venerdì 26 maggio 2023
# Giorno 9 della Seconda Manche
[ultimo aggiornamento alle 9.25]
RUOTE
Sulle Dolomiti per decidere il Giro d’Italia
Mettiamo i nomi in fila uno dietro l’altro: passo Campolongo, passo Valparola, passo Giau, Tre Croci e salita finale al Rifugio Auronzo, sulle Tre Cime di Lavaredo. La sintesi di Tuttobici: “Oggi si pedala nel mito. Le strade sono tutte in ottimo stato, abbastanza larghe e presentano nella prima parte un paio di gallerie ben illuminate. La salita finale è molto dura: i primi 1,5 km con pendenze fino al 18%, poi falsopiano che porta al Lago di Antorno e quindi discesa veloce fino ai 4 km dall’arrivo dove si ricomnicia a salire con pendenze del 12% con punte massime del 18% nel finale”.
Rouleur lo chiama “un giorno brutale sulle Dolomiti”. Stephen Puddicombe ricorda che nel 1869, l’alpinista austriaco Paul Grohmann divenne il primo uomo a raggiungere la cima che faceva parte del confine tra l’Italia e l’Austria-Ungheria, dove era nato. “Montagna dopo montagna, la tappa offrirà fuochi d’artificio per coloro che guardano da casa, è destinata a essere una delle ultime battaglie tra i corridori per la classifica generale, ed è probabile che si batteranno anche per la vittoria della tappa, anziché lasciar andare una fuga”.
Pier Bergonzi sulla Gazzetta dello sport ricorda che cosa è successo in passato su queste strade e confessa che cosa si aspetta per la giornata di oggi. “Sul nostro intimo taccuino quella di oggi è «LA» tappa. Un regista divino farebbe in modo che la maglia rosa, quella definitiva, si decida sulla vetta dove Eddy Merckx ha firmato il suo più spettacolare successo in salita, lassù dove Vincenzo Nibali ha lanciato il suo pugno al cielo che era lì, pieno di neve, sopra alla sua testa Per noi c’è anche Felice Gimondi, che vinse nel 1967, quando Vincenzo Torriani fece debuttare le Tre Cime di Lavaredo nella corsa rosa. Ci importa poco che la giuria annullò la tappa ai fini della classifica perché il pubblico, scatenato dalla fatica al limite dei corridori, diede spinte a tutti. Felice arrivò davanti al giovanissimo Eddy Merckx e alla fine vinse il primo dei suoi tre Giri d’Italia. L’uomo forte potrebbe ancora rivelarsi Primoz Roglic, che ieri si è completamente ripreso dalla bottarella del Bondone. Oppure potrebbe esserlo Joao Almeida, che ieri ha pagato il pedaggio di una giornata di crisi. Roglic e Almeida non posso far calcoli e aspettare la cronoscalata di Monte Lussari. Se hanno ancora un soldo in testa devono spenderlo oggi”.
Alessandro Autieri su Al Vento scrive: “Sembra ieri che ci strappavamo i capelli per le dipartite anzitempo di Evenepoel e Geoghegan Hart. Con loro il Giro sarebbe stato più bello, certo, ma due arrivi in salita della terza settimana – Bondone e Val di Zoldo – hanno riscattato alcune tappe mosce (Gran Sasso e Bergamo), distribuendo le carte per un finale elettrizzante sulle Tre Cime di Lavaredo. Senza accorgermene, ieri ho fotografato tutti e tre: Almeida alla partenza, con un polpaccio marmoreo guizzante fuori dal calzino; Roglič, subito dopo l’arrivo: con la maglietta aperta gli si contano pure le costole; Thomas, in conferenza stampa, poco prima che risponda a una domanda sui biscotti da thé gallesi e che ricordi a tutti di avere «37 anni, dovrei essere in spiaggia anziché qua». Sembra che dica così, Thomas, per auto-convincersi di avere il cuore leggero. L’altro giorno gli hanno chiesto se conosce la leggenda delle Tre Cime di Lavaredo, un traguardo storico del Giro, dove hanno vinto in passato Merckx (1968) e Nibali (2013, sotto la neve). No, è stata la sua risposta. «Cos’è, la salita finale? Non la conosco, magari guarderò qualcosa su YouTube stasera». Sembra, insomma, che oggi ci divertiremo”.
artefici Quando vinse Nibali
➣ Se lo ricorda bene quel giorno, Vincenzo?
