Dove si legge del salto in alto dell’Inter e dei salti in lungo di Furlani e Iapichino | La carezza del 25 maggio

 

giovedì 25 maggio 2023

# Giorno 8 della Seconda Manche

[ultimo aggiornamento: ore 9.20]

  DI CHE COSA SI PARLA STAMATTINA

La Coppa Italia dell’Inter a due settimane dalla Champions

 

 

L’Inter ha vinto la 76esima edizione della Coppa Italia battendo in rimonta per 2-1 la Fiorentina all’Olimpico di Roma. È la nona vittoria in quindici finali, la quarta coppa con Simone Inzaghi allenatore. Al vantaggio di Nico Gonzalez in tre minuti, ha replicato Lautaro Martinez con una doppietta. 

 

1-2   Luigi Garlando sulla Gazzetta dello sport considera che la Fiorentina si è illusa, ha subito la superiorità dell’Inter, però ha concluso all’assalto, sfiorando i supplementari. Abissale la distanza tra Lautaro e Cabral, invisibile. Jovic, entrato nella ripresa, ha sfiorato due volte il gol. Facile dire a posteriori che Italiano ha sbagliato la scelta del centravanti. Ma il sospetto c’è…

E forse ci stava anche il tosto Mandragora dall’inizio per Castrovilli. La Fiorentina ha vestito l’abito elegante per il grande ballo, con tanta qualità tecnica, ma nel primo tempo, quando Lautaro ha fatto la storia, ha faticato a contenere le ondate nerazzurre

Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello Sport-Stadio scrive che la partita, divertente quasi esclusivamente per merito della Fiorentina, è sempre stata viva, aperta, nonostante la squadra di Italiano si sia dimenticata ogni tanto di avere a che fare con l’Inter, concedendo troppi uno contro uno e praterie a Dumfries, Barella, Dimarco e Dzeko. Il risultato l’ha prodotto, come al solito, Lautaro. Lui la differenza, la più evidente.  All’Olimpico Simone ha impiegato dall’inizio la formazione che dovrebbe ripresentare a Istanbul, con la sola eccezione di Mkhitaryan al posto di Brozovic se l’armeno dovesse riuscire a recuperare. L’Inter ha disputato una partita di errori (il primo di Bastoni al terzo e di palleggio) ma anche di sofferenza e controllo, subendo a lungo le iniziative della Viola. Che gioca a calcio, sfruttando la qualità dei centrocampisti e degli esterni d’attacco.  

Paolo Condò su Repubblica ha scritto che se l’Inter si è fatta bastare una frazione di partita per riportare a casa la coppa, resistendo alla pressione della squadra di Italiano in una ripresa colorata di viola, è perché la primavera dei tanti duelli superati ha trasformato una formazione in una ciurma. Non si contano i momenti in cui i nerazzurri si rimproverano a vicenda, o i sostituiti se la prendono con Inzaghi, o qualche smagliatura spalanca l’area allo sciagurato Jovic. Ma una ciurma è tale perché malgrado tutto sa sopravvivere. Che la delusione carichi a pallettoni la Viola in vista di Praga, ampiamente alla sua portata. Che la soddisfazione convinca ancor più l’Inter della sua anima di fil di ferro

Andrea Codega per Sportellate ha visto due fasi di pressing che hanno fatto acqua in diverse fasi della partita, producendo tantissime azioni box to box da una parte e dall’altra

 

TACCUINI Simone Inzaghi

Ancora Andrea Codega su Sportellate: Re di Coppe. A proposito di gerarchie: non è bastato un rosso denso di stupidità e leggerezza per convincere Inzaghi a non inserire Gagliardini, con Correa, nei minuti finali, così come capita da un mese e mezzo a questa parte in tutte le partite di coppa disputate dall’Inter. La logica suggerirebbe qualche scelta differente, ma il Re di Coppe non lo sa e ha apparentemente deciso di vincere tutto seguendo questa scelta. Con buona pace di cosa ne pensino gli altri, per ora è la sua Inter – in tutti i sensi – a vincere.

Paolo Tomaselli, Corriere della sera: Inzaghi intanto alza il settimo trofeo nazionale su otto finali disputate da allenatore, senza contare quella da giocatore. Ha perso solo la prima, ai tempi della Lazio contro la Juve, poi non ne ha più sbagliata una, da outsider o da favorito non fa differenza. In vista dello scontro impari con il City, l’Inter arriva con il bilancio ampiamente positivo (a meno di clamorosi scivoloni verso la zona Champions) e il suo allenatore — che è stato «confermato al 100%» prima da Zhang, poi dall’a.d. Marotta e infine anche da sé medesimo — può guardare al «sogno diventato realtà» (come lo ha definito ieri lo stesso Marotta) con serenità. E soprattutto con un centravanti assatanato, che sei mesi fa ha alzato la Coppa del mondo e adesso in otto minuti e con un secondo gol al volo alla Boninsegna, ha ribaltato anche la Fiorentina

 📌  PUNESSE Il batticuore Gagliardini

Daniele Dallera, Corriere della sera: Allenatore coraggioso Inzaghi, perché per schierare nel finale Gagliardini a difesa del risultato, quel 2-1 così tormentato, ci vuole fegato. Soprattutto dopo quello che ha combinato domenica a Napoli.

 

ARTEFICI Lautaro Martinez

Luigi Garlando, la Gazzetta dello sport: Ok, il Mostro Erling Haaland ha altri numeri, Mbappé e Messi hanno altro status, ma, dovesse riuscire ad allineare Italia, Europa, Mondo, come potrebbero non considerarlo per il Pallone d’oro?

