Lo Slalom del 19 febbraio | Cosa leggere, sapere e vedere

 

mercoledì 19 febbraio

|   Recessione è quando il tuo vicino perde il posto

Depressione è quando lo perdi tu

Harry Truman

 

    EUROGOL

La bolla del calcio italiano nelle Coppe

Dovevano essere due rimonte e sono diventati due naufragi. Con l’uscita dell’Atalanta e del Milan dalla Coppa dei Campioni, stamattina è forte la tentazione di ricominciare a dir male del calcio italiano, seduti come siamo su quest’altalena dove l’equilibrio è bandito e dove le opinioni seguono il vento del rullo e delle notifiche, siamo come la Premier League o siamo quelli eliminati dalla Macedonia. Senza una terra di mezzo dove invece si possa essere esposti una volta al libeccio e l’altra volta al maestrale, spesso per uno scherzo del Caso.

Il secondo posto nel ranking 22-23 e soprattutto il primo nel 23-24 ci avevano fatto scambiare il sol dell’avvenire per una lampada a led, una di quelle luci false che fanno l’effetto delle fiamme per i bambini nei giorni di Halloween. In realtà c’è un bug nel sistema che compila le classifiche UEFA. L’ascesa era dovuta a esso. Era più di un sospetto un anno fa, quando il calcio italiano se n’è giovato, travestendosi da miglior fico del bigoncio malgrado non avesse neppure una squadra ai quarti di Champions. I bacini d’utenza hanno imposto di non dirci la verità e di non guardare cosa ci fosse dentro la scatola. 

La soglia dell’eccellenza in Europa è posta ai quarti di finale e la serie A l’ha oltrepassata di rado. Tre squadre tutte assieme ci arrivarono nel ‘23 [Inter in finale, Milan in semifinale, Napoli ai quarti], ma per trovarne un’altra si deve scorrere fino all’imprevedibile Atalanta nella bolla del ‘20

Eurodisastro lo chiama il Corriere della sera. Se anche la Juventus stasera dovesse eliminare il PSV e raggiungere l’Inter alla fase dentro-o-fuori, le due sole qualificate per gli ottavi sarebbero la peggiore prestazione nelle ultime otto edizioni, alla pari con il 21-22. Se alla serie A restasse la sola Inter, saremmo dalle parti del malinconico biennio 2013-2015. 

In un colpo solo i play-off portano agli ottavi di finale tre squadre dei campionati Minions, quelli che non appartengono all’élite dei cinque più prestigiosi: il Benfica dal Portogallo ha buttato fuori i francesi del Monaco, Belgio e Olanda sono avanti con le due ghigliottine calate da Bruges e Feyenoord sulle teste di serie italiane. È fuorviante attribuire i risultati alla nuova formula della Superchampions. C’erano tre Minions agli ottavi anche negli ultimi due anni e addirittura quattro nel 2022. Ma abbiamo la certezza che la nuova formula non ha fatto danni, non alla classe media. Anzi. La classe media ha portato l’Olanda nei pressi del quinto posto occupato dalla Francia nel ranking quinquennale, quello che conta per la ripartizione delle iscrizioni alle Coppe. 

L’altro elemento a cui si guarda stamattina è che la Spagna può scappare e andarsi a prendersi la wild card in palio per le migliori due nazioni dell’anno. Se ne gioverebbe il Villarreal, oggi quinto nella Liga come fu da noi il Bologna nel campionato scorso. Il riflesso italiano è che con quattro posti buoni resterebbero fuori dalla Champions almeno una tra Juventus e Milan, oppure tutt’e due se una fra Lazio, Fiorentina e Bologna dovesse continuare a filare dritto. 

  È STATA TUA LA COLPA  Theo Hernandez

La lettura dell’eliminazione del Milan pare facile, facilissima. È colpa di Theo Hernandez e della sua follia, ma quando Paulo Fonseca era scontento di lui, Milano alzò il fuoco sotto il pentolone nel quale lo aveva messo a bollire dal primo momento. Adesso nel pentolone ci va Theo. I pentoloni non sono fatti per restare vuoti. 

