sabato 11 gennaio 2025
#1 giorno agli Australian Open di tennis
GLI SPIN-OFFQUELLO CHE STA SUCCEDENDO
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| La miglior cosa del futuro è che arriva un giorno alla volta
Abraham Lincoln
DI CHE COSA SI PARLA STAMATTINA
Come sarà lo sport nel 2050
Quando nei giorni di Natale del 1989 entrammo al cinema per il seguito di Ritorno al futuro – all’epoca non si diceva ancora sequel, forse – ci trovammo davanti agli occhi l’idea che avevamo dei nostri giorni a venire. Pareva finanche credibile, quella visione. Ma come diceva il dottor Brown «nessuno dovrebbe sapere molto del futuro». A riguardare il film nel futuro di Ritorno al futuro, in effetti niente sapevamo. Il 21 ottobre del 2015, giorno in cui Doc e Marty Mc Fly ci piombano addosso dal passato a bordo di una DeLorean trasformata con un generatore di fusione, è passato da quasi dieci anni senza che tutte le profezie si siano avverate.
Ritorno al Futuro scherzava con la fantascienza. Bob Gale, sceneggiatore di un giocattolino finanziato con alcuni milioni di dollari da Spielberg, qualcosa ha indovinato, a qualcos’altro s’è avvicinato. La diffusione del wireless, i televisori a schermo piatto, i telefoni che non servono solo a telefonare. Tutto questo c’era nel film e davvero ce l’abbiamo. Così come davvero esistono serrature che si aprono con le impronte digitali. In qualche caso erano stati intuiti i bisogni, ma sono stati sbagliati gli oggetti. I libri con le pagine di carta anti-polvere sono diventati i nostri ereader e i nostri ebook. Altre volte ancora ci siamo spinti troppo avanti noi. Se nel 2015 di Hill Valley, California, in strada si aggirano cani condotti da guinzagli driverless, nel nostro 2025 senza autisti alla guida abbiamo i vagoni della metro.
La forza di una previsione forse sta proprio nel suo margine d’errore. Tipo la Pepsi che costa 50 dollari. Quando invece il film di Zemeckis ci prende in pieno, a noi spettatori d’oggi non fa neanche effetto, come la corsa in taxi pagata con un aggeggio che assomiglia al nostro pos: all’epoca il bancomat esisteva da pochissimo. Ritorno al Futuro II immaginava automobili volanti, officine meccaniche in cui il lavoro sarebbe stato svolto da robot e skateboard aerei. Le scarpe della Nike che si allacciano da sole sono davvero state prodotte, anche se in edizione limitata, per finanziare la fondazione J. Fox e la ricerca sul morbo di Parkinson, mentre il giubbotto che con una cordicella regola la taglia in base a chi lo indossa rimane una meravigliosa utopia per il nostro metabolismo stravolto.
I giornali sono riusciti a resistere. Il sistema giudiziario non s’è sveltito e non è cambiato: gli avvocati esistono ancora. Ma che le poste fossero lente lo dicevamo trent’anni fa e pure adesso. L’ipotesi di avere nelle sale Lo Squalo 19 non s’è realizzata, ma ci siamo capiti, il concetto era giusto, la strada che segue l’industria dell’intrattenimento è questa, contando tutti gli Halloween, tutti i Nightmare, tutti gli Harry Potter, i Fast & Furious, i Rocky, le Guerre stellari, i romanzi del commissario Ricciardi. La serialità è diventata una colonna su cui si regge la nostra vita contemporanea. Lo stesso Zemeckis diceva nel 1989: «Ho già capito che vogliono affidarmi un numero quattro perché qui tutti gradiscono dormire tra due guanciali e non rischiare più. Questa è la trappola da evitare, questo non mi porterà a dimenticare le mie regole di professionista».
Bob Gale si sarebbe messo a lavorare per la serialità della Marvel. Se Zemeckis fosse salito sulla Delorean del dottor Brown, per sé avrebbe visto che al posto del quarto episodio della serie (il terzo era già stato scritto quando uscì il secondo) gli sarebbero toccati Forrest Gump, Cast Away, A Christmas Carol, e poi e poi e poi, Here. Avrebbe visto l’Oscar e la tentazione che gli hanno proposto, il sequel di Chi ha incastrato Roger Rabbit. Non gli è andata male, diciamo la verità, benché all’epoca scherzasse sul fatto che passava «per il regista che lavora solo quando lo chiama Spielberg».
