#1 giorno al GP del Bahrain
► Il Milan ha vinto per 4-0 l’anticipo del venerdì sera in casa dell’Udinese. Paura per Maignan dopo uno scontro con il compagno Jimenez ◇ La Virtus Bologna ha chiuso il suo girone di Eurolega con una sconfitta a Barcellona e con il penultimo posto ◇ Lorenzo Musetti ha battuto Stefanos Tsitsipas in rimonta e si è qualificato per le semifinali di Monte-Carlo, le prima della sua carriera in un Masters 1000 ◇ Le prove libere del GP di Formula 1 in Bahrain si sono chiuse con il miglior tempo di Lando Norris nella prima sessione e di Oscar Piastri nella seconda ◇ Nelle libere di MotoGP a Lusail, Marquez è stato il più veloce nella prima sessione e Franco Morbidelli nella seconda. Jorge Martin è rientrato dopo l’infortunio ma ha preso un secondo e mezzo di distacco ◇ Una ventina di sportivi, tra cui una dozzina di calciatori, sono indagati per gioco d’azzardo su piattaforme illegali nell’inchiesta partita dalle chat di Fagioli e Tonali. Si fanno i nomi di Perin, McKennie, Ricci, Di Maria e Bellanova. Per gestire il flusso di denaro veniva usato il conto di una gioielleria
Che cosa stanno leggendo in Europa
🟨 In Inghilterra il Masters di Augusta di Rory McIlroy – In Francia un’intervista di L’Equipe a Léon Marchand – In Italia la vittoria del Milan a Udine – In Spagna le faccendi di Real e Barcellona
Le donne alle Roubaix su Slalom
Una mamma con le gomme tubeless
3 OTTOBRE 2021 Quando Elizabeth Lizzie Deignan ha tagliato il traguardo dopo una fuga solitaria di 80 km, anche gli pneumatici tubeless sono entrati nella storia insieme a lei, conquistando la prima vittoria alla Roubaix. Dopo le ricognizioni dei giorni scorsi, le squadre sono passate in massa alla nuova configurazione, in una corsa, come spiega Ronan Mc Laughlin per Cycling Tips che era rimasta “l’ultima roccaforte storica dei tubolari, in un’epoca in cui gli pneumatici per copertoncino e i tubeless sono diventati sempre più popolari. Segue qui
La Roubaix delle donne senza mamma Lizzie
24 FEBBRAIO 2022 DI ALESSANDRA GIARDINI Lizzie Deignan ce l’avete presente. Ai primi di ottobre entrò nella storia alzando le mani insanguinate sul traguardo del velodromo più famoso del mondo: aveva vinto la prima Parigi-Roubaix dopo una fuga solitaria di ottanta chilometri, e tutti si accorsero delle piaghe. «Non ho usato i guanti, volevo sentire il pavé». Segue qui
La Roubaix delle donne senza mamma Lizzie
16 APRILE 2022 Quando Elizabeth Lizzie Deignan ha tagliato il traguardo dopo una fuga solitaria di 80 km, anche gli pneumatici tubeless sono entrati nella storia insieme a lei, conquistando la prima vittoria alla Roubaix. Dopo le ricognizioni dei giorni scorsi, le squadre sono passate in massa alla nuova configurazione, in una corsa, come spiega Ronan Mc Laughlin per Cycling Tips che era rimasta “l’ultima roccaforte storica dei tubolari, in un’epoca in cui gli pneumatici per copertoncino e i tubeless sono diventati sempre più popolari. Segue qui
Le tasche piene di sassi di Longo Borghini
17 APRILE 2022 A sei km dalla fine, in una curva a destra, su un cartello è apparso il nome del desiderio. Roubaix, diceva. Annunciava a Elisa Longo Borghini la fine della fatica e l’inizio della gioia. Segue qui
orizzonti
La prima donna ad arrampicarsi con le difficoltà degli uomini
L’ultima donna capace di arrampicarsi dove nessun’altra era stata prima si chiama Brooke Raboutou, e non si tratta di un verbo solo metaforico. È stata la prima a raggiungere il grado 9b+ dell’arrampicata sportiva – pare che sia la difficoltà suprema.
