Lo Slalom del 26 novembre | Cosa leggere, sapere e vedere

 

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# 1 giorno a Roma vs Midtjylland

 

     

►  DUE VITTORIE della serie A nella prima serata della nuova finestra di Champions: la Juventus è andata a vincere al circolo polare artico contro il Bodo/Glimt e il Napoli ha vinto con il Qarabag sotto il solito acquazzone che cade sulla città e che l’ufficio turismo del Comune lavora per nascondere. Stasera giocano l’Atalanta a Francoforte e l’Inter a Madrid.

◇  In caso di qualificazione ai Mondiali, l’Italia sarà in quarta fascia come tutte le altre nazionali che arrivano dai play-off e non in seconda come sarebbe altrimenti avvenuto considerando il ranking. Per il resto tutto bene. 

◇  La Champions femminile di pallavolo è iniziata con due vittorie italiane: Novara per 3-1 in Polonia contro il Budowlani Lodz, Conegliano in casa al tie-break con le turche dell’Ankara. Il primo punto del torneo è stato messo a segno dalla russa Arina Fedorovtseva, 21 anni, figlia di un oro olimpico 2004 del canottaggio. Gioca nel Fenerbahçe.

 

   

Tristezza, per favore vai via

Ornella Vanoni

 

  

La fiamma dei Giochi italiani accesa senza il sole

  La sacerdotessa con la tunica bianca. Il braciere caro agli dei. La sacra fiamma che parte da Olimpia e giunge intrepida nella città dei Giochi. La prima volta che lo sport mondiale mise in piedi il rito, fu per aggiungere suggestioni alla cerimonia d’apertura dell’edizione di Berlino del 1936. Per quanto ci si giri attorno, il rito del più grande evento universale è rimasto quello pensato per far piacere a Hitler. Jules Boykoff, ex calciatore e oggi massmediologo, autore del libro Power Games: A Political History of the Olympic, da tempo si domanda se non sia il caso di rivedere certe abitudini con le sue immagini e le sue raffigurazioni. Ha scritto che la simbologia è in genere un balsamo, “ma alcune tradizioni, specialmente quelle radicate nella propaganda nazista, dovrebbero essere cancellate”.

Oggi ci risiamo. Il sacro fuoco degli dei si riaccende per Milano, per Cortina e per le altre sette sedi [sette] sparse fra la Valtellina, il Trentino, l’Alto Adige e l’hinterland milanese per non scontentare nessuno dell’allegra brigata politica che promise i Giochi dell’autonomia e che li ha invece finanziati con soldi pubblici. 

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I temi del giorno

 

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carnet

Le partite di stasera

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  Atlético Madrid vs Inter

Paolo Tomaselli sul Corriere della sera la chiama una terapia d’urto. Perdi il derby in quel modo e tre giorni dopo finisci nella tana dell’Atletico, che è pur sempre l’unica squadra ad averti eliminato nelle ultime tre Champions (ai rigori) con il tiro di Lautaro finito in piccionaia. Tomaselli descrive l’Inter come una squadra che ha bisogno di sapere che la strada che ha intrapreso «del gioco dominante, ma con equilibrio» è quella più adatta ai giocatori a disposizione. A maggior ragione contro allenatori maestri della difesa bassa e del contropiede come Allegri e Simeone. L’Inter non vince in Spagna da oltre 20 anni e l’Atlético ha vinto 11 delle ultime 12 gare casalinghe in Champions.

un duello mai visto   Futre vs Beccalossi   ▥  Ci siamo persi la collisione tra due modi opposti di intendere la fantasia, due estetiche, una sola lingua, accenti diversi. Paulo Futre è stato a Madrid [1987-1993] un lampo verticale dai dribbling brucianti, partenze che sembravano strappi, una corsa inclinata che annunciava il pericolo. Giocava come una tempesta: puntava l’uomo, lo superava e ti lasciava con la sensazione di aver visto qualcosa di irripetibile. E poi si ripeteva. Evaristo Beccalossi all’Inter [1978-1984] è stato il suo contrario perfetto: la lentezza che diventa arte, il tocco che addomestica il tempo, la pausa che cambia la partita. Aveva il dono di far sembrare tutto elegante e rotondo, addirittura inevitabile. Immaginarli uno contro l’altro vuol dire vedere la velocità che sfida la visione, il gesto che strappa contro il gesto che accarezza. Futre è voce del verbo sgusciare, Beccalossi voce del verbo prevedere. Ci siamo persi l’incrocio tra la follia pura e la poesia pensata.

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Le analisi

     

La prima notte di Poeta allenatore di Milano

Antonio Conte stacca per una settimana, Marcelo Bielsa confessa per 105 minuti di essere tossico, Ettore Messina si fa parte con una lettera di 373 parole perché si sente divisivo. Fior di economisti, compreso quello che ha teorizzato intorno al famoso Cigno Bianco del 2008, sostengono che siamo nell’età dei leader fragili, e quelli che si crepano prima sono i leader che adottano modelli troppo rigidi e gerarchici, quelli che ignorano l’errore [qui]. Dan Peterson sulla Gazzetta stamattina riprende lo spunto e il filo delle dimissioni di Ettore Massina per scrivere: Forse ora, con l’uscita di Ettore Messina dall’Olimpia Milano, si capirà meglio perché mi sono ritirato come allenatore dell’Olimpia nel 1987, a soli 51 anni di età! Non era solo una questione di pressione o stress. C’è anche una responsabilità tremenda, verso il club, la tifoseria, la tradizione, la città, il movimento intero, che ti esaurisce. Sono certo che tutto ciò, anche il doppio incarico, avrà avuto un peso enorme su Ettore Messina.