Certo, nei pub non si vedono ancora cyclette su cui pedalare mentre si mastica, in modo da bruciare calorie in tempo reale. Solo le chitarre del 2015 e del 2025 erano immaginate uguali a quelle degli anni ’80, segno che certe magie forse non possono cambiare. John Frusciante era appena entrato nel gruppo, i Red Hot Chili Peppers non erano ancora esplosi con Blood Sugar Sex Magik, ma con Mother’s Milk cominciavano a farsi conoscere, e Flea nel film di Zemeckis faceva Needles. L’http non esisteva e Zemeckis non lo previde.
Tutta la sua visione del futuro è basata sugli oggetti. Forse è l’errore più grave del film, ma nessuno s’è fatto male. Ritorno al Futuro II non guardava dentro il software della società, dentro le nostre relazioni cambiate, i nostri diari e i nostri nuovi pensieri ridotti a un certo punto in 140 caratteri. Ritorno al Futuro II non colse la messa al bando della complessità, il viaggio che stiamo facendo verso la semplificazione di ogni struttura. Non la colse perché non se ne interessò. Era un giocattolo. O forse il futuro è più banale di come lo immaginavamo. O forse la colpa non è neppure del futuro, ma della nostra fantasia. Nel 21 ottobre 2015 immaginato oltre trent’anni fa in California pioveva, e le previsioni del tempo si azzeccavano al secondo.
LO SPORT
Un’altra volta che giocammo col futuro fu all’inizio del nuovo secolo, quando ci lasciammo alle spalle il Novecento. Un quarto di secolo dopo, le previsioni del Guardian del 1° gennaio 2000 fanno pensare. Entro il 2010, si leggeva, ogni neonato avrà un animale domestico robot. Entro il 2030 saremo in contatto cervello-cervello tramite impianti elettronici, senza bisogno di parlare. Entro la fine del 21esimo secolo, non sarà più chiaro se saremo persone o robot. Eppure la tentazione rimane. Il Guardian c’è ricascato. Sean Ingle, la sua firma olimpica, ha sentito un po’ di esperti per immaginare come sarà lo sport nel 2050. La sintesi: avremo campionati di robot [niente, i robot sono la nostra ossessione], avremo dei chip nei cervelli e molti atleti saranno cinquantenni. In sostanza: è quasi la Kings League.
«Prevedere 25 anni nel futuro è un gioco da sciocchi – afferma Lewis Wiltshire, vicepresidente senior del digitale presso la IMG – ma entro la metà del secolo i nostri corpi interagiranno con la tecnologia in modi che per noi oggi sono ancora piuttosto futuristici». Wiltshire recupera la vecchia idea del chip nel cervello per interagire con sistemi complessi.
«Gli impianti neurali – dice – o le cosiddette interfacce cervello-computer, saranno piuttosto comuni entro il 2050. Una conseguenza sarà una maggiore individuazione di potenziali infortuni agli atleti prima che accadano». Mmm.
Wiltshire ritiene pure che prima o poi molti di noi porteranno dispositivi, una specie di visore per la realtà virtuale, che ci faranno entrare in campo insieme a una squadra di calcio o di basket o di football mentre siamo seduti sui nostri divani. «Vivo a mezz’ora dallo stadio degli Spurs – dice – ma sono ugualmente appassionato dei San Francisco 49ers. Ma tra 25 anni potrei andare allo stadio da remoto». Essere al campo senza esserci. Tipo Lukaku.
Wiltshire ritiene pure che nei nostri gruppi whatsapp potrebbero entrare dei compagni virtuali generati dall’intelligenza artificiale perché «il nostro attuale punto di vista negativo sui bot cambierà. Questi compagni conosceranno le nostre ansie più profonde e le nostre più grandi speranze e aspirazioni, e parleranno in un modo che ci sembrerà del tutto normale». È raccapricciante immaginare una chat dei genitori di scuola arricchita dal contributo dei bot, ma apre il cuore la possibilità che un bot sia una specie di Max Giusti che parla come Capello o De Laurentiis.
Oh, dice il Guardian che il divario tra gli sport continuerà a crescere. Alcuni come l’atletica andranno molto bene, i migliori giocatori di pallavolo e di pallamano guadagneranno di più, gli sport di contatto troveranno un nuovo equilibrio in cui il rischio è noto e accettato dalle persone che lo praticano.
Sean Ingle qui si è fatto venire un dubbio: “Mi chiedo: cosa succederà se un pugile avrà un chip nel cervello che registra immediatamente una commozione cerebrale? L’incontro dovrà essere interrotto quando accade?”. Qualcosa del genere già accade. È il dibattito in corso nel rugby con il paradenti intelligente che viene portato nel rugby: “Serve a individuare il pericolo silente di una commozione cerebrale. Al suo interno – ha raccontato Sky Sport Insider – monta un microchip che misura le accelerazioni fuori norma della scatola cranica. Tutto ciò che è anomalo fa scattare un allarme e attiva l’Head Injury Assessment (HIA), il protocollo per la valutazione degli infortuni alla testa, con l’intervento di un team medico indipendente sistemato a bordo campo. Quando il sistema fa partire un alert, l’équipe avverte i responsabili medici della squadra e gli arbitri: basta così, devi uscire dal campo e farti visitare. Il regolamento consente una sostituzione temporanea che diventa permanente una volta trascorsi 12 minuti di tempo effettivo”.
