite all’anno classificando parametri e prestazioni dei giocatori. Significa che vede 21 partite al giorno. Conoscete qualcuno in grado di competere?

 

Valeria Uva su Sole 24 ore ha scritto che tra le Legal Prediction del 2020 c’era l’etica dell’impiego dei robot. Figurarsi dopo questa crisi sanitaria. L’estate scorsa a Wimbledon ha debuttato un robot della IBM chiamato Watson (l’insuperabile humour inglese), in grado di registrare le smorfie dei tennisti e attraverso la loro analisi selezionare le immagini dei momenti più coinvolgenti di una partita, così da procedere in pochi istanti alla scelta degli highlights e al loro montaggio. «Le sintesi sono quasi più seguite della partita in diretta e ne abbiamo bisogno nel giro di un paio di minuti», aveva spiegato al Telegraph il responsabile del reparto di intelligenza artificiale del torneo, Sam Saddon. Gli highlights del 2018 erano stati visti da 220 milioni di persone. Nei panni di un montatore ci sarebbe da allarmarsi.

 

  Sempre in Inghilterra, tre mesi fa, il Liverpool aveva firmato un accordo commerciale con Acronis, il cui amministratore delegato, Serguei Beloussov, spiegava: «Si può dare vita a dei manager-robot. È possibile apportare miglioramenti all’allenamento, per il recupero dei giocatori si può analizzare tutto attraverso un apprendimento automatico e i dati raccolti. I dati diventeranno l’allenatore supremo. In futuro le macchine saranno le prime grandi responsabili delle sconfitte e i manager si toglieranno un peso». Anche qui vale lo stesso principio d’ansia del montatore. Magari non riguarda Klopp ma un suo assistente sì. 

 

Come si diceva una volta: ci sono mestieri che non vogliamo fare più. Forse ce ne saranno altri che non potremo fare più. Dopo il virus smetteranno forse di chiederceli. Qualche giorno fa al Taoyuan International Stadium a Taoyuan City, una cinquantina di km a ovest di Taipei, sarebbe dovuto ricominciare il campionato cinese di baseball con la partita tra i campioni in carica dei Monkeys e i Brothers. La prima partita professionistica dello sport nazionale dopo la serrata. È saltata per la pioggia ma non è questo che importa. Importa che fosse tutto pronto, che a bordo campo ci fossero le cheerleaders, e che le cheerleaders erano dei robot

 

  Deve proprio essere il baseball a prestarsi. La Major League è impegnata in una corsa contro il tempo per provare a far cominciare nonostante tutto il campionato a maggio. Il baseball americano ha una tradizione del nonostante tutto. Durante la seconda guerra mondiale, il 15 gennaio del 42, Franklin Roosevelt scrisse una lettera al commissioner della lega, Kenesaw Mountain Landis, pregandolo di andare avanti con il campionato perché sarebbe stato di aiuto al Paese. L’episodio viene ricordato come la “green light” della Casa Bianca. Forte del precedente, il baseball USA immagina ora di portare tutte le squadre in Arizona, nell’area di Phoenix, dove ci sono 10 campi nel raggio di 50 miglia, e dove il Chase Field è climatizzato, adatto a tripli turni giornalieri di partite.
Ebbene, tra le pieghe del progetto c’è anche l’idea di far ricorso a dei robot umpire, da piazzare nella zona dello strike, così che l’arbitro umano possa restare a debita distanza dal ricevitore e dal battitore. “Sono generalmente persone avanti negli anni, appartenenti a una fascia demografica da tenere protetta” ha scritto il New York Post

 

  Non ci resta che un’ultima cosa. Adeguare il linguaggio. Quando a inizio marzo la Serie A non si decideva a rinviare le partite, Mario Balotelli intervenne sui social: «Fermate il calcio. Non siamo robot». Aveva ragione. Quanto ci pare distante invece il messaggio lanciato un anno fa da Bale del Real Madrid: «Il calcio è alienante, ci dicono pure a che ora mangiare. Ormai siamo dei robot». Eh no, Gareth. Ti piacerebbe. 

 

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