«Per sfumature. Venivamo da una tappa annullata, fu un Giro flagellato dal maltempo come questo. Quel giorno era previsto freddo, forse neve, sapevamo che sarebbe stata dura. Io pensavo soltanto ad arrivare alla fine della tappa, volevo conquistare il mio primo Giro d’Italia, ero convinto che avrei fatto una tappa in controllo».
➣ Gli ultimi tre chilometri sono terribili.
«Sono infiniti. Mi ricordo soltanto il freddo e la neve, non vedevo l’ora di essere in vetta.
Quando arrivi al traguardo sei mezzo assiderato, vuoi soltanto scendere dalla bicicletta e farti dare subito qualcosa di caldo da bere».
➣ Non si era neanche coperto. Andò su con la maglia rosa.
«Mi ero levato tutto ai piedi della salita, però avevo i manicotti, i guanti e i gambali: se stai bene non ti occorre altro. Spingi e tieni il motore ad alto regime, sudi».
➣ Lei l’ha studiata epica a scuola? L’Iliade, l’Odissea?
«Sì ma non ero particolarmente ispirato. L’epica l’ho conosciuta dopo, in bicicletta. La mia odissea l’ho avuta sulle strade bianche al Giro del 2010, quando caddi in discesa e fui costretto a inseguire per tutto lo sterrato, con il fango che scorreva a fiumi». – intervista di alessandra giardini, la Gazzetta dello sport
STRADE Una storia di guerra sulle Dolomiti
Franco Brevini racconta sul Corriere della sera che “in queste vallate e sulle crode che le sovrastano, su cui correva il fronte per oltre quattrocento chilometri, è passata anche la Grande Guerra. Trincee, camminamenti e gallerie sono sparsi dovunque Sul più alto dei tre mostruosi menhir della cartolinesca triade, la Cima Grande di Lavaredo, gli alpini issarono un potente faro di novanta centimetri di diametro. In una notte dell’agosto 1915 da tutte le forcelle delle Tre Cime e del Paterno i nostri soldati scesero nell’oscurità verso le postazioni austriache. Improvvisamente un lampo accecante si sprigionò dalla vetta della Cima Grande. Molti non seppero credere ai loro occhi. Quella luce sfolgorava altissima nelle tenebre, dal luogo più improbabile, illuminando file trafelate di alpini che avanzavano sotto il peso degli armamenti. Già alle due di quella memorabile notte il tricolore sventolava sulla capanna, un tempo custodita dal leggendario Sepp Innerkofler, una delle più grandi guide delle Dolomiti. Ma l’ardito arrampicatore di Sesto in Pusteria era morto da più di un mese nel corso di un tentativo di strappare il Monte Paterno agli italiani. Giunto in vetta, aveva scagliato tre bombe a mano contro la nostra postazione. Nel silenzio calato dopo lo schianto, dal muretto della guarnigione italiana si era levato un alpino del Val Piave. Si chiamava Piero De Luca, era ferito e non immaginava che si apprestava a fare il suo ingresso nella storia.
Sentiva il sangue colare dalle ferite procurate dalle schegge della bomba a mano lanciata da Sepp e il terrore gli fece pronunciare quasi in un ringhio: «Ah! No te vol andar via?».
Afferrò un macigno e lo scagliò con cieca disperazione contro Innerkofler, che, colpito in pieno petto, perse l’equilibrio, annaspò disperatamente nell’aria e cadde nel vuoto, finendo incastrato dentro il camino Oppel. Quel rustico Polifemo veneto aveva ucciso uno dei più grandi scalatori di tutti i tempi, ma la postazione italiana del Paterno era salva”.
La vittoria di Zana ieri in maglia tricolore
Marco Bonarrigo racconta sul Corriere della sera: “La bicicletta da corsa, un cavallo slavo (Vior), la legna spaccata per l’inverno nei boschi della Val D’Astico. La vita di Filippo Zana da Piovene Rocchette era tutta qui fino a ieri, quando il vicentino ha vinto in maglia tricolore (ultimo a riuscirci Vincenzo Nibali, 2016) una super tappa del Giro d’Italia battendo un tipo candido e coraggioso come lui, quel Thibaut Pinot che alleva capre nell’Alta Saona. Anche i ciclisti operai vanno in paradiso. Ieri Zana si è guadagnato anche la fiducia della squadra australiana che fino alla penultima salita era pronta a fermarlo per aiutare il capitano Dunbar, cosa che da gregario leale lui avrebbe accettato senza fiatare. Lo sventurato ordine dall’ammiraglia per fortuna non è arrivato, il ciclismo italiano sentitamente ringrazia”.
