Lo Slalom del 23 novembre | Cosa leggere, sapere e vedere

 

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#poche ore  a  Inter vs Milan

 

     

►  MAX VERSTAPPEN ha vinto il GP di Las Vegas, ma è il secondo posto di Lando Norris a segnare la domenica. Gli consentirà di andare in Qatar per chiudere il Mondiale. Kimi Antonelli quinto davanti a Leclerc e Hamilton decimo partendo dall’ultima posizione. Questo ha detto la pista. Ma le due McLaren sono finite sotto investigazione

◇  La Spagna ha fatto fuori la Germania in semifinale e oggi contende all’Italia la Coppa Davis. Buffo: in finale ci sono le nazioni di Sinner e Alcaraz senza Sinner e Alcaraz. 

◇  La serie A è ricominciata con un altro pareggio della Juventus [1-1 a Firenze], con la vittoria del Bologna a Udine per l’aggancio a Inter e Roma, con la vittoria serale del Napoli sulla prima Atalanta di Palladino [3-1] e sorpasso in testa aspettando le partite di oggi. Pareggio con sei gol fra Cagliari e Genoa. Cori razzisti a Vlahovic. 

◇  La Nazionale di rugby ha battuto il Cile per 34-19 nell’ultimo test match di novembre, ma con una certa sofferenza. Domenico Calcagno sul Corriere della sera ha scritto: Resta una brutta impressione, perché l’Italia avrebbe dovuto chiudere in bello stile, non soffrendo e sbuffando, un mese di novembre molto positivo. Ma, aspettando il Sei Nazioni, bisogna sapersi accontentare.

◇  James Harden ha segnato 55 punti nella vittoria dei Clippers a Charlotte: nel primo periodo già ne aveva fatti 27. Per lui è la venticinquesima partita in carriera sopra i 50 punti. 

 

 

   

Si tifa per la propria squadra come si tifa, in fondo, per la propria vita

Giovanni Raboni

 

  

La normalizzazione del calcio: il lavoro più duro di Chivu

  Un alieno si aggira nel calcio italiano, si chiama Christian Chivu e in mezzo alla cupezza diffusa, alla seriosità generale, fa l’impressione di quella vecchia pubblicità in cui una caramella a menta diventava un vento di freschezza. Chivu sta facendo la sua rivoluzione con la risorsa sottovalutata del sorriso. Ha preso in estate una squadra che si portava sulle spalle il peso di una finale di Coppa dei Campioni persa con cinque gol. Chi c’è passato dice che il ricordo non te lo levi di dosso in fretta. Bastoni riferì subito, fin dai primi giorni, che Chivu aveva introdotto leggerezza – che poi vuol dire tutto e vuole dire niente. Adesso è chiaro cosa intendesse.

Chivu trascorre le vigilie delle partite facendo piccoli quiz sulla formazione con chi per mestiere deve porgli delle domande, e certe volte possono essere fastidiose. Potrebbe viverle come fanno molti dei suoi colleghi più consumati: come un’intrusione. Invece ci gioca. Non c’entra il primo posto. Era così pure quando le cose sono cominciate male. La sera della sconfitta a Napoli, mentre il resto del paese si ingozzava al buffet del fermo immagine sul contatto fra Mkhitaryan e Di Lorenzo, mentre Antonio Conte si faceva venire la vena in tre D per rispondere a Marotta, Chivu diceva che «sto cercando di cambiare le cose ma per ora lotto da solo, siamo sempre abituati a piangere e lamentarci e dobbiamo evolverci. Finché sarò qui farò questo, non mi interessa cosa pensano gli altri di me». Non era la posa di una sera, l’abbiamo capito dopo. 

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Che cosa si dice in giro

▥   L’ORNELLA   Il derby arriva nelle ore del lutto per Ornella Vanoni, tifosa del Milan ma nell’ultimo periodo in preda a una sbandata interista per via di Bonny. Paolo Tomaselli la ricorda in attacco di pezzo [La voglia, la pazzia, l’incoscienza, l’allegria], prima di esaminare le forze in campo: Acerbi parte in vantaggio su Bisseck e De Vrij, ma di fronte all’abilità in contropiede del Milan la tipologia del centrale è un fattore da considerare. E le letture del vecchio «Ace» sono ancora le migliori. Al posto di Mkhitaryan, altra assenza di peso, Zielinski è in leggero vantaggio su Sucic. Perché c’è anche Modric da considerare: va limitato con la fisicità, ma soprattutto con la tecnica, creando spazio anche per le giocate di Calhanoglu. Alberto Pontara su Sky Sport Insider ha scritto che le sue canzoni sono state strato imprescindibile della milanesità. In cui tutto si intreccia, Brera, San Siro, casciavit e bauscia, imprenditori lungimiranti e classe operaia tenace, chiesa e socialismo riformista, tutti intrisi del senso ambrosiano verso la vita. L’Ornella, figlia di quella borghesia e di quella cultura, è stata una testimone di quello spirito cittadino. Libera, libertaria, fuori dagli schemi ma non staccata dal senso delle cose. [per intero qui]

Senza fine titola in prima pagina la Gazzetta per un derby che Luigi Garlando definisce da scudetto. In palio c’è molto di più della cintura dei Navigli. È presto per parlare di scudetto? No. È presto per dire chi lo vincerà, ma, alla luce delle 11 partite giocate e degli impacci della concorrenza (Juve, Napoli, Roma senza attacco…) possiamo già dire che queste due squadre, con ogni probabilità, correranno fino alla fine per il tricolore. Quindi, sì, questo è un derby da scudetto. Ci sono già un Milan di Allegri e un’Inter di Chivu, smarcati dai modelli precedenti. Più comprensibile per Max, dati esperienza e carisma; più sorprendente per il debuttante Cristian che ha impressionato per sicurezze di idee e di scelte. Quella di rinunciare al ritiro, al primo derby, non è banale.

