Lo Slalom del 17 marzo | Cosa leggere, sapere e vedere

 

 

lunedì 17 marzo 2025

#5 giorni alla Milano-Sanremo

 

    LInter ha vinto a Bergamo ed è ancora da sola in testa alla classifica, con 3 punti di vantaggio sul Napoli fermato a Venezia. Sconfitte rumorose della Lazio a Bologna e della Juventus a Firenze  ◇  Marc Marquez ha vinto anche il GP lungo in Argentina: forse quest’anno non lo batte nessuno ◇  Il Barcellona ha vinto in casa dell’Atlético Madrid, il Newcastle ha battuto il Liverpool in finale di Coppa di Lega e si è ripreso un trofeo dopo settant’anni ◇  Mirra Andreeva e Jack Draper sono i due nuovi nomi nell’albo d’oro del torneo di Indian Wells ◇  Juan Ayuso e Matteo Jorgenson hanno vinto la Tirreno-Adriatico e la Parigi-Nizza: ognuno una corsa, eh, non tutti e due tutt’e due le corse  ◇  Davide Ghiotto ha vinto per il terzo anno di fila l’oro mondiale nei 10mila del pattinaggio di velocità

 

  

 Che cosa stanno leggendo in Europa

   Inghilterra: Il primo titolo del Newcastle dopo 70 anni – Francia: Il successo del PSG sul Marsiglia – Spagna: Il golpe del Barcellona in Liga – Italia: Lo scatto dell’Inter e la crisi di Motta – Germania: Intervista a Buffon prima di Italia vs Germania

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|   Credo che la parola mistero sia solo un modo diverso di definire un pasticcio

E.M. Forster, Passaggio in India

La supremazia Woking

E un mistero chiamato Ferrari

DI ROBERTO LIBERALE

  ① ARTEFICI  LA STRATEGIA GIUSTA PER NORRIS

Quando a una dozzina di giri dalla fine è ricominciato a piovere, sembrava che la McLaren stesse per buttare via una gara dominata sin dall’inizio. Una strategia apparentemente strana, con le due monoposto sotto la pioggia con le gomme slick e che sbandavano a ogni curva in attesa dell’ordine di rientrare ai box. Un momento che è costato effettivamente la corsa a Piastri, ma non a Norris. Alla fine la strategia ha pagato, con il secondo Hat Trick in carriera per Norris, indicativo di un dominio, al di là del sofferto andamento del finale di gara. 

La scuderia di Woking è al momento la più forte in pista, anche se è presto per anticipare un dominio lungo tutta la stagione. Basti ripensare agli inizi scoppiettanti della Ferrari nel 2022 e della Red Bull l’anno scorso. Le prestazioni delle macchine papaya restano impressionanti, ma i mondiali si vincono soprattutto senza mai sbagliare le strategie e senza alcun errore da parte dei piloti. E su questi aspetti la McLaren non è ancora del tutto convincente.

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   PUZZLE  |  CHE COSA SI DICE IN GIRO

▥   I PROBLEMI DELLA FERRARI Daniele Sparisci, Corriere della sera: Qualcosa non torna: fra libere e qualifiche hanno effettuato delle modifiche, nell’altezza da terra, e l’equilibrio si è perso. Se il motivo fosse una scelta sbagliata degli assetti sarebbe risolvibile, se invece le prestazioni dovessero mancare anche a Shanghai, un circuito diverso («non amico» secondo Charles), allora i problemi potrebbero essere legati alla natura della macchina o a una mancata correlazione dei dati, e sarebbe ben più grave

▥   LA TENTAZIONE DEL PESSIMISMO  Giorgio Terruzzi, Corriere della sera: Un incubo di fronte al quale non si sa se piangere o ridere in attesa del risveglio. Quando? In Cina. Anche se Leclerc ha già fatto capire che trattasi di pista nemica, onde evitare nuovi abbagli. Possiamo ipotizzare miglioramenti, ma sì, è solo un passo falso. Frasi dette e ridette che vien voglia di tralasciare. Con la sensazione di assistere ad un film già visto, un po’ tristo, proiettato a sorpresa per chiudere la domenica.