Il week-end di Monte-Carlo
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Questo GP è la storia di un bluff, nel posto dove i bluff sono di casa, dove la fortuna va e viene, accarezza un tavolo verde e passa al croupier affianco, ti corteggia e ti lascia. Così accadde con Antony Noghès, il commissario generale dell’Automobil Club, quando nel 1926 gli venne l’idea. Voleva portare le macchine tra le strade del principato, nel cuore dei ruggenti anni Venti, dice stamattina l’Équipe nel fare un po’ di storia [gli anni Venti sono sempre ruggenti].
“Senza la volontà di un uomo, con il cuore ambizioso, questo Gran Premio non avrebbe visto la luce tra le ripide strade del Principato”. È la sintesi di Erick Bielderman. Tutto era cominciato male, racconta, l’Automobile Club de France gli negò l’affiliazione e due anni dopo, l’antenato della FIA – si chiamava AIACR, Associazione Internazionale dei Club Automobilistici Riconosciuti – tirò fuori quell’argomento: «Non avete corse sul vostro territorio nazionale».
Antony Noghès sbatté la porta [si sbatte sempre la porta nei racconti di cent’anni prima], sbatté la porta e giurò che avrebbe organizzato la corsa «anche su un francobollo» – e onestamente questa è la frase dell’anno. Purtroppo non del 2023, ma la frase dell’anno 1928. Il ruggente 1928.
Era un bluff, dice l’Équipe. Perché “le strade di Monaco erano allora affollate di tram di legno” e stiamo pur sempre parlando del secondo stato più piccolo del mondo dopo il Vaticano, 2 km quadrati, e per giunta senza il papa. La metà di Central Park a New York, come ama ripetere il principe Alberto
[su Slalom continua qua]
TENNIS
A Parigi avremo Alcaraz-Djokovic in semifinale. Casomai
Non bastava l’assenza di Rafa Nadal, 14 titoli in tutto sulla terra rossa del Roland-Garros. Un altro colpo di scena, direbbe Mike, è arrivato dal sorteggio del tabellone. Carlos Alcaraz e Novak Djokovic sono nella stessa metà, faranno la stessa strada, potranno affrontarsi già in semifinale. Com’è stato possibile? Fino a due settimane fa era un’ipotesi fuori dal campo. Novak Djokovic era il numero 1 del mondo e trovare Carlos Alcaraz prima della finale uno scenario irreale. Solo che al termine del Masters 1000 di Roma, lo spagnolo si è portato in testa alla classifica e Daniil Medvedev, sorprendente vincitore al Foro Italico, si è infilato fra i due. Antoine Dupont, capitano della Nazionale di rugby della Francia, ha mescolato le palline del sorteggio con la mano e ha confezionato il pacco.
L’Équipe usa la parola schock, fa sempre molto comodo nei titoli. È breve. La chiama una partita che “fa già venire l’acquolina in bocca”, solo che bisogna arrivarci, e nel tennis post-Tre Grandi non si sa mai. Alcaraz deve aspettarsi prima Denis Shapovalov, poi Lorenzo Musetti che lo ha battuto in finale ad Amburgo lo scorso luglio, “sembra essere l’unico in grado di fargli il solletico” scrive il giornale francese, “prima di una prima grande partita attesa contro Stefanos Tsitsipas nei quarti”. Il greco ha giocato la finale del 2021.
Djokovic potrebbe non avere vita facile al terzo turno contro Alejandro Davidovich Fokina, che lo ha battuto a Montecarlo lo scorso anno. Dovrebbe avere tutto il tempo di capire come va il gomito, contro Aleksandar Kovacevic prima, Marton Fucsovics o Hugo Grenier al secondo turno. Il resto è più difficile, ai quarti dovrebbe toccargli uno tra Andrey Rublev o Karen Khachanov. A meno che Stan Wawrinka, vincitore nel 2015, non si regali a trentott’anni un’altra corsa da sogno.