È STATA TUA LA COLPA La difesa della Fiorentina

Luca Valdiserri sul Corriere della sera ha trovato Milenkovic un disastro. Lascia in gioco Lautaro sul primo gol e si fa divorare sul secondo. Indifendibile. Andrea Codega su Sportellate dice che Martinez Quarta e Milenkovic hanno fatto acqua da tutte le parti dopo i primi 20′. Questa è una costante della stagione e della gestione straordinaria di Italiano, che mai è riuscito a trovare correttivi difensivi al suo stile di gioco spregiudicato: solo un Dzeko in stato pressochè impresentabile ha vanificato la possibilità di vedere uno score ben più alto per la sponda nerazzurra

Tuttavia, Alberto Polverosi sul Corriere dello Sport-Stadio dice che la Fiorentina non meritava di perdere. Meritava quanto meno di vedere cosa c’era dentro ai supplementari. Meritava tanto di più. Ma anche così la storia di questo 2023 resta fantastica, è una storia che potrebbe ancora trasformarsi in leggenda, perché se la Fiorentina è questa a Praga il West Ham soffrirà più di quanto ha sofferto l’Inter

 

  In ricordo di Gaetano Scirea

Nell’anniversario numero 70 della nascita, Germano Bovolenta ricorda sulla Gazzetta il campione del mondo di Bearzot. Era un uomo pieno di gioia. Era un grandissimo, meraviglioso giocatore, forse il più grande libero della storia del nostro calcio. Gaetano Scirea è morto sul posto di lavoro, su una strada della Polonia, dentro una macchina imbottita di taniche di benzina. Il giorno in cui vinse il primo dei suoi sette scudetti juventini – dice – nel 1975, festeggiò in discoteca con la squadra fino all’alba. Poi, più tardi, racconterà: «Rientro e vado a comprare i giornali che celebrano il nostro trionfo. Ma l’edicola davanti a casa mia era vicino alla fermata dell’autobus che portava gli operai in Fiat. Mi vergognavo di farmi vedere vestito da sera, in smoking, alle 6 del mattino, da gente che stava andando in fabbrica». Pensò con commozione al suo papà Stefano, che aveva lavorato 38 anni alla Pirelli e faceva i turni di notte. Pensò agli operai della Bicocca, salutò da lontano l’uomo dell’edicola e corse in casa

 

    Ma quale produttore, De Laurentiis è un imprenditore calcistico

Il Corriere della sera stamattina analizza il gruppo De Laurentiis, alla luce dell’aneddoto rivelato da Aurelio De Laurentiis a Bruno Vespa: il rifiuto a vendere il Napoli per un miliardo e mezzo, oppure tutte le sue attività per due e mezzo. 

Scrive Mario Gerevini: Dentro il gruppo Filmauro, invece, sono «parcheggiate» decine tra Ferrari, Porsche e Mercedes, nuove ed usate «di particolare pregio», prese all’asta, con un valore di quasi 20 milioni alla data del bilancio e destinate alla rivendita. Attualmente, però, nel catalogo online vengono presentate solo quattro Porsche d’annata. È una delle attività secondarie della holding, così come la gestione di pub e ristoranti o la produzione di gelati con il marchio Steccolecco. Tuttavia sempre di «noccioline» si tratta e non certo di asset che spiegano i 2,5 miliardi.

Il pezzo grosso è il Napoli e il miliardo offerto è una cifra che rientra nel range (molto largo) dei prezzi del calcio perché è una società sana in una piazza dalle grandissime potenzialità. Anche se non è vero che il club è senza debiti e ha i bilanci in utile. Il debito al 30 giugno 2022 era di 258 milioni; negli ultimi tre anni di convivenza con il Covid il Napoli ha perso 130 milioni; ha chiuso due bilanci in utile negli ultimi otto anni e al 30 giugno 2022 il patrimonio netto era calato a 68 milioni dai 140 del 2021. Solo che il debito è «sano» e sostenibile, il club è sempre stato in grado autonomamente di far fronte alle perdite grazie alle riserve accumulate, senza necessità di ricapitalizzazione

Gerevini ricorda che “dieci anni fa il Napoli totalizzava il 71% dei proventi di gruppo, nel 2018 l’87%, nel 2021 il 92% su 245 milioni di fatturato consolidato, quest’anno potrebbe superare il 95%. I salari e gli stipendi del personale di produzione film rappresenta da anni (anche prima del Covid) meno dell’1% di quelli del calcio, gli allenatori tesserati sono il doppio dei dipendenti dell’area cinema e i calciatori il triplo, i ricavi cinema erano il 3% del totale anche nel 2019. Con il cinema De Laurentiis fattura 6-7 milioni, con le altre attività residue una decina di milioni. Non si capisce ancora come quest’area di attività extra Napoli possa essere stata valorizzata

 

   Una mano alla Sampdoria

Matteo Pinci racconta come ieri, su invito del presidente Lorenzo Casini della Lega, è passato una sorta di emendamento salva Sampdoria”. I club hanno deliberato a favore della richiesta di due squadre già retrocesse in B – l’altra è la Cremonese – sull’anticipo del 40 per cento dei soldi del cosiddetto paracadute, il tesoretto che va a chi lascia la A. 

La Cremonese – racconta Pinci – neopromossa un anno fa, incasserà appena 4 milioni di anticipo sui 10 che le spettano dopo un solo anno in Serie A. La Samp, al contrario, beneficerà subito di 10 milioni, visto che la sua quota di paracadute è la più alta possibile, quella da 25 milioni di euro.

Come da richiesta, i soldi saranno disponibili già da domani. Ossia, appena in tempo per onorare la scadenza degli stipendi, uno step che, se non soddisfatto, avrebbe segnato il prologo a scenari molto più cupi. Che la situazione della Samp sia disperata infatti è cosa nota: quei soldi sono letteralmente ossigeno.

 

 

Canestri che vengono dall’anime

La Giornata Tipo ha parlato sul suo account Twitter [@parallelocinico] del film The First Slam Dunk, uscito in sala da poco anche in Italia.