Carlos Passerini sul Corriere della sera fa sentire il francese in Francia, gli dà un bel 3 in pagella come si regolano di solito all’Équipe, e ne immagina l’allontanamento, la cessione, l’esilio, qualcosa del genere: Difficile decidere se sia peggio acchiappare per la collottola un avversario davanti all’arbitro oppure, da ammonito, simulare platealmente in area avversaria cercando un rigore improbabile. Doppia follia, gravissima. Dove abbia la testa, chi lo sa. È doveroso riflettere su un futuro senza di lui”

Andrea Sereni su Repubblica lo chiama il punto più basso della sua storia rossonerae Luigi Garlando sulla Gazzetta dello sport ha scritto che il calcio è sì un gioco di squadra ma ci sono casi in cui un giocatore solo può accoltellare a morte una partita”

In realtà Garlando chiude poi la sua cronaca parlando di molto altro – a parte Theo – cita errori di mercato, ammutinamenti, esoneri, latitanze dirigenziali e altro, non può sorprendere un’apocalisse. Non resta che finire dignitosamente la stagione e rincorrere un posto Champions di vitale importanza. Anche per le casse. La Coppa Italia non salverà nulla. La Supercoppa di Riad è meno di una foglia di fico, una fogliolina di basilico. Fumo di sigaro volato via.

COSA DICONO IN FRANCIA DI LUI   Da tempo invece la stampa francese sottolinea un disagio esistenziale di Theo. Alla vigilia della partita della Nazionale contro Israele, a metà novembre, L’Équipe ha scritto che il terzino fa fatica a ritrovarsi perché si sente privato della compagnia dei suoi migliori amici. 

“Non è una storia di poco conto per un giocatore molto legato al clima del gruppo e che sta riscontrando un calo di rendimento. Non è più così espressivo ed estroverso come un tempo in Nazionale. Da diverse settimane ha visto abbandonare la nave ad alcuni dei suoi compagni più stretti. Antoine Griezmann, l’ultimo, ritiratosi a livello internazionale il 30 settembre, era stato molto importante nella sua integrazione in gruppo sin dalla prima convocazione nel settembre 2021, contro la Finlandia. Di lingua spagnola, il giocatore dell’Atlético Madrid aveva aiutato il difensore a trovare un posto nel gruppo, in un momento in cui il suo francese non era ancora dei più fluidi. La partenza di Griezmann segue quella di Olivier Giroud dopo gli Europei, mentre suo fratello Lucas Hernandez è infortunato al ginocchio sinistro da maggio e Benjamin Pavard, suo amico nella vita, non è più stato convocato nelle ultime tre sessioni. È davvero troppo per un giocatore emotivo come Theo, che attribuisce grande importanza alla vita di gruppo per rendere al meglio. Il milanista si ritrova sempre solo, senza i suoi amici con cui trascorrere le lunghe giornate in ritiro. Una situazione che non è sfuggita a Didier Deschamps”.

Un disagio che deve essersi manifestato anche dentro Milanello e che non viene certo aiutato se Sergio Conceiçao si infastidisce alla vista dei capelli biondo-rosa, come ha scritto Eurosport France alla vigilia della partita con il Feyenoord. “Il portoghese – si legge – non è stato esattamente l’uomo più felice del mondo. Di conseguenza, i capelli rosa del nazionale francese sono stati accolti ancora peggio dalla stampa [cono citati un paio di passaggi tratti da giornali italiani]. 

Eppure Eurosport France ricorda che il Milan aveva lanciato una collezione di abbigliamento per celebrare Theo, quel Theo che a volte sembra totalmente estraneo. Come se fosse assente dalla partita. Distratto e disinteressato, due aggettivi che ricorrono regolarmente sulla stampa italiana. Perdere le partite è una cosa. Essere assenti è tutt’altra cosa. La sensazione è che qualcosa si sia rotto.  