“Un’impresa enorme e inaspettata” la definisce El Pais con Óscar Gogorza, usando alcuni termini di paragone. “Come vedere Lotte Kopecky rimanere sulla ruota di Tadej Pogacar, o assistere a un salto in lungo femminile di 8 metri e 90, oppure vedere un’atleta volare con l’asta ed eguagliare i 6 metri e 27 di Mondo Duplantis”.
Raboutou è un’americana di Boulder, Colorado, “dove tutti si arrampicano, vanno in bicicletta, sciano o fanno escursioni in montagna come se vivessero in un parco divertimenti sportivo. Porta nel sangue l’eredità dei suoi genitori, due leggende dell’arrampicata”.
In effetti Didier Raboutou è nato a Tolosa e ha partecipato alla prima gara di arrampicata nel 1985, è stato uno dei primi a raggiungere la difficoltà 8c ed è stato una star mondiale, un punto di riferimento. Aveva cominciato ad arrampicarsi sui Pirenei rubando corde e chiodi da casa. Ha sposato una scalatrice americana, Robyn Erbesfield, poi diventata tre volte campionessa del mondo. Diceva di non avere alcun talento naturale ma di possedere una brutale etica del lavoro. Sua frase chiave: «A volte vorrei essere asociale, così niente potrebbe interferire con il mio allenamento». Né lui né lei pensavano che un giorno il loro sport sarebbe diventato una disciplina olimpica, né che la loro bambina Brooke avrebbe vinto l’argento a Parigi 2024.
Alla difficoltà 9b+ erano arrivati finora solo otto uomini. Il suo modello di riferimento, a parte mammà, è sempre stata la gipuzkoana Josune Bereziartu, la prima donna a raggiungere la difficoltà 8c un decennio dopo il primo uomo [il tedesco Wolfgang Güllich]. Dodici invece sono stati gli anni tra un uomo a 9b+ e il traguardo di Brooke Raboutou.
Le immagini della giornata di ieri
Forse la barriera aiuta chi calcia la punizione, non il portiere
Che sia decentrata o in asse, che sia composta da uno, da due o da cinque giocatori, che sia piazzata dalla migliore squadra del mondo o da una formazione della serie GN, la barriera fa parte integrante della scena di un calcio di punizione. È come se il calcio di punizione fosse nato così. Con l’antidoto incorporato. Quando c’è un calcio di punizione, c’è un muro che si piazza a 9 metri e 15 dal pallone, anzi più vicino, quasi sempre più vicino. Un muro di uomini che segue le istruzioni del portiere, e poi oplà – con un saltello più o meno sincronizzato cerca di bloccare la palla nella porzione ascendente della sua parabola.
Ogni tanto accade che la barriera induca a strani pensieri. Prendiamo Declan Rice. Prendiamo i suoi due magnifici gol contro il Real Madrid. In giro c’è chi sta discutendo finanche del fatto che la barriera possa averlo aiutato a segnare. Lo stesso Rice ha alimentato questo paradossale dibattito, suggerendo che ha calciato in quel modo perché c’era la barriera. E se non ci fosse stata?
“Non è superfluo pensare che i suoi due gioielli non sarebbero esistiti senza la barriera” ha scritto la rivista So Foot. E dunque la barriera è una protezione o una trappola? L’ex portiere Jérôme Alonzo fu tra i primi a mettere in dubbio l’utilità di questa tecnica difensiva. Negli anni Sessanta il portiere del Bologna Negri era convinto che la barriera fosse un danno. Il problema è di ordine pubblico. Se non la metti e prendi un gol, passi per un idiota.
C’è punizione e punizione, dice So Foot. Se la palla si trova a 18 metri di distanza la barriera può servire, a 25 parliamone. Il formidabile Juninho pensava che la barriera fosse una sua amica, perché nella metà delle volte è mal piazzata. Sul primo gol di Rice c’è questo dubbio [ehm, diciamo così]. Frédéric Meyrieu, ex tiratore di punizioni per il Metz, ha detto a So Foot che appena ha visto la barriera messa in quel modo balordo, ha capito che Rice avrebbe fatto gol. Diverse cose non andavano. Mancava un quinto giocatore, i quattro non erano in punta di piedi e Valverde si stava girando.