 

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Finzioni

 

l’Arcipartita

  Il derby delle franchigie secondo Brera

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Non mi chiedete entusiasmo, amici miei: subìto l’intempestivo e sgradevole salasso della nazionale, torna il campionato con il derby di Milano (24 + 22 eguale 46 punti) e quello della morta Aida tra Verona e Parma (6 + 8 eguale 14). Vige per i derby una norma curiosa, secondo la quale sarebbe destinata a perdere la squadra favorita: hanno un loro sgomentevole fascino che confonde i criteri più ovvii. Se la norma fosse fondata, il Milan trionferebbe di Sua Prepotenza l’Inter mentre più incerto resterebbe l’esito del confronto nel nome del Peppin Verdi, che si vantò lombardo esprimendo tutto il suo genio fra noi. Le glorie di Milano pedatoria sono in ballo in mezzo alla gnagnera sui molti castroni in maglia azzurra, le cui insipienze podologiche in difesa producono i soliti fallimenti che si manifestano quando si piega il giuoco nostro ai costumi altrui. Ora finalmente vanno accorgendosene tutti con entusiasmo, quand’io son stanco delle polemiche contro Santo Catenaccio.

Questo derby lo giocheranno in uno stadio – ahimé – destinato alla polvere due società ormai ridotte a franchigie, come dicono i miei corrispondenti più modaioli. Ai miei tempi — che voi mi rimproverate, ma erano tempi solidi — c’erano l’Angiolin Moratti e capitan Berlusconi: padroni veri, con il cuore a pezzi e il portafogli spalancato: non c’era bisogno di tradurre niente: il dialetto cumenda parlava il football.

Oggi abbiamo fondi, sigle, anonime gestrici di capitale che il campo lo vedono col drone, mentre io mi dispero che la vista da vecchio ulisside declina, e se non mi è familiare una sagoma ancora vado a leggere i numeri sulle maglie con un binocolo. Capiterà un giorno perfino che qualcuno, in tribuna, confonda la porta con uno di questi fregi quadrati che chiamate QR code. E allora a me viene una malinconia da pianura: quella brutta nebbia che resta sulle spalle quando capisci che il calcio di casa tua non è più brado o quasi fra boschi, rive e mollenti.

Sul piano tecnico, mi si chiede chi preferirei seguire, se il Lìder Max o il giovane Chivu, rumeno più o meno latinizzato. Io al Lìder Max voglio bene come si vuole a un massiccio alpestre che sa ancora leggere una partita a occhio nudo. È un tattico d’altri tempi, benché ringhioso: conosce le pieghe del gioco come le levatrici le mammelle delle mucche gravide.

Chivu l’è un bravo ragazzo: ma resta rumeno — e i rumeni sono fratelli nella disinvoltura con cui perpetuano i difetti, sono cuginetti latini ariosi, di mole molto maggiorata: misteriosamente rimasti nell’ambito latino a dispetto del gran numero di zingari e di unni finiti fra loro. Non me ne voglia la sinistra che parla con la boccuccia a culo di gallina: mi limito a constatare il folclore pedatorio. I rumeni picchiano, corrono, forcano, impiccano: e quando tentano di disciplinarsi lo fanno con quella buona volontà un po’ infantile che li rende simpatici e dannosi allo stesso tempo. Chivu ha assorbito gli schemi europei con fede, ma la sua squadra, a tratti, pare ancora un esercito in gita scolastica: si sparpagliano, si offendono, si perdono nei corridoi come impiegati di provincia al primo giorno in ministero.

Rispetto a molte sbolinate Inter che m’aricord, oggi si vede una macchina leggermente più rodata, a dispetto della confusione proprietaria: resta almeno un’idea di solidità, un filo di memoria genetica lasciata in eredità da Moratti e dai suoi antichi tormenti.  Io invito solo i fratelli bauscioni ad aspettar di sapere quanto pesino sui garretti dei nostri tognini le ruggini contratte fra aliti moldavi e norvegesi. Inorridisco all’idea di vedere il mitico Acerbi da Vizzolo Predabissi piombare sui fervidi calli del bailarin Modric, sulla sua bella faccia, il suo curriculum pregiato, per indurlo alla prima trincea a domandare dove stia il bagno.

Non è colpa loro: il calcio globalizzato li tratta come villici in gita. Ma, come dico da una vita, il pallone è plebeo e non sopporta travasi culturali: alla lunga si ribella, e lo fa con quella crudeltà infantile che gli appartiene.

Se fossi costretto a scommettere (non lo farò: ignoro del tutto i giochi di scommessa), direi che il Lìder Max finirà per incartare il derby come una toma stagionata. Chivu tenterà qualche svolazzo tattico, sperando che il fato lo gratifichi. Io osserverò da lontano: con la nostalgia dell’ultimo derby davvero nostro, quando in tribuna c’erano padroni che sapevano soffrire. Oggi soffrono i bilanci, non le persone. E questa, più della tattica, è la vera catastrofe. Chiudo. Buona domenica. 

