Il potere della Davis di farci tornare bambini

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Le analisi

    

Il potere della Davis di farci tornare bambini

A mente fredda. Ripensandoci. Che poi – dopo – vengono sempre dei dubbi. Quella cosa della Coppa Davis che si diceva ieri, no? Quella cosa che in fondo la storia della Coppa Davis non si nutre di confronti fra numeri-uno, quando mai ci siamo messi a contare i top-10 che partecipavano? Gli eroi del 1976 citano i bei tempi di una volta, ma loro per primi l’hanno vinta contro una Svezia che non aveva Borg, contro avversarie che al massimo avevano un numero #21 [l’anziano John Newcombe], in un’edizione snobbata da Ilie Nastase [#3 al mondo]. La Coppa Davis in fondo si nutre e si è sempre nutrita di altro, di partite in cui le figure laterali si prendono il centro della scena e magari vincono annullando sette match point.

Ecco. A mente fredda. Ripensandoci con calma. Ventiquattr’ore dopo, l’idea è sempre la stessa. Molti in giro hanno un’idea per cambiare la formula, pare un’esigenza, in tanti sarebbero disposti a vedere la Davis un anno sì e un anno no – con la vaga promessa che la giochino Sinner e Alcaraz [lo mettono per iscritto?] – anziché vederla tutti gli anni con partite come Cobolli vs Bergs, Cobolli vs Minaur, partite cioè che sono sempre state l’essenza della Davis. Non c’è nessuna sfida Borg-McEnroe che ricordiamo in Davis, nessun Federer-Nadal, nessun Becker-Edberg: niente di niente di niente di tutto questo. Della Davis ricordiamo più facilmente quella volta di Youzhny-Mathieu o quando Sampras perse con Leconte e quasi perdeva con Chesnokov.

C’è qualcun altro in giro che la pensa un pochino come Slalom. Che cioè la formula sia perfezionabile, come sempre, ma che il fascino della Davis stia principalmente sulle spalle degli untold heroes. Che bello non sentirsi soli e matti.

Alfonso Fasano su Undici ha scritto: Flavio Cobolli non è Adriano Panatta, non ancora quantomeno. L’auspicio è che arrivi a vincere più titoli di lui, ma di certo faticherà ad avere il suo impatto culturale. Eppure, eppure, se riguardiamo la partita che ha permesso all’Italia di vincere la Coppa Davis 2025, beh, le vibrazioni erano quelle di una Davis più antica, più epica, lontana dal nostro tempo

Emanuele Atturo su Ultimo Uomo aggiunge che l’assenza di Sinner ha responsabilizzato i giocatori rimasti. Chiunque abbia giocato dei tornei a squadre, anche in categorie infime, sa quanto è diverso il tennis quando si gioca un torneo a squadre. Quando si torna casa in macchina nel tramonto precoce di inizio novembre, nella malinconia dell’imbrunire la domenica pomeriggio, dopo una sconfitta. Il senso delle partite è molto diverso. Condividere lo stress mentale di uno sport così spietato può essere un sollievo; l’Italia era davvero una squadra e questo ha fatto la differenza, nel gestire la pressione, ritrovare energie, spronarsi a vicenda

Dunque. Perbacco. Questa Coppa Davis – perfino questa Coppa Davis – ha tratti da vera, solita, cara Coppa Davis. Fiuuu.

Lo dicono addirittura finanche in Spagna, dove hanno perso e potrebbero essere presi dalla tentazione di dire bleah non ci sono più quei bei tempi di una volta [lo rileggeremo da noi alla prima finale persa]. 

Iñako Díaz-Guerra su El Mundo ha fatto tutto un paraustiello sulle sensazioni e le esperienze con cui sono cresciuti gli spettatori bambini nel paese. Dice per esempio che Miguel Indurain è uno dei colpevoli. Colpevoli scrive: esatto. Prima c’era Perico, con quel ciclismo che sembrava una telenovela interminabile; poi arrivò lui e trasformò l’epica in un documentario con cinque successi al Tour, come se conquistare il Tour fosse la gita di un dopolavorista ben allenato. In quel passaggio — dall’incertezza al dominio — la Spagna imparò, quasi senza accorgersene, la certezza della vittoria. Una sensazione nuova per i figli degli anni Settanta e Ottanta, cresciuti contando le medaglie olimpiche con le dita di una mano.

Da lì in avanti il mondo si rovesciò, ricorda Díaz-Guerra, tutto ciò che un tempo era straordinario divenne routine. Dal basket al calcio, da Nadal ad Alonso, da Márquez a Carolina Marín, la Spagna ha vinto tutto, ha vinto sempre, ha vinto così tanto che ha finito per perdere qualcosa di fondamentale: l’asombro, lo stupore, la felicità di rallegrarci con poco, scrive. Il presente è fatto da un Real Madrid che vince Champions a ripetizione, Santi Aldama che segna 29 punti in NBA e nessuno sobbalza, un posto dove si passa da Nadal ad Alcaraz, da Iniesta a Lamine come se fosse normale

È in questo paesaggio, scrive, che improvvisamente quattro volti quasi anonimi, che il 99% della popolazione non riconoscerebbe in ascensore, hanno risvegliato qualcosa di antico. Munar, Carreño Busta, Martínez e Granollers hanno fatto rinascere gesta di altri tempi, una fiammata di sorpresa pura, un viaggio nato in sordina e che si è trasformato in un ricordo destinato a durare. La finale persa – dice – riporta la Spagna a ciò che era quando si imparava lo sport come si imparano le magie. Non è stata la Davis del popolo ma la Davis del ricordo. Di ciò che siamo stati e di ciò che saremo sempre guardando una pallina: bambini.

L’ha fatto la Davis. Questa Davis senza l’uno e il due. Come tante altre volte l’aveva fatto prima.

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