Lo Slalom del 27febbraio | Cosa leggere, sapere e vedere

 

 

venerdì 28 febbraio 2025

#1 giorno al via della MotoGP

 

🟨  Il Milan ha perso a Bologna [2-1] il recupero della partita rinviata a dicembre per il nubifragio in Emilia-Romagna 🟨 José Mourinho è stato squalificato 4 giornate in Turchia per insulti e commenti a sfondo razzista 🟨 Zdenek Zeman è in ospedale sotto osservazione per attacco ischemico 🟨 La seconda giornata dei test in F1: Hamilton il più veloce in mattinata, Sainz alla fine della sessione, una super McLaren nella simulazione di gara 🟨 Federico Pellegrino ha vinto l’argento ai Mondiali di sci nordico nella sprint tecnica libera dietro il leggendario Klaebo 🟨 Milano ha battuto 86-80 il Monaco in Eurolega 🟨 Berrettini e Nardi fuori ai quarti al torneo di Dubai

 

 Che cosa stanno leggendo in Europa

 🟨  Inghilterra: Hamilton, la Ferrari, i test in F1  🟨  Spagna: Real e Barcellona, Barcellona e Real 🟨  Italia: La crisi di Sergio Conceiçao 🟨  Francia: il caos della Ligue 1 su arbitri e diritti tv

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|   Che rischio è una lettera

Emily Dickinson

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Il tormentato rapporto tra Giovanni Malagò e le lettere

Diciamolo. A Giovanni Malagò vengono meglio le telefonate. Ogni volta che invece incrocia delle lettere, chissà come finisce nei guai. Oddio: nei guai. Nei guai mai. Diciamo che gli capita una matassa da sciogliere, quasi sempre la scioglie e passa oltre. 

Slalom era nato da qualche giorno quando al CIO giunsero due lettere che invitavano a prendere provvedimenti disciplinari contro lo sport italiano a causa della riforma che aveva istituito Sport e Salute, togliendo dalle mani del CONI la cassaforte dei contributi pubblici. Una riforma voluta dal governo che all’epoca era verde-giallo [Lega-M5S]: in Germania l’avrebbero detta Maggioranza Guyana

Marco Mensurati su Repubblica scoprì che le lettere contro lo sport italiano le aveva scritte e spedite il capo dello sport italiano, sollecitando il CIO a minacciare l’esclusione dalle Olimpiadi Tokyo e la revoca dell’assegnazione dei Giochi di Milano-Cortina. Gulp. 

La cosa già sarebbe stata buffa da sola. Diventava addirittura da numero di Mario Brega quando emerse che la mano poteva esse’ de fero invocando per iscritto le sanzioni e poteva esse’ de piuma mentre avvertiva il Senato del «serissimo problema con il CIO». Una volta svelato il mistero, a Repubblica Malagò disse che quelle lettere erano atti dovuti

«In qualità di membro CIO sono tenuto a segnalare ogni possibile violazione della carta olimpica. Ho agito con trasparenza e tempestività nell’interesse dello sport. Merito i complimenti, altroché».  

In effetti molti gliene fecero. “A difendere Malagò sono per lo più i suoi amici di sempre” scriveva Mensurati, raccogliendo nella sua cronaca delle voci secondo cui «sullo sport in Italia c’è una guerra, e in guerra si spara». Malagò si sentiva aggredito, gli stavano togliendo dalle mani il tesoretto che ogni anno finanzia l’attività delle singole federazioni in base a una serie di criteri di ripartizione. Il governo trovava strano che un eletto [il presidente del CONI] stabilisse da sé come e quanto distribuire agli elettori  [i presidenti federali]. 

Fu allora che Malagò si scoprì bravissimo nel far credere a chi volle crederci che l’Italia fosse in pericolo, un pericolo serio, serissimo, era in una condizione simile alla Bielorussia di Lukashenko. Fu il periodo in cui visse alla Chris Martin, partì per un tour e a ogni tappa cantava la stessa canzone. Attenzione. Bisogna far presto. Ci tolgono l’inno. Ci tolgono la bandiera. Era un bluff. Riuscì a tenerlo in piedi fino al giorno in cui un fantomatico ordine del giorno di una riunione CIO avrebbe dovuto decidere. Il CIO non decise mai niente, ma nel frattempo il CONI riuscì a strappare per sé un paio di uffici e quattro scrivanie, una quota minima di rivendicazioni con cui narrare lo scampato pericolo, ripartendo per un nuovo tour e nuove richieste. 