 

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Dai campi

Regista   Quello che manca alla Juve

Emanuele Gamba su Repubblica parla di livello tecnico scadente e di brutta partita per questa malattia ereditaria che Thiago Motta e Tudor hanno attaccato pure a Spalletti. La pareggite. La Juve – scrive – ha sempre gli stessi limiti, le stesse insicurezze, quegli stessi steccati mentali che non la fanno mai andare oltre la routine del minimo indispensabile. L’ex ct sta realizzando che il suo lavoro sarà più complicato di quanto immaginasse, perché qui non basta soltanto spostare una pedina da qua a là, correggere un modulo, ma ci sono incisioni più profonde da fare, perché, come dice lui, «siamo sotto il livello di calcio che dobbiamo esibire. Se continuiamo a fare sempre le stesse cose, i risultati saranno sempre questi». Spalletti sta incontrando le medesime difficoltà in cui si sono incagliati i suoi predecessori. D’altronde, se si sono avvicendati cinque allenatori in un anno e mezzo, ognuno con la sua potente promessa di cambiamento, il problema non è e non era in panchina.

Massimiliano Nerozzi sul Corriere della sera ricorda che Yildiz era atteso come l’uomo della fucilata nella notte, secondo le parole di Spalletti, ma sottolinea che di «fucilate» — quelle che aveva auspicato alla vigilia Spalletti — manco l’ombra: buio pesto da McKennie, che ha l’istinto dell’invasore ma non la qualità del rifinitore e solo qualche scintilla da Yildiz, ma dopo una mezz’ora passata a scuotere un accendino senza gas. Comunque la si giri, i guai sono sempre là davanti: del resto, Madama non aveva segnato in quattro delle ultime sei gare di serie A e pure ieri, al Franchi, ha fatto una faticaccia.

Fabio Licari sulla Gazzetta dice che per un tempo la manovra bianconera va a due all’ora – a proposito di ritmi della nostra Nazionale e delle altre – e l’unico schema è: palla a destra a Cambiaso per un cross puntualmente impreciso. Ma almeno Cambiaso si libera, gli altri neanche questo. Si riassume tutto in un vecchio slogan mai così attuale: cercasi regista disperatamente. Altrimenti si va col pilota automatico per rotte scolastiche, ma non in Champions. Quelli da Oscar costano carissimi e l’austerity da fairplay non permette voli pindarici. Forse anche un regista da B-movie, buoni incassi con poche spese, andrebbe bene. Il Napoli di Maradona andò a prenderlo proprio in B dalla Triestina, Ciccio Romano si insediò nel cuore del centrocampo che aveva perduto Pecci, Diego gli diede il soprannome di sua madre – la Tota – e tutto cambiò. Pure per Romano – che a un certo punto Vicini chiamò in Nazionale. 

 

Trucco   Il maquillage di Antonio Conte

Pensa e ripensa, mugina e rimugina, il Napoli ha cambiato un’altra volta  vestito e ieri sera ha funzionato. Conte non ha dismesso la maschera trucida da nemico del mondo, ma almeno ha cambiato faccia alla squadra. Marco Ciriello sul Mattino ha scritto che gli esterni del Napoli erano più attesi dei turisti. Ha vinto Conte, e ha vinto quando ha scelto di schierare i due dribblomaniaci, poi Neres è finalmente tornato ai suoi livelli, Lang ancora annaspa, si perde, ma i gol aiutano tutti, soprattutto chi li segna, e quindi ora ha un motivo in più per cercarsi e cercare la sua riuscita. Neres e Lang sono stati accompagnati dalla solita generosità da ciclista di Hojlund che ha un carattere più da gregario dei pedali che da attaccante, perché vive di appoggi e generosità, di palle servite alla Romelu Lukaku con il doppio dello sforzo, insomma sacrifici su sacrifici per un calciatore che ha un ruolo da egoista, e che invece serve palloni come pasti alla Caritas.

Antonio Giordano sulla Gazzetta dello sport aggiunge che improvvisamente: Antò, fa caldo. Perché in una notte nuova eppure antica, in cui il Napoli torna a essere se stesso dopo due settimane da tregenda (calcistica), le sensazioni dell’anima devono essere bollenti.In pratica, c’è stata una mezza rivoluzione – la difesa a tre, McTominay al fianco di Lobotka, Neres e Lang assieme in campo dopo essere stati «fratelli» di fascia ma in panchina – e varie altre cose che sono servite per tornare a vivere da protagonista annunciato.

 

protagonista  Vincenzo Italiano e il suo bel Bologna

  Prima che arrivino le partite con Inter e Juventus, il Bologna è lassù e come scrive Antonio Barillà su La Stampa solo miopi e ipocriti posso ancora definire sorpresa: la continuità è riflesso di programmazione e intelligenza, esiste una società solida che ottimizza il gran lavoro di Italiano, il saldo positivo di quasi 30 milioni sul mercato conferma che anche nel calcio di oggi le idee possono irridere il budget. Emilio Marrese per Repubblica Bologna dice che si tratta di una squadra che non può non essere amata e ammirata. Perché non è solo bella e simpatica, ma anche seria, intelligente, matura e indefessa. Potente. Una società che fa da tempo le cose per bene e un gruppo di giocatori di qualità tecniche e caratteriali considerevoli vengono esaltati dalle doti di un allenatore eccezionale.

