| Sono sicuro che è più facile imparare la matematica che il baseball
Alvert Einstein
prima di tutto
Il giocattolo degli americani è diventato giapponese

Raccontano che la superstar dei Los Angeles Dodgers Mookie Betts sia stato poco tempo fa in una scuola di Tokyo per chiedere a un gruppo di bambini di terza e quarta elementare cosa intendano fare da grandi, la domanda più frequente da quando è stata cassata quella su mamma e papà: a chi vuoi più bene. Raccontano che Mookie sia stato travolto da un coro. Le loro risposte sono state uno shock, così lo chiama il Wall Street Journal. No, non han detto di voler fare la chef o l’astronauta. La metà di loro, secondo quanto riferisce riferisce Joe Furukawa, direttore delle operazioni nel Pacifico dei Texas Rangers, ha risposto di voler giocare nella Major League di baseball.
Ora. In realtà. Il fatto che i Texas Rangers abbiano un direttore delle operazioni nel Pacifico dovrebbe metterci sulla strada giusta, fino a escludere che si tratti davvero di uno shock. La MLB guarda al mercato asiatico come tutti. Solo che fino a poco tempo fa non aveva ancora questa grossa presa nell’immaginario locale, dove la cultura del campionato giapponese è radicata in oltre un secolo di tradizione.
Tre decenni di sforzi intensi stanno producendo il ritorno immaginato. I bambini giapponesi vogliono giocare in America perché l’America gli mostra che è possibile, anzi è la norma. È così ordinario, così del tutto naturale, che il primo lancio della stagione, la prima partita del nuovo campionato oggi si tiene là, a Tokyo, dall’altra parte dell’Oceano. Il giocattolo più antico dei bambini americani, la palla con i 108 punti di cucitura che Susan Sarandon contò uno a uno per scoprire che erano quanti i grani di un rosario, adesso è sparso e stretto tra le mani dei giapponesi, piccoli e adulti, fino a porsi in realtà un’altra grossa domanda: se il baseball USA abbia preso il Giappone o se non sia stato il Giappone a prendersi l’America.
Il Wall Street Journal ha scritto che la serie di apertura della stagione tra i Dodgers e i Chicago Cubs al Tokyo Dome “fungerà da vetrina definitiva dello scambio culturale che ha cambiato per sempre questo sport”. Nelle parole del vice commissione della MLB Noah Garden è destinato a essere «l’evento internazionale di maggior successo che abbiamo mai avuto».
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In campo ci sono cinque dei migliori giocatori giapponesi. Shota Imanaga e Yoshinobu Yamamoto saliranno sul monte di lancio in Gara-1 ed è la prima volta nella storia che una partita di MLB nella loro patria inizia così. Roki Sasaki farà il suo debutto in MLB in Gara-2 affrontando Seiya Suzuki. E poi c’è Shohei Ohtani, la sensazione, il giocatore da 700 milioni che ha stravolto le regole del gioco, quello che lancia e batte insieme, la proiezione nel baseball dell’età dell’ibrido che altrove si manifesta in Victor Wembanyama, Jude Bellingham, Mathieu van der Poel. Ohtani è “la supernova che si verifica una volta ogni secolo ed è al centro dell’universo del baseball”.
Per Yu Darvish, il lanciatore giapponese dei San Diego Padres, il significato di tutto questo va ben oltre il baseball. «I giapponesi – dice – potrebbero avere la sensazione di essere indietro o di non essere all’altezza di altri paesi, in questo caso degli Stati Uniti. I prossimi giorni dimostreranno che su un campo da baseball il Giappone non è secondo a nessuno».
Shohei è unico, ma per arrivare a uno Shoehi – fa notare Stan Kasten, presidente dei Dodgers – sono state necessarie le strutture e un sistema di formazione. Trent’anni fa – era il 1995 – Hideo Nomo si unì ai Dodgers sfruttando una scappatoia contrattuale per aggirare il divieto di trasferirsi negli Stati Uniti. Diventò subito una star. Aveva uno stile tutto suo. Gli americani ne furono conquistati e il Giappone dovette cambiare le regole per aprire le porte e le frontiere.
La successiva ondata di giocatori verso la MLB ha avuto diversi gradi di successo. Ichiro Suzuki sarebbe diventato il primo giapponese nella Hall of Fame [questa estate]. Altri come Hideki Irabu e Daisuke Matsuzaka sono arrivati con grandi contratti in tasca e un’enorme vento pubblicitario alle spalle, ma sono rimaste delle ombre di passaggio.
È con Ohtani che sta succedendo qualcosa di straordinario. Secondo i dati di Stats Perform, i giocatori giapponesi hanno un bilancio di 25 vittorie e mezza in più rispetto alla scorsa stagione. È dal 2000 che la MLB organizza partite di stagione regolare nel loro paese, ma alla ragione commerciale adesso si è sostituita una ragione tecnica. Il Giappone è parte integrante del business perché è parte integrante del gioco.