L’addio al Milan non è stato preso in considerazione perché nell’equazione – scrivono dalla Francia – entra anche il parere della compagna del giocatore, Zoe Cristofoli, modella e influencer italiana, incinta del loro secondo figlio. Tutta la famiglia ama le sue abitudini milanesi, abitando a soli dieci minuti dal centro di Milanello. Inoltre Eurosport France ricorda che Théo Hernandez ha dovuto affrontare per diversi mesi anche una questione extrasportiva molto delicata. Fabrizio Corona, ex controverso paparazzo condannato a dieci anni di carcere per estorsione, ha recentemente accusato il calciatore di aver picchiato due donne durante una serata in discoteca, basandosi in particolare sulle immagini della videosorveglianza, nelle quali l’individuo resta difficilmente identificabile. Interrogato sulla questione, il Milan ha rifiutato di commentare.

soldi

Gli sponsor che piacciono al Bayern

A proposito di terzini. Davies ha evitato al Bayern di doversi giocare la qualificazione ai supplementari con il Celtic Glasgow, ma in Germania il club sta giocando un’altra partita delicata sul piano dell’immagine. Sotto accusa la sponsorizzazione del Rwanda. Deutsche Welle racconta la storia dell’accordo quinquennale, nella scia di altri simili firmati da Arsenal e PSG. Ha un valore di 5 milioni di euro all’anno e prevede che il Bayern promuova il marchio turistico del paese: Visit Rwanda. Il ministro degli Esteri della Repubblica Democratica del Congo, Therese Kayikwamba Wagner, ha invitato i club europei di calcio a mettere fine a quest’idillio, considerata la guerra. Il Bayern ha replicato una cosa tipo: vogliamo contribuire alla crescita democratica del paese. L’accordo con il Rwanda è stato firmato meno di due mesi dopo la fine di un contratto simile con il Qatar, altrettanto controverso, la causa di una frattura significativa con i tifosi. Il Bayern all’epoca aveva replicato una cosa tipo: vogliamo contribuire alla crescita democratica del paese.

Molti osservatori internazionali la vedono diversamente, dice Deutsche Welle, e usano la parola sportswashing per gli investimenti di Paul Kagame, la guida del Rwanda. Come per l’accordo con il Qatar – dice DW – il Bayern deve decidere se il danno alla sua immagine vale i ricavi. In genere i club di calcio decidono di sì. 

carnet

Le partite di stasera

   Filippo Maria Ricci sulla Gazzetta sottolinea che uno fra Haaland e Mbappé stasera è fuori dalla Champions. Non era ciò che pensavano ad inizio stagione. Kylian Mbappé, fresco di sbarco galattico al Bernabeu, ed Erling Haland, pronto a firmare il super rinnovo decennale col Manchester City, guardavano a questa Champions League pieni di speranza.  

Le prospettive più grigie toccano al City, con il timore che per le irregolarità amministrative di cui è accusato gli sia chiuso il mercato per una o più sessioni. Ecco perché hanno speso 200 milioni per 4 giocatori nel mese di gennaio. Ma in caso di condanna – scrive Ricci – è difficile prevedere cosa succederà al Manchester City in chiave europea. E chissà che cosa pensa Haaland, che ha rinnovato con i Citizens fino al 2034: al City c’è aria da fine ciclo anche se la rosa di Guardiola ha diversi giovani, alcuni appena arrivati.

Di Pep ha scritto sabato nella sua rubrica su El Pais anche Jorge Valdano, in realtà scrivendo di tutti insieme a lui. Ha detto che il calcio premia i meriti e usa qualche trucco per consacrarti come un eroe, ma se gli dai tempo, ha mille trucchi per farti sentire una merda. Questa arbitrarietà di renderci grandi un giorno e insignificanti un altro è uno dei suoi poteri. Il calcio è sempre sabbia che ti scivola tra le dita”

Valdano ammette che, sì, ci sono persone come Guardiola che sono riuscite a proiettare un’illusione, così la chiama: illusione, ti fanno credere di controllare il calcio. Per molto tempo – dice il filosofo argentino – ho avuto la sensazione che il calcio fosse in ritardo rispetto a Guardiola, come se Pep fosse al comando con tutte le sue grandi qualità: conoscenza, passione, voglia di vincere. Con quei giocatori chiunque può farcela, diceva l’istinto popolare. È una bugia, nemmeno undici Messi possono raggiungere quel livello di eccellenza se non c’è una gestione oculata. Per questo motivo Pep è uno dei vertici del calcio. Alla fine ci siamo abituati alla sua macchina sbalorditiva, costruita in diverse squadre di diversi paesi. In parte perché era brillante, in parte perché vinceva e in parte perché il calcio è un contenuto televisivo globale. Per i giocatori che allenava era un privilegio e per la salute del calcio era una benedizione. E all’improvviso succede questo. Non eravamo preparati a questa esplosione incontrollata del City. Bilardo è stato il primo a cui ho sentito dire che le squadre sono fatte di vetro e quando si rompono ci vuole molto lavoro per rimetterle insieme. La cosa sorprendente è che questo vetro sembrava di Murano, lucido e duro, e Guardiola continuava a scolpirlo con soluzioni originali, sorprendendo il mondo. In nessun caso avremmo potuto immaginare che lì sotto ci fosse qualcosa di fragile. Bisogna essere ingenui per credere che il calcio faccia eccezioni, se uno dei suoi giochi preferiti è consacrare e abbattere.  Per la prima volta, Pep affronta la fase a eliminazione diretta indebolito. Ma nessuno sia troppo sicuro di sé. Perché se il calcio ha reazioni incomprensibili, lo stesso vale per Guardiola, e sarebbe meglio stare attenti.  