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Interpreti

 

     

Lorenzo Buffon, il portiere riluttante

Di Lorenzo Buffon si raccontava che avesse sempre delle biglie di vetro in tasca e che le stringesse in continuazione per rafforzare le dita. Era per questo che lo chiamavano Tenaglia, o almeno così di lui diceva Giorgio Ghezzi soprannominato invece Kamikaze. Il suo alter ego, il suo rivale. Nella vita pubblica del campo, nella vita privata degli anni Cinquanta. Un giornale scrisse che esisteva una favorevole disposizione d’animo di Edy nei suoi confronti. Edy era Campagnoli, elegante, serena, discreta spalla di Mike Bongiorno in tv a Lascia o raddoppia, come la tv chiedeva di esserlo alle donne sessant’anni fa. Avevano congedato Maria Giovannini e diedero il ruolo di valletta – così si chiamava – a lei che era un incantesimo di gentilezza. Durò poco quella favorevole disposizione. Edy Campagnoli si innamorò dell’altro portiere di Milano, Lorenzo Buffon. Si sposarono. E Buffon prese anche la maglia di titolare in Nazionale, dopo alcune presenze di Ghezzi. 

Si sono inseguiti a lungo, tra Inter Milan Genoa. Il matrimonio di Buffon durò poco. Edy Campagnoli voleva aprire una profumeria in via Montenapoleone, già aveva rinunciato a fare l’hostess, lei figlia di una sarta e di un rappresentante per accessori di auto. Lorenzo era geloso, a casa dipingeva volti di donna. Partì, se ne andò in America per cambiare aria, invece Ghezzi si iscrisse al PCI come suo padre, aprì un hotel a Cesenatico e lo chiamò Internazionale, aprì un lido e Dario Fo lo battezzò Quattroventi, il piano bar Il peccato veniale e lì inventò le notti sulla Riviera romagnola. 

Non c’è stato Ghezzi senza Buffon e Buffon senza Ghezzi, una rivalità oggi dimenticata, anticipatrice di quella fra Herrera e Rocco, un altro pezzo della storia di Milano che si stacca da Milano poche ore dopo Ornella Vanoni. Una vita sempre in copertina dice il Corriere della sera oggi. 

    

Il suono che piace a Musetti

Emanuela Audisio ha intervistato Lorenzo Musetti per Repubblica e nella sua introduzione lo definisce cosi: “Per molti un pezzo d’arte uscito dalla cave. Rovescio a una mano, dritti rinascimentali (così scrivono). Gesti da preservare, sbracciate in guanti bianchi. Le Variazioni Goldberg in sinfonia tennistica, la sostenibile leggerezza dell’essere in un mondo di Terminator. Amato, criticato, discusso, richiesto, contrapposto, osannato. Musetti delle meraviglie. Un dandy che ti sfinisce con le sue fantasie. A volte molto sofferte. Un tatuaggio (insolito) sul braccio sinistro: il suo elettrocardiogramma unito a una racchetta. Segno che il suo cuore batte per il tennis.

Musetti dice un sacco di cose belle e interessanti. Sulla paternità: l primo figlio è stato un terremoto e una bella sorpresa. Non era cercato, abbiamo deciso di tenerlo, ho dovuto ripensare la mia vita. Avevo paura di non essere pronto alle novità. Sul suo suono preferito: «Mi piace il rumore della palla. Che poi è un suono, non una cosa che disturba. Dice, racconta, ricorda. È una questione di ritmo, di orecchio, è un battito. Ero piccolo, giocavo nello scantinato della nonna, ribattevo sul muro, c’era anche mio padre, è lì che quel suono ha iniziato a parlarmi. Per me è una melodia, sono cresciuto con la musica di mio papà Francesco, operaio alle cave di marmo, molto Battisti, Ligabue, gli U2. Le canzoni sono il sottofondo nelle pause e alla vigilia degli incontri. Non leggo libri, non seguo serie tv, non gioco alla playstation, mai avuta una. Sono proprio vintage» 

Sulle bestemmie. «Ma io sono toscano, da noi si urla, si alza la voce, così per abitudine. Io con un certo tipo di linguaggio non voglio offendere e non vado fiero delle mie derive. Mia nonna diceva: “Chi di vizi vuol guarire preghi Dio di non averli”. Ci ho lavorato sopra, per un po’ mi sono fatto aiutare da uno psicoterapeuta, poi ho interrotto la collaborazione. Non inseguo la perfezione, non sono politicamente corretto, il mio carattere è questo. Ma non sono nemmeno uno che cerca il conflitto». Sul senso del tennis: «Parla del diritto di tutti di aggrapparsi ai sogni. Ma tutto lo sport, non solo il tennis, ha un impatto grande sulla società. Offre occasioni, aiuta a costruirci». 

     

Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30. 

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