Una riflessione del Guardian sul tennista spagnolo e il consumo di tennis sui social
Gira un filmatino di Carlos Alcaraz caricato su YouTube. Una clip, un coso,un reel. È diventato vir… – è diventato vir… – è diventato vir…: niente, non esce dalla tastiera, non si riesce a scrivere. Un coso visualizzato 25 milioni di volte. Dura sette secondi e ricomincia. Un loop. Ma bisogna stare sempre attenti al loop perché crea dipendenza. C’è lui che cattura una palla con la sua racchetta a Wimbledon e la cattura all’infinito. Barney Ronay, editorialista del Guardian, c’è cascato dentro come Lucio Dalla nella notte e il suo profumo. Poi dalla redazione lo avranno chiamato [oh Ba’ quando lo mandi ‘sto pezzo?] e nel riemergere sostiene che quei sette secondi sono così amabili perché tra tutti gli sport il tennis è “quello che si adatta meglio alla vita online”.
Un’affermazione che potrebbe sembrare controintuitiva, Ronay lo ammette. Il tennis è uno sport che in genere la tira per le lunghe e tutt’intorno viene nutrito da una schiera di custodi della tradizione che se vuoi far durare Isner-Mahut 4 ore anziché 11 si sollevano.
“È anche lo sport più difficile mai ideato, chiede una concentrazione totale, un mix impossibile di fisica, atletismo, interazione umana. La risposta a un servizio è un atto di perfezione tecnica a contrazione rapida, mentre tutto ciò che vedi in televisione è solo una palla che rimbalza avanti e indietro e qualcuno che dice Unnngh”.
[È interessante che in inglese il grantolo – così lo chiamava Clerici – si scriva unnngh – Fine dello stream of consciousness]
In realtà secondo Ronay il tennis è perfetto online perché è intimo e teatrale. Gli pare che i fan del tennis su Internet siano di un tipo unico: “ossessivi, permalosi, devoti, familiari. Il rapporto con i giocatori sembra profondamente personale, ma anche di proiezione, la gente è ossessionata da un braccialetto alla caviglia, da uno scatto della telecamera, da una dinamica di 40.000 commenti su una stretta di mano di Anna Yankachenko”.
[Ovviamente Anna Yankachenko non esiste, ma Ronay è un fuoriclasse e ha inventato un nome del tutto credibile].
I giocatori di tennis, scrive l’editorialista del Guardian, sono figure solitarie e tenere, sono anche belle personcine. “I loro corpi si flettono in modi stilizzati ma anche molto personali. Perfino la trasmissione del tennis è intima, al punto che qualche anno fa c’è stato un consapevole ritorno ai primi piani invadenti dei giocatori nell’atto del servizio. In più c’è la sensazione che queste persone siano intrappolate in una bolla, disposta a essere esaminata attentamente e vivisezionata dall’occhio digitale impassibile”.
Ronay ricorda che lo scrittore americano Don DeLillo ha descritto lo sport come l’illusione che l’ordine sia possibile. Il tennis più di tutti crea allora l’illusione di “un mondo completo e pienamente realizzato, fatto di creature adorabili e carismatiche impegnate nei loro intricati dialoghi, perfette per uno schermo da sei pollici, a prova di futuro molto più che in altri sport. Ecco perché Alcaraz è probabilmente l’atleta più interessante al mondo in questo momento, due settimane prima dell’uscita del film Netflix My Way, una notizia che conosciamo perché aveva la data tatuata sul braccio a Indian Wells”.
Il Guardian dice che ci sono alcune ragioni per cui Alcaraz è unico. La sua carriera è “una specie di barzelletta esistenzialista”. Nel senso che si tratta del più giovane numero 1 al mondo della storia, ha già guadagnato 40 milioni di dollari, ha ancora 21 anni. È il primo giocatore a essere nato, cresciuto e pasciuto interamente nell’era dell’iper-connessione online. Ha 6,3 milioni di follower su Instagram e una periferia di gruppi di fan e di feed che pubblicano contenuti su di lui. Lui che ha il broncio, lui che mette una maglietta, lui che la toglie e scopre la tavoletta in legno per lavare i panni che possiede al posto degli addominali. E poi le sopracciglia, e poi il sorriso, e poi il taglio di capelli, “lui che smalta la sua vita – scrive il Guardian – come un romanzo di Bret Easton Ellis in cui tutti sono eleganti, cool e perfettamente in stile, indossano zaini Prada, danno il cinque a Justin Bieber, si preparano per uno shooting per un libro o per il sito web di un nuovo profumo maschile chiamato Empty”.
Alcaraz è descritto come un ragazzo che dice quel genere di cose che “sembrano proferite da un traduttore anche quando vengono dette in inglese. Stranamente, fa tutte queste cose mentre sembra umano”. Un trailer del suo documentario lo mostra nella sua camera da letto d’infanzia mentre dice di vedersi come una persona normale. Alcaraz su Google è più cercato dei Beatles e di Donald Trump, “praticamente alla pari con Dio” scrive il Guardian. Perciò tutti parlano di lui. Boris Becker pensa che stia giocando troppo. Andy Roddick dice che ha bisogno di annoiarsi [Tutti gli adulti ormai dicono che gli adolescenti hanno bisogno di annoiarsi, ma poi li iscrivono a judo, inglese e chitarra]. Tim Henman invece pensa che Carlos non sia in crisi e che debba anzi lavorare sulla selezione dei colpi.
“Paradossalmente – fa notare Ronay fra una scemenza di Slalom e l’altra – c’è una chiarezza sorprendente nel tennis di Alcaraz, la creatività dei suoi colpi, la purezza dei suoi movimenti, l’alta intensità così accattivante da guardare. L’unica nota stonata è il modo in cui gioca a tratti, evocando piccole sequenze di immagini da ritagliare anche nella sconfitta, meme e reel, un tennis TikTok, un prodotto dell’era digitale perfetto per il cut-through. Allo stesso tempo sembra normale e gentile in un modo allettante, al punto che ti chiedi se anche lui venga da un algoritmo. Così la domanda rimane: cosa stiamo facendo a queste persone, soggetti di questo esperimento sociale di massa non pianificato, queste persone da esaminare sempre con il nostro occhio implacabile? Simone Biles ha detto di essere stata divorata da questa macchina. Naomi Osaka ha lottato per resistere al suo interno. Cosa vogliamo che accada? Quanto lontano possiamo spingere tutto questo? Quanto possiamo alterarne le molecole?”.
In sostanza Ronay dice che se la scena è questa, bisogna adattarsi a carriere sportive in cui “il talento andrà e verrà, la grandezza sboccerà e si prosciugherà un po’ più in fretta. Di certo Alcaraz non può sottrarsi. A 21 anni è dentro un ciclo di adulazione di consumo all’infinito, per mostrarci – che ci piaccia o no – come tutto questo dovrebbe finire”.