Un lettore scrive alla rubrica Arcimatto
3 MARZO 1975
Inimitabile Brera, come mai i quotidiani sportivi sono così di parte? Come mai si contraddicono così in maniera evidente e ingenua? [Federico De Melis – Roma]
“Non esiste giornale al mondo che non sia di parte: e quelli sportivi sono tenuti a esserlo molto più degli altri per la ingenuità (e l’astuzia) dei loro lettori: in certo senso, questo dovere costante li esime dall’essere anche disonesti: perche acquistando un giornale il lettore sa già cosa l’aspetta: il tale critico delira Juventus, quell’altro delira Milan o Inter, quell’altro ancora Lazio o Roma. Appunto perché di parte dichiarata, i cronisti sportivi riescono a dire quello che pensano o debbono pensare delle parti contrarie. Vuole un esempio macabro? I lombardi (quelli che non sono di osservanza bianconera) sono i più efferati laudatori della Juventus: senza quella non saprebbero davvero come secernere la bile necessaria alle digestioni tecniche. Me ne sono cosi convinto, che chiamo la Juventus adorabile nemica. E alla lunga finisce che sono io ad esaltarmi più dei suoi stessi fans. Qualche volta ho il sospetto di esserne, veda un po’, la coscienza: e che proprio alle mie critiche si rifacciano i suoi dirigenti (massime Boniperti, che è del mio stesso impasto etnico).
Ho provato a trinciare giudizi quasi osceni ma schietti su questo o quel giocatore juventino: non ricordo che Vivolo all’opposizione, proprio nei primi tempi: era convinto di giocare benissimo, anzi di aver giocato benissimo, e non gli andava giù che lo lo disilludessi pubblicamente. Chiaro che esistevano fra noi divergenze di metodo critico. Quando il mio metodo si è chiarito, nessuno andava oltre correttissime obiezioni.
Il ricordo più vivo di quel periodo mi viene da Giacometto Mari. Lo stesso Boniperti insisteva a far la primadonna, mettendo in lista questo o quello, ma nell’autunno del 1957-58 si dovette convincere che avevo ragione io, e riconobbe poi che stare in regia (con gregari) e rinunciare in partenza alle avventurose ricerche del gol era come puppar latte. Sivori venne subito definito quello che era, un genio folle, magari un tantinello scroccone del gioco altrui, e non ebbe con me dissidi di sorta, anzi fu il solo a osare di lodarmi, quando anche gli amici se ne guardavano per timore di passare fra i tatticisti-difensivisti.
Ella mi parla di contraddizioni. Amico mio, sono implicite nel mestiere cronistico. Ogni giorno è nuovo e antico: il sole ci mostra facce di cui non abbiamo coscienza, ma diversissime sono ogni volta. Gli avvenimenti obbediscono a norme del tutto alogiche: solo a posteriori si possono definire criticamente. È quindi inevitabile contraddirsi, magari con suture disinvolte, dimenticanze, scivolate, giri di valzer. E quando hai ben finito di sgattaiolare fuori da un vicolo che consideravi cieco, ecco l’uomo o il fatto ritornare a sorpresa in quel viculo, e spalancare il fondo come una ampia strada prima intravista e poi negata comicamente.
Che dire e fare? Disperarsi? No, ammettere onestamente l’errore. Oppure insistere nella negazione e rendersi ridicoli, eroici come sempre comporta il ridicolo, onesti nei confronti di se medesimi, se non di tutti gli altri. Quale che siano stati i suoi maggiori, di generosità e di astuzia, i suoi simili si ritengono diversi, perché generosi quando l’altro (il giornalista uomo) è severo, astuti quando l’altro ingenuo, e viceversa.
Vuole un ennesimo episodio di onestà critica in rapporto alla geo-politica? Le viene da questo stesso giornale. Un tifoso mi scrisse impensierito perché, essendosi lagnato del silenzio che circondava il Bologna, io gli spiegai l’arcano con un semplice e per lui ermetico motivo di buon gusto.. Quando capì ne fu abbastanza lieto, sia detto a onor suo.