Benvenuti nel futuro del basket. Si chiama Wembanyama

Benvenuti nel futuro della pallacanestro, e quel futuro si chiama Victor Wembanyama. Era già tutto previsto, direbbe Cocciante. Che fosse lui la prima scelta, almeno da un anno. Che la prima scelta fosse dei San Antonio Spurs, era noto da un mese. Che San Antonio scegliesse lui, oddio, questo non era scontato, ma non sono così matti in Texas. Eppure, alla fine, come sta dicendo Tania Ganguli sul New York Times nel suo resoconto della notte, il ragazzino francese aveva trascorso gli ultimi mesi, e anche gli ultimi giorni, trasudando calma fredda riguardo al suo futuro. Ma quando finalmente è arrivato il suo momento, non ha potuto fare a meno di piangere. Victor Wembanyama è cresciuto alla periferia di Parigi sognando questo momento da quando aveva 12 anni

Gli Charlotte Hornets hanno selezionato Brandon Miller da Alabama come seconda scelta. I Portland Trail Blazers hanno scelto Scoot Henderson, una guardia della G League come terza. Houston ha preso Amen Thompson alla quarta e Detroit il suo gemello Ausar alla quinta. Quattordici giocatori non americani sono stati selezionati al primo giro. Wembanyama è il primo numero uno fuori dagli USA dai tempi di Andrea Bargnani, preso dai Toronto Raptors nel 2006. Victor pare consapevole e ambizioso, a leggere le parole che arrivano stamattina dal Draft, dall’alto dei suoi 2 metri e 21 d’altezza [qualcuno dice 2 e 25], dall’alto soprattutto della sua agilità, delle sue mani di seta da giocatore molto più piccolo. Ha fatto paragoni con Giannis Antetokounmpo e con Kevin Durant e alla fine ha concluso di non voler somigliare a nessuno in particolare, anzi, ecco, se proprio volete sentirglielo dire, lui vuole essere «qualcosa che non è mai stato visto prima e non sarà mai più visto». 

L’altezza di Victor è un elemento d’attrazione, ma non è di un freak che stiamo parlando. Lui ne sorride, dice che non gli dispiace quando gli chiedono quanti metri sia, la prima scelta più alta dai tempi di Yao Ming [2 metri e 6, nel 2022], Ben Golliver sul Washington Post ha raccontato che neppure New York, neppure la più grande città d’America era attrezzata per gestirlo. Martedì Wembanyama ha dovuto abbassare la testa per superare un tornello della metropolitana mentre si recava a lanciare il primo tiro allo Yankee Stadium. Si è abbassato ancora una volta, forse per riflesso piuttosto che per necessità, per evitare un soffitto basso durante una conferenza stampa in un hotel di Midtown Manhattan. Ma nel suo gioco c’è molto di più e la NBA ha assunto un ruolo attivo nell’alimentare la Wemby Mania, stringendo un accordo per trasmettere le sue partite del campionato francese sulla propria app mobile, condividendo regolarmente gli highlights sui social media. Wembanyama si è classificato tra i 10 giocatori più visti sui canali del campionato in questa stagione. Prima di arrivare. 

David Aldridge su The Athletic azzarda un paragone assai suggestivo. Scrive che se ci pensate, il giocatore più vicino a Victor Wembanyama non è Ralph Sampson o Kevin Garnett, o Kevin Durant o LeBron James. È Shohei Ohtani”. Un giocatore di baseball. Quando Ohtani ha fatto il suo debutto in Major League nel 2018 – dice – si era già affermato nella NPB League giapponese sia come lanciatore sia come battitore. Ovviamente, avrebbe dovuto scegliere tra le sue due abilità, quando sarebbe arrivato negli Stati Uniti, dove avrebbe affrontato i migliori lanciatori e i migliori battitori del mondo. Non poteva lanciare ogni santo giorno e ogni santo giorno anche colpire qui da noi, diceva la voce del popolo, la saggezza convenzionale. Così funziona, questo è lo spettacolo. Invece Shohei Ohtani l’ha fatto. Oggi viene considerato il miglior giocatore del mondo, fa questo e quello, pienamente dentro lo sport degli unicorni, come in America chiamano i corpi fuori scala che sanno fare anche un lavoro che a quel fisico non attribuiresti mai. Allo stesso modo, dice the Athletic, noi pensiamo che non sia possibile palleggiare a metà campo e schiacciare, ma lui può, lui Wembanyama. Noi pensiamo che non si possa tornare in difesa coprendo un contropiede e anche sfidare il portatore di palla e poi stoppare il tiro. Lui lo fa. Ecco perché sta arrivando il futuro. 

