Il bando di Trump alle atlete transgender

E la prospettiva che sia esteso alle Olimpiadi

 

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Qualche giorno fa Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che esclude le ragazze e le donne reduci da un percorso di transizione di genere dalle competizioni sportive in scuole e college. Lo aveva annunciato in campagna elettorale e ha mantenuto la promessa. La questione era nata con la nuotatrice Lia Thomas: su Slalom c’è un’ampia sezione dedicata allo studio del caso. 

Valerio Piccioni su Domani ha analizzato la scena in chiave Los Angeles 2028 citando peraltro un sondaggio Gallup del 2023, quando “il 70 per cento degli intervistati (due anni prima si era al 62) si dichiarava contrario a far gareggiare le atlete transgender nello sport femminile. Numeri che hanno certamente alimentato la solennità di quel «la guerra contro lo sport delle donne è finito» pronunciato dal presidente. Con un sottotitolo implicito: sono io che vi ho salvato”.

Ora, il Wall Street Journal chiude il cerchio e anticipa che “Trump vuole che le Olimpiadi adottino il suo divieto per le atleti transgender”, aggiungendo però che “anche prima dell’ordine esecutivo del presidente, i dirigenti olimpici si stavano muovendo verso restrizioni negli sport femminili”.

Cinque dei sette candidati in corsa per guidare il CIO dopo Thomas Bach hanno dichiarato di essere favorevoli a regole più severe per la definizione delle atlete donne. Alcune delle più grandi federazioni internazionali, tra cui nuoto e atletica, hanno già firmato linee guida che impediscono a qualsiasi atleta che abbia superato la pubertà maschile di competere in eventi femminili. La pensano così Sebastian Coe e Kisty Coventry, le due figure che sembrano in vantaggio su tutte le altre per l’elezione. 

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Fino a oggi una sola atleta transgender ha gareggiato alle Olimpiadi: la sollevatrice di pesi neozelandese Laurel Hubbard a Tokyo. Le polemiche della vigilia si sbriciolarono quando fece tre nulli in partenza e uscì di scena immediatamente. Eppure il suo risultato così simile a una bolla di sapone non ha impedito alla questione di assumere un rilievo smisurato, sfacciatamente politico e ideologico, come dimostra pure il circo di Parigi intorno a Imane Khelif – riconosciuta come donna sul passaporto e neppure identificata da atleta DSD come Caster Semenya. 

 



Sally Jenkins, editorialista del Washington Post, riferisce un dato che arriva dalla NCAA e dal suo presidente Charlie Baker. Su 530mila tesserati nell’atletica universitaria USA, le transgender sono meno di 10. Jenkins definisce l’editto di Trump di “una crudeltà cavernicola. Il comandante in capo ha chiarito che le vuole tutte e sei o sette sotto il suo tacco, e la NCAA di Baker sembra pronto a obbedire. Trump punta a considerare fuorilegge anche i visti delle atlete olimpiche transgender. Il modo in cui si fanno le cose è importante tanto quanto ciò che si fa. Donald Trump non vuole solo che le atlete transgender siano fuori dalle gare di atletica e dalle piscine; il suo ordine esecutivo è calcolato per infliggere loro la massima paura e umiliazione pubblica. Ordina ai funzionari federali di indagare per frode le atlete transgender che richiedono visti per competere in questo paese. Inquadra il suo ultimo ordine come parte di una guerra  per “rivendicare la nostra cultura e le nostre leggi”.

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“Ma se il visto di una donna trans straniera può essere definito “fraudolento2 – continua Jenkins – cosa significa questo per il passaporto di una trans americana? Molti cittadini possono opporsi ragionevolmente alla presenza di atlete transgender negli sport femminili, al trattamento della disforia di genere nei giovani o alla polizia dei pronomi, ma riescono a farlo con civiltà e con rispetto per le altre anime. Nessuno difende più apertamente lo sport femminile di Martina Navratilova, ma lei difende anche con fermezza i diritti umani ed esprime affetto e comprensione per la pioniera trans Renee Richards, sua amica ed ex allenatrice. L’ordine di Trump e il linguaggio con cui lo ha presentato sembrano calcolati per provocare ostilità e incomprensioni, e rischiano di creare falle collaterali nei diritti civili di tutti noi. Questo è il punto: trascinare brave persone in un posto oscuro, dove non hanno mai avuto alcuna intenzione di andare. Ha chiamato malate e squilibrate le persone transgender davanti a una folla nella Carolina del Nord. In un comizio di Natale ha giurato di fermare la follia transgender. Perché Trump è così determinato a distruggere la pace delle persone, non solo a eliminarle dalla competizione? Perché è così concentrato a mettere in difficoltà quello 0,5 percento? Per il bene di tutti è importante chiedersi: tollereremmo che lo Stato trattasse in questo modo un uomo americano bianco ed eterosessuale?”

Jenkins chiude il suo editoriale citando Hannah Arendt, quando dice che la  morte dell’empatia umana è uno dei primi e più rivelatori segnali di una cultura che sta per sprofondare nella barbarie.

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