 

sceneggiatura  Il contrasto fra stili

Il Verona non ha ancora vinto una partita dopo 11 giornate [sei pareggi, cinque sconfitte] e nelle altre stagioni chiuse con 12 giornate senza successi è arrivata sempre la retrocessione. Il Parma ha una tradizione negativa a Verona – sette sconfitte su 10 – e viene da tre partite in cui ha incassato almeno due gol. Il problema principale è l’attacco lontano da casa: un solo gol in trasferta, peggiore dato tra tutte le squadre dei cinque grandi campionati europei. Sul piano del gioco, è un confronto di stili: il Verona è la squadra più verticale della Serie A con 24 attacchi diretti e Giovane che porta sempre profondità, il Parma è insieme al Genoa una delle meno portate a questo tipo di soluzione. La squadra di Cuesta soffre molto sulle palle alte [cinque gol concessi di testa e solo uno segnato] e si aggrappa alle giocate di Patrick Cutrone, tuttavia senza gol da nove partite.

 

Effetti speciali   La Roma da trasferta

  Il 2025 della Roma in trasferta ha numeri da grande d’Europa: 2,33 punti di media, 11 vittorie, due pareggi e due sconfitte, con nove partite immacolate, senza gol subiti. Nessuna squadra nei tornei dell’élite ha fatto meglio. La Cremonese ha perso 11 dei 16 precedenti in serie A, ma ha vinto l’ultimo incrocio casalingo di due anni fa. In casa è rimasta imbattuta in otto delle ultime 10 partite. Hanno segnato lo stesso numero di gol [12] divisi in modo diverso tra primo e secondo tempo. Jamie Vardy ha segnato in quattro delle ultime cinque partite interne.

 

dialoghi  I discorsi scritti da Zappi

Matteo Pinci racconta su Repubblica l’inchiesta che può far crollare la credibilità dell’intero sistema arbitrale italiano: quella della procura Figc sul presidente dell’AIA, Antonio Zappi, accusato di aver forzato le dimissioni di due designatori — Maurizio Ciampi (Serie C) e Alessandro Pizzi (Serie D) — per sostituirli con Daniele Orsato e Stefano Braschi. Le 16 pagine dell’avviso di chiusura indagini ricostruiscono telefonate e messaggi con cui Zappi avrebbe pressato Ciampi e Pizzi a lasciare l’incarico; promesso che avrebbero mantenuto i benefici economici; suggerito il testo delle dimissioni, persino indicando le frasi da usare.

Le testimonianze dei due designatori sono pesantissime. Ciampi racconta di aver avuto una crisi di nervi fino a piangere. Per l’uno e per l’altro le promesse economiche sono state disattese. Pinci descrive un quadro pesantissimo e un tentativo di costruire una narrazione “pulita” mentre le decisioni erano già prese. Il risultato è una frattura che rischia di “sbriciolare il mondo arbitrale” proprio nel momento in cui l’AIA avrebbe bisogno di recuperare credibilità per gli errori in campo continui e ripetuti dei suoi arbitri. 

 

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I temi del giorno

 

    

Oh, ma questa Davis non era un circo equestre?

Che poi le cose in genere vanno proprio così. Arriva un Bjorn Borg a spaccare il ghiaccio che nessuno aveva mai spaccato prima, e nella sua scia fioriscono all’improvviso i Wilander, gli Edberg e piano piano perfino i Pernfors e i Magnus Norman, gli Enqvist e i Thomas Johansson. Gli spagnoli arrivarono tutti insieme tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, le russe con Anna Kournikova non ne parliamo. Forse solo la Serbia ha seminato poco dietro Novak Djokovic, la Svizzera se non altro ha avuto Wawrinka insieme a Federer.

Così non viene da stupirsi più di tanto se Italia e Spagna si giocano oggi la Coppa Davis senza avere in campo Sinner e Alcaraz, il duopolio che si è spartito gli ultimi 8 Slam, ma con la forza del movimento. Diario As la chiama un’Italia B che rappresenta comunque una minaccia

Massimo Calandri e Repubblica l’hanno definita la finale dei viceré, mentre Gaia Piccardi sul Corriere della sera fa notare che solo Francia e Usa sono più presenti nel ranking: la prima è uscita nei quarti grazie al suicidio di Moutet, la superpotenza che non mette le unghie nella Davis dal 2007 nemmeno si è qualificata per le finali. La qualità media (alta) di Italia e Spagna smaschera la voglia di vivere al di sopra delle proprie possibilità della Germania di Zverev, l’unico top 10 presente: il n.3 (ancora per poco) chiude una stagione deprimente, 25 sconfitte su 80 match.

Nelle nove finali di Davis giocate finora, mai l’Italia aveva incrociato la Spagna [6 titoli e 4 finali perse]. I successi sono arrivati sempre contro avversarie differenti: Cile, Australia, Olanda; le sconfitte con Australia [tre volte], USA, Cecoslovacchia e Svezia. Cinque milioni di spettatori hanno seguito il tie-break di Cobolli l’altra sera contro Bergs, a testimonianza del fatto che qualcosa di profondo sta accadendo e che il sorpasso nello share del Masters su Italia-Norvegia è una tendenza che sarebbe bene provare a capire anziché sottovalutare. Cobolli viene definito da L’Equipe il lupo solitario diventato leader. 