VITE OLIMPICHE
I dolorini di Marcell Jacobs
Lo schema è questo da due anni. Qualche giorno prima, la settimana prima, due settimane prima di una gara, Marcell Jacobs sta bene, sta sempre bene. In genere per lui parla il suo allenatore Paolo Camossi. In quelle ore là, di solito, Marcell Jacobs vale intorno ai 9.70. È sul punto di battere il primato del mondo di Usain Bolt. Sta per farcela. In allenamento è chiaro, Camossi lo sa, Camossi lo vede. Poi la gara si avvicina e Marcell Jacobs si accorge che – maledizione – sente un dolore. Non proprio un dolore, un dolorino, ecco. Un gluteo, un polpaccio, la schiena. Un segnale, un allarme, una disarmonia nel corpo. Allora rinuncia, meglio rimandarlo ‘sto record del mondo. Ma niente paura, dice, non è proprio un infortunio. È prudenza, è cautela, sta bene, sponsor vedrete che tornerà, tornerà presto, prestissimo, e si riprenderà il suo posto. Solo che non lo sappiamo più, qual è il posto di Jacobs sulla scena della velocità, soprattutto dopo averlo visto battuto da Samuele Ceccarelli agli Europei indoor.
Certe volte capita che la rinuncia di Jacobs a una corsa si accavalli con un eccellente risultato arrivato dal suo prossimo avversario, ma questo lo fanno notare i maliziosi, lo sapete com’è, ce ne sono in giro, disturbano, la vita sa essere crudele. Stavolta, per esempio. Per diverse settimane, forse mesi, Marcell Jacobs s’è divertito a rispondere a distanza all’americano Fred Kerley. Battibecchi, punzecchiature, so’ ragazzi, aprono i social e si divertono. Kerley lo sta inseguendo da tempo, chiede una rivincita, non vede l’ora di sfidare di nuovo l’oro olimpico di Tokyo, l’italiano che non aveva mai corso sotto i 10 secondi fino al maggio precedente e mai più tornato sul 9.80 di quel pomeriggio d’agosto a Tokyo. Jacobs sta al gioco, gli risponde, il mamelismo che lo circonda dà dello sbruffone al povero Fred. Ha la colpa di non essere italiano.
Solo che Kerley ha corso in 9.88 a Yokohama il 21 maggio. Domani voleva correre spalla a spalla con Marcell sulla pista di Rabat, in Diamond League. E niente, pure stavolta Jacobs ha sentito un dolore, non può correre, ma la sfida è solo rimandata, eh, tranquilli, appena torna spacca, lo batte quel Kerley, vedrete, spacca.
“Incredibile ma vero” commenta il sito Queen Atletica, dove in realtà stona l’uso della parola incredibile. Gaia Piccardi sul Corriere della sera dice che “la lunga attesa è destinata a continuare (e chissà gli sberleffi che ha in canna Fred Kerley sui social)”.
Solo il campione dei pesi massimi nella boxe eguaglia per nobiltà il campione olimpico dei 100 metri. Esclusi i social, c’è qualcuno che ha da muovere un rilievo alla gestione di Jacobs? Andrea Buongiovanni sulla Gazzetta scrive: “Come suonano beffarde, adesso, le parole pronunciate da Fred Kerley domenica a Yokohama, in Giappone «Io sarò in Marocco già domani, spero lui non eviti il confronto». Marcell, come fa ormai da mesi, in queste ore, a chi più gli sta vicino, ha ripetuto di non voler commettere gli errori del passato. Ovvero, in caso di fastidi fisici, di non affrettare i tempi, di “rispettare” il proprio corpo, di andarci con piedi di piombo. Da qui, evidentemente, la scelta presa, pur a malincuore, di rinunciare all’atteso esordio stagionale outdoor. È proprio per questo che, sommando la considerazione che la miglior cura per una sciatalgia è il riposo”. Anche la Gazzetta è andata a vedere cosa dicono i social. “Superfluo dire che il mondo social, all’annuncio della rinuncia dell’azzurro, si è scatenato. Jacobs, dopo i forfait della scorsa stagione, da molti critici e tanti avversari, è considerato un… tira bidoni. Kerley stesso non ha perso tempo a punzecchiarlo e chi ieri sera, a Rabat, era a tavola con lui, non ha potuto non sentire gli sfottò. Il problema, al netto di tutto, è che Marcell, atleta straordinario, in generale conferma di avere muscoli e fibre di seta“.