▥   LA TENTAZIONE DELL’OTTIMISMO  Gianluca Gasperini, la Gazzetta dello sport: Assetto modificato pensando alla pioggia? Ma allora nel GP le rosse avrebbero dovuto risalire facilmente. Motore in modalità conservativa? E questo farebbe pensare a un problema di affidabilità. Ma forse si tratta solo di aver infilato una strada meccanica e aerodinamica che, su una monoposto ancora acerba, si è rivelata improduttiva. Sarebbe il male minore, un vicolo chiuso da cui sarebbe facile tornare indietro

▥   CHE ANNO È, CHE GIORNO È  Umberto Zapelloni, il Giornale: La Sf-25 è certamente migliore di quella che abbiamo visto in gara a Melbourne. Il problema è che né Leclerc né Hamilton sono riusciti ad estrarne le prestazioni migliori. Forse si tratta di un progetto con una finestra di utilizzo molto corta e difficile da centrare, come la Mercedes di qualche anno fa. Chissà. Lo capiremo presto

▥   IL TERRORE CORRE SUL FILO  Jacopo D’Orsi, La Stampa: C’è poi la questione Hamilton, la cui prima non è stata all’altezza. Leclerc non gli ha fatto sconti: spallata al via, sorpasso all’ultima ripartenza. Le procedure sono ancora da perfezionare, come la comunicazione con Adami, che ad esempio gli ha più volte raccomandato di usare il tasto K1 per massimizzare la potenza dell’ibrido in scia ad Alexander Albon: «Provalo anche solo per fare pratica, lo so che è difficile». «Lascia fare a me», la risposta di Lewis. Si aspettava «una curva di apprendimento ripida», ma qui più che K1 pare il K2

▥   POSTER Alessandra Retico, Repubblica: Il maghetto della pioggia. Non sarà un caso che Kimi Antonelli ami Ayrton Senna, il pilota degli incantesimi sotto il diluvio. Guardando sui muri della cameretta i poster del suo eroe, morto dodici anni prima che lui nascesse, chissà quante notti ha sognato una giornata come questa.


   

Il falso mito degli scontri diretti

Non sono quasi mai gli scontri diretti a decidere i campionati. La ragione è di aritmetica elementare. Gli scontri diretti assegnano una mole di punti inferiore a quelli che sono in ballo con le squadre della seconda metà della classifica. Chi si dà alla fuga e diventa imprendibile, lo fa perché non lascia scampo. Arraffa tutto quel che può e dietro non sanno fare altrettanto. Ma pure quando i campionati finiscono testa-a-testa gli scontri diretti sono una spiegazione ingannevole, sono una moneta falsa. 

È un’antica lezione del calcio, sperimentata e imparata già quando la vittoria valeva 2 punti e non 3, figuriamoci oggi. La Fiorentina del ‘69 vinse il campionato con 4 punti di vantaggio sulla coppia Cagliari e Milan, senza mai battere né Cagliari né Milan, né all’andata né al ritorno. Il Cagliari l’anno dopo festeggiò con gli stessi 4 punti di vantaggio sull’Inter, ma lasciandone all’Inter 3 su 4 negli scontri diretti. Nel campionato del ‘76-77 il Torino sommò 50 punti sui 60 possibili, ne portò via 3 su 4 alla Juventus, ma la Juventus arrivò prima con 51. Ai granata di Gigi Radice erano stati fatali gli 8 pareggi contro 5. 

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 I gol dell’Inter a Bergamo e di tutta la serie A

Le immagini della giornata di sport di ieri

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  L’Inter ha dato una spallata al campionato, titola il Corriere della sera e nel suo commento Paolo Condò parla di forza e astuzia mostrate da Simone Inzaghi. “Sono la testa e il ritmo a dire che l’Inter è superiore, e che l’affollamento di impegni non viene vissuto come un problema, ma come un’opportunità”. Quanto al Napoli, Condò scrive che il rientro di Neres, portatore del quid che non tutte le difese sanno parare (è l’unico antidoto alla perdita di Kvara), è la carta estrema da lanciare sul tavolo. Sempre che i famosi buoi non siano già tutti fuori dalla stalla. 

