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La negatività intorno alla NBA
Una ventina d’anni fa, quando allenava gli Orlando Magic, un giorno Doc Rivers si intrufolò in mezzo a una serie di cronisti che compilavano i loro bracket e discutevano se fosse più divertente il basket universitario o la NBA. Una discussione animata, nel ricordo di Jerry Brewer, firma del Washington Post che era presente e riferisce l’aneddoto. “Rivers stava mettendo in guardia dai pericoli di lasciare che la soap opera fagocitasse il gioco. Era una lezione per i media e per quei giocatori distaccati, inconsapevoli della necessità di continuare a vendere il prodotto”.
E allora eccoci qui, eccoci nel 2025 che per la NBA costituisce un baratro di negatività. Così lo chiama l’editorialista del Post, spiazzato dinanzi all’evidenza che dirsi amante della NBA, “un’affermazione così elementare possa sembrare audace”.
Perché le cose vanno più o meno così. Ogni mattina un ex campione si sveglia e compila una lista dei giocatori più grandi, lasciando fuori questo o quello, quasi sempre i contemporanei. Ogni mattina un podcaster apre il microfono e dice che no, le stelle di oggi non sono all’altezza dei campioni di una volta. Un giorno non ci sono più quelle belle difese di tanti anni fa, un altro giorno i tiri da tre stanno annoiando il pubblico, nulla che non conosciamo nel nostro recinto con il calcio. Il passato è un avvoltoio che siede sulla nostra spalla.
Qualche settimana fa LeBron si è infastidito e ha risposto, altro che signori podcaster e opinionisti vari, la NBA non è mai stata migliore di oggi, non è mai stata più bella di così. Non può esser vero che LeBron e Antetokounmpo non avrebbero retto Magic Johnson e Michael Jordan, casomai bisogna chiedersi cosa avrebbero fatto Larry Bird e Akeem Abdul Jabbar nel panorama dei fisici attuali.
Brewer sul Washington Post scrive allora che la NBA lotta ogni giorno “per essere più grande della fanfaronata, del dramma, del dibattito, delle lamentele, dell’ignoranza e della meschinità. L’odio. Santo cielo, l’odio. È come se i giocatori si sfidassero su un campo con graffiti scarabocchiati ovunque. I discorsi sgradevoli smentiscono i meriti di una lega che sta discutendo il rinnovo dei diritti tv partendo da una base di 76 miliardi di dollari per 11 anni. Sembra una cifra assurda per fornire contenuti di basket con simili assurde reazioni attorno. Ma c’è un valore significativo nell’assurdità e nella sua capacità di attirare l’attenzione, anche se appesantisce il gioco. Io stesso amo un po’ di polemica e le reazioni animate. Quasi quanto amo un biscotto al burro di arachidi. Ma so che non fa bene mangiare biscotti a ogni pasto”.
In questa stagione invece la NBA sta sperimentando “il disturbo acustico più deprimente nella sua storia” ha scritto l’editorialista del Washington Post: LeBron James contro Stephen A. Smith, Charles Barkley contro Kendrick Perkins, un gioco di accuse e repliche che dura da un’intera stagione, “in cui molte generazioni di giocatori discutono su chi sia il responsabile della percezione che l’attuale età dei tiri da tre punti stia diventando insopportabile”.
Channing Frye si è spinto a dire che «la nostalgia sta uccidendo l’NBA, nessuno celebra più nuovi personaggi. Perché qualcuno dovrebbe desiderare di essere il volto di questa lega quando vieni insultato su ogni canale tv per non essere un giocatore di 40 fottuti anni fa? È ridicolo. È ingiusto».
Brewer ricorda che negli anni ’80 e ’90 la NBA aveva raggiunto il culmine con spot pubblicitari che raffiguravano la bellezza del gioco e il suo fascino. Gli slogan erano semplici e accattivanti. NBA action — it’s FANtastic. E poi c’era il più facile di tutti: I Love This Game.
Ecco cosa dovrebbe davvero recuperare del passato, scrive il Washington Post. È vero che la NBA ha dei problemi, ma tutti i campionati ne hanno, “ma la qualità non è mai stata così diffusa. I giocatori non hanno mai avuto più libertà di oggi nell’esplorare il loro talento e cancellare tante gabbie sui ruoli da tenere in campo. Gli allenatori non hanno mai risposto con così tanta creatività per star dietro all’evoluzione atletica, invertendo i loro attacchi e rivedendo l’approccio generale fino a coltivare un basket senza posizioni. Gli stili individuali delle superstar non sono mai stati così diversi tra loro”.
Ed è qui che il ragionamento di Brewer si fa incontestabile: “Il miglior playmaker della NBA è Nikola Jokic, un centro. Shai Gilgeous-Alexander, che potrebbe negare a Jokic il quarto premio MVP, è un playmaker che segna tantissimo. I Cleveland Cavaliers sono una meraviglia su entrambi i lati del campo, attacco e difesa. La NBA è entrata da qualche anno in un’era in cui le dimensioni del mercato e l’attrattiva del marchio non determinano più la capacità di competere. Ho ancora delle perplessità sul modo in cui la NBA ha modificato il suo contratto collettivo per proteggere l’eguaglianza e la parità, ma ci sono degli enormi vantaggi a lungo termine. Mentre nuove stelle si manifestano e le leggende fanno i conti con Father Time, Shaquille O’Neal dovrebbe accorgersi che Chauncey Billups allena i Portland Trail Blazers, non più i Detroit Pistons” [questo è un riferimento a un grosso errore commesso da Shaq in un salotto tv. O’Neal su TNT si è difeso dicendo che lui non guarda le partite di Detroit, ecco perché Brewer sul Washington Post scrive che non si tratta di un errore, la questione è che si tratta di “un lavoro scadente e negligente. È troppo chiedere a uno dei più grandi giocatori della storia, nonché una personalità televisiva tra le più pagate, di interessarsi di più al suo sport? L’ignoranza non rende il gioco più divertente. L’NBA non ha bisogno di una revisione. Ha bisogno che l’attenzione venga reindirizzata”.
Come disse Rivers venticinque anni fa. Parlate del gioco, non della soap opera.
