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Del mare mi ubriaca il suo rumore
Orlando, Le vie del Signore sono finite
La prima parola sentita nei film di Massimo Troisi è stata Gaetano. Come la riserva di Spalletti a centrocampo. Urla Gaetanooo per nove volte Lello Arena, sotto il palazzo puntellato che riempie la scena iniziale di Ricomincio da tre, anno 1981, la città del dopo-terremoto, il Napoli di Krol che perde lo scudetto nelle cinque giornate finali.
L’ultima parola è stata invece compagni, un altro urlo, lanciato dallo speaker della manifestazione comunista dove muore Mario Ruoppolo, il Postino, ciak finale nel giugno del 1994, con il Napoli di Lippi appena qualificato per la Coppa UEFA grazie a una vittoria sul Foggia, in casa di Zeman. Per molto tempo – una dozzina di stagioni – sarebbe rimasta l’ultima Europa del Napoli: avversario l’Eintracht Francoforte, lo stesso di martedì sera. Certe volte uno non ci crede.
Troisi morì di sabato. Qualche giorno dopo c’era il concerto di Pino Daniele al San Paolo. Lo aprì con Tu dimmi quando quando e disse: stasera volevo passare a prendere Massimo, non sapevo che Massimo era già qua. Fu il funerale collettivo che Napoli non gli aveva dato. Un concerto memorabile, Pino Daniele in una forma spaventosa, come posseduto, indimenticabile.
Oggi sono settant’anni dalla nascita di Troisi, non c’è lui, non c’è Pino, non c’è Diego, tutti morti nello stesso modo, tutti traditi dal cuore, nella città dove sono in eccedenza sia la richiesta sia l’offerta d’amore, tanto che a dirlo, una emme sola non basta.
Settant’anni mentre il Cesena gioca domani contro la Reggiana, in serie C, eppure pare adesso che stava vincendo a Napoli alla fine del primo tempo, lo disse Enrico Ameri alla radio, Troisi ascoltava sdraiato a letto in canottiera, e Giuliana De Sio se ne infastidì.
Settant’anni mentre San Giorgio a Cremano, il suo nido, non ha più una squadra di calcio. È retrocessa l’estate scorsa dalla serie D all’Eccellenza, il suo proprietario Francesco Mango l’ha trasferita qualche km più in là, dicendo che “ho scelto di ripartire da Pompei pensando di rispondere a una sorta di chiamata ideale della Madonna”. E quante ce ne sono nei film di Troisi: la statua a cui il padre chiede di fargli ricrescere la mano [Ricomincio da tre] ragionando sul senso di un miracolo; l’altra che piange, da cui andare o non andare in pellegrinaggio [Scusate il ritardo]; una terza che appare in sogno alla sorella dello psicosomatico Camillo [Le Vie del Signore sono finite].
Settant’anni mentre il bambino a cui non sapeva dare un nome, adesso gioca a calcio nel Fiorenzuola, serie C, il bambino che Massimiliano meglio di no, troppo lungo, altrimenti cresce scostumato, Ugo nemmeno perché troppo corto e viene represso, forse Ciro, una via di mezzo. Nel film ci ragiona solo Troisi, un monologo, il nome preferito da Marta non lo sentiamo mai. Ma quando Marta ha avuto un figlio nella vita reale, quando cioè lo ha avuto l’attrice Fiorenza Marchegiani, allora l’ha chiamato Filippo. Filippo Scardina, ormai trent’anni, giocatore del Fiorenzuola. Quando ne aveva 17 segnò un gol con la maglia della Roma al CSKA Sofia. In fondo è un poco figlio di Troisi pure lui.
Figli, Troisi non ne ha voluti. Sapeva del suo cuore. Fratelli tanti, un’intera generazione che portava i capelli come lui, parlava come lui, che elesse l’afasia a maniera d’espressione. Le pause, le frasi spezzate, le marce indietro. L’inadeguatezza come registro. La scoperta che l’impaccio non si doveva più nascondere. Nemmeno con le ragazze. Apparteneva a tutti e poteva finanche essere una bandiera. Troisi fu un fratello cavaliere. Arrivò nelle tenebre e ci tolse dai guai. Chi non era timido, scelse di diventarlo.
Settant’anni di Troisi, e adesso questo Napoli. Che non è timido, non è afasico, non è inadeguato. Non si fa liggiero liggiero o piccirillo piccirillo come Lello Arena sulla bicicletta. Non è più un Robertino così pieno di complessi che ‘ncapa tene n’orchestra. Non è più un Napoli che deve prendere la vita come viene, oppure che si accontenta di essere il terzo della classe dopo Cimmino e Balocco. Non fa collette per comprare i giocatori: cinquemila lire io, cinquemila lire Patrizia, e un milione e due Alfredo.