AMERICHE
Tira aria di impresa dalle parti di Boston
Da 0-3 non è risalito mai nessuno, in una serie play-off nella storia della NBA. Centocinquanta squadra si sono trovate in questa situazione. Ma adesso non conta più. Adesso siamo 2-3, e Boston ha davero quasi raddrizzato la finale di conference a Est che contro Miami pareva compromessa. Di quelle 150 disperate, solo tre sono arrivate a Gara-7. Come sintetizza brutalmente The Athletic: “Sono ancora in una grande buca, ma hanno vinto facilmente giovedì”, 110-97, in gara-5, con quattro dei titolari arrivati almeno a 20 punti. Gara-6 è in programma domani a Miami. L’ultima trappola. Boston non è mai stata in svantaggio giovedì, il coach Joe Mazzulla adesso rivendica la capacità della squadra di non farsi mettere con le spalle al muro, o comunque di sapersene discostare.
Derrick White e Marcus Smart hanno giocato la miglior partita della serie. Hanno approfittato dell’assenza di Gabe Vincent [caviglia sinistra] e hanno impazzire sia Max Strus sia Kyle Lowry. White è uscito dal campo con 24 punti, sei triple, due palle rubate. Smart ha aggiunto 23 punti. Jayson Tatum ha fatto quasi una tripla-doppia [21 punti, 11 assist e otto rimbalzi], Jaylen Brown 21 a sua volta.
Scrive Weiss su The Athletic: “I Celtics hanno impiegato fino all’intervallo di Gara-4 per capire le cose, ma hanno messo insieme un capolavoro per rendere reale la possibilità di una rimonta”
Joe Vardon aggiunge: “I Celtics non stanno dando spazio ad Adebayo in attacco. È uno dei motivi per cui questa serie è cambiata”.
CALCIO ITALIANO
L’arresto del capo ultrà che la prefettura portò a far pace con De Laurentiis
Lo chiamano Micio ma non miagolava. Micio è Gennaro Grosso, uno dei capu ultrà del gruppo Masseria nella curva A dello stadio San Paolo. È stato arrestato nell’ultima inchiesta della procura di Napoli, iniziata a ottobre 2022, quando venne organizzato la caccia ai tifosi olandesi dell’Ajax.
«Vanno bastonati. Per amico di Feynnord», scriveva Grosso nella chat WhatsApp del gruppo, intendendo il Feyenoord, le curve sono gemellate, in una di quelle alleanze internazionali per cui i nemici dei miei nemici sono miei amici. Secondo la Digos «a quel punto, Grosso, inizia a dettare la linea operativa che è, chiaramente, quella di colpire sin da subito i tifosi dell’ Ajax ovunque vengano localizzati».
Il quadro è dipinto stamattina da Giovanni Tizian e Nello Trocchia su Domani, perché quel Gennaro Grosso, quel Micio, è stato portato al tavolo della pace con De Laurentiis un mese fa, nei giorni caldi dell’organizzazione della festa scudetto.
“Di certo – scrivono Tizian e Trocchia – c’è che hanno lavorato a una soluzione conciliativa non solo le alte sfere, ma soprattutto quelle locali, come il sindaco, Gaetano Manfredi, e la prefettura. Il problema però è che la pace raggiunta la siglano personaggi del calibro di Gennaro Grosso, immortalato in uno scatto al Britannique insieme agli altri capi ultras accanto a De Laurentiis”.
Domani scrive che l’ultima indagine della procura e della Digos della polizia partenopea “scatta una foto limpida della strategia dei gruppi ultras «impegnati nell’organizzazione e attuare azioni violente finalizzate agli scontri con omologhi gruppi di tifoserie antagoniste e a conseguire il controllo territoriale delle Curve». I ricatti e le pressioni delle curve – si legge nella sintesi online – va oltre Napoli. Per la prima volta però c’è l’intenzione di osservare il fenomeno dei rapporti opachi con le società in maniera organica. Lo sta facendo la direzione nazionale antimafia, che indaga sui recenti episodi che hanno nuovamente svelato i rapporti stretti e incestuosi tra tifoseria organizzata e dirigenza calcistica. Una verifica iniziata di recente, condotta da un pool di magistrati esperti della materia: vogliono capire dove si ferma la passione e dove iniziano gli interessi economici, le intimidazioni, i favori”.