Probabilmente il miglior manga sportivo di sempre. Il cartone animato, dal 2000 in poi, ha inchiodato al divano milioni di ragazzi che aspettavano le nuove puntate su MTV. Takehiko Inoue, il disegnatore, ha detto che le canotte della squadra sono ispirate a quelle dei Chicago Bulls e i capelli e il carattere del protagonista, Hanamichi Sakuragi, sono un omaggio a Dennis Rodman. Inoue ha ammesso che ha iniziato a giocare a basket al liceo per fare colpo sulle ragazze. Proprio come Hanamichi. Il doppiaggio italiano è stato definito dal suo responsabile “anarchia totale”, ed è passato alla storia per quanto facesse pisciare addosso dal ridere. Molti anni dopo la messa in onda dell’ultima puntata, Takehiko Inoue stesso, dopo un lunghissimo lavoro, ha creato e diretto il film. In Giappone e in Cina sono state organizzate delle proiezioni del film davanti ad oltre 30.000 persone.

Se il manga e il cartone hanno segnato la nostra generazione, annunciamo, senza troppi giri di parole, che il film è probabilmente uno dei film sulla pallacanestro (ma anche sportivi) più belli della storia. Un capolavoro. Per i disegni, per le animazioni, per la caratterizzazione di tutti i personaggi, per il modo in cui è raccontato, per la spettacolarità della partita, per il ruolo centrale della pallacanestro, e perchè si esce dal cinema con la pelle d’oca e le lacrime agli occhi.

 

 

Due visioni sulla giustizia e il -10 della Juventus

La Gazzetta dello sport: Champions, quanto ci perdo. Juve, stangata da 90 milioni tra mancati premi Uefa e stadio

 

Massimo Gramellini è intervenuto ieri mattina sul -10 alla Juventus dalla prima pagina del Corriere della sera nella sua rubrica quotidiana Il caffè. Dall’alto dell suo insospettabile tifo granata, scrive: La Juve potrà anche averne fatte più di Bertoldo e meritare centomila punti di penalizzazione, ma non è serio togliergliene quindici, poi restituirglieli e poi ritogliergliene dieci, oltretutto un’ora prima di una partita. Sembra la versione giudiziaria del waterboarding, la tortura dell’annegamento simulato.  Sarebbe bastato congelare le sentenze fino al termine del torneo e armonizzare le varie inchieste, così da emettere un verdetto complessivo e chiaro. L’incertezza e l’illogicità dei meccanismi processuali, che paralizzano qualsiasi iniziativa e soffocano il desiderio di investire soldi ed emozioni in un Paese dove da secoli l’unico a vincere sempre lo scudetto è Azzeccagarbugli”.

Tuttavia, nella pagina dello Sport, sempre il Corriere della sera aveva un intervento di Arianna Ravelli che pone alcuni quesiti a proposito dei ritornelli che si ascoltano in giro in queste ore. Per esempio, scrive Ravelli: Nessuno ne parla, ma al Consiglio di Stato — massimo organo della giustizia amministrativa — pendono ancora, l’ultima udienza è stata il 4 maggio, due ricorsi della Juventus per Calciopoli, i cui processi in ambito sportivo sono stati celebrati nel 2006 (con «coda», la prescrizione dell’Inter, nel 2011): 17 e 12 anni fa. Bene, i processi sportivi di Calciopoli si sono tenuti a campionato concluso, come da più parti si asserisce si sarebbe dovuto fare nel caso plusvalenze Juve. La circostanza non ha certo messo al riparo da polemiche. E ricordiamo tutti le difese che lamentavano i diritti violati per l’eccessiva fretta di quei processi….

Ravelli passa poi a esaminare, e spesso a decostruire alcune delle obiezioni ascoltate in questi giorni sulla gestione del processo e sull’amministrazione della giustizia sportiva. Conclude: Quando si dice che il processo penale Juve ancora non è partito si dice il vero, ma la giustizia disciplinare non può aspettare gli anni del processo penale. Giudica su altro e con altri criteri (il principio di mancata lealtà non esiste nel penale, così come il concetto di afflittività) e sono molti i casi di assoluzione in sede penale e condanne sportive che non sono per questo scandali. Pretendere che ci siano tabelle fisse di penalità non è realistico, punire i reati di doping finanziario solo con multe? Siamo sicuri? La giustizia sportiva vincola solo persone che l’hanno accettata, quando, non obbligate, si sono messe assieme per svolgere un’attività: riformiamola, ma attenzione a non fare peggio”.

Per quel che vale Slalom aderisce al Lodo Ravelli. 

Quello che il vecchio cuore juventino di Beppe Marotta dalle sponde interiste chiama con molta superficialità il tira e molla dei punti, altro non è stato che un principio democratico di sentenze, ricorsi, secondo grado di giustizia. Oppure facciamo che il giudice decide e chi s’è visto, s’è visto?

 

 

I salti in lungo della meglio gioventù

Due meravigliosi salti in lungo di due maglie azzurre. A Savona, Mattia Furlani è atterrato a 8.44, ma la misura non punò esserre convalidata per una bava di vento superiore al limite dei 2 metri al secondo. In Grecia Larissa Iapichino ha fatto il suo primato personale all’aperto.

Andrea Buongiovanni sulla Gazzetta dice: Mattia non cammina, rimbalza. Mattia non corre, danza. Mattia non salta, vola. Mattia Furlani, 18 anni compiuti il 7 febbraio, è un’opera d’arte. E con quei piedi, quelle caviglie e quella leggerezza fa e farà meraviglie.   Uno con l’elasticità di Mattia si vede di rado: i suoi tendini d’Achille sono molle. «Il mio segreto – dice – è che da quando sono nato vivo di atletica, mia prima e unica passione. In famiglia è sempre stato così, anche se dagli 8 ai 13 anni ho anche giocato a basket, sport che continua a piacermi molto». Mamma Khaty Seck, origini senegalesi, che lo allena, è stata buona velocista, papà Marcello saltatore in alto da 2.27 (nel 1985), la sorella Erika, 27 anni, nella stessa specialità vanta un 1.94.