| Nella sua rubrica domenicale per Repubblica, Gabriele Romagnoli ragiona sull’effetto che ci ha fatto Flavio Cobolli l’altra sera, nel cuore della semifinale di una Davis svalutata prima di cominciare a giocarla. Romagnoli domanda: Da quando una maglia azzurra non faceva lo stesso effetto? In quale partita della Nazionale di calcio avete visto i giocatori in panchina mordersi la tuta, i parenti in tribuna piangere, il penultimo diventare il primo?. E riprendendo il confronto con il calcio dice: Chi soffre davvero alla Nations League? La costruzione di una nazionale è simile a quella di una nazione. Non la basi sull’idea di un singolo o di una parte, non lasci indietro nessuno, distribuisci opportunità, susciti condivisione, rinneghi eredità, non richiedi cronache tifose. Solo così poi, se puoi, vinci.

| Giulia Zonca su La Stampa racconta benissimo che cosa è successo nell’avvicinamento alla Coppa, così derisa rispetto alla vecchia ed epica Davis: celebrata, rimpianta, contrapposta a quella contemporanea che non sembra affatto tanto irrilevante. Al torneo più contestato del momento non è stato risparmiato nulla. I format sono quasi sempre rivedibili e costantemente migliorabili, quindi la critica vale, invece il tentativo più o meno volontario di sminuire il prodotto portato avanti da glorie, critici, esperti, dirigenti e giocatori crea un corto circuito. La demolizione del prestigio di questa Davis si è scatenata nella difesa di Siner che non aveva alcun bisogno di scudi. Lui ha diritto di gestirsi, allo stesso modo gli spettatori possono legittimamente protestare per la sua assenza, anche se la squadra resta competitiva. Vogliamo sempre veder giocare Sinner o Baggio, va così, in Nazionale ancora di più, se ci dicono che hanno altro da fare semplicemente ci dispiace. Per lenire l’assenza è partita una bizzarra denuncia. Un misto tra «non è più quella di una volta», «non ha il peso del passato», addirittura è «il circo equestre», questo lo ha detto il presidente della Federtennis un paio di anni fa, poi ammettendo di aver sottovalutato il tifo.

 

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UNA LIEVE FACCENDA DI EGO

«Seguo i risultati ma non guardo più il tennis: ho staccato. No Fognini, no party. Ora sono concentrato sul ballo. È durissima ma mi sto divertendo e ricevo solo commenti positivi».

FABIO FOGNINI intervistato da Gaia Piccardi, Corriere della sera

 

 

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Tendenze

 

 

Arte, sponsor e scienza: il lavoro di chi disegna le livree in F1

In F1 non esiste un solo centimetro di un’auto che non sia il frutto di un compromesso tra quel che gli occhi vedono e ciò che i partner commerciali hanno preteso. È per questo che una livrea non è mai soltanto colore puro. È un equilibrio che va dall’officina al marketing, dall’aerodinamica alla percezione dei tifosi, dalla fisica alla grafica. Il paradosso è che questo lavoro, apparentemente artistico, nasce mesi prima del primo semaforo verde, quando le vetture ancora non esistono e le forme definitive sono prototipi digitali. È una coreografia che inizia presto, fatta di bozze, revisioni, simulazioni tv, vincoli regolamentari e di peso, come se la creatività fosse solo un’altra parte del pacchetto aerodinamico.

Madeleine Coleman su The Athletic racconta come nasce una livrea e perché le special edition — quelle viste da Austin a Silverstone — sono quasi un secondo campionato parallelo. Ogni squadra ha un calendario diverso: c’è chi inizia a lavorare prima dell’ultima gara dell’anno precedente, chi aspetta il via libera del management, chi deve correre contro la deadline del disvelamento al pubblico. Alex Wallbank, senior brand manager di Red Bull Technology, dice che «la livrea 2025 era già pronta e approvata mentre lavoravamo ancora alle idee finali per la stagione precedente».
Il cambio più radicale è stato quello dei Racing Bulls: dal blu vivo al bianco dominante, una scelta imposta dal quartier generale Red Bull. «Come designer, non vorresti mai sentirti dire una cosa così», confessa Wallbank. Da quel bianco obbligato, lui e il brand specialist Libero Foschi hanno iniziato a cercare un’identità: piccoli tori blu, pattern che dialogassero con lo sfondo già definito, variazioni continue per capire «come far sembrare la macchina veloce» e come far funzionare le linee su diverse angolazioni.

Wallbank lavora nel regno dell’immaginazione, Foschi richiama alla realtà. Il primo sogna, il secondo pesa — letteralmente. Se un’idea è troppo complessa o troppo pesante, si rifà tutto daccapo. Perché ogni tinta, ogni vinile, ogni strato aggiuntivo ha un costo in termini di velocità. Inoltre una livrea deve convivere con gli sponsor che mettono bocca sulla posizione del marchio, la visibilità, le dimensioni. Foschi riassume così: «È come fare un buon piatto di pasta: hai gli ingredienti dai partner e devi renderli felici».

Mentre le proposte si sovrappongono, nasce un modello 3D, simulato sulle inquadrature tv e sui contenuti social. È qui che la creatività diventa geometria, la livrea deve combaciare su ogni pannello, su ogni giunzione, per non rompersi quando in gara si cambia un pezzo di carrozzeria. Le livree moderne sono miscele ibride: c’è la vernice dove il design non cambia, c’è il vinile dove compaiono i loghi che possono mutare da un GP all’altro. Gli sponsor alcolici per esempio vanno rimossi quando si corre nei Paesi dove non si possono mostrare. Ma non esiste una regola fissa: sulle ali, dove l’aerodinamica è sacra, bisogna evitare ogni discontinuità. Il vinile può creare spessori minimi che alterano il flusso d’aria. Più vinile significa più peso, più peso significa cedere centesimi.