Cinque anni dopo Malagò si sente ancora aggredito e ovviamente ancora in guerra, ma i suoi amici di sempre sono come quei tipi nel coro dell’Adelchi, un volgo disperso che nome non ha. Ieri l’ANSA ha battuto la notizia di una lettera inviata al governo e firmata da 43 presidenti federali per chiedere l’estensione al presidente del CONI della legge che sta consentendo a molti di loro di battere il record di durata al potere di Lukashenko. 

Tuttavia il ministro Andrea Abodi non si è fatto troppo impressionare. «La lettera non sarebbe una novità e il mondo sportivo è molto più di 43 presidenti» ha risposto. 

Se servisse ancora una conferma al fatto che siamo dentro una storia alla Dino Risi, Abodi è quel ministro dello Sport che Malagò ha tanto spinto per avere. La voce del CONI era la più stentorea nel chiedere al governo di Giorgia Meloni un dicastero vero e non più una delega a una sottosegretaria alla presidenza del Consiglio [Valentina Vezzali] come ai tempi di Mario Draghi: un dicastero forte che potesse guidare un settore cruciale come lo sport che garantisce allo Stato italiano eccetera eccetera eccetera. Con la speranza di uscire dalla morsa del ministero dell’Economia, Andrea Abodi era stato accolto come un compagno di calcetto, come n’amico, come ‘nfratello.

A Giovanni Malagò vengono meglio le telefonate e probabilmente a Natale non fa il presepe, altrimenti saprebbe che a ogni 7 gennaio ci sono pezzi di colla che si staccano, casette di sughero spappolate, le luci si spengono, i ruscelli con l’enteroclisma si prosciugano. Il 7 gennaio al CONI è arrivato e i vecchi amici devono averlo capito perché pochi minuti dopo la risposta di Abodi, come scrive il Corriere della sera, il fronte dei firmatari si è sbriciolato”

Fabrizio Bittner, presidente del pentathlon, oltre che responsabile sport di Forza Italia, è stato il primo a dire all’agenzia ADN Kronos di non aver firmato niente. Milita peraltro nello stesso partito di Paolo Barelli, nemico storico di Malagò in coppia con Angelo Binaghi: «La lettera? Non l’ho quasi neanche letta, non solo non l’ho firmata. Ho ricevuto una telefonata, che mi anticipava l’arrivo di questa lettera, e mi diceva che se fossi stato d’accordo l’avrei restituita firmata. Dico va bene, è arrivata questa mail, a cui però non ho mai risposto. Ho scorso la lettera velocemente, ho capito di cosa si trattava ed ho chiuso. Come sia comparso il mio nome lì non lo so, ma non c’è né una firma in calce né una conferma di approvazione di nessun genere. Posso anche essere d’accordo emotivamente, ma sto dalla parte della legge. Oggi c’è una legge che dice determinate cose. Se non c’è una modifica legislativa, dal punto di vista emotivo, posso anche stare vicino al presidente Malagò per quello che ha fatto, ma è un altro tema, è una questione personale e non istituzionale. Istituzionalmente devo andare nel rispetto di quelle che sono le norme giuridiche. Quindi oggi gli enti pubblici hanno una scadenza al terzo mandato, non il Coni, gli enti pubblici. Ma è una lettera che va contro i principi di legge, sarebbe stupido sottoscriverla per uno che rappresenta un’istituzione sportiva, chiunque sia».

Marco Bonarrigo sul Corriere stamattina ha sentito il presidente della pallavolo, Giuseppe Manfredi: «Personalmente non ho firmato nulla anzi ho detto a chi mi aveva interpellato che non sono d’accordo a superare i tre mandati». Il presidente del rugby Duodo: «La mia firma come quella di altri colleghi è stata apposta su un documento indirizzato al governo senza che questo fosse stato in alcun modo condiviso ed autorizzato. È grave». 