Furlani gli racconta che fa una dieta, ma al contrario «perché, 1.83×66 kg, devo metter su massa grassa. Ma mangio di tutto e, fagioli a parte, mi piace anche la verdura». 

Buongiovanni scrive: Arrivederci a Hengelo, in Olanda, il 4 giugno. Il panamense Irving Saladino, su quella pedana, nel 2008 planò a 8.73…

 

Claudio Lenzi scrive invece di Larissa Iapichino, sempre sulla Gazzetta: Nemmeno una folata di vento contrario a -1.8 m/s rallenta i progressi della 20enne fiorentina.  Indoor aveva saltato 6 e 97 a Istanbul, a inizio marzo. Il nuovo personale all’aperto ha migliorato di 3 centimetri la misura precedente, un 6.80 fatto a Savona tre anni fa. Ha vinto il meeting di Kallithea battendo la svedese Sagnia [6.61, lei con vento leggermente a favore]. 

 

 

  Le alluvioni in Polinesia mettono in dubbio il surf di Parigi 2024

 

Quattordici mesi prima delle Olimpiadi di Parigi, il villaggio di Teahupoo ha perso un po’ della sua leggendaria tranquillità. Gli abitanti aspettano le gare di surf, trasferite da quest’altre parte del mondo con molte controversie sin dal principio. Per molto tempo hanno discusso se costruire onde artificiali o se gareggiare nel cuore della natura. Mentre le parole facevano il loro corso, sono arrivate le alluvioni. Il primo e il 10 maggio, il fiume Fauoro che dai piedi del monte Roniu marcia verso Havae ha visto straripare il suo letto come mai era accaduto. Il fenomeno è stato amplificato da una grossa mareggiata. Gli anziani del luogo non ricordano d’aver mai visto qualcosa del genere. Molti hanno perso quasi tutto. Alberi sradicati, case distrutte, auto alla deriva nella laguna. Teahupoo è stato uno spettacolo di desolazione: famiglie in lacrime, cani morti che galleggiano sulla superficie, lo stato di calamità naturale dichiarato dal governo.

È per le Olimpiadi, dicono adesso nel villaggio. Danno la colpa alla costruzione di un nuovo ponte. Gli alberi che strisciavano nel fiume venivano fermati dai due piloni piantati alla foce, che avevano l’effetto di alzare il livello dell’acqua. Così raccontava ieri mattina David Michel per L’Équipe, riferendo che tre rappresentanti del nuovo governo del presidente Moetai Brotherson, partito indipendentista, neoeletto, si sono portati sul luogo del disastro accompagnati dal sindaco di Taiarapu Ouest. 

Il ministro dello Sport Nahema Temarii ha fatto balenare l’ipotesi che la Polinesia debba rinunciare ai Giochi. È in carica da sole 48 ore. I geometri escludono ogni connessione tra i lavori e gli allagamenti. Sostengono che il livello del letto è troppo alto rispetto alla strada. È necessario scavare uno o due metri in modo che l’acqua non trabocchi. Nel fiume c’erano degli alberi morti, ecco cosa avrebbe causato l’innalzamento ulteriore delle acque. Se il fiume è pulito, tutto questo non accade. 

Lorenzo Avvenenti è il surfista trentenne che lotta in difesa dei diritti e degli ideali della gente del posto. A L’Équipe parla di luogo sacro. «Nessuno ha detto al CIO che eravamo un piccolo paradiso. Saremmo stati meglio, senza tutto questo. I Giochi, io non li voglio. Un anno fa è venuto in visita Tony Estanguet, ho parlato con lui. Abbiamo avuto piogge molto più intense in passato, non ci sono mai state inondazioni del genere o simili disastri. Sono arrabbiato con il governo e sono molto triste, mi fa male il cuore».  

La casa di Avvenenti accoglie stabilmente surfisti stranieri, in genere hawaiani. Si affaccia sul porto turistico di Teahupoo, deturpato dai lavori di modernizzazione. Rimarrà chiuso per un anno, ogni giorno ci sono turisti che rompono la barriera corallina. I lavori sversano petrolio e gasolio nella laguna, denuncia Avvenenti, mentre i bambini fanno il bagno là. 

Anche l’installazione della fibra rappresenta un incubo. «Una volta che l’avremo avuta, tutti i grandi investitori inizieranno a guardare verso la nostra terra per costruire hotel. Hanno iniziato a installare contatori dell’acqua, presto dovremo pagare la nostra che viene dalle montagne. È decisamente troppo». 

 

Roma, com’è cambiata Piazza di Siena

 

Comincia oggi il tradizionale concorso di equitazione romano, da domani la Coppa delle Nazioni. La star è Von Eckermann, numero 1 del ranking, dice la Gazzetta dello sport. Valerio Piccioni racconta: Libera e bella. Non è una sirena nostalgica di un fortunato slogan pubblicitario di diversi decenni fa. È Piazza di Siena. I suoi colori, il suo fascino, il suo sport. Perché se chiudi gli occhi e ti dicono equitazione non possono non venirti in mente gli oxer, le doppie gabbie o la riviera di questo luogo iconico che da qualche anno non è più lo stesso: niente abbuffata di strutture, niente sabbia, ma una sempre più forte vicinanza fra il pubblico e i protagonisti.

