Lo Slalom del 18 giugno | Cosa leggere, sapere e vedere

   

Essere un fantasma dev’essere questo, avere la certezza che la vita esiste, e non poterla vedere

José Saramago

 

   

L’altra faccia dell’equilibrio e della competitività

La NBA non trova un giocatore simbolo

Adesso che gli Oklahoma Thunder sono vicini al loro primo anello come mai ci sono andati vicini prima, adesso che Shai Gilgeous-Alexander pare sul punto di diventare il primo MVP della stagione regolare in grado di vincere il titolo una decina d’anni dopo Steph Curry, la NBA comincia a domandarsi se non stiamo assistendo a un definitivo cambio della guardia. Non tanto nell’albo d’oro. L’albo d’oro non pare aver voglia di prendere una piega verso un’egemonia: i Thunder [o i Pacers] saranno la settima squadra diversa campione in sette anni. Il cambio della guardia potrebbe essere arrivato fra i ragazzi del poster della lega. 

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 Che cosa stanno leggendo in Europa

 🟨   In Italia il calciomercato – In Francia la morte di Lacombe – In Spagna il futuro di Nico Williams e il debutto del Real ai Mondiali dei club – In Inghilterra i biglietti di Wimbledon e lo stalker di Emma Raducanu – In Portogallo il futuro di Gyokeres

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Infantino, il calcio e la tensione della Casa Bianca

C’è chi chiede di boicottare i Mondiali dell’estate prossima

Non c’è l’atmosfera. Ecco. La formula è questa. Anche quando gli stadi sono pieni – e non sono quasi mai pieni – a questi Mondiali dei club manca l’atmosfera, e quella non può essere creata in modo artificiale scrive Sebastian Stafford-Billord su The Athletic a proposito di queste prime partita. Ci sono partite senza cori, senza vita, senza nessuno degli stimoli sensoriali tipici in un incontro fra due squadre di calcio. Questa sterilità è il grande problema del mondiale per club. Senza dubbio, ci sono persone che hanno delle ragioni per detestarlo. Ma ci sono anche persone che vorrebbero funzionasse, che lo guardano in buona fede, e quelle persone fanno fatica a capire cosa significhi realmente il torneo o perché dovrebbero sentirsi coinvolte”.

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Come sarà il Real Madrid di Xabi Alonso

  Oggi è il giorno del primo Cherki con la maglia del Manchester City e del primo Real Madrid di Xabi Alonso. L’Èquipe parla di ultima chance per Mbappé di vincere qualcosa in Spagna nella prima stagione, sempre che questa finestra sia l’appendice della prima stagione e non il prologo della seconda. Anche il Real ha la sua discontinuità in panchina. La figura di Xabi Alonso spicca sulla prima pagina di Marca, il giornale lo invita a mangiarsi il mondo. il battesimo del fuoco, lo definisce L’Equipe, così, in generale, non tanto per la prima partita di stasera contro l’Al-Hilal. 

Xabi Alonso vuol dire madridismo, dicono dal Guardian, e lo dice quel campione di Jonathan Liew, scrivendo che il suo ritorno alla Casa Blanca coincide con il recupero di una postura tossica in un club arrabbiato, caotico e senza punti di riferimento.

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La morte di Bernard Lacombe

Nella storia del calcio italiano, Bernard Lacombe era l’autore del gol più rapido mai subito dalla Nazionale ai Mondiali. In Argentina nel ‘78 pronti-via e la Francia passò in vantaggio con lui in 38 secondi. Parve un incubo quattro anni dopo l’Azzurro Tenebra di Germania. L’Italia era finita in quello che veniva considerato il girone di ferro. Invece fu l’inizio del meraviglioso ciclo di Bearzot, con la rimonta, l’epifania di Paolo Rossi, la corsa dritta [quasi dritta] durata quattro anni fino al Mundial 82. 

Lacombe era ricoverato in ospedale da gennaio. È morto all’età di 72 anni. Era stato capocannoniere in Ligue con Lione, Saint-Étienne e Bordeaux, 38 presenze in Nazionale e campione d’Europa nel 1984 accanto a Platini, con zero gol annunciando in sostanza l’avvento di una Nazionale che sarebbe diventata campione del mondo nel 1998 e nel 2018 con un centravanti a secco come Stéphane Guivarc’h e poi Olivier Giroud. È stato allenatore e braccio destro del presidentissimo Jean-Michel Aulas all’Olympique – e oggi Aulas  con L’Équipe  lo saluta dicendo che la grandezza del Lione negli anni d’oro è stata tutta merito suo. 