Anche un adesivo può disturbare. Le auto devono stare sopra gli 800 kg senza carburante, ogni chilo vale circa tre decimi al giro. «Gli ingegneri vogliono la fibra di carbonio nuda, noi vogliamo una macchina avvolta interamente», dice Foschi. Ed è un conflitto perpetuo. La FIA impone che il nome del pilota sia leggibile, che il costruttore sia chiaro sul muso, che i pannelli non creino confusione. Dal 2026 tutto sarà ancora più rigido: con le nuove monoposto più piccole e corte, le superfici cambieranno e il design dovrà adattarsi. Dal 2026 ci sarà un nuovo obbligo: almeno il 55% della superficie vista dall’alto e di lato deve essere dipinta o stickerata, non lasciata in carbonio nudo. Un modo per rispondere alle critiche di questi anni, quando il peso ha spinto molte squadre verso auto quasi nere. E così il lavoro dei creativi dovrà ricominciare daccapo.

 

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Discussioni

 

 

Indovina chi viene a cena: Ronaldo da Trump

Il calcio ridotto a lucida-stivali del potere

Non è facile scegliere un solo fotogramma da questa settimana alla Casa Bianca. Le immagini sono rimbalzare ovunque, amplificate da una nube di commenti febbrili. C’è Ronaldo tutto in nero che ride a crepapelle mentre passeggia accanto a Trump come un ninja pasciuto. C’è la posa surreale con Georgina e un Trump sorridente che regge una specie di chiave araldica, come se avessero appena vinto un premio alla lotteria dell’imbarazzo. E poi le inquadrature della cena stessa, in un’aria densa, una luce che sembra filtrata. Tutto questo legge e racconta Barney Ronay sul Guardian, spiegando cosa gli pare sia stata quella serata, “una visita di Stato con un aggiornamento significativo delle relazioni tra Stati Uniti e Arabia Saudita”. Ma anche qualcosa di più, un battesimo politico, un segnale al mondo che certi ritorni – certi fantasmi – sono di nuovo ammessi alla tavola dei potenti.

Per Ronaldo, dice Ronay, “era una specie di benedizione esecutiva”. Un rientro in territorio americano dopo anni di esitazioni e dribbling, dibattiti tossici, accuse da cui si è sempre dichiarato estraneo. Una riapparizione calibrata: un Ronaldo lucidato, sorridente, perfettamente utilizzabile. Con Trump al potere e Mohammed bin Salman accanto a lui, lo spazio americano è tornato sicuro. Secondo il Guardian, il do ut des era evidente: CR7 è la mascotte perfetta per una generazione intera di giovani ipnotizzati dagli avatar di successo. È la star definitiva da brandizzare. 

Un ritorno c’è stato anche per MBS, anfitrione del Mondiale 2030 e difeso da Trump sul caso dell’omicidio del giornalista Kashoggi. In mezzo, Gianni Infantino che sogghigna nel selfie di Ronaldo dopo cena, con l’aspetto di un vampiro che fa trucchi con le carte, ma che sembra mostrare una leggera sindrome dell’impostore.

Ronay smonta la scena pezzo per pezzo, fino ad arrivare al centro del problema: questa cena non è solo immagine, ma preparazione del futuro. Il Mondiale-pensionistico di Ronaldo. Il Mondiale saudita. Il Mondiale americano 2026, già piegato al volere del nuovo inquilino della Casa Bianca. Il giorno prima della cena, racconta Ronay, Infantino ascoltava le frasi di Trump su partite spostate dalle città governate dai miei oppositori e bombarderemo il Messico se necessario”. Il capo della Fifa, ricorda Ronay, non avrebbe dovuto essere lì. Non avrebbe dovuto annuire. Non dovrebbe partecipare ad “accordi su armi e cooperazioni nucleari”. Perché la FIFA non deve essere al servizio di una propaganda.

Eppure eccoci qui, aggiunge Ronay, eccoci a un tavolo dove siedono un uomo accusato di complicità in un omicidio e un uomo accusato di violenza sessuale, accolti dal presidente più incriminato della storia americana”. Tutti parlano di pace. Tutti parlano d’amore. Tutti sorridono. E il calcio, ancora una volta, fa da scenografia morale, da deodorante universale.

Ronaldo, scrive Ronay, ha raggiunto “un convincente nadir”: una resa estetica ed etica che trasforma la sua intera iconografia muscolare in qualcosa di mollissimo, di servile. “Per tutto il suo stile da maschio alfa, questo è un comportamento da invertebrato”. L’eroe della performance perfetta che finisce per lucidare gli stivali del potere. La diagnosi è chiara: il calcio viene usato come scudo, come vetrina, come teatro per affari che non dovrebbero appartenergli. E non basterà l’abitudine all’orrore a renderlo meno grave. “Non dobbiamo rinunciare al Mondiale. Ma possiamo rinunciare a coloro che lo hanno trasformato in un’arma. E pretendere, ovunque sia ancora possibile, qualcosa di meglio”.