Alonzo racconta che qualche volta ha spostato di proposito la barriera fuori dall’asse canonico per sfidare il tiratore a calciare in una certa direzione e lui si faceva trovare là. Una sfida psicologica come sui calci di rigore. I palloni sempre più leggeri potrebbero produrre qualche cambiamento nei prossimi anni, “il calcio non è immune alle mode – dice So Foot – lo abbiamo visto con la tendenza dei difensori a sdraiarsi a terra dietro la barriera. Se un portiere dovesse decidere di provarci con convinzione, si potrebbe anche pensare che molti altri lo seguirebbero. Ma chi è così pazzo da farlo oggi?”
Secondo Jérôme Alonzo un candidato esiste. Dibu Martinez. E comunque senza barriera i gol di Platini, scrive So Foot, non sarebbero stati così belli. A proposito. “Ma poi cosa ce ne facciamo di tutti questi manichini di plastica che riempiono i campi d’allenamento e che hanno visto i grandi campioni provare i loro numeri per così tanti anni?”. Eh, in effetti questo è un problema.
inghilterra
In Premier League retrocedono sempre le stesse squadre
Per la seconda stagione consecutiva, le tre squadre salite in Premier League sembrano destinate a retrocedere subito. Come sanno tutti quelli che hanno dato un esame di statistica, due anni non sono un campione sufficiente di nulla. Ma questo è calcio. Ma questo è giornalismo. unque Dunque la somma di calcio + giornalismo spinge a trarre una conclusione definitiva da quella che potrebbe essere ancora una coincidenza. La conclusione tratta da James Gheerbrant per il Times è che le neopromosse si affidano a giocatori e allenatori formati in club di alto livello. Non va bene, dice. È necessario un cambio di approccio. Nella settimana in cui il prevedibile è diventato inevitabile, con la retrocessione del Southampton confermata, con l’ottava sconfitta consecutiva del Leicester senza segnare e la partita persa dall’Ipswich con il Wolverhampton Wanderers, tutto sembra compiuto.
Le tre squadre promosse della scorsa stagione avevano messo insieme 66 punti; quelle di quest’anno sono a 47 con una proiezione finale di 58. Sessantasei più 58 fa meno dei 129 punti guadagnati dalle tre squadre promosse nel 2022-23 [Fulham, Bournemouth e Forest], per cui dice il Times “la tendenza è improvvisa, ma è reale”.
Non solo. Le prime tre in classifica della Championship sono Burnley, Sheffield United e Leeds: due neoretrocesse e una scesa in B l’anno prima, “Siamo forse arrivati alla fase finale di uno sport stratificato – si domanda il Times – in cui la Premier League, popolata da un gruppo permanente di 16 o 17 squadre, si allontana sempre di più dalla Championship, con un gruppo di sei o sette squadre che fa la spola avanti e indietro come turisti spaziali, pagando profumatamente per equipaggiarsi per un viaggio che rivelerà la loro insignificante minuscola macchia? Forse è troppo presto per dirlo con certezza”.
In effetti già nel 1997-98 le tre squadre neopromosse retrocedettero subito e i primi tre posti in serie B furono occupati dalle squadre scese l’anno prima. È da decenni che i club oscillano su e giù. Succede nella Liga come dimostrano il Real Valladolid, il Leganés e l’Espanyol. Succede in serie A. “Questo non significa che la situazione non richieda la nostra vigilanza – scrive il Times – anzi. Promozioni e retrocessioni sono il motore della mobilità nel calcio, l’ascensore che attraversa i soffitti di cristallo. Molte delle grandi storie dell’ultimo decennio iniziano da una promozione: la favola del Leicester, l’ascesa del Bournemouth dall’oblio, il balzo da gigante del Nottingham Forest, l’affermazione del Brighton come forza trainante. Nessuna di queste cose accade se l’ascensore si rompe”.
