Lo strappo di Malagò dal CIO. Sta con Abodi e non Bach sui russi a Parigi

No, vi sbagliate. La guerra non è finita, e non è finito niente

Eduardo De Filippo, Napoli Milionaria

 

  PANORAMI

 

Che cosa è successo nello sport in questo anno trascorso dall’invasione dell’esercito russo in Ucraina Le controversie e i punti di incoerenza nei diversi provvedimenti adottati Lo scontro diplomatico in atto per la riammissione di Russia e Bielorussia ai Giochi di Parigi 2024. Il CIO lavora per averle, un documento firmato da 34 governi chiede chiarimenti e si oppone. C’è anche la firma del ministro italiano Abodi. E il presidente del CONI Malagò, membro del CIO, ha detto di condividere e di stare dalla sua parte. 

 

Era di giovedì mattina, e ci svegliammo con la guerra. Avevamo discusso per mesi dell’opportunità di andare ai Giochi invernali di Pechino, la diffidenza del mondo aveva occhi per la Cina, molti paesi non mandarono rappresentanti del governo alla cerimonia. Vedemmo Putin appisolarsi in tribuna al passaggio sulla pista della delegazione d’Ucraina. Avremmo saputo poco più tardi che era là per anticipare a Xi Jinping l’invasione. È certamente una leggenda che nell’antichità l’Olimpiade fermasse le guerre, ma non era mai successo che all’Olimpiade se ne annunciasse una. Sei giorni dopo la fine dei Giochi, la Russia scatenò la sua tempesta, come sei giorni dopo la fine dell’Olimpiade di Sochi si era decisa a invadere la Crimea. Nel 2008 le manovre militari in Ossezia erano cadute a ridosso della cerimonia d’apertura dell’altra Pechino. Non sono mondi così separati come ci piacerebbe credere.

 

Dovevamo capirlo subito che l’intreccio con lo sport sarebbe stato perverso. Nello straniamento iniziale delle istituzioni, tra diplomazia e sanzioni, si infilò la notizia che un tennista russo diventava il numero 1 al mondo in quelle ore. Molti atleti si esponevano con messaggi pacifisti insieme ai molti cittadini scesi nelle piazze delle principali città del paese per criticare Putin. In mezzo a loro c’era un altro tennista, Rublev, pochi giorni prima aveva giocato e vinto il torneo di doppio a Marsiglia, in coppia con l’amico ucraino Molcanov. Sulla maglia dell’atalantino Malinovskiy apparve in serata una scritta di pace. I calciatori di Napoli e Barcellona portarono in campo uno striscione con la scritta Stop War. Gli arbitri non si unirono alla foto: erano russi. Non sceso in campo il calciatore ucraino dello Zenit Yaroslav Rakitskiy, un dettaglio che spiegava la complessa questione delle identità multiple dell’Ucraina, come spiegava in quelle ore lo storico dello sport Nicola Sbetti: Cresciuto nel Donbass, schierato su posizioni più vicine ai filorussi che ai nazionalisti ucraini viene fatto fuori dalla nazionale per essersi accasato in un club russo. Il calcio è diventato troppo politico, aveva commentato. Rivendicò a quel mondo la sua identità.

 

 muri  Le sanzioni  La prima conseguenza fu l’esclusione dei paesi aggressori dai Giochi paralimpici. Da allora, siamo stati circondati da provvedimenti di senso opposto, da ripensamenti e marce indietro. Dopo un anno di guerra, dove siamo?

In una strettoia di paradossi. I nuotatori russi sono fuori e le pattinatrici pure, ma i ciclisti corrono e le tenniste giocano, non a Wimbledon, là non potevano, però ha vinto una moscovita, perché aveva un passaporto kazako. Le squadre di pallavolo contro le altre europee non possono giocare, i giocatori europei in Russia sì, le pallavoliste russe in Italia pure. Fino allo scontro diplomatico nell’imminenza delle qualificazioni per i Giochi di Parigi 2024. Il CIO aveva suggerito a tutte le federazioni la messa al bando, in estate ha cambiato idea. Bach spiega di aver ricevuto due pareri scritti dalle Nazioni Unite. In assenza di una risoluzione ONU, lo sport non può escludere nessuno. Ma l’UE spinge per il sì. 