 

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La Macchina del tempo 

 

     

Autunno 1975. Le donne italiane non possono giocare a calcio

Nell’estate del 1970 accadono due cose che mezzo secolo dopo paiono ancora avanti, più avanti della contemporaneità. La prima: il Corriere della sera affida ad alcune calciatrici della Nazionale femminile l’analisi e il commento di alcuni episodi avvenuti ai Mondiali degli uomini in Messico. La seconda: il 15 luglio si gioca a Torino la finale di quello che veniva presentato all’epoca come un campionato mondiale, Italia contro Danimarca. Ci sono 40 mila spettatori e una ressa ai cancelli per entrare anche senza biglietto. Enzo Passanisi sul Corriere scrive che la qualità del gioco non è che entusiasmi, i tiri sembrano tutti al rallentatore eppure chiama Wilma Seghetti, 14 anni: la portiera.

Succedono così tante cose fantascientifiche nell’estate del 1970 da chiedersi come sia stato possibile non averne una traccia, che cosa ha fermato il cammino, anzi che co sa lo ha congelato, lo ha riportato indietro. È stato un rovello per molto tempo, finché non è sbucato dall’archivio questo pezzo del novembre 1975 sulla Gazzetta che spiega tutto. 

Lo scrive Mino Mulinacci e racconta che due mesi prima il calcio agonistico femminile è stato messo fuori legge, esattamente il 29 settembre, giorno in cui la Gazzetta Ufficiale ha pubblicato il decreto firmato dal ministro della Sanità, Antonino Gullotti, sulla “disciplina dell’accesso alle singole attività sportive”. Il decreto rappresenta una delle norme di applicazione della legge sulla tutela sanitaria approvata nel 1971 e comprende una tabella in cui sono precisate l’età dell’inizio e l’età limite dell’attività, dove è previsto un obbligo di visita medica eccetera. Alla voce calcio, racconta Mulinacci, è prevista soltanto l’attività maschile. Nella colonna riservata alle femmine c’è un bel trattino. Ciò significa, a stretti termini di legge, che le donne non possono giocare. Il calcio femminile, diviso in due o tre Federazioni, non è riconosciuto dalla Federcalcio e, quindi, per il Coni non esiste. Ma si svolgono da qualche anno regolari campionati che ora sarebbero addirittura fuori legge. Le altre attività vietate alle donne, a livello agonistico, oltre alla lotta, al sollevamento pesi, al pugilato ed al rugby, sono il motociclismo, la pallanuoto, la marcia, la maratona e il canottaggio. Nel motociclismo, l’attività femminile è ammessa, dai 14 ai 65 anni, per le manifestazioni di regolarità. Nell’automobilismo, invece, non ci sono ostacoli. Nel ciclismo l’attività agonistica femminile è limitata alla terza categoria dilettanti e all’età di 35 anni

Dice Mulinacci che ora attendiamo le reazioni del calcio femminile e soprattutto dei movimenti femministi, di fronte ad una discriminazione che può essere plausibile per il motociclismo da competizione ma che per il calcio non pare proprio fondata. La legge sulla tutela sanitaria delle attività sportive, d’altra parte, non disciplina soltanto le attività controllate dal Coni attraverso le Federazioni ma è riferita a tutta l’attività sportiva in genere

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La domenica del terremoto. Diario del 23 novembre 1980

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Il pavimento iniziò a muoversi sotto i piedi mentre Claudio Ambu stava facendo gol alla Juventus. La partita era finita da tre ore ma 40 anni fa la domenica alle 19 era come fresca, come in diretta, c’erano persone che cercavano addirittura di arrivare a quel frammento di differita serale senza conoscere il risultato. L’Inter stava perdendo 2-0 per un rigore di Brady e un gol di Scirea, quando 34 minuti e 50 secondi dopo le sette di sera, la terra in Campania e in Basilicata cominciò a ballare e non si fermò prima di un minuto e mezzo, lasciando che la voce di Nando Martellini fosse legata per sempre nella memoria di milioni di persone, prima che al triplo campioni del mondo di Madrid, ai cani che iniziarono all’improvviso ad abbaiare, a un boato inspiegabile giunto dalle finestre, ai muri che si deformavano come al luna park le pareti nelle case dei fantasmi. 

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 Cosa è successo il 23 novembre su Slalom

  I cinquant’anni del millesimo gol di Pelé

  2019    La “febbre” per questo storico gol della “perla nera” aveva originato domenica un curioso equivoco: un’agenzia di informazioni internazionali attribuì a Pelé la rete con cui il Santos pareggiò a Salvador e che invece era stata segnata da un suo compagno di squadra. Tutto qui

  Il Masters di Medvedev. È il cambio della guardia, o forse no

 2020    La domanda è la stessa che il tennis si è posto alla fine del 2018 e alla fine del 2019, quando al Masters vinsero – tutt’e due avevano 21 anni – Zverev e Tsitsipas.  È questo il cambio della guardia? Daniil Medvedev ne ha già 24, troppi per essere ancora considerato un NextGen

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  Non c’è nulla di strano nel voler fare due domande a Jacobs

 2021    Due giornalisti del Sunday Times si sono mossi da Londra nei giorni scorsi e sono venuti a Roma nel tentativo di parlare con Marcell Jacobs. La loro richiesta ufficiale di un’intervista era stata più volte respinta da un addetto stampa, secondo le moderne vie della comunicazione. Matt Lawton e Mark Palmer hanno fatto il mestiere come si faceva una volta.