Eh ma se allora sono accadute: amici del Times beati voi.
Tra le pieghe di questa storia, due segnalazioni. The Athletic ha dimostrato come un retropassaggio dell’Ipswich abbia prodotto due dei minuti più folli nella trama di questa Premier League [si trova tutto qui] mentre Guardian nel frattempo ha potuto eleggere il Southampton come peggior squadra nella storia della Premier League. Povero Juric: serviranno spalle larghe per sollevarsi da una stagione del genere.
spagna
Il ricordo di Beenhakker firmato da Valdano
Leo Beenhakker ha vinto meno di quanto la sua fama lasci intendere: due campionati olandesi da allenatore dell’Ajax, uno con il Feyenoord, tre in Spagna con il Real Madrid. Ma nessun trofeo internazionale. Era sulla panchina del Real nell’ultima edizione della Coppa dei Campioni che non prevedeva le teste di serie. Quando il sorteggio accoppiò al primo turno la sua squadra piena dei Michel e dei Butragueno con il Napoli di Maradona e Careca, l’UEFA intuì che doveva cambiare qualcosa.
Negli ultimi anni abbiamo sentito parlare poco di lui ed “erano commenti sussurrati, coerenti con il gusto di Leo per la discrezione. La notizia della sua morte non è stata una sorpresa, ma è stata altrettanto dolorosa e ha fatto rivivere ricordi lontani”scrive Jorge Valdano stamattina nella sua rubrica del sabato per El Pais.
Valdano era stato un suo calciatore a Saragozza, dove nel 1981 l’olandese arrivò a metà stagione. “A quei tempi le notizie non erano così fluide come oggi. Sapevamo poco della sua carriera. La sua presenza era dominante, il suo carattere affabile e non sapeva una parola di spagnolo. Poco dopo il nostro arrivo, ci siamo incontrati al ristorante Bienvenido di Saragozza, luogo di ritrovo degli sportivi aragonesi. Leo era con la sua compagna a festeggiare il suo compleanno che lui stesso definiva trentadieci. Utilizzava la palla come mezzo di comunicazione. A quei tempi il calcio spagnolo era molto più fisico che tecnico, lui era arrivato da rivoluzionario e ci aveva catapultato in un’altra dimensione. Fin dal primo giorno il campo era pieno di palloni: ci crediate o no, era una novità”.
Valdano racconta di sessioni di allenamento impegnative ma divertenti. Partite con piccole squadre in spazi ristretti, ritmo elevato, competitività.
“Ci conquistò subito perché aveva alcune caratteristiche ammirevoli. Era gentile, aveva senso dell’umorismo e una caratteristica difficile da trovare in un calcio teso: che vincessimo o perdessimo, ci aspettava il giorno dopo la partita con lo stesso sorriso. Ma la cortesia non lo privava di coraggio. In un’occasione, un giocatore con la fama di essere un duro espresse il suo disappunto per essere stato escluso e dopo uno scambio di opinioni con Beenhakker, arrivò persino a sfidarlo. Leo resistette, ma alla fine dell’allenamento disse al ribelle di passare nel suo spogliatoio. Quando entrò, chiuse a chiave la porta, gettò la chiave fuori dalla finestra e disse: «Non ce ne andremo da qui finché non avremo risolto questa questione». Il commento implicava un invito a battersi, se fosse stato necessario”.
Valdano racconta che Beenhakker proveniva da una famiglia umile, aveva perso il padre da adolescente. “Sapeva come trattare le persone, ma conosceva anche le regole della strada. Il macho rissoso non si comportò mai più da ribelle con lui e Leo accrebbe il suo prestigio perché nel calcio il coraggio era, ed è tuttora, un valore indiscutibile. Quella squadra non si è distinta per grandi risultati, ma per la qualità del gioco e per la sua volontà sempre offensiva, con centrocampisti del calibro di Juan Señor [grande giocatore], Juan Barbas [nazionale argentino] o Pedro Herrera [padre di Ander e giocatore di altissimo livello]”.
