Amorim come Maresca, esonerato per non aver capito come cambia il ruolo

Anche al Manchester United c’è uno scontro di potere

Ruben Amorim era arrivato al Manchester United con l’idea di essere qualcosa di più di un allenatore. Non un semplice interprete di un progetto altrui, ma il futuro centro di gravità dell’intero sistema tecnico. Non lo avevano avvertito. Quel ruolo in Inghilterra non esiste più. Ecco perché sono nate le frizioni, non sui risultati, ma sul potere. Su chi decide, su chi comanda davvero. Di nuovo. Come al Chelsea.

Negli ultimi giorni questa frattura era diventata più visibile, fino alla rottura di stamattina e al suo esonero. Amorim aveva parlato in conferenza stampa proprio come quelli che stanno per andarsene. Aveva rivendicato controllo, aveva messo in discussione la struttura, aveva fatto capire che il tempo poteva non essere un suo alleato. Quando un allenatore inizia a ragionare così, a farlo in pubblico, a esporsi, a non trattenersi più, l’epilogo è quasi sempre lo stesso.

Il Telegraph con Jason Burt raccontava già prima dell’esonero questa storia come l’ennesimo capitolo di una dinamica ormai consolidata, scrivendo che in casi come quelli dello scontro diretto tra Amorim e il direttore sportivo Jason Wilcox, “difficilmente sopravvivono entrambi”.

Il punto, secondo il Telegraph, è un altro. “Il calcio moderno ha decretato la fine del manager onnipotente: oggi è l’era degli head coach”. Ma non tutti riescono ad accettarlo. Amorim arriva da un contesto – il Portogallo – dove il modello è diverso, e allo Sporting CP non aveva il potere che ora rivendica. Lì lavorava con un direttore sportivo, Hugo Viana, oggi al Manchester City. A Manchester, invece, Amorim ha alzato la voce: «Sono venuto qui per essere il manager del Manchester United, non l’allenatore del Manchester United».

Una frase che pesa, perché il suo titolo ufficiale era proprio head coach. E perché, sottolinea Burt, Amorim conosceva benissimo la struttura che stava accettando, così come la rosa ereditata. Il club ha investito oltre 200 milioni di sterline per adattare la squadra al suo sistema, comprando un portiere, rinforzando l’attacco e persino un esterno funzionale al 3-4-2-1.

“Amorim stava semplicemente seguendo la linea ufficiale o sta ora alludendo a promesse non mantenute?”. A quell’idea, cioè, resa celebre da Kevin Keegan, del club che non fa quello che c’è scritto sulla brochure.

Burt sottolinea che le parole di Amorim ricordano quelle di Mauricio Pochettino al Tottenham dopo la finale di Champions League del 2019. Anche lui chiese che il suo ruolo fosse ridefinito, perché non aveva alcuna influenza sul mercato. Pochi mesi dopo fu esonerato. Arrivò José Mourinho, che a sua volta reclamò più controllo e finì allo stesso modo.

“Tutto si riduce sempre a una lotta di potere”.

La differenza, questa volta, è che Amorim ha chiamato in causa direttamente la struttura. Senza nominarlo, ha detto che il direttore sportivo e lo scouting devono fare il loro lavoro. Ha aggiunto una frase che segna un cambio di passo rispetto al passato: «Non ho intenzione di dimettermi». Dopo aver perso una finale di Europa League l’anno scorso aveva invece parlato della possibilità di andarsene senza compenso. Era una linea. Il Manchester l’ha seguita.

Ancora più rivelatrice è stata un’altra frase riportata dal Telegraph: «Il mio contratto finisce tra 18 mesi, poi tutti andranno avanti». Parole che non appartengono a un allenatore che immaginava una ricostruzione lunga. Invece era stato scelto per quello. A Manchester si erano abituati agli scatti emotivi di Amorim.

“Prima lo shock, poi un po’ di imbarazzo, infine l’idea che tutto si calmerà”, scrive Burt. Ma questa volta il contesto era diverso: arrivava dopo la frustrazione per un mercato di gennaio che potrebbe non portare rinforzi, e dopo indiscrezioni – difficili da spiegare – su una clausola da 65 milioni per Antoine Semenyo che il club ora sembra non voler esercitare. È finita così.

Se ci fosse il solito cronista Ciotola di Sportacus direbbe che la domanda del cronista è la seguente: “Lo United sapeva davvero chi stava prendendo?”. È la stessa domanda che si pone il Telegraph. Un tecnico che ha Mourinho come modello, emotivo, inflessibile, profondamente legato alla propria idea di calcio. È arrivata la resa dei conti.

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