Alan Pascoe, ex medaglia d’argento olimpica sui 110 ostacoli, esperto di marketing sportivo, si aspetta che lo sport in TV diventi ancora più popolare. Il padel potrebbe prendere il sopravvento sul tennis. Il calcio potrebbe subire una flessione perché il pubblico è sempre più stufo di giocatori super ricchi che non hanno lealtà verso nessuno. Inoltre, «a meno che non interveniamo subito sui bambini delle scuole primarie promuovendo l’alfabetizzazione fisica, avremo una popolazione in sovrappeso che il servizio sanitario non sarà in grado di gestire».
Aveva ragione Paul Valéry. Nemmeno più il futuro è quello di una volta.
L’EDICOLA
Le prime pagine dei giornali
Che cosa stanno leggendo in Europa
🟨Francia: la tripletta del biathlon 🟨 Spagna: l’attesa della Supercoppa e di Rashford al Barcellona 🟨 Italia: il calciomercato, l’attesa di Rashford al Milan 🟨 Inghilterra: la cessione di Rashford, forse al Monaco o al Dortmund
VITE OLIMPICHE
Fermi tutti, c’è il golf ibrido: un po’ virtuale, un po’ reale
A proposito di futuro. È arrivata la nuova lega di golf di Tiger Woods. Il Wall Street Journal si è fatto la domanda delle domande: “Qualcuno la guarderà?”. Se siete seduti, se avete le cinture allacciate, se siete pronti, possiamo vedere da vicino ‘sta lega in che consiste. Si chiama TGL ed è nata con il benestare del PGA Tour. È una lega hi-tech pensata da Mike McCarley, ex presidente del canale tv Golf Channel. Tiger Woods è tra i soci fondatori insieme con Rory McIlroy. È un campionato di golf che si gioca il lunedì e il martedì sera. Al chiuso.
Il progetto ha attirato gli investimenti di decine di personaggi dello sport e dello spettacolo: Stephen Curry, Shaquille O’Neal, Dwyane Wade, Kevin Durant, Lewis Hamilton, Shohei Ohtani, Serena Williams, Justin Timberlake, Mario e Pippo Santonastaso [no, non è vero, Mario e Pippo Santonastaso no].
Il campo della TGL League è montato all’interno di un palazzetto dello sport grande quanto quattro palazzetti dello sport. Al centro – no? – al centro c’è l’area di partenza. Dove i giocatori colpiscono e danno un input ai sensori di un computer. Ecco. Poi. Dunque. Ah sì. Poi sullo sfondo un enorme schermo proietta le immagini del colpo. La cosa bella, bellissima, bellissimissima è che le buche possono essere la ricostruzione di un campo di golf leggandario da qualche parte nel mondo, oppure può essere piazzata in un tempio greco, nel Gran Canyon, nel Vesuvio. Esatto, un videogioco. Un maxi videogioco nel quale il golfista colpisce fisicamente la pallina e il pubblico guarda dagli spalti con i popcorn oppure da casa, senza il fastidio di prendere il vento sul green.
Ma non è solo gaming. Non ce l’ha detto il professore che il futuro è nelle connessioni cervello-computer? Nella TGL c’è anche un elemento di golf reale. Una volta che una palla arriva a circa 50 yard dalla buca, la sua posizione viene individuata nel green vero e proprio che si trova in un altra parte dell’edificio. A quel punto il chipping o il putting o qualunque altra cosa del golf che finisce in ing viene eseguita di persona.
La partita viene giocata da due squadre sulla distanza di 15 buche. Per la presentazione di questa ideona alla società si sono mobilitati Xander Schauffele, Rickie Fowler e Matt Fitzpatrick con la maglia del New York Golf Club; Ludvig Aberg, Shane Lowry e Wyndham Clark per il The Bay Golf Club. Tiger Woods gioca per lo Jupiter Links Golf Club, McIlroy per il Boston Common Golf.
«Per me è entusiasmante vedere qualcosa di diverso nel golf, una realtà che non ha avuto molta innovazione» dice Steve Cohen, proprietario del New York Golf Club, dei Mets, forse pure di qualcos’altro, lui che è un magnate dei fondi speculativi.