Di Beenhakker a Saragozza Valdano era il capitano, “quindi avevo un rapporto stretto con lui, ma mi rivolgevo sempre in modo formale. Le nostre strade si sono separate. Ma quando ero a Madrid, quando viaggiavamo in Olanda, Belgio o Germania, Leo veniva a salutarmi in hotel, eravamo passati a darci del tu. Qualche tempo dopo, Ramón Mendoza capì che la Quinta del Buitre aveva bisogno di un’idea calcistica audace e pensò che Beenhakker fosse l’uomo ideale. Mi chiese spiegazioni in merito e io gli dissi cosa ne pensavo. Il presidente gli aveva detto che avevo influenzato la sua assunzione, Leo mi incontrò alla prima sessione di allenamento per ringraziarmi. Era l’allenatore perfetto per una generazione che aveva bisogno di essere incoraggiata a giocare. Ho sempre pensato che togliere la libertà a una star sia tanto un peccato quanto darla a un giocatore mediocre. Il Real Madrid di Leo era pieno di stelle e lui le lasciava fare. Non ho mai più visto una partita del Madrid tanto bella e delicata. Gli è mancato di poco il coronamento della sua carriera con una Coppa dei Campioni, ma nonostante si dica che il Real è sempre fortunato, quella generazione perse ingiustamente una semifinale contro il PSV Eindhoven. Era quello l’anno giusto, perché poi arrivò il Milan di Sacchi e travolse tutto”.
Valdano chiude il suo ricordo con un aneddoto riferito al periodo messicano di Beenhakker, quando in testa al campionato con l’América venne esonerato per non aver obbedito al presidente, non aver escluso Joaquín del Olmo come gli veniva ordinato.
“Lo cacciarono perché nel calcio essere una persona integra non sempre paga. Gli ultimi anni, come i primi della sua vita, non devono essere stati facili per Leo. Ma quest’uomo discreto, avventuroso, amante dei valori e del calcio, ha lasciato il segno in chi lo ha conosciuto”.
Il mistero sul Real attuale
Il Real di oggi è un grande mistero. Ha sommato sommato Bellingham a Vinicius, poi ha aggiunto Mbappé, eppure gioca appallottolato su sé stesso come una provinciale che non ha altri mezzi se non il contrattacco, mentre rischia di restare senza Liga e senza Coppa dei Campioni. Se non ci sono ancora i forconi fuori i cancelli del centro d’allenamento è perché la mistica del Bernabéu tiene in piedi il pacchetto completo di retorica sull’ipotesi della remontada all’Arsenal. Tuttavia Santiago Segurola su Diario AS scrive che c’era un treno in arrivo nella direzione di marcia opposta a quella del Real Madrid, e il Real Madrid non l’ha saputo evitare, chissà forse neppure l’ha visto arrivare. Questo succede a forza di dirsi e spiegarsi che gli 1-0 sono in fondo pure sempre delle vittorie sporche.
Segurola dice che non ci sono ragioni per dire che sia finita, perché il Real Madrid “come spesso succede è riuscito a evitare il collasso totale. La squadra e i suoi tifosi si aggrappano a questa capacità di sopravvivenza ma l’Arsenal è secondo in Premier League per più di una serie di valide ragioni. Nelle ultime due stagioni ha inseguito il titolo con grinta e con gioco. Mikel Arteta ha creato una squadra in grado di sfidare chiunque nei campionati più importanti. La lunga era Wenger si era conclusa con una depressione generale, i suoi successori hanno aggravato la crisi e la scelta di Arteta è stata vista come una scommessa rischiosa. Non aveva mai allenato una squadra. Era stato solo il vice di Guardiola. Arteta invece ha iniziato a costruire un grande Arsenal. La vittoria sul Real Madrid porta al livello successivo. Hanno battuto il Madrid in ogni capitolo. Senza alcun margine di discussione”.
