Estêvão, Yildiz e McTominay: i rumori della Champions

 

  Il ribaltone di Yildiz    

 

Massimiliano Nerozzi sul Corriere della sera celebra Kenan Yildiz, “il sole di mezzanotte — quello che al Circolo polare viene in estate — per una Juve che, in un primo tempo senza di lui, era stata da «Trenta giorni al buio», tormentata dai propri difetti, l’imprecisione su tutti, e perseguitata dai mostri, un Bodo Glimt che aveva idee chiare e geometrie limpide: morale, dall’1-0 dell’intervallo per i norvegesi all’1-2, di Openda e McKennie, ma sempre sulla scia delle giocate del numero dieci”. 

Nerozzi aggiunge che “rispetto a Firenze deve aver trovato il martello di Thor, s’è fiondato in attacco, ha sfondato con l’uno contro uno e tirato, spalancando il tap-in di David. Uno dei resuscitati dalle piroette del figlio di Odino, insieme a Openda, al primo centro con Madama”.

Emanuele Gamba su Repubblica aggiunge che senza Yildiz nulla di tutto questo sarebbe successo, perché il giovane turco si è elevato di tre spanne sugli altri attori sulla scena e ha recitato ogni ruolo, oltretutto lasciando agli altri la gloria. I gol li ha propiziati tutti e tre lui. Yildiz ha disarticolato i norvegesi con ogni pallone giocato, li ha fatti sedere, scivolare, annaspare. Ha cambiato il corso della partita e soprattutto la percezione che gli uomini in campo ne avevano perché il Bodø/Glimt ha cominciato a giocare con la paura addosso e si è di nuovo sciolto solamente verso la fine, quando la Juve è di nuovo arretrata restituendo boria agli avversari

Antonio Barillà su La Stampa trova tre nuovi punti fermi. “Il primo è che da Yildiz, relegato in panchina per metà gara, non si può prescindere e non per diritto acquisito: nel contesto attuale, la sua qualità è un toccasana, vivacizza il gioco e contagia i compagni. La seconda: Miretti non è un ragazzo destinato a completare la rosa, ha trainato con i tocchi e con l’esempio, lottando nei momenti più duri. La terza è che su Openda e David occorre spazzar via i pregiudizi: i gol in Norvegia non li trasformano in eroi, ma offrono lo spunto per ricordare che serve pazienza, che in passato perfino fuoriclasse hanno sofferto l’impatto bianconero”.

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  L’epifania internazionale di Estêvão

 

Contro un Barça forse convinto che l’adolescenza calcistica di Lamine Yamal basti a illuminare qualunque partita, la scena si è improvvisamente spostata dall’altra parte. Esistono notti in cui uno sguardo, un tocco, un’accelerazione dicono che è nato qualcosa, o qualcuno che non avevi ancora pesato per davvero. Quando un diciottenne sembra volare in diagonale, alzare il ritmo del pallone, scappare dentro gli spazi, capire il gioco prima che gli altri provino a giocarlo, forse hai appena assistito a un pezzo del futuro. 

Estêvão ieri sera ha fatto quell’effetto. Lamine Yamal trasuda qualità. Anche quando vaga sconsolato – e a Stamford Bridge lo ha fatto spesso – con l’aria indolente di chi sa di essere un fuoriclasse. Ha accarezzato il pallone più che calciarlo, ha giocato sulle punte dei piedi come se il campo fosse stato di vetro. Ha già chiuso da secondo al Pallone d’oro. Ma ieri sera, dice Jonathan Wilson sul Guardian, non è stato il miglior diciottenne in campo. “Non ci si avvicinava nemmeno.

In Estêvão, arrivato dal Palmeiras in un’operazione che può toccare i 52 milioni di sterline, il Chelsea ha pescato un diamante. L’impressione cresce da settimane: gol decisivo contro il Liverpool, quattro nelle ultime quattro da titolare, reti anche nelle amichevoli del Brasile. Wilson dice che il Brasile potrebbe aver finalmente trovato il giocatore che disperatamente sperava di trovare in Neymar».

Il gol che ha chiuso la partita dopo 55 minuti è un manifesto. Parte da un recupero e da un passaggio di Reece James, ma appartiene soprattutto a lui: corsa da predatore, finte, Balde e Cubarsí attraversati come porte scorrevoli, il tiro alto sopra García. Su Lamine Yamal è calato un coro feroce: Sei solo un Estêvão di merda. Esagerato, ingeneroso, scorretto, ma inequivocabile sul verdetto tecnico della serata. Wilson insiste su un punto cruciale: Estêvão ha 80 giorni in più, 22 partite in meno, eppure oggi sembra più robusto. La Premier gli sta modellando il corpo e il gioco, tutto lascia pensare che il gap crescerà. 

La Champions fotografa una tendenza: l’impatto fisico delle inglesi sta piegando l’Europa. Il Liverpool sovrasta il Real, il Newcastle schiaccia l’Athletic, il Chelsea impone ritmo, contatti e verticalità al Barcellona. È un calcio in cui le squadre di Premier, scrive Wilson, giocano con diamanti mentre il resto del mondo usa ancora castagne.  Quando Yamal è uscito a dieci dalla fine, la sua camminata raccontava più di mille analisi: un misto di resa e disappunto. Neppure i fischi erano convinti. Per Estêvão, tre minuti dopo, un’ovazione. 

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    Il ritorno del tuono di Scozia  

 

Forse siamo sulla strada giusta, forse Scott McTominay sta tornando da quell’imbuto nel quale si era infilato con l’arrivo di Kevin De Bruyne. La tentazione è forte: attribuire alla rovesciata mondiale della settimana scorsa il potere di tirabusciò, il cavatappi che stura il sughero dal collo della bottiglia. Ne ha tentata un’altra pure ieri e in qualche maniera la palla è pure finita in porta. 

Marco Ciriello sul Mattino: Finisce che il padrone è sempre Scott McTominay: dell’area di rigore del Qarabag come del centrocampo del Napoli. Un vagocampista che possiede l’elettricità e la luce del gol mancata al generoso Höjlund che invece rimane al buio calciando maluccio un rigorino concesso dal polacco Szymon Marciniak, ma il polacco vero protagonista è il portiere del Qarabag: Mateusz Kochalski, che para il rigore, para la mezza rovesciata a Neres, i tiri di McTominay, ma non può niente sul colpo di testa da biliardo dello scozzese né sul gancio successivo con sponda.

Una quasi-doppietta nel giorno in cui lo stadio ha ricordato Maradona. Scott McTominay è scozzese – aggiunge Ciriello – quindi il figlio dei migliori alleati calcistici contro gli inglesi per gli argentini. Era già tutto previsto o forse no.

A proposito degli spropositi. Javier Cáceres sulla Sueddeutsche Zeitung ha raccontato l’uomo che vive nella testa di Diego Maradona, cioè il residente dietro la finestra che sbuca tra i ricci del murale ai Quartieri. Si chiama Ciro Vitiello e gestisce una gastronomia nel cuore di Montecalvario. Diego Maradona è morto ormai da cinque anni. Ma a Napoli – scrive il giornale tedesco – continua a vivere: sui muri delle case e sui magneti da frigorifero, come salvatore, fonte di ispirazione e fonte di guadagno. Lui, tra tutti, è riuscito persino a scacciare gli spacciatori

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