Vincent Duluc parla di infinita tristezza, la sensazione di vedere un ricordo e un monumento svanire”

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Bentornata Francesca Jones

C’è una wild card a Nottingham per Francesca Jones, che nel gennaio del 2021 all’età di 20 anni, si qualificò per il tabellone principale di Melbourne. Inglese di Leeds, nata con una rara sindrome genetica, la EEC (Ectrodattilia-displasia Ectodermica-palatoschisi). Ha tre dita e un pollice su entrambe le mani e tre dita al piede destro. I medici le avevano detto che non avrebbe mai potuto fare la tennista professionista. La sua storia era stata raccontata dal Guardian . “Gran parte della sua infanzia – scrisse Tumaini Carayol – è stata trascorsa in ospedale e gli interventi chirurgici hanno definito la sua prima parte di carriera, al punto che non ricorda neppure quante ne ha sopportate. Jones non poteva afferrare bene la sua racchetta e aveva problemi di equilibrio. Mentre le persone la prendevano in giro, un medico le disse che non avrebbe giocato a tennis da professionista”.

«Il motivo per cui ho iniziato a impegnarmi – disse lei – è perché voglio che le persone traggano ispirazione da ciò che sono riuscito a fare. Sarebbe fantastico avere un impatto positivo sui ragazzi piccoli e sulle persone che si trovano in una situazione simile alla mia».

In campo, raccontava il Guardian quattro anni fa, Francesca Jones è grintosa e intelligente, “il suo dritto in topspin è un prodotto della famosa accademia Sánchez-Casals di Barcellona. Si muove bene e il suo gioco è molto fisico: cerca costantemente l’uso del diritto per aprirsi il campo”.

Al Daily Mail aggiunse: «Non è una rivincita contro nessuno. Voglio soltanto essere d’ispirazione con la mia storia». “”Gioca con una racchetta leggera, con un manico sottile” spiegava Alessandro Mastroluca su Corriere dello sport-Stadio. La Gazzetta dello sport ne parlò con Tonino Zugarelli, che negli anni ‘70 arrivò al numero 27 del mondo e in finale al Foro Italico senza la falange del pollice destro, persa a 10 anni per un incidente. «Credo abbia fatto qualcosa di straordinario. Quanto a me, non la considerai mai una menomazione, anche perché non mi ha impedito di giocare: certo, non avendo mai preso in mano una racchetta prima che mi succedesse, non saprò mai se sarei stato un giocatore migliore con tutto il pollice. All’inizio, il problema fu solo psicologico: mi imbarazzavo quando gli avversari mi davano la mano e fissavano la mia». 

Oggi Francesca Jones è la numero 124 al mondo.

 

 

Alice Bellandi

Frustrazione in blu, dice L’Équipe parlando dei Mondiali di judo in corso a Budapest. La Francia si è presentata senza Clarisse Agbegnenou e senza Terry Rinier, i suoi due totem, le due figure di riferimento mondiali di questo sport, e dunque aveva messo in conto un’edizione un po’ così. Solo che qui si esagera. Su 10 medaglie d’oro già assegnate, ne hanno presa solo una con Hoan-benamin Gaba nei 73 kg (poi c’è un argento per Romain Valadier-Picard nella categoria -60 kg e un bronzo per Sarah-Léonie Cysique nella categoria -57 kg). Per il resto è tutto uno sventolio di bandiere giapponesi, con tre ori in campo maschile  tre ori in campo femminile, nonostante il rovescio rumoroso di Hifumi Abe. Era imbattuto da 6 anni, 52 incontri consecutivi vinti dal 2019 a oggi, con due titoli olimpici e quattro Mondiali nella categoria dei 66 kg. Si è dovuto accontentare del bronzo, battuto ai quarti di finale dal tagiko Obid Dzhebov. 

Ai Giochi di Parigi il judo francese aveva preso 10 medaglie, 2 ori, 2 argenti e 6 bronzi. L’ultima delusione francese è stata ieri Margaux Pinot, campionessa in carica nella categoria dei 70 kg, ma solo settima.

