Correte al circo Imane Khelif. Fino all’apertura del prossimo

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Quando il cittì Emanuele Renzini dice che Angela Carini si è ritirata perché tutta l’Italia pugilistica glielo ha chiesto, e pure il governo, diventa limpido come il cristallo che la vicenda della povera Imane Khelif è stata solo politica. Non c’è stato nulla di scientifico in tutte le chiacchiere che l’hanno circondata, non c’è stato nulla che fosse davvero rilevante per l’etica sportiva, per i ragionamenti sulla competizione equa, i vantaggi, gli svantaggi. Khelif è stata venduta sul mercato dell’informazione – con una superficialità ormai tipica – prima come transgender, poi come intersex, a un certo punto si è letto pure che è la vittima di una malattia. Quando la valanga è partita, nessuno si è lasciato sfiorare dall’idea che non sappiamo tutto, qualche volta non sappiamo niente. Ma un’etichetta prestampata va sempre bene per farci 50 righe al volo e prenotare il ristorante per la cena, che sarà mai la dignità di una persona. 

L’Olimpiade è il paradiso dello sport, ma per un misterioso meccanismo diffuso nel mondo ormai incomprensibile dei giornali, i direttori ci mandano pure persone che non sanno distinguere una canoa da una carabina. Così quando dall’Olimpiade si leggono richieste allo sport di definire in fretta regole chiare e valide per tutti e in tutti i contesti, vien proprio voglia di rispondere che le regole sono già chiare e valide per tutti e in tutti i contesti. Il punto è che poi il mondo gira, la società cambia, l’umanità evolve. C’è soprattutto la politica con i suoi scherani, che un giorno si svegliano e mettono gli artigli sulle storie delle persone secondo i propri interessi. Sulle storie e sui corpi delle persone. Una volta è il corpo di una donna incinta, una volta il corpo di un malato terminale, una volta il corpo di una mezzofondista sudafricana, una pugile algerina, una nuotatrice americana. Sono corpi che spaventano.

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Quando Giorgia Meloni crede di essere nel giusto invocando competizioni «ad armi pari», dice una cosa di cui lo sport non si occupa. Non può. Le armi pari con i corpi non esistono. Michael Phelps aveva un’apertura alare di 2,03 metri. Detiene il maggior numero di medaglie nella storia delle Olimpiadi con 23 ori. Aveva un vantaggio? Sì. Chi stabilisce se era iniquo? Victor Wembanyama, l’ultima stella del basket francese, è alto 2 metri e 25 e ha un’apertura alare di due metri e mezzo. Ha un vantaggio? In certe situazioni sì. Nei giorni scorsi è stato fotografato alle Olimpiadi mentre incrociava i passi del giapponese Yuki Togashi, alto 1 metro e 67. Non sono certo «armi pari». Così come non aveva «armi pari» ai suoi avversari il ciclista spagnolo Miguel Indurain, 8 litri di capacità polmonare senza che fosse intervenuto sul corpo ricevuto alla nascita. Come Caster Semenya nell’atletica, come Imane Khelif nella boxe. Eppure nessuno ha mai pensato di escludere Indurain, Phelps, Wembanyama. Lo sport è fatto di regole non di «armi pari» e Khelifi, per quanto se ne sa, non è fuori dalla regole. Aver identificato Khelif come un’atleta transgender è una sorta di impronta digitale su questa storia. È la traccia di un’intenzionalità politica in linea con la normativa che ostacola la pratica sportiva delle persone che affrontano un percorso di transizione di genere, non solo al vertice, non solo alle Olimpiadi, ma anche alle base, a scuola, come accade negli stati americani a guida repubblicana. Per Angela Carini si è mobilitato con un hashtag Elon Musk. Servono altre prove?

