La normalizzazione del calcio: il lavoro più duro di Chivu

 

 

   

Si tifa per la propria squadra come si tifa, in fondo, per la propria vita

Giovanni Raboni

 

  

Il sorriso al posto della Garra

  Un alieno si aggira nel calcio italiano, si chiama Christian Chivu e in mezzo alla cupezza diffusa, alla seriosità generale, fa l’impressione di quella vecchia pubblicità in cui una caramella a menta diventava un vento di freschezza. Chivu sta facendo la sua rivoluzione con la risorsa sottovalutata del sorriso. Ha preso in estate una squadra che si portava sulle spalle il peso di una finale di Coppa dei Campioni persa con cinque gol. Chi c’è passato dice che il ricordo non te lo levi di dosso in fretta. Bastoni riferì subito, fin dai primi giorni, che Chivu aveva introdotto leggerezza – che poi vuol dire tutto e vuole dire niente. Adesso è chiaro cosa intendesse.

Chivu trascorre le vigilie delle partite facendo piccoli quiz sulla formazione con chi per mestiere deve porgli delle domande, e certe volte possono essere fastidiose. Potrebbe viverle come fanno molti dei suoi colleghi più consumati: come un’intrusione. Invece ci gioca. Non c’entra il primo posto. Era così pure quando le cose sono cominciate male. La sera della sconfitta a Napoli, mentre il resto del paese si ingozzava al buffet del fermo immagine sul contatto fra Mkhitaryan e Di Lorenzo, mentre Antonio Conte si faceva venire la vena in tre D per rispondere a Marotta, Chivu diceva che «sto cercando di cambiare le cose ma per ora lotto da solo, siamo sempre abituati a piangere e lamentarci e dobbiamo evolverci. Finché sarò qui farò questo, non mi interessa cosa pensano gli altri di me». Non era la posa di una sera, l’abbiamo capito dopo. 

Tutto in Chivu è riduzione del rumore. «Io da allenatore non verrò mai a lamentarmi perché ho una dignità e un approccio diverso da quello a cui molti sono abituati». Sono di nuovo parole sue. Il giorno in cui dalla stanza accanto si sentirono urla e versi dei suoi durante il pranzo – volevano disturbarlo mentre era in conferenza stamp – fece il pizzo a riso e disse: «Mi sa che il giorno di riposo non ha fatto bene». Invece è convinto proprio del contrario, e ieri prima del derby ha insistito sul fatto che «un ritiro non garantisce la vittoria e non mi dà serenità sulla partita. Scelgo di dare ai ragazzi più tempo con le famiglie». 

La frase definitiva della diversità di Chivu è stata quella in cui si è augurato di poter regalare ai tifosi dell’Inter «un lunedì sereno senza subire gli sfottò dell’amico», regalando nel frattempo a noi tutti il senso arcaico dello sfottò, la parola che molti protagonisti del calcio hanno nel frattempo rapito e traviato, per usarla come maschera di razzismi e abusi vari. 

La comunicazione di Chivu è in bemolle. Sta sempre mezzo tono sotto. Non marca il territorio nel bisogno di far sapere chi comanda il branco. Smonta i modelli chiusi e le grandi verità che il calcio mastica e rimastica. Sta in panchina da postmoderno. Sottrae. A volte sembra quasi che accompagni il calcio fuori dallo stadio come si porta un bambino troppo stanco a letto, parlandogli piano, con pazienza. Una quiete che altrove verrebbe letta come debolezza, e prima o poi potrebbe correre lui stesso questo rischio, ma nel frattempo dentro l’Inter sta diventando un magnete.

Chivu ha tolto elettricità tossica, non adrenalina. Ha separato il rumore dall’intensità. Ha preso un gruppo che aveva della polvere addosso e invece di soffiarla coi polmoni l’ha scrollata con una mano sulla spalla. Quando una volta gli hanno chiesto se non temesse di sembrare troppo distante dall’idea tradizionale di condottiero, ha risposto: «Conto sulla lucidità. Se cala, allora sì che perdiamo».

Lucidità è un’altra parola che sembrava estinta. L’Inter gioca come chi ha capito che si può essere seri senza essere ingrugniti, determinati senza trasformare ogni settimana in un referendum sulla virilità. Se Lautaro non segna, Chivu non gli dice che deve ritrovare la cazzimma, gli dice che deve tornare a sorridere. Sembra un vezzo da conferenza stampa, invece è una maniera di stare al mondo. Un sorriso porta la consapevolezza che non si può controllare tutto, e la certezza che qualunque cosa capiti non verrà aggiunto del caos ad altro caos. 

Viene la tentazione di pensare che Chivu sia così per i sei anni trascorsi ad allenare prima i quattordicenni, poi i diciassettenni e i diciottenni, quella nuova Generazione che abita lo sport provando a scappare appena possibile dalla sua tossicità, ricostruendo il senso dell’agonismo e il significato delle rivalità. Venerdì sera Flavio Cobolli è andato a mettere una mano sulla spalla dell’avversario belga al quale aveva cancellato sette match point prima di batterlo. I saltatori con l’asta ridono in pedana e si incoraggiano l’un con l’altro. I campioni del ciclismo si telefonano la sera prima della gara e si danno consigli sul percorso, attento lì, attacca là, e gli adulti – diciamo così – ovviamente non capiscono, non se ne capacitano. Mattia Furlani fa il battimani a chi salta per sorpassarlo. Larissa Iapichino e Malaika Mihambo ridono una volta l’una e una volta l’altra quando vincono o perdono di un centimetro. 

Nel calcio non l’abbiamo visto ancora, forse sarà impossibile arrivarci. Ma ogni volta che parla Chivu, viene da restarne innamorati e da temere che presto lo fagociteranno, vedrete, prima o poi lo ingoieranno, prenderanno anche lui. 

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