 

TENNIS

Non è poi così male questa sopravvivenza

 

Nella sua rubrica delle lettere, ieri mattina Aldo Cazzullo sul Corriere della sera faceva una riflessione su come il tennis sta resistendo all’addio di Federer, al quasi addio di Nadal, a un Djokovic non più irresistibile: Siamo tutti affezionati a loro – ha scritto – perché hanno saputo andare oltre il tennis e oltre lo sport, rappresentando un punto di riferimento per più generazioni: per fare un solo esempio, su Instagram Nadal ha 18,5 milioni di follower, Djokovic 12,6; il vincitore di Roma, Danil Medvedev, ne ha un milione. E non stiamo dimenticando Roger Federer, che da pensionato guadagna più dell’attuale numero 1, Carlos Alcaraz. Il Roland Garros sarà comunque affascinante, e senza Nadal (14 vittorie su 14 finali, statistica non umana) anche più aperto. E poi l’Italia ha finalmente una buona generazioni di tennisti, anche se non ancora competitivi ai massimi livelli. Con un po’ di fortuna, puoi vincere uno Slam se hai due o tre giocatori più forti di te; ma se ne hai sei o sette, prima o poi trovi la strada sbarrata. È quel che è accaduto a Matteo Berrettini nella finale di Wimbledon del 2021. È quel che rischia di accadere a Jannik Sinner se non farà l’atteso salto di qualità.

 

VITE OLIMPICHE

Fuori dai Mondiali gli olimpionici putiniani

 

Maksim Khramtsov e Vladislav Larin sono due ori olimpici di Tokyo nel taekwondo. Non potranno andare ai Mondiali di Baku per il loro aperto sostegno a Putin nell’invasione dell’Ucraina. Lo ha scritto il sito Inside The Games. La federazione internazionale è tra quelle che hanno revocato il divieto assoluto di partecipazione per Russia e Bielorussia, sulla scorta di quanto raccomandato dal CIO a marzo. Allo stesso tempo le indicazioni prevedono l’esclusione di chi si è schierato dalla parte della guerra. Gli ammessi sono stati 23, 14 con passaporto russo e 9 con passaporto bielorusso. La loro partecipazione resta subordinata alla firma di una dichiarazione di impegno al pieno rispetto delle condizioni stabilite. 

Dalla Russia è arrivata la protesta e la condanna per la decisione di escludere Khramtsov e Larin. Il malcontento è diffuso anche dall’altra parte. L’Ucraina si è ritirata dai Mondiali. In tutto i partecipanti arriveranno da 144 paesi, c’è anche una squadra di rifugiati. Si comincia lunedì e si va avanti fino a domenica 4 giugno. 

 

 

AMERICHE

Stanotte Miami prova a chiudere

 

  L’altra notte Boston ha evitato lo sweep, la parola con cui gli americani definiscono il cappotto, l’eliminazione da una serie play-off NBA senza aver vinto neppure una partita. Quello che è successo ai Lakers contro Denver. I Celtics hanno portato Miami a Gara-5 di stanotte, ma le analisi si concentrano su come stiano sperperando i crediti accumulati durante la stagione regolare e anche in Gara-7 dominata contro Philadelphia. 

Secondo Adrian Wojnarowski, probabilmente il più noto insider di NBA, tanti giocatori dei Celtics pensano che la scelta della franchigia di esonerare Ime Udoka sia stata esagerata. Hanno ricevuto le stesse spiegazioni che sono state date al pubblico, senza ulteriori motivazioni a riguardo. Il giornalista americano ritiene che il principale errore di Boston sia stato quello di non assumere un assistant coach di esperienza da affiancare a Mazzulla.

Dice Dunkest che durante la Regular Season sembrava quasi che il cambio di allenatore repentino avvenuto in estate non avesse compromesso l’unità e il gioco della squadra, ma nei Playoffs i nodi sono venuti al pettine e i Celtics si sono dimostrati molto più fragili rispetto che nella passata stagione, sciogliendosi malamente nei momenti decisivi.

 

Il ritiro di Carmelo Anthony

La Giornata Tipo: Per quelli della nostra generazione è stato un riferimento, non con accezioni positive o negative, ma nel senso specifico di un punto fisso in un paesaggio in movimento. È cambiato rimanendo fermo, “the same, but different”, accompagnando in un certo qual senso la parabola di tanti appassionati. Anche con i suoi limiti, soprattutto caratteriali, anche per le sue scelte non sempre vincenti, anche per tutte le volte che ha mancato l’appuntamento con l’impresa.

E’ stato un compagno di strada, e di fatto farà strano aprire un sito internet e non trovarlo più lì, a battersi le tre dita sulla tempia dopo ogni tripla, o segnando in fade-away dopo aver fatto abboccare ad una finta il suo difensore. Grazie di tutto Melo.

 

RUOTE

Le salite decisive del Giro d’Italia

 

  Il Giro della musica andina, dei cori russi e della musica finto rock, bomba o non bomba, sta arrivando a Roma. Marco Bonarrigo sul Corriere della sera stamattina presenta quel che ci aspetta, 10.020 metri di dislivello verticale suddivisi in tre tappe e undici Gran premi della montagna. La definisce “una sbornia verticale con pochi precedenti che spazzerà via ogni forma di tatticismo. Bonarrigo spiega che quando la pendenza supera il 15% parlare di scatti e attacchi non ha più senso, vince l’unico che non si stacca.   Oggi è il giorno delle salite misteriose. Delle difficoltà della Forcella Cibiana e di Coi sanno solo i pedalatori bellunesi più tosti. Sono entrambe montagne «basse» (siamo sui 1.500 metri) con la Cibiana che tocca più volte il 15% e il Coi dal versante Rutorbol (antipasto dell’arrivo in Val di Zoldo) che ha gli ultimi 5 chilometri al 10% con punte del 20%: tra le due salite c’è zero spazio per recuperare fiato e lucidità. Domani le Dolomiti si presenteranno nella loro forma più classica ed epica,  Di qualunque peccato si siano macchiati i corridori nelle prime due settimane (traini, spintarelle, l’attendismo di cui abbiamo spesso accusato i big), l’assoluzione arriverà per tutti sulla cima del Lussari.