Nelle pagelle per il Corriere della sera, Paolo Tomaselli ha scritto: L’ottava sconfitta di fila contro Inzaghi è frustrante più che mai, perché l’Atalanta sbatte sul muro di gomma nerazzurro, si sgonfia dopo lo svantaggio e rimbalza a 6 punti. L’espulsione è un segno di resa o di combattività?. Elogi per Acerbi: “Grande burattinaio, muove i fili di Retegui a piacimento. Con Lookman fatica anche lui, ma resta la colonna attorno alla quale l’Inter difende il primato.


 

IL LANCIO DI COLTELLI   Emanuele Gamba su Repubblica ha scritto che “Thiago Motta terrà la Juventus in mano per altre due settimane, ammesso che in mano ce l’abbia ancora dopo la seconda batosta consecutiva, i sette gol presi in una settimana e una sensazione di desolante impotenza che solo le squadre a brandelli riescono a dare. La Juve è sgomenta, a ogni livello. La soluzione è prendere tempo.  La difesa dirigenziale è stata comunque debole, più doverosa che profondamente convinta. Prendere tempo è una necessità, un esonero comporta dei costi e sarebbe un salto in un buio ancora più buio del nero sprofondo dentro il quale la squadra è precipitata: alternative pronte non ce ne sono e i nomi disponibili (Mancini, Tudor) non garantiscono l’affidabilità assoluta.  Oggi come oggi, non c’è nessuno che possa garantire il quarto posto, dove ora c’è l’ex squadra di Motta, il Bologna di Italiano.

Antonio Barillà su La Stampa ricorda quando Marcello LIppi si dimise, con la consapevolezza di aver fatto tutto il possibile senza trovare una risposta nel gruppo, mentre Motta no, non si fa da parte. Ci spiega, l’erede, di non aver mai pensato di sfilarsi perché «troppo facile»: augurandogli di dimostrare nel tempo solo parte del carattere del predecessore, non certo uomo da fughe e compromessi comodi, ci permettiamo di far notare come talvolta certi passi non siano rese vili ma scelte dignitose

Nella sua rubrica di critica telesportiva su Repubblica, Antonio Dipollina fa notare che a Sky Sport finisce l’intervista a Thiago Motta e parte la promozione dei film in arrivo sulla pay-tv. E casualmente (non si vuole pensare ad altro) il primo è Fino alla fine, la regia più recente di Gabriele Muccino. Un thriller drammatico, peraltro.


Francia

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Francia

    Le cronache di PSG-Marsiglia che arrivano stamattina dalla Francia raccontano una serata di sgradevolezza, una serata di cori violenti e insulti ripetuti verso i marsigliesi, chiamati ratti dagli ultrà parigini; striscioni e parole pesanti verso Adrien Rabiot, una partita che in base ai protocolli della Ligue poteva essere sospesa – secondo L’Équipe – ma non è accaduto. 

Nel secondo tempo il pubblico parigino ha continuato a fischiare ogni volta che il Marsiglia prendeva palla, raddoppiando l’intensità quando si trattava di Rabiot. Gli ultras avrebbero concentrato il grosso dei loro attacchi sull’ex giocatore di casa. Un vero e proprio festival del risentimento e del cattivo gusto”. 

Nel primo tempo – racconta il giornale – c’era stato solo uno striscione offensivo per Rabiot, accanto a un altro rivolto a Greenwood. Ma al rientro dagli spogliatoi, la situazione era molto peggiorata. È stato esposto un disegno di Rabiot con sua a madre Véronique, insieme a numerosi altri striscioni indegni e violentemente offensivi nei confronti suoi, di sua madre e perfino del padre, morto sei anni fa dopo una lunga e grave malattia. Sono stati rimossi dopo l’intervento degli steward e poi più nulla, fino a un coro durato un minuto verso l’85esimo, un lungo insulto alla madre del giocatore, e un ultimo ritornello omofobo, in linea con quelli sentiti ripetutamente nel primo tempo.

La Francia ha anche vissuto un’esperienza nuova, un’esperienza tifo poco classica, ecco.. PSG-OM è stata data ieri sera in cinque cinema della regione parigina e in uno nei pressi di Marsiglia. A La Villette, i tifosi di entrambe le squadre si sono incontrati in un’atmosfera accesa ma cortese, così la definisce L’Équipe che è andato a dare un occhio.