Da Madrid giunge invece un capolavoro di ironia da Iñako Diaz-Guerra su El Mundo a proposito dell’ultimo attacco del Real agli arbitri. Con echi di Cervantes. 

Viviamo in tempi strani – scrive – la verità è diventata un concetto talmente obsoleto che i terrapiattisti sono liberi di girovagare sulle onde radio e sul web. Alcuni cercano di convincerti che l’acqua dell’oceano non si curva, altri che esiste una cospirazione arbitrale contro il Real Madrid. Vedrai grandi cose, amico mio Sancho. L’unica cosa positiva è che, una volta superato lo stupore iniziale, i difensori dell’indifendibile ci regalano alte dosi di comicità. Quel che stiamo vivendo con il cartellino rosso di Bellingham è antologico. Sembra che la parte cospirazionista di Madrid, incoraggiata dai suoi media ufficiali e non ufficiali, sostenga fin da sabato che l’inglese abbia detto fuck off e non fuck you come ha scritto Munuera Montero nei verbali. All’improvviso, un gruppo di persone che ancora dicono furgol è in grado di interpretare un testo di Bob Dylan con precisione chirurgica.

  Pare che Kvara non giochi perché secondo Luis Enrique non ha ancora capito gli schemi della squadra, boh, come se a Kvara – il vero Kvara – possa essere utile capire gli schemi della squadra. Tu gli devi dare la palla su quei piedi che stanno sotto un paio di calzettoni arrotolati e poi lo devi seguire, qualcosa si inventa. 

In compenso a Parigi si stanno godendo il miglior Ousmane Dembélé di sempre. Il Guardian dall’Inghilterra gli ha dedicato un ritratto con Barney Ronay qualche giorno fa. C’era scritto che sta finalmente emergendo come una star dopo anni passati a essere raccontato come una pignatta del calcio. Ronay ricorda di quando un quotidiano britannico qualche anno fa pubblicò un articolo di mille parole in cui si diceva che Ousmane Dembélé non era mai stato in un famigerato sexy club spagnolo. L’articolo conteneva 14 foto del posto in cui Dembélé non era mai stato, tra cui una di uno spaventoso crocifisso sessuale a cui Dembélé non era mai stato legato, e un’altra di una rete sessuale in stile Spiderman dove Dembélé non era mai stato trovato a contorcersi in preda a un’estasi pubblica. C’era persino un primo piano unto del campanello del sesso che Dembélé non aveva mai premuto né avvicinato

Ronay si diverte a sfotticchiare i poeti del giornalismo sportivo, aggiungendo che in La scrittura e la differenza Jacques Derrida si dedica all’instabilità del significato, sostenendo che tutti i testi sono solo una proiezione di qualche intenzione intravista a metà: Penso significhi che l’autore di quell’articolo voleva davvero, davvero andare lui in un sexy club.