Il Wall Street Journal l’ha chiamata “un’incursione in un territorio inesplorato per il golf professionistico. È una competizione a squadre che unisce il golf simulato con l’azione dal vivo. Se questo sembra un concetto abbastanza assurdo da far crollare il tetto sulle teste da un momento all’altro, beh, sappiate che è già successo. Il debutto di TGL è stato posticipato di un anno dopo i danni al tetto della sede al coperto costruita a Palm Beach, in Florida. Il suo arrivo arriva in un momento di rapido sconvolgimento nello sport, quando le versioni alternative di ogni sport stanno diventando sempre più attraenti e accessibili ai giocatori di tutti i giorni”.
Il Wall Street Journal spiega che oggigiorno “più americani che mai giocano su simulatori, questo è particolarmente vero per i giovani e le donne”. Nel 2023 ci sono stati più partecipanti a tornei di golf fuori dal campo [32,9 milioni] che in campo [26,6 milioni].
“Ecco perché tutti – dice il giornale – dagli investitori miliardari ai migliori golfisti, vedono l’opportunità di sperimentare un nuovo formato che cerca di attrarre sia i fanatici sia le persone meno inclini a giocare la versione tradizionale di questo sport che può durare un’intera giornata”.
«Stiamo cercando di portare al golf una nuova fascia demografica – ha detto Tiger Woods – in tv sarà uno spettacolo incredibile. Spero che riesca a rinvigorire il gioco perché ne ha decisamente bisogno in questo momento».
Tiger, e speriamo, va’.
EUROGOL
Invece James Rodríguez è solo reale
Ma voi dite Geims Rodríguez o Kames Rodríguez? Dovremmo parlarne, dovremmo discutere più spesso di questa cosa, invece pensiamo al calciomercato. Anche il Rayo Vallecano pensava al calciomercato quando ha preso Geims o Kames. Era agosto e il presidente Martín Presa disse che «James Rodríguez al Rayo Vallecano è come Maradona al Napoli». Oddio. Gli anni di James sono 33, quelli di Diego erano 24, ma Rivista Undici trova che quelle parole fossero “un po’ iperboliche, certo, ma anche comprensibili: il piccolo club della periferia di Madrid era riuscito a riportare il fantasista colombiano in Spagna a quattro anni dall’addio al Real, nel frattempo James aveva girato (senza lasciare il segno) tra Everton, Olympiacos, San Paolo e Al-Rayyan, in Qatar, ma aveva pure giocato una meravigliosa Copa América con la Colombia. Insomma, per dirla in poche parole: intorno a quest’operazione c’era un certo e giustificato entusiasmo”.
C’era. Non c’è più. Quattro mesi dopo l’avventura di James è finita con la rescissione del contratto. “È inevitabile, visto come sono andate le cose – dice Rivista Undici – utilizzare il termine fallimento”. Il quotidiano spagnolo El Confidencial ha raccontato che ci sono state baruffe e incomprensioni tra il colombiano e l’allenatore Íñigo Pérez, convinto di doverlo trattare con tutti gli altri giocatori della rosa. Gli ha chiesto per esempio di rimettersi in forma perché aveva saltato la preparazione, “di mettersi a disposizione di una squadra che pratica un calcio intenso, aggressivo, di sacrificio”. Quando James è rimasto fuori dalla partita con il Real Madrid, il 14 dicembre, ha trovato tutto insostenibile e se n’è andato. La sua ultima partita è stata Colombia-Uzbekistan di Kings League. Dove potrà giocare fino a cinquant’anni. Forse perfino senza un microchip nel cervello, ma chi lo sa, chi lo può sapere.
Inghilterra
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Ma quali microchip: nelle sue squadre Potter mette il cuore
Assunto a settembre 2022 con un contratto quinquennale, Graham Potter venne licenziato dal Chelsea nel mese di aprile. Gabriele Romagnoli su Repubblica lo chiamò karma, una punizione soprannaturale per aver lasciato il povero Brighton su due piedi. Quando Jonathan Liew sul Guardian ci ripensa, la definisce “una farsa hollywoodiana”. Potter ha impiegato 21 mesi per trovare l’energia necessaria e riprendere un posto in panchina. Il West Ham gli ha offerto l’incarico e lui ha detto che gli sembra Natale. In questi 21 mesi ha imparato lo spagnolo, è stato alle isole Falkland, è andato a vedere un concerto di Taylor Swift nascondendosi tra la folla con un paio di occhiali da sole bianchi a forma di cuore. Diciamo la verità: non è una grande idea per passare inosservati. Ma ciò che al Guardian interessa alla vigilia di codesta nuova avventura è se “Potter ha imparato qualcosa di utile?”.