Solo che. Quest’attesa e questo hype non hanno l’aria di essere nuovissimi. È arrivato il futuro lo dicevamo pure quando New Orleans mise le mani su Zion Williamson, 19 anni, uscito da Duke dopo un solo anno, il più precoce tra le matricole dai tempi di LeBron James. Un predestinato, si diceva anche di lui. Spettacolare non per cristallinità ma per potenza. Una volta in campo gli era anche esplosa una scarpa, per non dire delle molte volte in cui una prima scelta assai attesa ha dovuto fare i conti con un fisico di cristallo, una tenuta mentale fragile, ricorda L’Équipe facendo i nomi di Kwame brown, Greg Oden e Anthony Bennett. Una dozzina d’anni fa ci siamo persi la grandezza di Derrick Rose, per una serie di infortuni a catena. Wembanyama ha fatto le cose per bene e con prudenza. Anche troppa, dice qualcuno. Per la stagione d’avvicinamento al Draft, sua madre lo ha guidato e lo ha portato in un club francese fuori dall’Eurolega, così da evitargli sovraccarichi di partite. Da qualche tempo ha un coach privato che gli ha insegnato alcune sfumature del gioco di gambe e il posizionamento dei piedi, un tipo del Texas, si chiama Tim Martin, e nella sua palestra sono passati col tempo Rudy Gobert, Trae Young, Myles Turner, Tyrese Maxey – come raccontato da Lee Escobedo sul Washington Post

In un pezzo di copertina del mese di febbraio, Sports Illustrated lo descriveva con Jeremy Woo come il talento più promettente in Francia, non solo, ma anche come la più grande promessa di basket sulla faccia della Terra. Questo è l’effetto Wembanyama: lascia tutti alla ricerca di nuovi modi per descrivere qualunque cosa abbiano appena visto. LeBron James, dopo le due esibizioni di Wembanyama a Las Vegas, lo ha descritto come un alieno. Quello che succederà dopo, dipenderà da lui. Wembanyama vive una vita relativamente tranquilla e familiare a Parigi, non lontano da dove è cresciuto a Le Chesnay, un piacevole sobborgo adiacente al palazzo di Versailles. Ora non può più muoversi nell’anonimato, deve affidarsi a un autista privato e occasionalmente a una guardia del corpo. Wembanyama sta ancora capendo cos’è la fama e tutto ciò che comporta, ma la vive con un’insolita aria di calma, assai particolare per un adolescente. Anche questo sarà un fattore. 

Sempre The Athletic ha sottolineato con Richard Deitsch che non c’è dibattito sul potenziale di Wembanyama: è enorme, come la sua apertura alare. Il dilemma interessante è quanto sarà poi in evidenza mediaticamente, considerato che la sua squadra probabilmente non sarà subito in corsa per il titolo, in questa stagione. Quale impatto avrà la sua presenza a San Antonio sul pubblico? Gli spettatori non sapranno fino a metà agosto quante finestre nazionali avranno gli Spurs, quante partite trasmesse da ESPN, TNT o NBA TV, ma saranno certamente più dello scorso anno. Gli Spurs sono stati visti solo quattro volte la scorsa stagione a livello nazionale, il minimo possibile, inclusa un’apparizione su ESPN contro i Warriors e tre partite su NBA TV. Non hanno mai avuto apparizioni su TNT.

Anche prima del draft NBA, l’intera città di San Antonio era già pazza di Wemby, scriveva ieri mattina L’Équipe, dedicando la sua prima pagina al proprio giocatore in procinto di sbarcare in NBA. Il francese è già atteso come il messia nella città del Texas. Gli abitanti sognano di nuovo un titolo e ne stanno già commercializzando l’immagine. Candele, acconciature, murales. Wembanyama è già in mostra ovunque a San Antonio.  Tom Petrini, giornalista del canale televisivo locale KENS 5, ha spiegato al giornale francese che è molto raro nella NBA avere una base di tifosi così etnicamente diversificati in una città. Ma a San Antonio è così – parole sue – bianchi o latini, tutti sono innamorati degli Spurs, perché non ci sono altre grandi squadre sportive. L’arrivo di Wembanyama è vissuto come una liberazione dalla mediocrità. Città profondamente cattolica – spiega L’Équipe – San Antonio era stata finora viziata dagli dei del basket. La dinastia portata da Gregg Popovich e Tim Duncan è iniziata alla fine degli anni ’90 ed è continuata fino al 2007, anno del quarto titolo della franchigia, prima che Kawhi Leonard offrisse un quinto trofeo agli Spurs nel 2014. Da allora, niente. Le stelle hanno lasciato la città, sostituite da una squadra giovane che non vede i play-off da quattro anni. La squadra ideale in cui far crescere Wembanyama. 

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