Ecco. a quel tempo invece Dembélé era più descritto come il protagonista di uno stile di vita solitario, giocava alla PlayStation e guardava Narcos con gli amici, tutte attività che venivano comunque presentate in termini vagamente dissoluti, perché mentre giocavano e guardavano la tv, se ne stavano sul divano a ingoiare junk food e bere bevande gassate. Ingoiavano. Non è che masticassero si diverte l’editorialista del Guardian, ricordando che Dembélé aveva 20 anni all’epoca a sette anni dopo, oggi, rimane una specie di tela bianca, uno schermo su cui sembra necessario proiettare un qualche tipo di significato

Eppure Dembélé posta occasionalmente su Instagram, in genere sono cose scarne, niente loghi, se ne sta quasi sempre da solo, in abiti generici e sempre con lo stesso taglio di capelli, essendo Ousmane Dembélé.  Forse, dice il Guardian, questo spiega in parte perché è sempre stato raccontato con idee generiche e inadatte. In particolare durante il periodo al Barcellona, ​​quando era descritto come un calciatore pigro, un giovane selvaggio, l’emblema di Tutto Ciò Che È Sbagliato. Forse spiega pure perché la sua attuale esplosione è colta così avidamente.

 In effetti Le Parisien ha scritto che stiamo assistendo a un fenomeno, dopo i due gol e la partita dell’andata contro il Brest. Danno Dembélé in lizza per il Pallone d’Oro, innalzandolo ai livelli di Kylian Mbappé o Robert Lewandowski, Erling Haaland. 

Era un agente del caos – dice il Guardian – e ora viene percepito come qualcosa di puro, di pulito, di edificante. Il paradosso è che Dembélé diventa una star nel momento in cui il PSG ha deciso di rinunciare alle star e proprio mentre in Qatar stanno considerando di ridurre gli investimenti per le ultime accuse a Nasser al-Khelaifi

Per molti – conclude il Guardian – Dembélé è dentro un arco di redenzione, un’altra possibilità sarebbe raccontarlo come un tizio che sta solo cercando di segnare qualche gol in più. Forse potremmo semplicemente lasciarlo essere bravo, senza che per forza debba significare altro

   Michele Tossani su Tuttosport ha dato una lettura tattica della partita in chiave preventiva. Ha scritto che in fase di non possesso sarà ancora fondamentale il lavoro di Weston McKennie, diventato titolarissimo. All’andata gli è toccato prendersi cura di Schouten e non c’è ragione di credere che la cosa non si ripeta. 

Vedremo – dice Tuttosport – se la pressione eventualmente portata dalla Juventus sarà uomo su uomo oppure con uno o due uomini in meno nell’altra metà campo, per preservare la superiorità numerica nella propria. Qualora questo atteggiamento desse i frutti sperati (cioè inibire il primo possesso olandese) i centrali della Juve dovranno poi opporsi alla soluzione della palla lunga verso De Jong, utilizzata senza costrutto dagli uomini di Bosz a Torino. È prevedibile però ritenere che il tecnico del Psv possa allestire una costruzione ancor più elaborata, per cercare di trarre vantaggio dal campo aperto che potrebbe crearsi alle spalle della prima linea di pressione degli ospiti

In attacco la Juventus avrà la necessità di trovare più pulizia quando si tratterà di giocare la palla. Che si cerchi la profondità per Kolo Muani o che si provino sventagliate ad ampio raggio con i lanci profondi e precisi di Di Gregorio o Veiga, le verticalizzazioni e l’uscita palla da dietro dovranno essere migliori.

Che cosa sta succedendo al sud in serie C

Tuttosport dedica stamattina un approfondimento alla Serie C e in particolare alla situazione nel girone meridionale, dove agli ultimi due posti ci sono la Turris con 6 punti e il Taranto a -6. Hanno vinto sul campo 3 partite a testa su 27 e portano addosso lo sfregio di una serie di penalizzazioni per questioni amministrative. Il Taranto ha perso le ultime 13 partite consecutive, la Turris 11 nello stesso periodo. Ora, poiché il rieletto presidente Gravina con il 98.7% dei voti fa sentire stentoreo la sua voce con la Lega di Matteo Marani dicendo che tutto questo è insostenibile, il direttore Guido Vaciago gli ricorda che in effetti ci sono club di Serie C che non pagano gli stipendi, sfiorando il rischio di fallire. L’allarme lanciato ieri da Gabriele Gravina è tanto ineccepibile quanto scontato, perché i problemi del calcio italiano sono sostanzialmente gli stessi da quando ha iniziato a governare la Figc. Anzi, forse da quando della Serie C era il presidente tanti anni fa.