Secondo Liew, intendiamoci, “il West Ham ha assunto un allenatore superbo, anche se un allenatore con alcuni miti che devono essere sfatati”. In primo luogo l’idea che Potter sia una specie di allenatore perfezionista che ha bisogno di anni e anni per far andare ogni pezzo al suo posto. Non è così. L’Östersund fu promosso al primo anno, lo Swansea andò bene subito e senza tanti soldi, il Brighton con lui salì al miglior piazzamento della storia. Non c’è motivo per pensare che abbia più bisogno di tempo di altri. Potter non avrà la bacchetta magica [ah ah ah, bella battuta], ma allena con una certa flessibilità. Non gli giova l’etichetta del Potterball, meglio far circolare la voce che sia un pragmatico. Il Potterball, chiarisce Liew, altro non è che “un sistema o un insieme di valori, dove le qualità personali sono rilevanti quanto quelle tattiche. Il modo in cui Potter assembla una squadra è fondamentalmente l’espressione della persona che è. Gli piacciono i giocatori versatili e in grado di svolgere ruoli diversi all’interno delle partite, gli piace dare minuti a tutti per far sentire tutti apprezzati. In campo nessuno è più importante di chiunque altro. Tutti devono essere rapidi, tutti devono lavorare sodo senza palla, tutti si alternano nel ruolo di stella. Sotto Potter, giocatori diversi come Alexis Mac Allister, Leandro Trossard, Ben White e Marc Cucurella sono tutti cresciuti fino a diventare le migliori versioni di se stessi”.
Ma il Potterball, quel che a Potter interessa è la dimensione familiare dei club in cui lavora, “la sinergia tra il calcio in campo e i tifosi sugli spalti, la dignità di una dura giornata di lavoro fatta insieme, il rispetto reciproco che si ottiene dall’unita e dall’affiatamento in cui tutti trattano bene gli altri”.
L’altro aspetto di un club a dimensione familiare, dice Liew, è che si chiudono in sé stesse al primo segno di guai. Julen Lopetegui, reduce da un’estate in cui corteggiava il Milan, non si è mai liberato del tutto dal sospetto che stesse facendo campagna per sé. Potter mette invece il suo cuore in un club che ha un vuoto di potere, “dove tutto – dalla proprietà alla politica dei trasferimenti – è il prodotto di un compromesso disordinato e insoddisfacente. Chi gestisce davvero il West Ham? È difficile dirlo. Il compito più grande di Potter è molto più grande di come si aggiusta una squadra che subisce più contropiedi di tutti in Premier League. Il suo compito è rimettere un cuore umano dentro una macchina idiota”.
IL TELECO-SLALOM
Che cosa vedere oggi in tv
20.45 Serie A maschile: Milan vs Cagliari – SKY SPORT
La trasformazione del Milan in due partite rende Sergio Conceiçao la figura perfetta per il fast food mediatico contemporaneo. Antonio Belloni su Sportellate hascritto che quando si parla di lui, “scadere nella retorica del condottiero è una tentazione a cui è difficile resistere. Ci sono politici che impiegano mesi di comizi, campagna elettorale e ospitate televisive pur di accaparrarsi i favori del loro popolo: il nativo di Coimbra, per conquistare il suo, di popolo, riuscendo nell’impresa di risvegliarlo da un torpore depressivo che durava ormai da più di un anno, ci ha messo appena sette giorni“.
Sportellate riconosce al portoghese uno stile vincente, a partire dalla comunicazione. “Conceiçao si è presentato con un italiano perfetto (a differenza di quello un po’ zoppicante di Fonseca) ma, soprattutto, sin dalle prime uscite ha dato una netta sensazione di carisma e autorevolezza: idee chiare e pensiero limpido, dritto al punto. Chi non si adatta al proprio tempo, è destinato a farsi soffocare dal tempo stesso. Al contrario, il calcio di contrapposizione dell’ex Porto, da sempre abile a individuare i punti deboli dei suoi avversari in modo da rendergli la vita un inferno grazie all’organizzazione ferrea delle sue squadre, può riaccendere il fuoco sacro di un popolo da mesi scivolato in una rassegnata apatia”.
Lo schema Friedkin: Moyes è il Ranieri dell’Everton
C’è un altro grande ritorno sulle panchine della Premier League. L’Everton offre un nuovo gettone per un nuovo giro di giostra a David Moyes, per 12 campionati alla guida della squadra [2002-2013] prima di diventare il primo erede sulla panchina di Ferguson al Manchester United, il primo di dieci nomi masticati e rigettati all’Old Trafford. Il licenziamento di Sean Dyche non può dirsi una sorpresa, “il suo gioco era cupo, ma il successore ha un compito rischioso. Moyes potrebbe essere la persona giusta?”.