 

| orizzonti  Il pressing dei governi  L’ultimo sviluppo politico è una lettera arrivata al CIO con la firma di trentaquattro governi. Chiedono chiarezza sulla definizione di neutralità, il principio con cui Thomas Bach sta cercando di riammettere gli esclusi alle Olimpiadi.

Finché non saranno affrontate tali questioni fondamentali e la sostanziale mancanza di chiarezza, di dettagli concreti su un modello di neutralità praticabile, non saremo d’accordo sull’autorizzazione a tornare in competizione si legge nel messaggio ottenuto dall’Associated Press. Hanno firmato tra gli altri Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Canada, Germania. Sono i cinque paesi hanno portato quasi un quinto degli atleti ai Giochi di Tokyo 2021. La lettera non si spinge fino all’uso del verbo boicottare, ma è stata firmata dai quattro governi che sul boicottaggio sono stati finora più espliciti: Polonia, Lettonia, Estonia e Lituania. 

È un documento figlio del vertice del 10 febbraio, al quale prese parte anche il ministro italiano Abodi. Fu un altro momento in cui le marce indietro non mancarono: gli USA avevano offerto nei mesi scorsi a Bach la disponibilità a un’apertura, si sono tirati indietro. 

C’è la firma di Andrea Abodi e del governo italiano anche sul documento di lunedì. Alla presentazione dei Mondiali di scherma a Palazzo Lombardia, come riferisce la Gazzetta, Abodi ha spiegato l’adesione dell’Italia al documento contro il progetto del CIO, contro la partecipazione di atleti russi e bielorussi a tutti gli eventi sportivi 

«Ho firmato a nome del Governo come titolare della delega Sport e Giovani – ha detto -. La compattezza contro la guerra e contro chi l’ha scatenata diventa fondamentale. Non è stata una firma facile, anzi è stata una firma dolorosa perché ho sempre pensato che lo sport dovesse essere, e mi auguro possa continuare a esserlo, un corridoio di dialogo. Ci sono momenti nei quali bisogna assumere una posizione ferma. Anche se l’ultimo capoverso del documento lascia spazio al confronto, magari meno clamoroso e mediatico ma mi auguro efficace».

 

| direzioni  Lo strappo di Malagò  dal CIO   La Gazzetta riferisce anche il commento di Giovanni Malagò, presidente del CONI: «Il Coni rappresenta il Cio ma su questa materia siamo in piena condivisione col Governo».

No, no. Un attimo. Rileggiamo. Forse gli occhi sono ancora chiusi per il sonno.

 «Il Coni rappresenta il Cio ma su questa materia siamo in piena condivisione col Governo».

Eh?

La piena condivisione col governo in questo caso significa essere in opposizione al CIO. Due anni fa Giovanni Malagò protestava contro l’ingerenza del governo negli affari dello sport italiano. Era una storia di cassaforte, mansioni, competenze, scrivanie, una faccenda assai più trascurabile e burocratica di questa. 

Avrà cambiato idea, eppure era lui due anni fa che da ogni tribuna possibile ci ricordava l’autonomia dello sport dalla politica, ricordava che la violazione della carta olimpica prevede delle sanzioni. È sempre lui che in questi anni ha ripetutamente indicato nelle posizioni del CIO la sola linea guida possibile per il CONI. 

Inoltre: il CIO è [anche] lui. È un membro del comitato olimpico internazionale. Forse Malagò ieri ci stava dicendo che allora si dimette, visto che non è più in linea con le idee di Bach. È legittimo non esserlo. Come dice Abodi ci sono momenti nei quali bisogna assumere una posizione ferma. Ma il pregio della posizione ferma è che è una. O di qua o di là

Malagò decida e ci faccia sapere. 