  Se Mameli vi ruggisce dentro, ditegli che dopo l’oro di Assunta Scutto al primo giorno, oggi l’Italia si gioca la carta di Alice Bellandi, campionessa olimpica a Parigi nella categoria dei 78 chili. «Quando ero all’asilo – raccontò in quei giorni – mia madre mi portò in palestra per incanalare la mia aggressività, che atterriva le maestre. A dieci anni poi il Brescia femminile di calcio mi propose un provino perché facevo un sacco di gol. Ma io non mi presentai. Avevo già deciso. Volevo fare la judoka».

Marco Bonarrigo su Corriere della sera scrisse: Era una predestinata che non arrivava a destinazione. Alice Bellandi da Brescia ha trovato l’indirizzo giusto nel palazzetto provvisorio ai bordi dei Campi di Marte, battendo quattro avversarie, soffrendo solo nei primi due minuti della finale contro l’israeliana Inbar Lanir, che aveva dalla sua parte il pubblico. E salvando così la spedizione italiana di judo, che era arrivata a Parigi con aspettative molto alte, andate tutte deluse. Tranne una

 

 

     

Nino Petrone e il mestiere in valigia

Le regole del mestiere secondo Nino Petrone erano due. In apparenza evidenti, nella realtà sfuggevoli. Numero uno: scrivere con chiarezza. Ma la numero uno veniva dopo la numero due: documentarsi. Questo diceva ai giovani che per anni gli hanno domandato come si fa, come si deve fare, ma «bisognava meritarselo, persona unica molto più che speciale», ricorda stamattina Gianfranco Coppola, cresciuto accanto a lui, salernitano come lui. In realtà, nel ricordo di Francesco De Luca sul Mattino, Nino Petrone era cittadino del mondo. Era stato inviato del Corriere della Sera, Antonio Ghirelli lo aveva voluto al Corriere dello Sport, al Messaggero è stato a lungo la prima firma. 

Blocchetto e penna, tanti chilometri a piedi (Nino non guidava). Le prime cronache non furono sportive, ma giudiziarie. E poi decine di scoop. A 8 anni – racconta De Luca sul Mattino – Petrone aveva visto la prima partita di calcio. Si innamorò della Salernitana che quella domenica del ‘47, neopromossa in A, sfidò il Grande Torino

Pare che lo stadio Arechi si chiami così per un suo suggerimento. La sua vista era precaria e doveva sorreggersi al bastone. Amava il mare, quello della Costiera Amalfitana e del Cilento in particolare. I suoi pezzi – ricorda De Luca – erano sempre ricchi di aggettivi e notizie (e anche di stilettate). Super esperto della politica sportiva e del mondo arbitrale, i suoi giudizi erano temuti. Era a casa di Ferlaino, in via Crispi, nella notte dell’autunno dell’82 in cui un commando della camorra fece esplodere un ordigno davanti al portone: Altra passione di Petrone era il cinema. Seguiva i Festival e fu presidente del Premio Charlot a Salerno. Era nato nel 40 ma non era contrario a internet e ai social.  

Gianni Mura e sua moglie Paola sono state tra le persone più vicine e più care. Fu Petrone a convincere Mura ad accettare la proposta di lavoro dell’Informazione. L’avvocato Prisco ricordò nella sua biografia di quella volta in cui Petrone riferì sul Corriere della sera di uno scambio di battute a margine dell’insediamento di Ernesto Pellegrini alla presidenza dell’Inter. Pellegrini aveva annunciato di voler tenere buoni rapporti con le altre squadre e in conferenza stampa gli domandarono se fra le altre squadre fosse compreso anche il Milan. Così Pellegrini rispose: «Certo. Io non sono come Peppino, che odia il Milan». Quando le luci si spensero, un po’ di persone ronzarono attorno a Prisco per chiedergli cosa fosse questa storia. Prisco se la cavò così: «Ma, non so, i milanisti chi sono? quelli che ogni tanto tornano in serie A?». 

Nino Petrone – ha scritto Prisco nel suo libro – pubblicò sul Corriere lo scambio di battute e ci fu una strage di telefonate di «simpatia» a mia moglie da parte dei tifosi milanisti.