   

Il bracket NCAA: le novità vengono dal sud-est

  Dentro la follia chiamata dagli americani March Madness, quello stato di euforia collettiva con il quale si seguono le finali del torneo universitario [NCAA] vive un ulteriore segmento di eccitazione diffusa con il bracket. In buona sostanza il tabellone delle partite e quell’esercizio irresistibile di mettersi là e compilarlo tutto, dalla prima all’ultima riga, prevedendo passo passo cosa accadrà di partita in partita. 

A questo fenomeno sociale che sta tra il cazzeggio e l’esoterismo, a questo rito che soddisfa il nostro bisogno indicibile di prevedere qualcosa che non si può prevedere, Natasha Geiling su Smithsonian Magazine ha dedicato tempo fa un pezzo calcolando che le probabilità di azzeccare il tabellone per intero sono una su 9,2 quintilioni, dunque è più probabile diventare presidente, vincere il jackpot Mega Millions o morire per aver utilizzato in modo errato prodotti fatti per i destrimani essendo invece mancini”. 

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La squadra che ha fatto il giro del mondo per qualificarsi

Alle Idi di Marzo del basket universitario americano è arrivata pure l’Università dell’Oregon, ma ha dovuto fare il giro largo. Quando l’estate scorsa la squadra annunciò che si sarebbe unita alla Big Ten Conference, l’allenatore Dana Altman sapeva che avrebbe dovuto trascorrere più di tempo in aereo. Non aveva ancora considerato che avrebbe trascorso più tempo in cielo che sul parquet. Nell’ultima ondata di riorganizzazione delle conference, Oregon è stato uno dei 10 college ad abbandonare la Pac-12 Conference, dove nella scorsa stagione aveva giocato 10 partite in trasferta viaggiando per 7.327 miglia. Il tragitto più lungo: 1.046 miglia verso Tucson, Arizona.

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discussioni

La negatività intorno alla NBA

Una ventina d’anni fa, quando allenava gli Orlando Magic, un giorno Doc Rivers si intrufolò in mezzo a una serie di cronisti che compilavano i loro bracket e discutevano se fosse più divertente il basket universitario o la NBA. Una discussione animata, nel ricordo di Jerry Brewer, firma del Washington Post che era presente e riferisce l’aneddoto. Rivers stava mettendo in guardia dai pericoli di lasciare che la soap opera fagocitasse il gioco. Era una lezione per i media e per quei giocatori distaccati, inconsapevoli della necessità di continuare a vendere il prodotto

E allora eccoci qui, eccoci nel 2025 che per la NBA costituisce un baratro di negatività. Così lo chiama l’editorialista del Post, spiazzato dinanzi all’evidenza che dirsi amante della NBA, un’affermazione così elementare possa sembrare audace

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Che cosa è cambiato nella Francia del Sei Nazioni

Tre anni dopo il Grande Slam fatto nel 2022, c’è una nuova versione dei Bleus di Fabien Galthié, al secondo successo nel Sei Nazioni, il secondo in quindici anni. L’Équipe ha analizzato alcuni parametri e numeri con cui si dimostra il cambiamento percorso dalla squadra. 

La principale innovazione nel gioco francese è la possibilità di gestire lunghe sequenze con schemi diversi. I Blues hanno tenuto di meno la palla, 19’38” di media nel torneo 2022 contro i 19’07” di quest’anno. Ma le zone di possesso sono cambiate radicalmente. La Francia gioca meno nella propria metà campo [9’25 tre anni fa, 7’10 in quest’inverno] e molto di più nei 22 metri avversari [da 3’06 a 5’23]. Un dato che racconta l’occupazione della metà campo avversaria e che ha raggiunto il picco di quasi 12 minuti in media a partita in questo torneo, secondo totale dietro la Scozia a 14’17. Tre anni fa era di 10’12: quinto posto, molto lontano dall’Irlanda [14 minuti]. La Francia ha così concluso il torneo con 3.2 punti ottenuti in media con ogni ingresso nei 22 metri avversari. Nel 2022 erano esattamente tre.