 

La crescita di Almeida 

 

Occhio ad Almeida aveva scritto per prima Alessandra Giardini su Bicisport durante la prima settimana. Aveva visto qualcosa nel modo in cui pedalava. Adesso le azioni del portogherse – come si dice in gergo borsistico – crescono in modo unanime. L’immaginifico inviato de L’Équipe, Alexandre Roos, scrive che finora avevamo notato soprattutto i suoi baffi dandy, forse la sua maglia bianca di miglior giovane, ma dalla salita del Monte Bondone di martedì, Joao Almeida ha mostrato molto di più. Negli anni della sua formazione, era tornato a casa per proseguire gli studi, prima come nutrizionista, ma lo hanno annoiato in fretta e questo forse spiega perché, quasi come per vendetta, cosparga di ketchup il suo riso dopo le tappe. Si è poi riorientato verso la psicologia dello sport, ma applica ai crimini. Non vogliamo per forza scorgere un nesso, ma martedì il portoghese ha sfoderato un istinto omicida che non conoscevamo, lui che fino ad ora era considerato nella migliore delle ipotesi un risparmiatore che gestisce i suoi sforzi per rispondere agli attacchi degli altri, nel peggiore dei casi un succhiaruote.  Si è temprato a contatto con due dei più grandi talenti della sua generazione, prima Remco Evenepoel alla Quick-Step, poi Tadej Pogacar, un nato nel 1998 come lui. Deve dire a se stesso che è giunto il momento di vincere una gara di tre settimane

Gaia PIccardi sul Corriere della sera aveva scritto ieri che Joao Almeida è un corridore elegante, una moderata ammirazione per il dio pagano Cristiano Ronaldo, è il terzo incomodo che mentre Armirail tira fuori la lingua e va alla deriva s’inventa uno scatto al rallentatore, quasi una finta in movimento. Roglic, trainato da Kuss, s’illude che le velleità del portoghese siano tenute al guinzaglio dal gregario, invece l’asfalto si allarga, il buco diventa strappo; il primo a intuire che quello è il treno giusto su cui salire è Thomas, che stringe alleanza con Almeida fino al traguardo. Tappa a Joao, maglia al Signor G, come natura crea.

Marco Bonarrigo, ancora sul Corriere della sera, considera che Joao Almeida ricomincia da quattro: per tre volte il portoghese e il Giro d’Italia hanno provato a innamorarsi ed è finita male. La quarta (dita incrociate) forse è quella buona.

In Almeida non crede più di tanto Gilberto Simoni, l’ex maglia rosa che sulla Gazzetta firma un’analisi: “Roglic ha avuto un giorno di crisi sul Bondone: una piccola crisi, contenuta anche bene. Magari si mette il cuore in pace e riprende con più tranquillità. Lui è strano, non perde mai le staffe, non si scompone: io prima di mollare morivo in bici, invece lui rimane agile come se dovesse salvare la gamba. A volte mi sembra quasi che abbia paura di vincere più che di perdere. Però sul Lussari si avvicina a casa, avrà un bel tifo, potrebbe essere una carica importante. Do qualche probabilità in più a Thomas: vedo in lui una grinta positiva, l’ambizione di vincere ancora un grande Giro, o di trovare finalmente il Giro giusto qui in Italia. Dei tre lascio più indietro João Almeida, ma soltanto per l’età

 

      Il ribaltone di Dainese

Del vincitore di tappa di ieri, Cosimo Cito su Repubblica ricorda che a Bergamo era arrivato a 43 minuti dai primi, a 13 dal penultimo. Alle spalle aveva solo la macchina del fine corsa, con la sua tremenda bandiera arancione al vento, che lo prendeva come riferimento: arrivato Dainese, la tappa è finita, si può riaprire la strada. Tre giorni dopo ha vinto lui per 17 millimetri su Milan.

Al Vento racconta con Michele Pelacci che giorni fa svariate persone sulla Boccola hanno riferito di averlo visto aiutarsi nella salita, aggrappandosi a ciò che poteva. Per quel che mi riguarda, meglio così. Ricordo la tappa di Napoli, quando un Alessandro Verre a bagnomaria tra fuga e gruppo usufruì del bidon collé per tirare il fiato sul valico di Chiunzi. Un giudice in modo iniziò ad annotare sul taccuino e tutti, sulla macchina in cui ero lì accanto, pensammo: «Ma che cazzo scrivi, dai!». Dopo la tappa di Bergamo, Allegra mi ha scritto che le è capitato «di essere vicino alla fidanzata di Dainese e la sua preoccupazione, emozione, distruzione nel vederlo al primo e al secondo passaggio mi ha sciolto il cuore». Dainese stava così male (problemi di stomaco) che è arrivato ultimo a quasi un quarto d’ora dal penultimo. Di queste storie di redenzione, di uscita dal tunnel della sofferenza con una grande vittoria, non penso ne avremo mai abbastanza. Per questo sarebbe bello se l’ultima tappa per velocisti del Giro, a Roma, la vincesse Arne Marit. Ieri in lacrime all’arrivo, non si dava pace per una catena saltata al momento peggiore: «This is fucking… I have no words for this». Oggi cominciano tre giorni infernali, Arne. Tieni duro che prima o poi arriva.

 

     PARERI  Come la vede Saronni

Chi è il più attrezzato tra Thomas, Almeida e Roglic?

«Mi attengo a ciò che vedo. Sui Cappuccini l’uomo da battere mi era sembrato Roglic, invece sul Bondone ha accusato, e un po’ mi dispiace. I fatti dicono che il più solido è stato Thomas, che ha ripreso la maglia da leader, il più generoso Almeida, che ha acceso la miccia, e il più conservativo Roglic, che si è difeso bene. Val di Zoldo, oggi, non sarà decisiva, ma sulle Tre Cime e il Monte Lussari ne vedremo delle belle».

E se la sorpresa fosse Almeida capace di dare una lezione ai due veterani?