Il Napoli che avrebbe fatto felice Troisi è poco troisiano. Li vedete, si mettono in otto in fila sulla linea del centrocampo per cominciare la partita, sembra una haka, e quel poverino con la maglia del Sassuolo pare stia dicendo: sì, ma andate piano, come Troisi in macchina [qui] a Michele Mirabella. Quelli del Napoli di Spalletti sono molti a scrivere, quello del Sassuolo è lui solo a leggere.
Tanto Napoli, troppo Napoli, un Napoli senza le vie di mezzo care a Troisi, non solo il Ciro ideale tra Ugo e Massimiliano, ma anche i cinquanta giorni di vita da orsacchiotto preferibili al giorno da leone e ai cento da pecora. Un Napoli che già si fa i suoi conti in classifica: ma nove per nove farà ottantuno? E ottantuno punti basteranno? Un Napoli per il quale verrà casomai facile titolare che Ricomincia da tre oppure Scusate il ritardo, come l’altra volta, quando Troisi in tv da Minà finse di essere l’unico in città a non sapere che era arrivato lo scudetto, nel frattempo tutta la retorica era stata consumata, non rimaneva da dire altro che: non dimenticate il gas e l’acqua aperti.
Un Napoli che non balbetta, ma urla Gaetano e urla compagni. Un Napoli che ha cominciato il campionato post-Qatar nel giorno della morte di Pino Daniele [4 gennaio] e lo chiuderà nell’anniversario della morte di Troisi [4 giugno], navigando nel ricordo di Diego. E allora forse questo è il momento giusto per far cominciare l’età della riservatezza, cominciare a non parlarne più, non per dimenticare, per custodire meglio. Forse anche a questo potrebbe servire uno scudetto. A smettere di imporre le nostre statue e i nostri racconti, potremmo cominciare a invitare bambini e ragazze a parlarci del loro pantheon, un nuovo catalogo napoletano da costruire, nel calcio, nel cinema, nella musica. Gli abbiamo detto chi siamo stati, facciamoci raccontare adesso chi vogliono diventare. Tanto li teniamo d’occhio. Se non guardano i film di Troisi, li facciamo mangiare da zio Vincenzo.
| Le vie di Osimhen sono infinite | Antonio Giordano, Corriere dello sport-stadio: “Quando il cammello si è incamminato verso la cruna dell’ago, in diecimila se ne sono stati con lo sguardo perplesso, quasi distratto, ed hanno pensato che poi ci sono le leggi della fisica: e nell’istante in cui il miracolo s’è realizzato e la gente s’è messa le mani nei capelli, come Consigli, allora è stato necessario cominciare a chiedersi come possano accadere prodigi del genere nella natura (del calcio). Non bisogna essere scienziati, né padroni di un’intelligenza naturale o artificiale particolarmente evoluta per comprendere che lo 0,018% di possibilità sia poco più di niente, e quel frammento di speranza, quell’oncia di fiducia è apparsa al Mapei come un microscopico, impercettibile cenno d’ottimismo da parte di Victor Osimhen per dimostrare che le vie del Signore, e pure a volte quelle gol, sono infinite. Victor impressiona per la capacità di fare centro anche con i tiri statisticamente meno probabili L’1-0 in casa della Roma aveva soltanto lo 0,064% di chance”.
| Chi parte sa da cosa fugge | Marco Ciriello, la Gazzetta dello sport: “La frase tormentone che Lello ripete a Gaetano quando parte, è di Montaigne ma la spaccia per sua: «Chi parte sa da che cosa fugge ma non sa cosa cerca», un vestito sartoriale per Lorenzo Insigne e il Canada, che ci permette anche di dire, per la soddisfazione di Troisi, che ora il napoletano non emigra, ma viaggia e lo pagano pure bene. Impensabile rispetto al monologo davanti allo specchio in bagno e allo sconforto d’essere stati traditi. Quante volte? Cavani, Lavezzi, Higuain, Jorginho, troppe”.
| A chi somiglia Kvara | Gigi Garanzini, la Stampa: “C’è chi dice Kakà, chi Roberto Baggio, chi si spinge sino a Gigi Meroni che fisicamente era sì e no la metà del georgiano, povera farfalla granata. Ma poi c’è la suggestione della maglia, del fuoriclasse che ha scritto la storia del Napoli e di Napoli e allora, per ingombrante che sia, il gioco di parole è inevitabile. Kvaradona. E almeno per un po’ non se ne parli più. L’importante è esagerare, cantava Jannacci. Suggestione per suggestione, nelle movenze, nella progressione e in un paio di azioni in particolare a me ha evocato un altro dei grandissimi, diciamo uno dei primi cinque di tutti i tempi. Che si chiamava Johann Cruyff”.