Nel gioco di corsa, fa notare L’Équipe, i Blues hanno calciato tanto quanto nel 2022, in media 30 volte a partita, ma hanno tentato molti più passaggi [167 contro 114] e hanno percorso centinaia di metri in più con la palla in mano [759 contro 487] e hanno chiuso con un magnifico 63/65 in touch, una percentuale di successo del 97%, rispetto al 92 del 2022. Hanno avuto maul distruttive e attaccanti capaci di partecipare al gioco di mano. Tutte le squadre del torneo hanno in effetti attaccato e segnato più che nel 2022 [25 franchissement in media nel 2025, 16 nel 2022; 118 mete contro 73]. Le modifiche del gioco della Francia legate all’affermazione di Antoine Dupont sono da tempo un argomento di analisi sui giornali francesi. 

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I segnali che manda Mathieu van der Poel

Scusate. E Mathieu? Che notizie ci sono di lui? Mathieu van der Poel è quel ragazzone che mentre gli altri corridori se ne stanno in vacanza va a rotolarsi nel fango del ciclocross. Partecipa a 8 corse e le vuole vincere tutte. Non solo vuole: le vince proprio. È quel ragazzo che decide di partecipare all’ultimo istante a una corsa, attacca il numero sulla canna della bici, parte e prima o poi non lo vedono più. Van der Poel era alla Tirreno-Adriatico. Che notizie ci sono su di lui? Notizia numero uno: non ha vinto tappe. Notizia numero due: sta benissimo. Si è piazzato quattro volte su sette fra i primi-20, con un terzo posto a Trasacco e il secondo a Pergola. Ha pedalato il migliaio di km che gli servivano per arrivare alla Sanremo nella condizione che aveva nella testa. La condizione di chi vuole battere Pogacar sul Poggio e a via Roma. 

Stamattina ne scrive l’immaginifico Alexandre Roos su L’Équipe da San Benedetto del Tronto, il traguardo che ha messo il tridente simbolo della corsa tra le mani di Juan Ayuso, lo spagnoletto primo in classifica generale grazie all’attacco sulla salita di Ussita Frontignano. Ma van der Poel correva un altro campionato.  

Per trovare Mathieu van der Poel nelle aree di partenza – scrive Roos – bastava seguire le grida della folla di bambini e le loro voci acute “la borraccia!” la borraccia!”, una bottiglia che li rendeva ubriachi di felicità. Sfrecciavano a tutta velocità sulle loro biciclette per cercare di raggiungere la ruota dell’olandese di ritorno dalla firma. Il campione del mondo 2023 è stato accolto con calore in Italia, un Paese che continua ad amare i corridori del suo rango, i fuoriclasse, come amano chiamarli da questa parte delle Alpi, ma Mathieu van der Poel non è andato alla Tirreno-Adriatico per farsi massaggiare i piedi o l’orgoglio. Con la mascella serrata, nascosto dietro grandi occhiali con il logo MVDP, si è iscritto alla Corsa dei Due Mari per un solo motivo: preparare la Milano-Sanremo.

Una preparazione differente. L’anno scorso l’olandese si era presentato alla partenza di Pavia [in effetti è la Pavia-Sanremo, come scrisse Alessandra Giardini su Domani] senza una giornata di gara. Mise Tadej Pogacar alle corde sul Poggio, ma arrivò decimo al traguardo. Negli ultimi dieci anni solo Matej Mohoric ha vinto la Sanremo senza aver prima corso né la Tirreno-Adriatico né la Parigi-Nizza. Hanno attraversato l’Italia da un mare all’altro Kwiatkowski nel 2017, Nibali nel 2018, Alaphilippe nel 2019, van der Poel nel 2023, Philipsen nel 2024. Hanno tagliato la Francia dalla capitale al mare Démare nel 2016 e Stuyven nel 2021. La Sanremo del 2020 non fa testo: si corse a Ferragosto in un calendario stravolto dalla pandemia. 

Christoph Roodhoft, il direttore sportivo di MvdP, si è detto soddisfatto perché non si è ammalato e non è caduto, la prima grande vittoria contro tutta la pioggia e il freddo che ci sono state. Mathieu avrebbe anche voluto vincere una tappa, e pazienza. Ha corso marcando spesso Ganna perché lo considera uno da tener d’occhio sabato nella discesa del Poggio e nel rettilineo che porta al lungomare. L’ombra che lo ha seguito per tutta la settimana è stata però quella di Pogacar.  «È facile dire che se arriviamo noi due al traguardo lo batto in volata. Mi ha già tolto dalla ruota a un Giro delle Fiandre quando ero al meglio. Alla fine di una corsa Monumento non si sa mai. Ho già perso così un Giro delle Fiandre contro Kasper Asgreen nel 2021».  