È la domanda che si pone lo storico del calcio Jonathan Wilson sul Guardian. L’Everton ha perso quattro delle ultime 16 partite in tutte le competizioni. Ha mantenuto la porta inviolata in cinque delle ultime otto partite e nell’ultimo mese ha fatto sudare la partita all’Arsenal, al Chelsea e al Manchester City. Ha preso 17 punti in 19 partite, un passo che nella seconda metà della stagione lo metterebbe nei guai, sull’orlo della retrocessione. Considerato il ritmo di Wolverhampton e Ipswich, forse si sarebbe salvato lo stesso, anche con Sean Dyche. Ma i Friedkin volevano dare un segno del loro arrivo. Hanno messo l’accento sul fatto che l’Everton non è riuscito a segnare in otto delle ultime 10 partite, perdendo le ultime due contro Bournemouth e Nottingham Forest.
“Se riescono a trovare soldi da spendere – scrive Wilson – ha senso che li spendano per un manager che sperano di avere nel medio-lungo termine, anziché per qualcuno che potrebbero aver pianificato di scaricare in estate, una volta raggiunta la salvezza. In questo senso, la domanda non è perché Dyche sia stato licenziato ora, quanto perché non sia successo una settimana fa, così da dare al nuovo manager il massimo tempo possibile per coordinare gli acquisti”.
Wilson dice che Moyes è parso il miglior candidato ma “il Gruppo Friedkin non ha una grande storia di nomine alla Roma. Ha ereditato Paulo Fonseca ma in quattro anni ha bruciato José Mourinho, Daniele De Rossi e Ivan Juric per finire con Claudio Ranieri. Moyes rientra certamente in questo modello, un allenatore popolare ed esperto. Dan Friedkin sta cavalcando un’onda ottimistica grazie al fatto di non essere Moshiri, ma la scelta di Moyes sarà una prova importante per la credibilità della proprietà. Moyes ha una storia di prestazioni superiori al budget a sua disposizione, ma pochi considerano il suo calcio emozionante”.
RUOTE
L’anno che decide la carriera di Wout Van Aert
È colpa del gran maestro T.S. Eliot. Ciò che diciamo principio – pensava – spesso è la fine, e finire è cominciare. Così stiamo al momento immaginando davvero che i fuochi d’artificio in cielo fra il 31 dicembre e il 1° gennaio possano segnare un passaggio, uno scarto brusco da qualcosa a qualcos’altro. Non è vero. Tranne che per Wout van Aert [sembra l’inizio di un oroscopo di Rob Brezsny].
Sono passati undici giorni dall’inizio dell’anno e le cose sono completamente diverse per lui. Forse solo per lui. Ha iniziato il 2025 non con una ma con due vittorie nel circuito di ciclocross, sempre che si possa dire circuito di ciclocross: prima al Superprestige Gullegem e il giorno dopo a Dendermonde nel fango. Non arrivava primo in qualcosa dal mese di settembre. A meno che dentro casa non abbiano fatto una partita a Scarabeo. Doveva riprendersi dall’incidente che a marzo gli fece saltare Fiandre e Roubaix e dal successivo guaio al ginocchio che ha messo fine alla Vuelta in settembre. Si è preparato per un anno che considera cruciale, dopo due stagioni in cui “la sua stella si è un po’ affievolita per una serie di motivi” [la definizione è della rivista Rouleur]. Non solo per gli incidenti del 2024. Il suo 2023 non è stato tormentato da cadute o altro, eppure ha faticato per ottenere risultati ragguardevoli. Non ha vinto tappe al Tour per la prima volta in carriera. Ha contato un solo successo nel World Tour.
“C’è ancora la fastidiosa sensazione – scrive Rouleur – che il palmarès di Van Aert non rifletta del tutto il suo straordinario talento. Era considerato alla pari con Mathieu van der Poel, prima che l’olandese vincesse sei classiche monumento e un titolo mondiale. Avendo compiuto 30 anni lo scorso settembre, sarà consapevole che non ci saranno molte altre stagioni da passare all’apice”.