Segurola sottolinea allora le “gravi carenze” del Real, “debole nella sua risposta difensiva, con una mancanza di architettura a centrocampo, una dipendenza dall’ingegno dei suo attaccanti”. Il dato significativo – evidenzia AS – è che la squadra corre meno degli avversari, “la tendenza del Madrid in tutta la stagione. Ha corso molto meno in 11 delle 12 partite giocate in Champions League. L’unica eccezione è avvenuta a Bergamo contro l’Atalanta. Dove ha battuto la squadra italiana di 700 metri”. In fondo è sorprendente anche questo.
francia
Al PSG anche gli artisti rincorrono gli avversari
Un capolavoro a testa ma non solo. PSG-Aston Villa di Champions ci ha con segnato un Doué e uno Kvaratskhelia che brillano in attacco e si rendono utili in difesa. In uno dei suoi lavori nella sezione Decryptage, L’Équipe si dedica agli autori di due dei gol sensazionali di mercoledì nell’andata dei quarti di finale raccontando quello che considera “un vantaggio su cui il Paris non ha sempre potuto contare”. Matthias Ribeiro parla di “generosità visibile tra gli artisti e i compositori della serata. Ora il PSG può contare su undici giocatori per cercare di ostacolare le avanzate dell’avversario. Per Kvara ci sono stati tanti palloni recuperati quanti dribbling riusciti”. Quattro. Con 8 duelli vinti. Segue esposizione di foto e schemi assai nerd per confermare come Luis Enrique sia “molto fortunato ad avere giocatori così flessibili, intelligenti e generosi in attacco e in difesa”
Diana Bianchedi vuole correre per il CONI ma non come quota rosa
In una intervista con la Gazzetta dello sport Diana Bianchedi ha ufficializzato la sua volontà di correre alle elezioni per la presidenza del CONI, facendo cadere l’ultimo velo di riservatezza. Sarà la candidata del gruppo di grandi elettori vicini a Giovanni Malagò. Alla terza domanda, introdotta da un “A proposito”, Bianchedi non ha potuto far altro che ammettere: «Mi preparo da tanto: sono stata una delle prime studentesse-atleta quando ancora non esisteva la parola “dual career” e la più giovane vicepresidente del Coni ben 24 anni fa, sono tornata in Consiglio in rappresentanza degli atleti, da medico mi sono sempre occupata della loro salute e della lotta al doping, da otto anni mi occupo dell’organizzazione dei Giochi che per ogni atleta è un po’ la sublimazione di un percorso. Per cui dico sì, sono pronta perché ho tanta esperienza alle spalle. Poi ci vuole il giusto contesto, sono molto attento ai momenti e alle istituzioni, ci sono anche degli incontri già previsti di Malagò con gli altri presidenti e il suo Consiglio Nazionale, quindi oggi posso dire che io mi sono preparata, da tanto tempo. Mi dispiace sapere di essere stata scelta perché donna, preferirei essere la prima campionessa olimpica donna presidente del Coni: io non ho meriti per essere una femmina, mentre per quegli ori ho faticato tanto, così come per laurearmi in Medicina mentre facevo i Giochi o aver fatto due figli mentre ero vicepresidente del Coni senza saltare mai una Giunta. Queste sono le cose di cui vado fiera».
In effetti Diana Bianchedi non deve vivere alcun imbarazzo di quota rosa. Se solo potesse, il presidente Giovanni Malagò lo rifarebbe lui.
Guida allo sport in tv di oggi
La semifinale di Musetti e il meeting di atletica in Botswana
14.30 Atletica leggera: Meeting Gaborone – SKY SPORT
È cosa buona e giusta che la prima gara della stagione di Letsile Tebogo sui 200 metri, la distanza sulla quale ha vinto l’oro olimpico l’anno scorso, si tenga in casa sua, al Golden Grand Prix del Botswana, meeting del circuito Continental Tour Gold, qualunque cosa significhi. Tebogo ha già gareggiato diverse volte quest’anno ma tutte sui 400 metri, facendo segnare un tempo di 45,26 a Melbourne a fine marzo. Ma sui 200 metri si sente molto più a suo agio. Due anni fa da diciannovenne fece il record del meeting con 19.87. Tre mesi dopo scese a 19.50, iun una stagione chiusa con il bronzo mondiale a Budapest. A Parigi ha vinto l’oro olimpico con il record africano di 19.46 e poi l’argento nella staffetta 4×400.
Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30.
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