Mathieu è tornato ieri sera nella sua casa in Belgio. Giovedì partirà per Milano. Nessuna ricognizione del Poggio in programma. Ha detto che lo conosce, eccome se lo conosce. L’ha detto con il sorriso del predatore aggiunge Roos. E qui su Slalom a Roos crediamo sempre. 

 

     

 Guida allo sport in tv di oggi

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È partito come uno slittino nella discesa del Col de Peille, pensando solo a una cosa: pedalare come un pazzo per conquistare la prima vittoria nel World Tour. Quando ha capito che avrebbe vinto sulla Promenade des Anglais, dopo aver staccato Mads Pedersen lungo la salita del Col des Quatre-Chemins e aver contenuto la rimonta di Matteo Jorgenson, allora Magnus Sheffield di anni 22, americano di Coon Rapids, Minnesota, ha smesso di sentire il rumore acre dei nemici e ha cominciato a sentire il sapore salato delle lacrime. All’arrivo piangeva al ricordo di essere arrivato secondo tante volte, eppure forse non avrà pianto mai quando accadeva. In effetti è successo quattro volte nel 2024 e una nel 2023. Che doveva dire allora Poulidor?

Corre per la Ineos Grenadiers, aveva vinto la Freccia del Brabante 2022 a pochi giorni dal suo ventesimo compleanno, in Francia ha ripreso il filo di una promettente carriera interrotta da un grave incidente al Giro di Svizzera nel 2023, lo stesso in cui morì Gino Mäder [L’Équipe]. Forse la commozione di ieri era più indicibile. 

| Dopo quel Giro di Svizzera è stato davvero difficile, volevo solo trascorrere solo più tempo con la mia famiglia, dovevo rimettere in sesto il corpo e cercare di tornare al mio livello. Ho sempre avuto la sensazione che mi mancasse qualcosa, qualche secondo  | MAGNUS SHEFFIELD

Il ciclismo secondo Matteo, capitolo II

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La maglia gialla l’ha messa in valigia un altro americano, Matteo Jorgenson, come un anno fa.  Era venuto alla Parigi-Nizza con Jonas Vingegaard in squadra, il danese avrebbe potuto diventare un problema scrive L’Équipe , e in effetti e l’attacco di Vingegaard alla Loge des Gardes mentre Jorgenson era in giallo, ha sollevato degli interrogativi sulla strategia di squadra. Jonas è caduto il giorno dopo e l’argomento è passato in secondo piano. Ma Jorgenson ha fatto intendere bene come la pensa. «Non sono il capitano, ma un leader sì. È uno dei miei obiettivi per quest’anno: controllare la squadra, esprimere la mia opinione durante le riunioni». 

Nelle classiche fiamminghe sarà una risorsa preziosa per la squadra e poi si preparerà al Tour de France, dove promette di fare il gregario puro e basta. La Visma gli aveva offerto la possibilità di essere protagonista del Giro a maggio, Jorgenson ci ha pensato e ha risposto che preferisce aspettare ancora un po’. 

Come te la passi, Jujù?

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Per il suo ritorno alla Parigi-Nizza dopo cinque anni di lontananza, Julian Alaphilippe non ha brillato particolarmente. Ma la sua stella dentro la Tudor, la nuova formazione, è cresciuta in brillantezza. Così dice stamattina Le Parisien dedicando un pezzo al più bel campione del mondo degli ultimi vent’anni. E anche se questa Parigi-Nizza non è stata esattamente come ci aspettavamo – si legge – c’è una cosa che non è cambiata per il trentaduenne francese: la sua popolarità presso il pubblico.

 

Le immagini della NBA di stanotte

Lo Slalom mentre succede

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MENO CINQUE  GIORNI |  I TRAGUARDI CON IL CINQUE  

La prima corsa di Gino  Bartali, che per tutti era Bartàli

  La Sanremo del Trentacinque si porta attaccata dietro la schiena una data memorabile nella storia del ciclismo. Il 17 marzo fu il giorno del debutto tra i professionisti del ventunenne Gino Bartàli. Lo chiamarono così. Con l’accento sulla seconda A e non da sdrucciolo qual era. La Milano-Sanremo si correva per la ventottesima volta e tra i 202 iscritti, in mezzo a Binda e Guerra, Demuysere e Bovet, in una giornata invernale di pioggia vento e nevischio apparve ‘sto toscano ingaggiato dai fratelli Ghelf di Torino con la maglia della Frejus. 