Farà le classiche del Nord, il Giro, il Tour. Niente Sanremo. L’ha già vinta e secondo Rouleur se ne è disinnamorato, alla stessa maniera delle Strade Bianche, altra corsa che pare tagliata da un sarto su misura per lui. Punta tutto su Fiandre e Roubaix. Si sta imbarcando in un programma pieno di corse sul pavé, dalla Omloop Het Nieuwsblad alla Kuurne-Bruxelles-Kuurne, alle successive Harelbeke, Gand-Wevelgem e Dwars door Vlaanderen. Andrà a Tenerife per allenarsi in quota perché “che riesca o meno a vincerne una – scrive Rouleur – sarà uno dei fattori principali da pesare quando si valuterà la sua carriera”
EFFETTO DOLLY
Ogni 11 gennaio su Slalom
La clonazione
🟨 Il campo e il tribunale: il doppio court di Djokovic
2022 Le cronache e i commenti sulla incredibile disavventura dell’allora numero 1 del mondo: il suo tentativo di giocare in Australia violando le norme sulla vaccinazione anti-covid Leggi qui
🟨 La rivolta dei Matulasennial
2023 L’incontro mezzo carbonaro fra i presidenti delle federazioni sportive in scadenza di mandato. Per ribellarsi contro il no al terzo mandato. Leggi qui
Le critiche dalla Francia all’Alpine
C’era un pezzo durissimo ieri mattina su L’Équipe, un graffio lasciato sulla livrea della nuova Alpine alla luce della trattativa con Franco Colapinto, pilota della Williams che Flavio Briatore ha unito al suo progetto. Arriva nella scuderia francese inizialmente come terzo pilota dietro Gasly e Doohan, ma come scrive Frédéric Ferret “la forza dei suoi sponsor e l’assenza di scrupoli da parte dei dirigenti della squadra di Enstone potrebbero fare rapidamente di lui un titolare”.
Questo team, dice L’Équipe, ha una forza che nessun’altra squadra possiede, “quella di creare, anno dopo anno, ragioni per provocare nuovi conflitti interni. A questo livello si può parlare di un talento ineguagliabile nella capacità di non saper gestire i suoi piloti e metterli nelle peggiori condizioni”.
Ferret mette in fila gli eventi e ricorda che nel 2022 Enstone “aveva compiuto l’impresa di perdere due piloti in meno di 48 ore nel cuore dell’estate, ritrovandosi impotente nel trovare rapidamente un titolare in grado di sostituire con così breve preavviso Fernando Alonso, partito per altre terre più verdi (quelle dell’Aston Martin) e Oscar Piastri, non proprio contento di essere stato trascurato nonostante la squadra lo annunciasse come futuro campione del mondo. L’episodio 2 della saga dei piloti di Enstone è continuato lo scorso anno con l’estromissione senza tante cerimonie di uno dei suoi titolari, Esteban Ocon, alla vigilia dell’ultimo GP della stagione. Abbiamo pensato che fosse un modo, sicuramente poco elegante ma diabolicamente efficace, di iniziare la formazione del secondo pilota, l’esordiente Jack Doohan, affinché potesse prepararsi con serenità a questa prima stagione 2025”.
L’episodio 3 appena iniziato – continua L’Équipe – rischia di “mandare in frantumi gli ultimi frammenti di ingenuità che potevamo ancora avere nei confronti di Alpine”, dove l’arrivo di Colapinto viene dunque interpretato come “simbolo della gestione illeggibile”.
SLALOM VINTAGE
Il bivio di Panatta: né robot né una comparsa
Nel gennaio del ‘75 dovette esserci una specie di crisi di crescita per Adriano Panatta, a metà strada fra i 24 anni e i 25. Aveva vinto fino a quel punto tre tornei [Senigallia ‘71, Bournemouth ‘73, Firenze ‘74] e aveva perso un buon numero di finali, otto, di cui cinque nel ‘73 fra Barcellona, Madrid, Nizza contro avversari come Orantes e Nastase, una a Båstad contro Borg. Ma di sei scontri diretti contro lo svedese ne aveva vinti tre, i primi tre, in verità prima che Bjorn diventasse Bjorn.
Nel corso di quel ‘75 Panatta avrebbe trovato uno smalto nuovo, 53 vittorie in 81 partite, due titoli, a Kitzbuhel su Kodes in finale, a Stoccolma battendo Connors. Stava per cominciare la stagione che lo avrebbe portato a qualificarsi per il Masters, primo italiano di sempre, con risultati sull’altalena fino a maggio, una sconfitta contro l’anziano Rod Laver sulla terra di Boston, la vittoria su Vilas e Borg a Madrid, un’altra finale contro Vilas a Buenos Aires. La Gazzetta lo intervistò con Enrico Campana
Com’è questo nuovo Panatta? Gli errori l’hanno cambiato? È disposto a uscire dal chiasso della dolce vita? È disposto a rinunciare alla parte del ragazzo che piace, a gettare nelle immondizie la vecchia maschera del bello superbo? Come tutti gli ex poveri ma belli, Panatta non ha ancora trovato una persona fidata che gli insegni a capire e metta ordine nella sua attività di giocatore. Non ama più il tennis ma solo i suoi vantaggi: le belle ragazze, il denaro, maligna la gente del suo ambiente.
