Le medaglie che piovono dal cielo di Tokyo
Prima che la marcia si maratonizzi e si adegui a distanze ancor più estreme, Antonella Palmisano ha sintonizzato il tacco e la punta della sua scarpa sui 35 km, lei che dal tacco e dalla punta dell’Italia viene. Ha scritto ieri mattina un capolavoro di leggerezza, la qualità che si direbbe estranea a Leonardo Fabbri, uscito finalmente da una sua anemia da grandi eventi, quell’altalena emotiva che lo aveva spesso frenato quando c’era qualcosa di importante per cui gareggiare. La leggerezza, il peso, e poi? E poi l’atletica totale di Nadia Battocletti, che è stata solo testa, testa, testa per 9.600 metri. È stata razionalità, tattica e strategia. È stata certamente anche resistenza, facendo girare le gambe dietro il forcing concordato fra le kenyane per farla fuori, per non portarla al traino allo sprint finale. Non ha sbagliato una mossa, a volte con la bocca dischiusa, a un ritmo mai corso prima, ma non è caduta in nessuna delle trappole seminate sul tartan per nove decimi della corsa. E negli ultimi 400 metri ha riempito lo stadio di Tokyo di quella sua sincerità disarmante e candida, ha tolto il freno al registro anema e core che pure le appartiene. Sta al guinzaglio ma c’è.
Sette degli ultimi Mondiali italiani di atletica leggera non hanno raggiunto il numero complessivo di tre medaglie. Tre sono arrivate tutte insieme al primo giorno dell’appuntamento di Tokyo, con Palmisano sul podio quando ci siamo svegliati ieri mattina e Battocletti quando in Giappone era l’ora di andare a nanna.
“La buonanotte è azzurra come l’alba. Se le bambine potessero capire che non bisogna aver paura di tener testa a qualcuno, di studiare, di migliorarsi. Hai l’Africa contro? Sei sola contro quattro gazzelle degli altopiani? E tu esaltati, fai girare le gambe, che nel paese dove sei cresciuta a Cavareno in Trentino hanno messo il maxi-schermo e hanno detto alle scuole che oggi la materia di studio sei tu. La nostra Africa” ha scritto Emanuela Audisio su Repubblica.
Il bronzo di Fabbri è stato argento fino al sesto tiro del messicano Munoz, sbucato da quelle nebbie che ogni tanto partoriscono un’impresa. “Questo bronzo è speciale, definisce la capacità di rimanere attaccato a gare che si mettono male – ha scritto Giulia Zonca per La Stampa – a riscaldamenti che liberano il malumore, ad ansie che contraddicono il piacere di lanciare, di liberarsi con un gesto da ogni peso. La sua specialità è una pratica zen, butta lontano la fatica, l’eccesso: una palla di problemi spinta il più distante possibile. Fabbri sa che il bronzo non risolve, ironizza sul manga di prima generazione, Pikachu della serie Pokemon, appeso tra mille altri pupazzetti. Personaggi vintage ammaccati, altro che Labubu con gli swarovski. Regali di bambini incantati dalla sua mole, di fiorentini coinvolti dal suo tifo calcistico”.