Ci faccia sapere anche se è disposto a sostenere il boicottaggio, nel caso in cui fosse il prossimo passo dei governi. 

| panorami  la stampa tedesca  ►  La stampa tedesca è la più critica verso il progetto del CIO. È un atteggiamento nel quale si concentrano diverse spinte. Uno: la Germania è il paese di Bach, una prossimità che si traduce in un esercizio più rigoroso e severo del giornalismo come cane da guardia del potere. Senza sconti. Due: la Germania è il paese dello scoop giornalistico sul doping di Stato della Russia. Hajo Seppelt, il suo autore per la tv Ard, è tra i più attivi nel parlare di lobby di Bach. 

 

[S]  Tra il Thomas Bach che chiedeva alle federazioni la messa al bando e il Thomas Bach che lavora per avere ai Giochi una rappresentanza di russi, è il secondo che sta svolgendo la sua funzione di “papa dello sport”, come Juan Antonio Samaranch definiva la carica di presidente del CIO. La politica e i governi dispongono le sanzioni, i generali parlano la lingua delle operazioni militari, il compito dello sport olimpico è costruire ponti sopra i nazionalismi. Ognuno ha un ruolo. Non si può rimproverare al CIO di voler riportare in gara sulla stessa pista russe e ucraine. È la sua funzione, che sia romantica o commerciale, che sia per filosofia o per profitto. La questione è certo piena di sfumature, è complessa, si presta a osservazioni e obiezioni. Ma in fin dei conti non possiamo stupirci del fatto che Bach ci sta provando. Il mondo dello sport dovrebbe incoraggiare ogni spiraglio possibile, anche contro le prese di posizione legittime dei rispettivi governi. Non possiamo criticare l’aspirazione all’universalità di Bach e allo stesso tempo criticare gli atleti arabi, quando alle Olimpiadi si ritirano, pur di non affrontare degli israeliani. La politica ha un dovere, Bach ne ha un altro. 

 

 

In uno degli ultimi numeri della newsletter Sportlight [ci si abbona qui], nella sua rubrica A gamba tesa, Nicola Sbetti ha spiegato che le sanzioni allo sport russo e in misura minore a quello bielorusso sono arrivate nei giorni successivi all’invasione, non tanto perché i vertici del CIO e delle Federazioni sportive internazionali fossero animate da particolari intenti punitivi verso Mosca, quanto perché molte federazioni e comitati olimpici nazionali filo-ucraini avevano minacciato di boicottare in massa gli eventi sportivi internazionali a cui i russi avrebbero preso parte. La priorità dei vertici del CIO e delle federazioni sportive era quella di preservare il sistema sportivo internazionale e le sue competizioni. Di fronte alla pressione esercitata dalle federazioni e dai comitati olimpici dei paesi occidentali, l’esclusione della Russia ha rappresentato il male minore per garantire la loro sopravvivenza in una situazione di crisi. In questo senso è stato particolarmente significativo che il CIO abbia voluto presentare questa decisione non come il risultato politico dei rapporti di forza al suo interno, ma come la conseguenza giuridica della violazione dei propri regolamenti. Sul piano formale infatti le sanzioni sono state giustificate con la violazione russa alla tregua olimpica. Proprio questa volontà di trovare una giustificazione giuridica a una sanzione che altrimenti sarebbe stata meramente politica, è la conseguenza della volontà del CIO di continuare a voler presentarsi come un’istituzione politicamente neutrale.

 

Il protrarsi della guerra e l’imminenza delle qualificazioni per l’Olimpiade agita il CIO. 

Non che il presidente del CIO, Bach – dice Sbetti – possa essere definito un filo-russo. Anzi, casomai si è dimostrato essere più vicino a Kiev che a Mosca, visto che, oltre ad aver triplicato i fondi diretti al comitato olimpico ucraino, lo scorso luglio ha visitato l’Ucraina e incontrato ufficialmente il suo presidente Zelensky, mentre con Putin i rapporti si sono fatti ancora più freddi. Resta il fatto che, a fronte di una guerra che minaccia di essere ancora molto lunga, le istituzioni sportive ed in particolare il CIO stanno prendendo le loro contromisure per pianificare il futuro.