«Beh, sarebbe una bellissima notizia per il Giro avere un re 24enne: i giovani scrivono sempre storie interessanti. Però Joao ci deve dimostrare di avere fatto il salto di qualità e di saper tenere sulle salite vere. Le sparate vanno bene però ora serve solidità». – intervista di gaia piccardi, Corriere della sera

 

  FORMULA UNO

È il week-end del GP di Montecarlo e Daniele Sparisci sul Corriere della sera ricorda che la Ferrari viene da due pole — di fila — e zero vittorie, su una pista dove se parti davanti vinci anche con un motore azzoppato (Ricciardo, 2018). Una specie di maledizione. Nel Principato, questo weekend, la Ferrari ha la più concreta occasione per prendersi il bottino grosso. Fila in qualifica e soffre in gara, ma a Montecarlo alla domenica — se non piove — c’è poco da soffrire se stai in testa. Da perderci la testa con un successo rosso. Darebbe la scossa a Maranello, anche a questa F1 targata Red Bull. Già, ma poi?.

Il Corriere ragiona sulle voci delle trattative di Hamilton ma pure sillo stallo presente nella campagna acquisti per rinforzare la squadra di ingegneri e tecnici. Scrive Saprisci: Dove sono i tecnici che dovrebbero portare nuovo sapere e gettare le basi per il ritorno al vertice? Le trattative proseguono, ma finora i tentativi di soffiare ingegneri di punta alla Red Bull non sono andati in porto. Non è bello sentire Helmut Marko dire che la «Ferrari può aiutare Hamilton, perché Verstappen ora è più ricco di lui». Sa di presa in giro. Senza che dall’altra parte mai si levi una voce, un sussulto, per porre un limite a ciò che si può e si deve dire quando si parla della Ferrari. Cioè di un mito

 

La Ferrari rinvia le novità

Paolo Filisetti sulla Gazzetta dello sport racconta come dal simulatore stia per nascere un assetto diverso, più alto. Ma scrive che bisognerà aspettare la gara del Montmelò per vedere in pista le novità su cui la Ferrari punta per tornare competitiva. In particolare la sospensione posteriore modificata e il fondo evoluto che avrebbero dovuto debuttare al GP dell’Emilia Romagna a Imola. In realtà, le condizioni climatiche avverse avevano fatto decidere al team guidato da Fred Vasseur di rinviare il piano prima ancora che si arrivasse alla cancellazione della gara a causa dell’alluvione. Le soluzioni resteranno nel cassetto anche a Montecarlo, perché nel Principato gli urti contro le barriere sono frequenti e c’è quindi il rischio di danneggiare quelle componenti, attualmente disponibili in pochi esemplari, che sono già caricate sulle bisarche per essere utilizzate fra una settimana in Spagna

 

PALAZZETTI E DINTORNI

Le migliori réclame del basket

▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔

MA LEI È PROPRIO NATO CON LA CAMICIA Sergio Llull

Bisognava chiederselo domenica sera, dopo la vittoria del Real Madrid in Eurolega, e forse ce lo chiederemo chissà per quanto tempo ancora [Biagio Antonacci]. Come sarebbe andata a finire, se l’Eurolega non avesse fatto il solletico con le sanzioni dopo la rissa in campo contro il Partizan, soprattutto come sarebbe andata a finire se non l’avesse passata liscia Sergio Llull. Il canestro decisivo in finale, a tre secondi dalla fine, è stato suo. 

Jorge Quiroga su Marca ha messo l’accento su altro: Non si tratta in queste righe di minimizzare l’importanza del canestro di Sergio Llull, anzi, è stata un’azione prodigiosa firmata da un giocatore capace di fare quotidianamente il sovrumano. Non voglio sminuire nemmeno il premio come mvp per Edy Tavares. Ma credo sinceramente che si sia detto poco, pochissimo sull’influenza di Sergio Rodríguez in finale. Ne aveva già avuta in Gara-5 a Madrid contro il Partizan, guidando prima alla rimonta e poi alla vittoria. Il suo recital di basket, la sua esibizione, il suo Chachismo hanno avuto il loro massimo splendore nella finale. Vedere Chacho giocare in questo modo in quest’ultimo mese significa essere saliti su una Delorean, sì, l’auto di Ritorno al futuro, per viaggiare indietro nel tempo di diversi anni. È il giocatore che ha reso campione il Madrid nel 2015, che ha vinto l’Eurolega con il CSKA nel 2019, che ha vinto ora la finale a Kaunas. Ha dato ordine alla squadra, l’ha calmata e l’ha rivoluzionata. Ha cominciato a distribuire palloni [6 assist all’intervallo e ha chiuso con 9] e ha trovato soluzioni, molte delle quali per Tavares. Tra tutti i momenti della partita, il più decisivo è arrivato a 45 secondi dalla fine, quando ha riportato in vita il Madrid, ha tenuto la porta aperta per la vittoria segnando segnato una tripla con un tiro complicato e coraggioso. Se avesse sbagliato quel colpo, sarebbe stato un addio all’Eurolega. È una banalità. Senza la tripla di Chacho, non ci sarebbe stato il miracolo di Llull.

Senza quelle decisione del giudice sportivo, non si sarebbero state né la tripla di Chacho né quella di Llull. 

 

voci Spagnolo

 ➣  Dove si vede l’anno prossimo?

«Era un saluto di fine stagione, anzi un grazie, per essere stato trattato così bene. Faccio un buon bilancio di questa annata, il premio di miglior giovane del campionato è stato una bella soddisfazione, poi avevo l’obiettivo di far bene con la squadra, dopo l’anno con retrocessione a Cremona, e respirare l’aria dei playoff mi ha ripagato. Era lo step che cercavo, poi i veri obiettivi sono salire finché non si vince. Lottare per lo scudetto, ad esempio. Adesso non so dove sarò. Del futuro parlerò con chi dovrà sceglierlo insieme a me».

 ➣  E cioè Real Madrid e anche Minnesota, che detiene i suoi diritti in Nba. A proposito, dopo il trionfo in Eurolega, s’è sentito un giocatore del Real? 