Adriano Panatta, figlio dell’ex custode del Tennis Parioli, buon profitto all’istituto per geometri (fin quando l’ha frequentato), letture impegnate e voto ai socialisti, non è un campione assolutamente privo di ogni regola. Non è il mondano che dissipa i suoi soldi al cabaret, lo sportivo che fallisce come uomo, il frescone che si spianta col lusso e i regali folli alle sue amate. No, Panatta non sarà povero. Certi suoi limiti forse, come ha indicato Nastase, nascono proprio dall’impegno di dover gestire una salda ricchezza. Panatta ha già investito parte dei suoi guadagni in una attività assicurativa, vuole prepararsi un futuro da manager.
«Il successo – dice con quella sua voce sottile mentre lo interroghiamo a Cantù, ai campionati indoor – passa troppo presto, lui ti sfugge ma tu devi essere capace di afferrare almeno la coda. La fortuna viene sempre una volta soia, non bisogna perderla».
Panatta non vuole sprecare niente della vita. Il suo motto è: tutto nella giusta dose.
«E chi ha detto che io devo giocare solo a tennis e rinunciare alla mia personalità? Il tennis, a un certo livello, è roba da robot e io non voglio diventare un frustrato», dice ancora. Parte da qui la vera intervista. Panatta stavolta, forse per la prima volta, è interamente se stesso. Per la prima volta dà uno sguardo anche alla sua età, 25 anni il prossimo luglio.
«Se perdo ancora tempo – ammette – il prossimo anno ne avrò 26 e non ci sara più tempo per riparare. Io penso che l’equilibrio, la piena maturità un atleta la raggiunga proprio alla mia età e questa considerazione non la devo mica prendere a calci, per una forma di rispetto dovuta almeno a me stesso».
➣ Se le va bene, cosa farà?
«Continuerò a giocare fino a 32 anni, a patto di entrare da quest’anno in pianta stabile fra i primi 10 del mondo, altrimenti…»
➣ Altrimenti cosa?
«Continuo a ritmo ridotto, con dentro un’enorme delusione per non aver saputo vincere me stesso. Se accade una cosa del genere sono il primo ad essere dispiaciuto».
➣ Alla sua età il fisico passa la prima frettolosa revisione. Sente di aver già speso molto?
«No, il fisico è integro. Mi sono forse rotto o strappato qualche volta?».
➣ Cosa le è accaduto, di preciso, l’anno scorso?
«Non mi sono allenato come avrei dovuto. L’anno prima era stato tutto facile, mi sentivo padrone del gioco, degli avversari. invece mi sono accorto che non si può vivere di rendita e che ogni volta che arriva l’uno di gennaio bisogna ricominciare da capo».
➣ Si è mai chiesto la ragione di quell’annata buona?
«Ho frugato nella mente ma non ho trovato niente. Conoscessi la formula giocherei sempre a quel modo».
➣ Sia sincero, la radice dei suoi mali qual è?
«Non lo so».
➣ Accetta che venga discussa la sua vita privata?
«Ecco qua, la solita storia. Non capisco perché lo sportivo non abbia diritto alla sua area di privacy».
➣ Panatta si sente vittima del suo personaggio, e in che misura?
«Che verità! In Italia lo sportivo non esiste, al suo posto c’è il signor tifoso, un tipo che sembra anonimo ma che, invece, è capace di grandi crudeltà. Gli vai bene solo se vinci. Se perdi sei un mascalzone, se vinci troppo rompi».
➣ Come si sentirebbe se la gente, per strada, fingesse di non conoscerla?
«Beh, mi sentirei finalmente quello che desidero essere, un uomo non un personaggio».
➣ Questa stagione è stata programmata per la Coppa Davis o i grandi tornei?
«L’uno e l’altro. Giocherò molto, da gennaio fina a Wimbledon farò ben 19 tornei. Dopo vedrò…».
➣ Connors, Borg. Vilas. C’è un significato nella favolosa annata di questi ragazzi?
«Sì, che la voglia di vincere conta sempre di più e la classe sempre di meno».
POP-CORN
Il ritorno in campo di Paolo Banchero
Lo Slalom mentre succede
🟨 Il torneo di tennis a Auckland vinto da Monfils e il secondo titolo di McCartney Kessler 🟨 Il torneo di doppio in Adelaide vinto da Bolelli-Vavassori 🟨 Le immagini della notte in NBA: la doppia-doppia di Giannis Antetokounmpo e le triple-doppie di Westbrook/Jokic – Oklahoma ha ripreso a correre – I 28 rimbalzi di Sabonis e la sconfitta di Boston a Sacramento
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