ATTESE Il Papu Gomez e la finale di mercoledì contro la Roma
«Gasp è stato il migliore. Se sono ciò che sono lo devo anche a lui: mi ha cambiato la mentalità, mi ha reso più ambizioso. In campo è il numero uno, per come giocano le sue squadre e per il modo di trasmetterti le cose. Non abbiamo fatto pace, ma se lo dovessi incontrare oggi gli darei un grande abbraccio e riderei su tutto ciò che è successo tra noi. Il passato è passato, e il tempo cura tutto».
➣ Che finale si aspetta?
«Difficile, chiusa. Le italiane sanno difendersi, la Roma di più. Ha furbizia ed è brava in contropiede. Ci lasceranno la palla, dovremo farne buon uso».
➣ E Dybala?
«Con lui o senza di lui la Roma cambia molto. Aveva bisogno di aria nuova e tra la passione di Roma e la protezione di Mourinho è tornato quello di una volta. Certo, Palomino gli ha dato un bel colpo, vediamo se si riprende». – intervista di filippo maria ricci, la Gazzetta dello sport
PROSPETTIVE L’atteggiamento dell’Inter davanti al Manchester City
Ne scrive stamattina Luigi Garlando sulla Gazzetta prendendo spunto dalla finale di Coppa Italia di mercoledì. Dice Garlando: “L’Inter ha concesso 6 tiri nello spazio alla Fiorentina: troppi. Troppi varchi ha trovato Bonaventura per imbucare palloni pericolosi in area. Replicare a Istanbul l’errore di Bastoni sul gol viola sarebbe rischiosissimo: si è accentrato troppo lasciando spazio alle sue spalle che Gonzalez ha trasformato nel gol del vantaggio. Agli estremi della falange offensiva di Guardiola, Bernardo Silva e Grealish non sono meno determinanti di De Bruyne, imbucatore centrale: il portoghese ha dettato e realizzato il primo gol al Real Madrid nella semifinale di ritorno; l’inglese ha innescato il secondo. Le sincronie tra Darmian e Dumfries e tra Bastoni e Dimarco saranno fondamentali per coprire ogni centimetro sulle corsie laterali. Terza cosa da non ripetere a Istanbul: il calo di ritmo che ha consegnato il campo alla Fiorentina nella ripresa. Il City stronca sulla distanza con l’intensità della sua pressione e con uno stillicidio di passaggi ad alto ritmo. L’Inter sarà costretta a pareggiare quel ritmo e quell’intensità, aiutandosi con i cambi, ma non potrà abbassarsi e rallentare come a Roma nella ripresa. Nella difficoltà però l’Inter si è confermata squadra che sa soffrire e resistere”.
PAROLE La guarigione di Alberto Zaccheroni
«Mi ha trovato mia moglie Fulvia accasciato a terra, in fondo alle scale. Dice che ero in un lago di sangue, con la testa aperta e un occhio fuori dall’orbita. Sono vivo per miracolo, ma del mese in terapia intensiva non ricordo nulla».
so solo quello che mi ha raccontato mia moglie che era con me a casa a Cesenatico. Lei era al piano terra, io stavo verosimilmente scendendo le scale e sono scivolato. Sono ruzzolato per otto-dieci gradini. Lei è accorsa perché ha sentito le mie urla.
Avevo battuto la testa, può immaginare il suo spavento».
➣ È riuscito a ricostruire il motivo della caduta?
«Poiché c’era la cagnolina di Luca, mio figlio, si pensa che l’avessi in braccio e mi sia proteso in avanti per proteggerla dal tonfo».
➣ Qual è la prima immagine di cui ha memoria quando la svegliano dal coma?
«Nella stanza c’era solo il personale medico, non era stato ammesso nessun familiare. Mi siedo e mi guardo le gambe: dopo un mese steso a letto, sembravano quelle di un anziano. “Dove sono finiti i miei muscoli?”, ho chiesto incredulo».
➣ Saprà rialzarsi anche stavolta l’Emilia-Romagna?