«Ho visto in tv il finale di partita, e sì, sento di far parte di quella casa. Ho passato a Madrid tre anni, formativi per la mia crescita di giocatore e di persona, conosco molti dei giocatori». – intervista di walter fuochi, Repubblica, ieri

 

 

SPAGNA

I video postati da Vinicius

Maurizio Crosetti firma su Repubblica un intervento nel quale dice che l’altro luogo comune che la tremenda ma coraggiosa carrellata di immagini postate da Vinicius sbugiarda, è che i barbari siano comunque pochi, limitati (intellettualmente, di sicuro) e circoscritti. Invece, purtroppo, sono moltitudine, probabilmente incoraggiata dalle varie derive della destra politica ed extrapolitica che da sempre, quasi in ogni angolo del mondo, si distingue per razzismo, violenza, arroganza e discriminazione, ed è tristemente di nuovo al potere in molte parti d’Europa. Padrona, spesso, di stadi e ultrà. Se il “noi”, così cupo e protettivo, diventa un “tu” da smascherare e punire con la massima durezza, sarà fatto il primo passo verso un diritto di umanità da riconquistare. “Noi” siamo diversi. Gridiamolo.

 

FRANCIA

Dove sarebbe il PSG senza Mbappé

 

  Con la vittoria sull’Auxerre di domenica, il PSG si avvia verso il suo 11esimo titolo in Ligue 1. L’Équipe però si domandava ieri mattina dove sarebbe senza i gol di Kylian Mbappé, nelle ultime settimane decisivo in modo speciale. Nell’ultima partita ha chiuso la partita nel giro di 134 secondi con una doppietta. Opta ha calcolato che con i suoi 28 gol sono arrivati 17 punti. Solo l’attaccante del Reims Folarin Balogun ha fatto altrettanto. Se in modo fittizio li sottraessimo alla classifica del PSG, lo vedremmo finire al terzo posto, a 11 punti dal Lens, a 6 dal Marsiglia. 

L’Équipe faceva notare che dal mesei di agosto fino al mese di novembre erano stati Neymar e Lionel Messi a brillare, nella fase di in preparazione al Mondiale, scrive maliziosamente. I 16 gol post-Mondiali di Mbappé hanno fruttato 13 punti, i primi 12  solo 4 punti. 

È il periodo in cui è quasi riuscito a vincere le partite da solo, scrive il quotidiano francese. Mbappé ha segnato 7 gol negli ultimi 10 minuti di questa stagione. Tre di essi hanno portato alla vittoria Ha segnato il gol d’apertura in una partita per 10 volte e 10 volte le partite si sono chiuse con una vittoria. 

 

Certe delizie da scoprire in tv

 

CANOTTAGGIO Il nuovo doppio pesi leggeri

Agli Europei di canottaggio sul lago di Bled, in Slovenia, la prima barca oro olimpico azzurra riparte con un nuovo assetto. Valentina Rodini si è arresa all’osteoporosi. Federica Cesarini avrà una nuova compagna di carrelli in Silvia Crosio.  Davide Romani racconta che la ventiquattrenne torinese ha nel suo palmares due ori mondiali nel 4 di coppia pesi leggeri ma per la prima volta si cimenta su una barca “olimpica”

Lei dice di sé: «Sono iscritta a Ingegneria meccanica al Politecnico di Torino. Dopo la laurea triennale (voto 110 e lode con “Sviluppo di un movimentatore triassale controllato mediante piattaforma arduino”, ndr) mi mancano 4 esami e poi preparerò quella magistrale». 

  sabato su Rai Sport

 

  La pallamano non fa per le ragazze

“A differenza del calcio, la pallamano è uno sport selettivo. Non basta avere le mani per giocarci: devono essere grandi abbastanza da afferrare la palla e mantenerla salda nel movimento. Il professore di ginnastica alle medie ha sempre detto che non era uno sport da donne, perché le mani femminili sono di solito troppo piccole per abbracciare con fermezza una sfera che ha più di mezzo metro di circonferenza e pesa quasi quanto un vocabolario economico. Le mie mani erano come quelle di tutte, ma a pallamano ho voluto giocarci comunque. Tra la seconda e la terza media ho ripetuto ogni giorno gli esercizi dei pianisti per aumentare la divaricazione delle ossa del metacarpo e ho sollevato decine di pesi per fortificare la muscolatura del braccio e migliorare la tenuta del polso.

Di quei mesi ricordo soprattutto la frustrazione, quando la palla mi cadeva di mano con facilità, a volte per il colpo repentino di un’avversaria, altre solo per la forza di gravità. A ogni fallimento risentivo le parole del professore di ginnastica che diceva: «Fai pallavolo, che almeno non la devi afferrare con una mano sola».

Ci sono voluti due anni e tutta l’espansione consentita dallo sviluppo perché riuscissi a tenerla abbastanza saldamente da potermi concentrare su un lancio in porta senza paura che mi cadesse.

Non volevo la carriera da sportiva, solo giocare fino al limite che mi sarei posta io. Se ci sono riuscita per tutto il liceo è perché non ho mai smesso di credere che sarebbe accaduto. Poi mi sono rotta l’osso sbagliato e la capacità di tenere le cose in equilibrio a dispetto della gravità mi è stata utile per altro”  – di michela murgia, Finzioni, inserto culturale di Domani [per intero qui]

 

A domani

 

facebook | instagram | twitter 

 

 

Una selezione ragionata dei temi e dei protagonisti del giorno, con contenuti originali o rielaborati, con brevi estratti degli articoli più interessanti usciti sui quotidiani italiani e stranieri, i siti, i blog, i social, le newsletter e le riviste specializzate, con materiale d’archivio, brani di libri e biografie. Una guida e un invito alla lettura e all’approfondimento.

Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.

A cura di Angelo Carotenuto.

*

Per supporto tecnico: digital@loslalom.it

Per segnalazioni sui contenuti e per suggerimenti: angelo.carotenuto@loslalom.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.