Risultano analoghe prese di distanza dello sci [Roda] e del ghiaccio [Gios]. Il presidente della scherma Luigi Mazzone: «Non ho mai visto né letto questa lettera quindi non l’ho mai firmata né condivisa». Il Fatto Quotidiano aggiunge all’elenco baseball, sci nautico, tiro con l’arco. Lorenzo Vendemiale scrive che saranno almeno una decina i firmatari a loro insaputa. Tutti allibiti e infastiditi. Il presidente del pugilato, Flavio D’Ambrosi, vicequestore, ha detto che se trova la sua firma sotto il documento, lui denuncia. 

Ora, secondo le ricostruzioni, la scrittura del testo e i contatti con i 43 samurai sarebbero state a cura di Sergio D’Antoni, non un omonimo, proprio lui, l’ex segretario della CISL fra 1991 e 2000, l’ex viceministro di Bersani nel governo Prodi, l’ex deputato fra il 2004 e il 2013, futuro ottantenne nel 2026, oggi alla guida del CONI in Sicilia. Oggi per modo di dire. Lo è dal 2014,  anch’egli interessato a un’estensione dei mandati per i presidenti regionali. Ha spiegato di «aver ricevuto le chiamate di alcuni presidenti federali per spiegare che il loro consenso alla lettera inviata al Governo non era pieno o esplicitato: non voglio polemizzare, avrò capito male. Malagò è estraneo alla mia iniziativa».

Umberto Zapelloni sul Foglio scrive però che dietro alla lettera indirizzata al Governo non può che esserci lui. Ne ha parlato a inizio settimana dopo la Giunta, ricevendo il parere sfavorevole anche da chi poi l’ha firmata lo stesso. Per esempio Luciano Buonfiglio, presidente della canoa, un energico 75enne che si candida a guidare il futuro dello sport italiano. 

Non è il solo a mostrare disinteresse per l’attività promossa dalla federazione bocce. Il fatto che Gianni Petrucci dica di non volersi staccare dall’amato basket, governato da quando la Jugoslavia vinceva gli Europei, è la prova definitiva che come Califano non esclude il ritorno. Gira e fanno girare pure il nome di Franco Carraro: non un omonimo, proprio lui, 85 anni, vicepresidente della federcalcio ai Mondiali di Azzurro Tenebra; presidente al CONI quando nel 1980 venne accettata al Foro Italico la consulenza del professor Conconi per migliorare le prestazioni azzurre; sindaco a Roma fra ’89 e ’93 quando gli assessori della giunta furono travolti da scandali e incriminazioni; presidente della federcalcio che nel 2002 ammise la Lazio al campionato nonostante un debito da 110 milioni dopo la ricapitalizzazione garantita da Mediocredito di cui sempre Carraro era presidente [lo scrive Gigi Garanzini in E continuano a chiamarlo calcio, Mondadori]; ancora presidente della federazione calcio nel 2006 di Calciopoli; membro italiano UEFA quando l’UEFA non assegnò all’Italia gli Europei 2012 in favore di Polonia e Ucraina. Lui. 

Non esattamente il nuovo che avanza fa notare il Foglio

Silvia Salis si è sfilata in tempo e correrà a sindaca di Genova sotto la bandiera del PD. Era indicata negli spin come la preferita di Giorgia Meloni per la corsa al CONI. Malagò potrebbe giocarsi ora la carta di Diana Bianchedi e dopo l’Olimpiade lombardo-veneta dovrà pensare a una nuova poltrona per sé. La troverà. L’importante è che non faccia mai il ministro delle Poste. 

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 ruote  

Come fanno i ciclisti a guarire così in fretta

Ma i ciclisti come fanno? No, non come fanno a stare in bicicletta per 5-6 ore, pedalare 200km mentre mangiano e hanno i loro bisogni, arrampicarsi su per la montagna, sprintare a 70 all’ora, e il giorno dopo tutto daccapo. No, non questo. Come fanno i ciclisti a fratturarsi la clavicola e dopo una settimana essere di nuovo in sella. L’ultimo è stato Egan Bernal. Si è rotto alla Clásica Jaén, lo hanno operato e in sei giorni era là che si allenava su una strada di campagna. Altre 48 ore e si è aggregato ai compagni per un’uscita di quattro ore.