«Siamo geneticamente gente laboriosa, ci risolleveremo. Anche se occorrerà trovare una soluzione al fatto che lo scorrimento dell’acqua non abbia incontrato ostacoli. Sa cosa mi ha colpito? La coscienza civile dei ragazzi. In tanti si sono messi a disposizione, come volontari, per aiutare». – intervista di monica colombo, Corriere della sera
L’inzaghismo esiste o no?
Paolo Tomaselli sul Corriere della sera ragiona su formule lunguistiche e neologismi da Treccani. Sarrismo, allegrismo, cholismo. E inzaghismo? Esiste o no?
“Per Inzaghi, come per l’Allegri degli anni d’oro — non quello del bis juventino senza vittorie e con più alibi che idee — la questione non si pone nemmeno: quando la squadra va male – scrive – è colpa loro, quando va bene è merito dei giocatori, come diceva il grande Boskov. Sono etichette, certo, che però non sono solo legate alle mode, ma anche ai modi: la comunicativa di certi allenatori è come il loro calcio, efficace magari in determinati momenti ma poco accattivante. E in un mondo che si sposta sempre più verso l’industria dell’intrattenimento, questo aspetto fa la differenza non solo nei gusti dei tifosi, ma a volte anche nelle scelte delle società. Inzaghi piace finché vince e in realtà anche quando porta a casa una finale tirata come quella di mercoledì contro la Fiorentina, lascia perplessi i tifosi che non vorrebbero vedere in campo Correa o Gagliardini. Ma la gestione del gruppo è invisibile da fuori, ed è fondamentale. E pazienza se l’etichetta di allenatore «gestore» è quasi un’offesa. Il più vincente di tutti in Champions, in fin dei conti, non ha mai dato vita all’Ancelottismo. E se ne è fatto ampiamente una ragione”
EUROGOL
I tifosi del Besiktas che fanno opposizione a Erdogan
Il gruppo di tifosi si chiama Carsi. Hanno la loro roccaforte all’Esperi, “piccolo pub buio situato in un vicolo trafficato nel quartiere di Besiktas, nella parte europea di Istanbul”. Il titolare, Cem, riceve qui. A prima vista, non sembra un ritrovo per tifosi. Al posto delle foto dei giocatori e di maglie bianconere autografate, ci sono citazioni di intellettuali turchi, esposte come slogan sui muri. Il Besiktas è al terzo posto in campionato, a 5 punti dalla capolista Galatasaray, a due giornate dalla fine,e ai suoi tifosi piace dire che le possibilità di vincere lo scudetto sono pari a quelle dell’opposizione al secondo turno delle elezioni presidenziali di domani. Quasi nulle.
Questo è il campionato in cui Hatayspor e Gaziantep, le squadre dei luoghi vicini all’epicentro del terremoto del 6 febbraio, si sono ritirate dal campionato, con la garanzia di conservare il loro posto nella prossima serie A.
Istanbul è anche quel posto dove tra un paio di settimane l’Inter andrà a giocare la finale di Coppa dei Campioni contro il Manchester City. Dove i Carsi “non esitano a manifestare la loro contrarietà al governo” come scrivono Inès Gil e Hugo Latissier in un reportage di stamattina per l’Équipe. Nel 2013 erano in prima linea nel movimento sociale di Gezi, una protesta durata quasi tre mesi, 7 morti, quasi 8.000 feriti, più di 3.000 arresti. Dieci anni dopo, 35 di loro, tra cui lo stesso Cem del pub-bar Esperi, sono ancora sotto processo per tentato golpe. Tre mesi fa, i Carsi hanno animato il movimento che lanciò migliaia di peluche durante la partita con l’Antalyaspor, un omaggio ai bambini morti nel terremoto di inizio febbraio – più di 50.000 vittime in totale – chiedendo le dimissioni del governo.
“Un gesto forte considerando il clima autoritario, tanto più che dal 2010 sono vietati slogan politici durante le partite”. Il gruppo si definisce apolitico, ma nei colloqui con i giornali francesi, “l’animosità contro Erdogan è palpabile”. In Turchia, spiega il giornale francese, il calcio è una riserva infinita di voti, oltre che un mezzo di controllo demografico. Erdogan era lui stesso un calciatore semi-professionista prima di intraprendere la carriera politica.
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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
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