 

  Anche Petrone come Gianni De Felice è stato tra i protagonisti dell’irripetibile avventura mediatica fiorita intorno al Mundial 82 [su Slalom ricostruito giorno per giorno come in tempo reale]. Era a Elche quando El Salvador prese dieci gol dall’Ungheria. La favola del portiere-fenomeno raccontata dall’ingegner Pipo Rodriguez, il c.t. dei salvadoregni, si è dissolta dopo 3′ per trasformarsi… in un caso umano. Mora, un bel ragazzo di 20 anni, che vorrebbe tanto giocare in Europa, ha fornito il terribile sospetto di essere bravissimo per altre porte

Spese molti giorni sulle tracce dell’Argentina, per il primo Mundial di Maradona. Non ci sembra che sia tanto capriccioso questo numero uno del calcio mondiale che il medico della sua nazionale, il sudamericano-milanese Ruben Dario Oliva chiama affettuosamente La Marilyn Monroe del calcio argentino e ora anche di quello spagnolo. Tutt’altro. Al contrario di Sivori, Diego è più intelligente che furbo ed è molto più maturo di quanto l’età possa far credere, dice il dottor Oliva. E il c.t. Menotti conferma: Diego sopporta molto bene il peso della pressione. Quando l’Italia vinse 2-1 al Sarrià, Petrone scrisse sul Corriere della sera che evidentemente Maradona non è tutto in questa Argentina, ed anche questa è una storia che il calcio ha già scritto

Chiamò Paolo Rossi Manolete dopo la tripletta al Brasile e scherzò: Forse nemmeno Gentile lo avrebbe fermato

 

|  archivi  Una sua intervista a Ubaldo Fillol

Lo chiamano tutti El Pato, che vuol dire l’oca. Ma nessuno pensa che sia uno stupido, tutt’altro. Per molti è il miglior portiere del mondo. E su questo non ci sono dubbi. dice lui, che fuori porta non deve essere proprio un campione di modestia. È il portiere della nazionale argentina: quaranta presenze, quasi tutte belle. Un fenomeno. Una volta giocava ala-centravanti. Ora cerca un posto, sempre come portiere ovviamente, in un club europeo, italiano o spagnolo possibilmente. 

Questo mondo del calcio è sempre più loco (pazzo). Fino a questo momento nemmeno una telefonata. Ogni tanto il mio agente mi chiama per dirmi che è solo questione di tempo. Io aspetto, però, amigo, non farmi parlare a vuoto. L’articolo lo devi pubblicare in Italia».

 ➣   D’accordo, mi dica subito quanto costa.

«Poco, una sciocchezza per un portiere come me: quattrocentomila dollari. Soltanto mezzo miliardo di lire, se non sbaglio».

 ➣   Forse non è molto davvero: anche perché in Italia non abbondano più come un tempo i grandi portieri. A quarant’anni Dino Zoff è ancora titolare. A proposito che ne pensa di Zoff?

«(Una smorfia ed un mugugno). Mmmmhhh….. Zoff è indubbiamente un atleta molto serio, altrimenti non potrebbe giocare a quell’età. Però, francamente, non mi pare un grande portiere, o mi sbaglio? Credo proprio di no: sai, io di portieri, se permetti, me ne intendo molto».

 ➣   Chi sono in questo momento i grandi portieri, secondo il suo insigne parere?

«Subito dopo il sottoscritto vengono il sovietico Dasaev e il belga Pfaff. Molto forti, veramente. Poi il tedesco Schumacher: però non ne sono ancora troppo convinto. Mi spiace per te, amigo italiano, ma Zoff sta molto più sotto».

 ➣   Per martedì, allora lo vede nero.

«Come tutti i portieri che affrontano l’Argentina. Io so bene cosa succede quando Maradona spara quel suo incredibile sinistro. Visto il portiere ungherese che fine ha fatto su quel tiro a fil di palo? Qualcuno ha scritto che era parabile. Storie, nemmeno io l’avrei preso».

 ➣   Ma c’è un attaccante italiano che le fa un po’ paura? Soltanto un po’, faccia uno sforzo…

«Sì, Bruno Conti, per quello che ho visto in Tv è nettamente il migliore. Però devo fare un po’ d’attenzione anche a Graziani: ha il tiro sporco come diciamo noi e questo è un pericolo per qualsiasi portiere, perché è molto difficile prevedere la traiettoria del pallone, quando l’attaccante non calcia come il manuale comanda».

 ➣   E Rossi?

«Ha dei problemi. Poi non mi pare che abbia mai avuto un gran tiro»

Forte e allegro com’è, forse è meglio non chiedergli il punteggio della partita di martedì. Ma lui che ha intuito strizza l’occhio e dice: «Soltanto due a zero per noi, amigo».

Che gentile: uno così meriterebbe un posto nella Juventus”

intervista di nino petrone, Corriere della sera

 


     

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