Il suo capitano era Giuseppe Martano, famoso perché si era piazzato terzo al Tour del ‘33 e secondo nel ’34. Sul Turchino si arresero in tanti e dopo la discesa su Voltri una trentina di ciclisti furono ricoverati all’ospedale San Carlo, intirizziti di freddo. 

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Il pessimo esempio di Moser

 17 MARZO 1985  DI MARIO SCONCERTI

  Il ciclismo è arrivato alla Sanremo dopo una tristissima settimana di itinerari appenninici. Il fuggi fuggi generale che ha pesantemente caratterizzato la Tirreno-Adriatico è stato però solo l’ultimo di una lunga serie di indizi. Sembra che il ciclismo si sia ormai convinto di essere solo un eterno trampolino di se stesso. Ogni corsa è una preparazione per l’altra, ogni ritiro è dunque legittimo: si fuggono le difficoltà di oggi per poter essere pronti a quelle di domani.  Piccoli campioni e giovani rampanti fanno della pioggia, il freddo o le salite degli oggetti inquinanti la scientificità della loro preparazione. Hanno tutti una tabella nascosta da rispettare in base alla quale è umano non rispettare gli impegni. 

La sensazione è che da questo punto di vista Moser sia stato un pessimo esempio. O comunque un esempio non capito, male interpretato. Moser, con i suoi calcolatori, le sue frequenze, le sue ruote lenticolari, non ha scoperto il ciclismo di domani, ha piuttosto adattato i mezzi di oggi al ciclismo di sempre. Non a caso prima di essere il primo dei nuovi campioni, Moser è stato soprattutto l’ultimo dei vecchi. Molti sembrano però aver scambiato il suo esempio, le sue metodologie d’allenamento e d’approccio alle gare, come una sorta di nuovo doping. Ma se due pasticche o un’iniezione non hanno mai trasformato un gregario in fuoriclasse, non può bastare adesso scimmiottare l’organizzazione-Moser per averne effetti equivalenti. La scienza ha semplicemente permesso a Moser di sfruttare fino in fondo la sua forza. Ma la vera differenza era dentro di lui

   

 Cosa è successo il 17 marzo su Slalom

    Lontani e vicini, la pandemia degli sportivi italiani all’estero 

 2020  La vita quotidiana di Datome e Zandalasini in Turchia senza lockdown,  Sergio Scariolo bloccato a Toronto, la quarantena negli USA degli azzurri da NBA e di Ancelotti e Liverpool |  Leggi qui

   La Pravda invita la Russia a non andare ai Giochi 

 2021  L’ultimo episodio che ha innescato la presa di posizione è la mancata concessione dell’utilizzo della canzone popolare Katyusha al posto dell’inno, dopo le sanzioni previste per le Olimpiadi dell’estate prossima e quelle invernali di Pechino 2022: la Russia senza inno, senza bandiera e con atleti in gara da indipendenti  |  Leggi qui

   L’omicidio che pesa sulle finali di basket NCAA

 2023  Lui si chiama Brandon Miller. Per quasi tutti gli osservatori è il giocatore più forte del torneo, uno dei candidati a una scelta alta, altissima, al prossimo Draft NBA. Ha 20 anni e alla conferenza stampa della vigilia, è stato accompagnato da una scorta per le minacce ricevute. Due mesi fa, il suo compagno di squadra Darius Miles e l’amico d’infanzia Michael Davis sono stati accusati dell’omicidio di Jamea Jonae Harris, una giovane madre di 23 anni seduta in un’auto parcheggiata all’esterno di un bar  Leggi qui

   Perché si stanno abbassando i punteggi in NBA 

 2024  Cinque partite nel mese di marzo sono finite con un risultato europeo, con tutt’e due le squadre sotto la soglia dei 100 punti: che cavolo sta succedendo, Willis?  |  Leggi qui

     

Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30. 

Chi volesse unirsi, può farlo seguendo questo link 

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