Vaciago ha scritto che il calcio italiano è come Wile il Coyote, nel senso che spesso corre nel vuoto, ma precipita giù solo quando guarda sotto e realizza di non avere terreno sotto i piedi, fino a quel momento tutto fila liscio. Diciamoci la verità per dieci secondi, poi torniamo a parlare di pallone: se il calcio italiano fosse un’azienda normale non starebbe in piedi, ma è una specie di cartone animato e può permettersi di correre nel vuoto, perché nessuno dal Fisco in giù vuole o può guardare sotto e spiaccicarsi come il povero Willie

È interessante il passaggio nel quale Vaciago smonta un teorema che un mucchio di volte sentiamo ripetere. Per il direttore di Tuttosport servono manager. Manager veri, non ex calciatori, non maneggioni, non figure che da anni navigano in questo mondo, non mestieranti, ma professionisti. Il calcio è un’industria importante per il Paese e non può essere in mano a chi, spesso, è senza titoli di studio, non parla inglese e ha vissuto un calcio nel quale l’equilibrio di bilancio aveva una priorità molto bassa.

RUOTE

Che cosa aspettarsi dalla Ferrari

Dopo la presentazione show di ieri sera, con tutte le livree esposte insieme, stamattina la nuova Ferrari inizia a girare, 200 km autorizzati dal filming day. Ne hanno scritto Daniele Sparisci e Paola De Carolis sul Corriere della sera sottolineando che per i piloti sono sufficienti per capire più di qualcosa, Charles nel 2023, stagione nella quale non ha vinto nemmeno una gara, aveva rivelato di aver avuto pessime sensazioni già da subito. Stavolta non deve succedere: la Rossa 2025 nasce da una base già competitiva. Ampio lavoro è stato fatto nella zona anteriore, sulle sospensioni che cambiano schema rivisitando i flussi aerodinamici secondo i metodi portati dall’ex Mercedes Loic Serra diventato direttore tecnico. Le novità più grandi sono nelle zone poco visibili o completamente coperte, fra queste affinamenti al motore.

Secondo il Corriere della sera sarà fondamentale iniziare forte il campionato: con il nuovo ciclo di regole alle porte (dal 2026 power unit inedite), i correttivi sotto forma di sviluppi saranno limitati, non ha senso investire su monoposto al capolinea. Non solo per la Ferrari, ma anche per McLaren e Red Bull, le concorrenti più accreditate al titolo. Ma c’è un precedente che ha dimostrato il contrario: il Mondiale 2021, quello deciso all’ultimo giro ad Abu Dhabi. Allora Red Bull e Mercedes avevano dato fondo alle evoluzioni nonostante il regolamento fosse agli sgoccioli, e se oggi sir Lewis sfila sorridente e orgoglioso con la cravatta rossa il motivo va ricercato nella voglia di rivalsa scaturita da quella sconfitta.

TENNIS

Le cose che dicono all’estero di Sinner e che a noi italiani non piace ascoltare

È cominciato a Doha il primo torneo di tennis a cui Jannik Sinner  avrebbe voluto partecipare e invece non può. La maniera in cui è arrivata la sospensione di tre mesi è diventata un nuovo elemento di confusione sulla scena pubblica e un nuovo exemplum medievale, quel genere di racconti in cui eccellevano i predicatori nel riferire le vite dei santi o di chi aveva raggiunto la salvezza dell’anima. Erano biografie con una sola possibilità di interpretazione, venivano adoperate nella lotta all’eresia

Tutto quello che riguarda Jannik Sinner ha una sola faccia. È così e basta. Non importa cosa. Qualunque cosa. Rinunciare alle Olimpiadi per una tonsillite: ha ragione lui. Rifiutare l’invito al Quirinale: ha ragione lui. Andare sulla neve tre giorni dopo: ha ragione lui. Nella Curva Sinner non esistono sfumature, non esistono chiaroscuri, non esistono distinguo, neppure per una faccenda complessa come questa, avvenuta dentro il perimetro di uno sport che storicamente ha problemi di credibilità con il doping e con la gestione delle positività dei numeri uno. Il maltrattato ciclismo dei diavoli ha tirato una riga sui sette Tour de France di Lance Armstrong, il tennis è lo sport che si fece bastare le giustificazioni di Agassi sull’uso di metanfetamine, chiudendo il caso senza sanzioni, senza pubblicità, senza fastidi. 

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  EFFETTO DOLLY

 Ogni  benedetto 19 febbraio

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