Il treno dei desideri di Magnier

In trenta metri fai appena in tempo ad attraversare una strada o a pentirti di aver detto una frase. Jonathan Milan ci ha perso una tappa. Trenta metri in una corsa di ciclismo che rasenta i 200 km bisogna immaginarseli. Sono la distanza tra una porta e l’ascensore, tra il tavolo e l’uscita di un bar, tra una vittoria immaginata e una vittoria che ti passa accanto. Sono il tempo di cercare le chiavi in tasca e salutare uno che non volevi incontrare, oppure il tempo di perdere una volata che sembrava tua. Negli ultimi trenta metri una volata cambia natura. Non è più solo forza e potenza, quando il tuo treno ti ha lasciato e consegnato all’aria aperta. È una piccola stanza senza aria, dove resta solo chi ha fiato e ha atteso il tempo giusto.

Jonathan Milan si è fatto rimontare dal francese che era andato in maglia rosa il primo giorno, quel Paul Magnier che Ciro Scognamiglio sulla Gazzetta invita a non trattare più come una sorpresa. Cosimo Cito su Repubblica spiega che “l’arrivo era perfettamente piatto, ma ai 200 metri iniziava uno strano lastricato giallognolo, con fessure paurose in certi punti. Sarebbe bastato mettere lo striscione 200 metri prima, perché no? C’era un precedente lontano, un Giro della Bulgaria di 35 anni fa. Arrivo sullo stesso rettilineo, con pioggia, un’ecatombe. Il cielo ha voluto bene stavolta ai corridori, nessuno è caduto. Per un velocista non vincere è come per un centravanti non fare gol”.

 

 

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