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Nicoletta Verna su La Stampa sottolinea: È la paura della complessità. Il suo corpo esula dalla norma: e in una società che sempre più predilige le forme di espressione di pensiero basate sulla banalizzazione, lei è un esempio negativo, disforico, deviante. La nostra società gratifica il normale, colui che obbedisce alle sue norme, mentre nei confronti dell’anormalità nutre profonda diffidenza, quanto non aperto odio. Khelif ci spaventa. Per questo va accuratamente presentata ed esibita come mostro.

Sono quei corpi che non meritano neppure di essere trattati con dignità. Al massimo sono freak, meritevoli della nostra paternalistica compassione: Siamo tutti fatti a immagine e somiglianza di Dio – concede Aldo Cazzullo sul Corriere della sera – e quindi possiamo vedere il volto di Dio non soltanto negli occhi di una donna e di un’intersessuale, ma anche di un ermafrodito, di un transessuale, di un transgender. Ma anche. Addirittura. 

Del resto, nel suo pezzo di stamattina, ad Aldo Cazzullo preme pure farci sapere, trova rilevante farcelo sapere, che un collega turco gli ha chiesto se l’algerina avesse il pisello. Questo è. Come quei pezzi di tanti vecchi inviati annoiati che raccontano cosa gli ha spiegato il tassista mentre stava guidando verso l’albergo, giacché prendere una metro quando mai, e se c’è da fare la fila a un bar apriti cielo. Il mondo visto da una limousine ce lo aveva già raccontato Sabrina. Correva il Cinquantaquattro, e correva ancora Zatopek. 

Questo è il paese che amo. Un paese che ancora parla e fotografa il bacio di una ragazza alla sua compagna  come un’eccezionalità, una notizia, quella che un tempo ti spiegavano fosse l’uomo che morde il cane, mentre adesso in pagina ci vanno sempre e solo cani che mordono uomini, avvenimenti che siano riconoscibili dentro uno schema o un indottrinamento, un bel format chiaro – non sia mai il lettore-cliente scemo si confonde. Righe e righe di reazioni di portatori di interessi, di politici che dicono cose che non sanno, cose che oggi gli interessano [gli interessano, ma non li riguardano] e domani stanno già da un’altra parte, sul surf di un’altra onda, al coperto di un altro vento che tira.

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Tra gli interventi più interessanti, quello di Marco Bonarrigo sul Corriere della sera. Spiega che nessuna delle condizioni straordinarie di Caster Semenya si può applicare alla filiforme Imane Khelif, boxeuse di livello ma con decine di sconfitte alle spalle. Semenya – ricorda Bonarrigo – venne umiliata con ispezioni ginecologiche, costretta ad assumere anti-androgeni ed infine cacciata da World Athletics assieme ad altre colleghe con diversità dello sviluppo sessuale grazie a un regolamento condannato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo

Il Cio ha diffuso una nota ieri sera, ricordando che «dietro ogni atleta ammessa c’è una commissione medica che deve valutare eventuali vantaggi iniqui bilanciando il diritto alla partecipazione con l’equità della competizione». Bonarrigo definisce decisivo il principio lanciato dal comitato: Di fronte a un’atleta intersex (ma anche trans) è una federazione che deve dimostrare che i vantaggi sono iniqui, non l’atleta che deve discolparsi a priori. Se la federazione non ci riesce l’atleta deve essere fatta gareggiare tra le donne. L’argomento è spinoso, perché se è vero che il testosterone in circolo in un uomo può essere decine di volte superiore a una donna è vero anche che nelle intersex può collocarsi su valori molto inferiori e, soprattutto, come forse nel caso di Khelif, non riflettersi sulla sua forza muscolare. La scienza ha poche certezze

Tra le certezze citate da Bonarrigo ci sono i Newton prodotti da un pugno di un peso medio uomo [circa 2.600 alla velocità di 47 km/h] e quelli di una donna [1.600 Newton e 40 km/h]: Una differenza sostanziale. Dei Newton dei pugni Khelif e dell’altra pugile Dsd, l’atleta di Taiwan Yu Tin Ling che debutta oggi nei 57 kg contro l’uzbeka Turdibekova, sappiamo poco

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