Al magazine Velo sono sbigottiti. Hanno cercato di saperne di più. Manu Wemel, fisioterapista capo alla Soudal Quick-Step, ha detto che i tempi di recupero si sono accorciati dopo la pandemia. «Sta diventando una competizione anche tornare più velocemente possibile». 

Una clavicola rotta è ormai solo un fastidioso intoppo nel programma di allenamento. Chris Froome si è fratturati la scorsa settimana al Giro degli Emirati Arabi e già sta guardando il calendario per capire quando rientrare. Dylan Van Baarle correrà in Francia questo weekend, cinque settimane dopo l’infortunio al Tour Down Under. Nel 2016 Mat Hayman si era rotto da poco un braccio quando vinse la Parigi-Roubaix. 

Wemel ha lavorato con Remco Evenepoel e con Tim Merlier. Di recente ha rieducato Yves Lampaert, Bert van Lerberghe e Pieter Serry, tutti con una clavicola compromessa. Dice che i professionisti sono semplicemente più bravi di noi divaneur in molte cose.

«Queste élite è sempre in forma smagliante. Ha un’alimentazione migliore, una salute migliore. Questo influisce sul recupero. Hanno 20, 25 anni: le ossa guariscono meglio e più velocemente quando si è giovani»

È che uno non ci pensa a fratturarsi prima, quando te lo puoi godere. Ti capita a 50, a 60 anni, certe volte dopo gli 80, e i Bernal, i Froome ti fanno invidia. Una migliore ossigenazione del sangue e una capacità muscolare superiore stimola anche la guarigione. Allenamento, riposo e recupero sono il pane quotidiano del ciclista professionista. È uno stile di vita già noto. I divaneur che smaniano per riprendersi in fretta fanno i conti con stili di vita differenti. «Ecco perché i medici chiedono sempre se un paziente fuma o beve» spiega Wemel a Velo.  

La clavicola è sottile come un dito. È l’anello più debole della catena quando un ciclista cade in avanti sull’asfalto. Pro Cycling Stats ha registrato 722 fratture di clavicole negli ultimi 11 anni, 500 in più del secondo infortunio più frequente.  Il guaio è quando si rompe un cicloamatore e si crede Bernal. I dietologi gli prescrivono una dieta, qualche integratore adatto alle ossa, ma nessuno sa dirgli quanto carico può sopportare la sua spalla. Serve una squadra di fisioterapisti e rieducatori per rimetterti in bici in una settimana. Velo scrive che in un team esiste un budget quasi infinito per le cure. I dilettanti non se le possono permettere. Non tutte le clavicole sono uguali e non tutte le fratture sono gravi allo stesso modo. Ma quanto più velocemente un ciclista torna in sella, tanto maggiore è il rischio di complicazioni durature. Bernal ha 10 settimane di tempo prima del Giro d’Italia. 

artefici 

Hamilton e certi uomini bianchi e anziani

Oggi si chiudono i test della F.1 in Bahrain e c’è tanta attenzione sui cronometri di Lewis Hamilton. «Non paragonatemi a nessun altro» ha detto in risposta a quelli che ha chiamato «uomini bianchi anziani» tipo Bernie Ecclestone ed Eddie Jordan, entrambi critici per il suo passaggio alla Ferrari. Lo ha fatto in un’intervista a Time Magazine, sostenendo che nessuno può mettersi nei suoi panni, perché non c’è mai stato nessuno come lui. «Sono il primo e unico pilota nero che abbia mai praticato questo sport. Sono fatto in modo diverso»

Il Telegraph scrive invece che in due giorni di test pre-stagionali stanno già emergendo le trame delle prossime rivalità sotto una maschera di battute.  Verstappen vs Norris per esempio.  In una intervista esclusiva con Damon Hill durante una partita a golf, Tom Cary gli ha chiesto della Red Bull, di Max Verstappen e della sua uscita da Sky Sports UK. E lo sventurato rispose

   

C’era una volta il ribaltone di Conceiçao

Con Sergio Conceiçao siamo a chi sei tu e chi sono io. Dopo aver perso a Bologna ieri sera ha detto che «non è giusto si parli sempre della mia posizione: io non sono arrivato qui dal niente. So cosa voglio e cosa posso fare. Contro le squadre italiane nelle coppe europee sono sempre passato. Ho battuto allenatori bravi come Pioli, Sarri e Di Francesco. Ho cento partite in Champions, ho vinto tredici trofei e tutti si divertono a parlare di me. Ci sono cattiverie che non capisco. Non sono rispettato e vengo criticato. Starò qui finché lo vorranno. L’ambiente che si è creato al Milan non è buono: c’è una nuvola sopra di noi».