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  Finzioni  |  Lettera di Gianni Clerici a Jannik Sinner

 2023    Se si usasse ancora, vorrei scrivere una letterina a Jannik Sinner per dargli con modestia un consiglio, ammesso che un uomo di 22 anni freddo come gli inverni di casa ne abbia bisogno e voglia dar retta a un vecchietto che potrebbe essere il bisnonno. La ex Coppa Davis si può vincere. Dico ex nel senso di finta.

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  Perché Djokovic si fa allenare da Murray

 2024   Questo è un messaggio per gli sbarbatelli, quei due implumi che hanno osato spartirsi i due Slam del 2024. Novak Djokovic si affida a Andy Murray per non dargliela vinta, per mostrare ai ventenni cosa si deve inventare per poter riderci sopra e continuare a sperare.

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Oggi

 

   

Il derby del nord di Londra

C’è un momento, ogni stagione, in cui il derby del nord di Londra smette di essere una partita e diventa un esame di coscienza. Non importa come ci arrivi: può essere un’onda lunga, una risalita, una crisi mascherata, o — come per l’Arsenal — una vibrazione sottile. Quella che accompagna le squadre in una corsa verso il titolo. Le squadre che sanno come ogni passo pesi il doppio. L’aria attorno ai Gunners è strana: non c’è panico, ma c’è elettricità. La sconfitta del Manchester City a Newcastle può essere una svolta semi-definitiva. A saperla cogliere. 

Jonathan Wilson sul Guardian chiarisce la natura del momento: È impossibile vincere il titolo se il livello di energia nervosa di base è troppo alto. E aggiunge come la memoria di certi finali — il ricordo del 2022-23, quando ogni partita diventava impossibilmente carica— possa deformare il presente se non viene tenuto a distanza. L’altro lato dello specchio riguarda un Tottenham che vive un’inquietudine ancora più profonda. L’eco delle vecchie sicurezze — le sei stagioni consecutive davanti all’Arsenal chiuse nel 2022 — si è dissolta. I ruoli si sono ribaltati. L’Arsenal è una squadra rifatta, plasmata con una struttura finalmente matura; gli Spurs sono un progetto che non si è ancora compiuto.

Wilson inserisce la cornice storica che unisce e divide le due squadre: Dal 1919, quando fu ammesso in First Division al posto che secondo il Tottenham spettava a loro, l’Arsenal ha assunto il ruolo del cugino maggiore. Innovatori negli anni Venti, rifondatori negli anni Novanta, costruttori di stadi nuovi e identità moderne. Due club che si sono sempre spinti l’un l’altro nel futuro, restando più simili di quanto la rivalità voglia ammettere. Oggi i percorsi divergono nella continuità della visione. Arteta ha potuto completare la sua rivoluzione con uno stadio ormai stabile e una struttura economica prevedibile; Pochettino, ricorda Wilson, non ebbe lo stesso privilegio durante il trasferimento. Eppure entrambi sono stati architetti di un’idea nuova di calcio nel nord di Londra.

La sfida che attende Arteta è più psicologica che tecnica. La lista degli infortunati — Gabriel, Ødegaard, Havertz, Martinelli, Jesus, Madueke, con Calafiori in dubbio — è lunga, ma non è una novità. È il peso dell’attesa, delle tre stagioni chiuse al secondo posto, a mettere un velo sul futuro. La percezione del suo lavoro potrebbe cambiare  – scrive Wilson – se anche questa corsa finisse in un altro quasi. È il rischio di chi ha migliorato tutto senza ancora raccogliere il frutto più visibile. Invece Thomas Frank, pur brillante fuori casa, ha vinto appena una partita su nove contro l’Arsenal. Il Tottenham è privo di Solanke, Maddison, Kulusevski, Bergvall. La squadra è meno sicura, il contesto non aiuta.

  ore  17.30    su Sky Sport

 

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L’ultimo scroll

   

Scendere. La prima gara sulla pista di Cortina

Lia Capizzi racconta su Domani la prima, storica gara sulla nuova pista di bob, skeleton e slittino di Cortina, il simbolo più controverso dei Giochi invernali 2026. Lo fa attraverso la voce di Mattia Gaspari, nato e cresciuto a pochi minuti di distanza dall’impianto, un atleta che descrive l’emozione di gareggiare dietro casa, in una struttura al centro di polemiche per costi e impatto ambientale. Il cuore del pezzo è il punto di vista di Gaspari come cittadino prima ancora che atleta: difende la pista, ricordando che Cortina ha una lunga tradizione negli sport di scivolamento e che un impianto così — moderno, coperto, sostenibile, con 30 settori regolabili e un sistema di refrigerazione condiviso con il palaghiaccio — può creare lavoro, rilanciare un movimento e riportare in Italia allenamenti e gare che da anni costringevano gli atleti a migrazioni verso Norvegia o Lettonia. La controversia sui pochi praticanti viene ribaltata: senza impianti, non nascono nuovi atleti. Capizzi intreccia alla questione-impianto la storia sportiva di Gaspari: dai risultati storici nel Mondiale Junior e nel misto con Valentina Margaglio, al trauma doppio della rottura del tendine d’Achille e delle due operazioni che hanno messo in dubbio perfino la possibilità di camminare senza zoppia. 

     

Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30. 

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Lo Slalom apparirà su whatsapp nella lista Canali insieme a tutti gli altri a cui vi siete iscritti, nella sezione Aggiornamenti. A cosa serva non si sa, però pare che fa molto fico. 

 

           

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