La conclusione del World Baseball Classic 2023 è stato l’ultimo momento cruciale, l’ultima spallata, un torneo concluso dall’eliminazione di Mike Trout per mano di Ohtani, e la vittoria del Giappone in finale sugli USA. Qualche mese dopo Ohtani ha firmato il contratto da 700 milioni di dollari con i Dodgers, diventando in America il primo giocatore a battere 50 fuoricampo e rubare 50 basi nella stessa stagione, per portare i Dodgers alle World Series.
In Giappone le prime due partite sono state seguite da più persone che negli Stati Uniti, sebbene a Tokyo fossero le 9 del mattino. Se il Giappone è oggi un pezzo rilevante del mosaico MLB, la MLB è un pezzo di vita quotidiana dei giapponesi. I ricavi da sponsorizzazione per la MLB che vengono dal Giappone sono aumentati del 114% tra 2023 e 2024. Le vendite di abbigliamento e maglie nel paese sono cresciute del 183%. La media dei telespettatori per la stagione regolare sulla rete giapponese NHK è aumentata del 42%, fino a toccare 2,2 milioni a partita.
The Athletic ha ripercorso la storia di questo sport in Asia. Secondo la tradizione, il baseball o yakyu fu introdotto dal professor Horace Wilson nel 1872, un veterano di guerra reclutato dal governo per occidentalizzare il Giappone. Il baseball era proposto come mezzo per l’attività fisica. Nel 1915 fu lanciato un torneo nelle scuole superiori. Gli scambi di visite con gli USA divennero frequenti e coinvolsero Babe Ruth, Lou Gehrig, Jimmie Foxx. Un tour del 1934 segnò la più grande missione di stelle del baseball americano nel paese. Larry Doby e Don Newcombe, pionieri del baseball afro-americano negli USA, lo divennero anche in Giappone: furono tra i primi ex MLB a raggiungere la Nippon Professional Baseball, quando firmarono per i Chunichi Dragons nel 1962.
E adesso siamo qua. Con Ohtani i Dodgers hanno aggiunto più di una dozzina di sponsor giapponesi. L’ultimo accordo è della scorsa settimana. Hakkaisan è diventato partner esclusivo per il sakè. Ma anche i ricavi dei Chicago Cubs in Giappone sono cresciuti di 10 volte negli ultimi due anni.
Non c’è un altro Paese dove la MLB cresca con questo ritmo. Darvish e Imanaga appartengono già a una generazione che racconta di aver desiderato questo da bambini, aspiravano a giocare in America quando l’idea di farcela era ancora folle. Il padre di Rintaro Sasaki, Hiroshi, era l’allenatore di Ohtani al liceo e ha spinto suo figlio al grande passo. Dopo aver battuto il record di 140 fuoricampo durante la sua carriera studentesca, Sasaki era il più desiderato al draft del campionato di casa e invece ha sbalordito l’industria rinunciando al baseball professionistico del Giappone per andarsene all’università di Stanford. La sua scelta è una traccia. Il segno di una nuova èra. Molti altri ragazzi giapponesi si preparano a fare lo stesso percorso. Come accade agli europei in NBA. Solo il football americano è rimasto un gioco americano, mentre questo strano batti-e-corri impresso nella coscienza di una nazione, questa metafora della conquista degli spazi e della corsa verso Ovest, questo sport che ha ispirato The Great American Novel a Philip Roth, Underworld a Don DeLillo e The Natural a Bernard Malamud – questo strano batti-e-corri adesso batte e corre forte anche a migliaia di km di distanza, in un posto dove un tempo c’erano dei nemici. Anche questo fa il baseball, «ripara i nostri guai» disse Walt Whitman, ed è una benedizione.
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Per The Athletic i Dodgers sono favoriti anche quest’anno, davanti agli Atlanta Braves [l’analisi]
Slate, magazine di politica tecnologia e cultura, si è accorto invece di un record che nessuno ha celebrato. I Baltimore Orioles hanno concesso 71 double play. Un double play è un’azione difensiva che consente di eliminare due avversari, in genere il corridore dalla prima alla seconda base e il battitore che corre verso la prima base. Slate la definisce la cosa più demoralizzante che possa accadere su un campo da baseball.
Il 71 degli Orioles 2024 è il totale più basso in una stagione completa nella storia della Major League. Nessuna squadra ha avuto così pochi double play quando si sono giocate 154 partite. Il record precedente era di 75 e apparteneva ai St. Louis Cardinals 1945 e ai Tampa Bay Rays 2021. Scrive Slate. “Non ne avete sentito parlare su ESPN o sul New York Times. Non ne avete sentito parlare nemmeno dagli Orioles stessi. Perché non lo sapevano. Sig Mejdal, vicepresidente e assistente direttore generale degli Orioles, ha detto che era consapevole fosse un punto di forza della squadra, ma non immaginava che fosse un primato di tutti i tempi, non ci credeva finché non l’ha cercato lui stesso”. La morale della storia per Slate è che facciamo caso più alle cose che accadono [il record di fuori campo di Aaron Judge] e meno a quelle che vengono evitate.