In realtà piove. Carlos Passerini sul Corriere della sera parla di “sprofondo rossonero scrivendo che il Milan a Bologna ha perso tutto: partita, faccia e con ogni probabilità anche la Champions più annessi 60 milioni di euro. Finisce con i tifosi inferociti: hanno ragione. Un fallimento completo.

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Lo spaesato portiere del Milan

L’ultimo a scendere nella hall dell’albergo di Canonica Lambro, prescelto dai rossoneri per il ritiro pre-Messina, è proprio Barluzzi, Attorno, campionario di varia umanità. Ragazzine cogli occhi sgranati per il Cesare Maldini – immortalato da Bianciardi negli annali letterari con frase scultorea – che sembra appena uscito da una sartoria di Bond Street; il Ferrario, un po’  Rive Gauche, è incupito alquanto perchè ancora non sa se domani ci sarà posto anche per lui. E il Barluzzi, appunto, che vien giù ciondolando dalle scale, all’apparenza intimidito. Non che abbia tutti i torti. Fuori dalla grande porta a vetri dell’ingresso ci sono nutriti manipoli di ragazzini che fotografano con gli occhi queste «primedonne» della palla, e ancora ti guardi in giro e vedi altra gente inerpicata su per la collina, in posizione dominante e privilegiata, e il Barluzzi, si capisce, è un po’ spaesato. Guarda fuori e dice che con una giornata così la cosa migliore sarebbe fare un bel giro per la campagna, da queste parti incredibilmente verde, dolce e ondulata, e lontano le Prealpi bianche e pulite.

Guardiamo il Barluzzi, impeccabile in giacca blu, pantaloni fumo di Londra e cravatta bordeaux, come Petronio comanda, e pensiamo che a scavare questo portierone taciturno verrebbe probabilmente fuori il razzapiave innamorato della terra. È estremamente conciso nelle risposte, quasi telegrafico. Tratteggia il suo curriculum vitae.

«Dal Belluno al Treviso. Poi Catania. Dovevo andare all’Alessandria: mancato accordo economico. Milan»

 ➣  Milan dove è esploso… 

«Anche l’anno scorso ho giocato un po’ di partite, neanche tanto male»

 ➣  Ma quest’anno si è imposto all’attenzione generale. 

«Merito della squadra. Quando si va bene, c’è gloria per tutti» .

 ➣  Lei che tipo di portiere è? Un freddo, come Sarti, o un Da Pozzo? 

«Freddo»

 ➣  Si trova bene dietro la sua difesa? 

«Benissimo»

 ➣  Un pensierino ai Campionati del Mondo?

«Mah, certo che mi piacerebbe esserci. Se si ricordano».

Poi la smobilitazione. Imbarcati tutti sul pullman, i giocatori, per andare al cinema a Monza. Tutti meno quattro, fra i quali Amarildo, che restano in albergo. Assedio ravvicinato, all’esterno. Ragazzini che fanno «Barluzzi, l’e ‘l Barluzzi». Fogli, taccuini, quaderni di scuola. È ancora spaesato. Dice: «Amarildo, fioi, adesso esce Amarildo». E lo dice, drittone, con accenti di profonda verità. I ragazzini lo mollano («dai, Yachin» lo chiama un compagno dal pullman che si sta già muovendo). Evidentemente sul mercato di Canonica le quotazioni di un Tavares de Silveira Amarildo son più elevate di un Mario Barluzzi. Lui se la svigna. Prima di salire ci dice, allarmato: «Non vorrà mica fare un pezzo? Si potevano dire delle altre cose, sa, in cinque minuti come si fa…».

Già.

[La Gazzetta dello sport, 28 febbraio 1965]

 

     

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