Il Guardian ha avanzato nei giorni scorsi l’ipotesi che al divieto di inno e bandiera si aggiunga l’esclusione da Parigi 2024 per i militari. Come dire il 75 per cento della delegazione di Russia. Dove giocano la loro partita uguale e contraria. 

 

Juan Gutiérrez su As interviene stamattina sulla sterzata del CIO che incendia Parigi. Scrive che lo sport mondiale cammina sul filo del rasoio

Il funambolo vede da una parte del filo il movimento olimpico, in difesa dell’indipendenza dello sport, e dall’altra la politica internazionale, promossa dai governi. L’editorialista di As nota che la posizione attuale del CIO contrasta con il suo atteggiamento iniziale di un anno fa. O il rosso diventa verde ora per gli atleti, o rimarrà rosso per sempre. La questione ha una soluzione complessa, perché le due posizioni sono inconciliabili. Quando vedi Andrey Rublev scrivere su una telecamera pace, pace e pace, è difficile non entrare in empatia con lui. Qual è la colpa delle decisioni di Vladimir Putin? Ma è anche vero che lo sport non può voltarsi dall’altra parte, sebbene paghino i giusti per i peccatori

 

LÉquipe: La biglietteria delle Olimpiadi di Parigi 2024 mette i brividi” – A una settimana dall’apertura della vendita a pacchetti, sette sport sono già esauriti e sempre più scontenti lo stanno facendo sapere sui social.

 

La visione di Putin dello sport e l’uso che ne fa 

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    da Slalom #877  del 24 febbraio 2022

 

Jean Christophe Collin su l’Equipe racconta il rapporto che esiste tra Vladimir Putin e lo sport. Viene spesso definito un giocatore di scacchi. I veri conoscitori del mondo russo – scrive – sanno che non è così, è soprattutto un rozzo judoka senza alcuna nozione di rispetto. Gli unici individui per i quali ha stima, sono quelli che ha conosciuto nello sport durante la sua giovinezza, come Jean-Claude Killy, una delle poche persone che hanno confidenza con lui e possono parlargli.

Secondo l’Equipe un rapporto del Pentagono che risale al 2008 gli attribuisce la sindrome di Asperger. L’unica volta che qualcuno ha visto Vladimir Putin sconvolto è stata il 7 giugno 2013 a San Pietroburgo, quando aveva partecipato al funerale della sola persona che gli ha fatto mai abbassare gli occhi, Anatoly Solomonovitch Rakhline. Il suo insegnante di judo. Nella propria autobiografia Putin lo definisce l’uomo che lo ha sottratto alla strada.

Vladimir Putin viveva con i suoi genitori in via Baskov 21 a Leningrado. La famiglia era stata profondamente segnata dall’assedio nazista. Suo padre era membro di un battaglione di sabotaggio dei servizi segreti sovietici infiltrato dietro le basi nemiche in Estonia. Sua madre era stata creduta morta e gettata in una fossa comune. Fu suo padre a scoprirla e a salvarla. Il primo figlio dei due, Viktor, è stato portato via dai genitori perché non potevano permettersi di dargli da mangiare. Sarebbe morto più tardi di difterite in una casa di ricovero. Questo è il mondo da cui proviene Putin.

Sua madre, Maria Chelomova, aveva 41 anni quando nacque. La famiglia viveva nel centro di Leningrado in una kommunalka. Era gracile, si mise a fare boxe, gli ruppero il naso alle prime lezioni. Si diede così al sambo, disciplina basata su tecniche di combattimento. L’Equipe scrive che esiste un ramo riservato esclusivamente al KGB e le cui tecniche sono segrete, in particolare quelle che consentono di eliminare istantaneamente un individuo con pochi gesti, senza attirare l’attenzione. Putin le conosce: come si uccide una persona in due mosse.

Questo è il periodo in cui conosce il suo maestro di judo, diventato disciplina olimpica dal 1964. L’intero gruppo di Rakhline praticava entrambi gli sport. 

L’Equipe scrive che nell’autobiografia Putin definisce inoltre il karate come il balletto, non un vero sport, perché lo sport – scrive – è legato al sangue, al sudore e al duro lavoro

 

 

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