Anche nel migliore ordito della duplicità, si trova sempre un punto debole
che, se ben colpito, farà allentare e cadere tutta la trama
Robert Louis Stevenson
tennis
Il doppio court di Djokovic
▻ Nell’unico sport dove la stessa parola significa sia campo sia tribunale, Novak Djokovic è passato da un court all’altro, è buffo, quasi come se fosse tutto lo stesso set – che in fondo è un pezzo di partita ma pure la scena allestita di un film. Di mattina era davanti al giudice, di sera in campo per il primo allenamento dopo l’arrivo in Australia, nella speranza di giocare davvero da lunedì prossimo l’Open di Melbourne. Certezze? Ancora nessuna. Allo scontro tra governo federale e governo dello stato di Victoria sulla applicazione delle norme sanitarie, rischia di aggiungersi un conflitto tra potere esecutivo e potere giudiziario. Il governo di Canberra può impugnare già nelle prossime ore la decisione della Corte sulla restituzione del visto di ingresso al campione serbo, del quale ora sappiamo con certezza che non è vaccinato. È quanto emerge dalle trascrizioni del colloquio preliminare per l’accesso in Australia riportate dal quotidiano di Melbourne The Age.
➣ «Adesso una domanda a proposito della vaccinazione. Lei è vaccinato?», chiede l’agente di frontiera.
«Non sono vaccinato», risponde Nole.
➣ «Per il Covid-19? Non è vaccinato?», chiede conferma l’agente.
“Non sono vaccinato”, la replica del serbo.
la nuova omissione | Il ministero dell’Immigrazione ha lasciato intendere che difficilmente una decisione definitiva sarà presa nella giornata di oggi. “Il ministro Hawke sta considerando la cancellazione del visto di Djokovic in base alla sezione 133 C(3) del Migration Act. In linea con questo processo, il ministro sta valutando la questione. Il procedimento è in corso, per ragioni legali non saranno offerti ulteriori commenti”.
Secondo i media autraliani, il primo ministro Scott Morrison sarebbe stato contattato telefonicamente dalla sua collega serba Ana Brnabic. La tv pubblica RTS riferisce che la Serbia ha chiesto un trattamento dignitoso del suo campione. Una novità arriva dall’account Twitter di Ben Rothenberg, firma di Racquet e del New York Times. Sottolinea incongruenze tra la dichiarazione rilasciata da Djokovic al suo arrivo in Australia e quelle rese in tribunale. Il serbo ha dichiarato di non aver viaggiato nei 14 giorni precedenti il suo ingresso nel Paese. Non è vero. Il 6 gennaio si è spostato da Belgrado a Marbella. Rothenberg ricorda che “fornire informazioni false o fuorvianti è un reato grave”.
le violazioni di dicembre | L’Equipe stamattina racconta come andò a metà dicembre, quando incontrarono il serbo per consegnargli il premio di campione dell’anno. La data dell’incontro? Sabato 18 dicembre. “Due giorni dopo la sua nuova positività al covid, avremmo saputo tre settimane dopo”, sottolinea Frank Ramella, il giornalista che viaggiò fino a Belgrado con il fotografo. “L’assegnazione del trofeo – racconta – avviene senza fanfara o tromba. Veniamo al servizio fotografico. Ovviamente il fuoriclasse serbo è smascherato. Non ti metti in posa con il viso semicoperto. Gioca sotto le istruzioni di Etienne, lui sì mascherato. Urla anche, per rendere tutto più vero. Veniamo all’intervista. Le istruzioni erano chiare: nessuna domanda sulla vaccinazione e sulle intenzioni del serbo sulla sua presenza all’Australian Open. Argomento molto delicato. Pertanto non gli è stato chiesto se avesse preso in considerazione l’idea di sottoporsi al test. E se sì, con quale risultato. Per trentatré minuti, secondo il timer del registratore, Djokovic ha risposto alle domande con convinzione. Eravamo entrambi protetti, uno di fronte all’altro a quasi un metro di distanza, ai lati di un lungo tavolo rettangolare. Alla domanda di Étienne di togliersi la mascherina per cinque minuti durante la chiacchierata, Djokovic ha rifiutato. Poco prima di partire, mi dà un colpetto sulla spalla e dice: «Abbraccia la bellissima città di Parigi». Lunedì ho fatto il test prima di volare in Australia. Negativo”.
Nel suo editoriale di stamattina, Romain Lefebvre parla di follia e scrive: “Il caso Novak Djokovic ci illumina tanto sulla personalità ricca e complessa di un campione straordinario che vuole fare di tutto per scrivere la sua leggenda quanto sullo stato del mondo nel 2022. Un mondo pazzo, spostato dalla pandemia nell’irrazionale da quasi due anni. A Melbourne, la città più confinata del pianeta, con 262 giorni di rigorosa quarantena, da una settimana si tiene una serie di colpi di scena di incredibile sproporzione. Follia, di questo si tratta, quando misuriamo l’entità del terremoto scatenato da uno sportivo venuto a giocare un torneo di tennis. Quella di un primo ministro populista, criticato pochi mesi prima delle elezioni legislative, le cui parole hanno messo sotto pressione la polizia di frontiera nello stato del Victoria. Quella dei funzionari che hanno cancellato il visto di Djokovic dopo sette ore di interrogatorio a suo carico. Quella di una nazione capace di tenere in carcere, nell’albergo dove è stato rinchiuso il serbo, 36 profughi e migranti in condizioni sordide e disumane per anni. Follia, è anche quella del primo interessato, Novak Djokovic. Ieri il processo ha confermato che era positivo al covid-19 dalla sera del 16 dicembre. Invece di essere in isolamento come previsto dalla legge, ha posato il giorno successivo, smascherato, con i bambini della sua accademia e poi ha accettato di ricevere i nostri giornalisti il giorno successivo. Due atti irresponsabili e confusi da parte di un personaggio pubblico costantemente scrutato. La follia, infine, è quella della sua famiglia che, dopo averlo paragonato a Gesù e a Spartaco, ieri ha organizzato una conferenza stampa trionfante, mentre tutto chiedeva moderazione e (finalmente) discrezione. In questa vicenda che rimarrà come uno degli episodi più improbabili della storia dello sport, niente sta andando per il verso giusto. Il che alla fine non è così sorprendente in questi giorni”.
scenari Un anticipo di futuro | Christopher Clarey sul New York Times giudica che “se in Australia ci fosse stato uno sforzo unitario e coerente, che inviasse un chiaro messaggio sui motivi delle esenzioni mediche dalla vaccinazione, l’interrogatorio notturno di Djokovic e la cancellazione del visto avrebbero potuto essere evitati. Molto probabilmente non avrebbe rischiato di andare in Australia, se avesse capito che il governo federale non considerava un recente caso di covid un motivo valido per ottenere l’esenzione. Ma mentre Djokovic ha vinto in tribunale, ha indubbiamente perso consensi in alcune camere del tribunale dell’opinione pubblica, nonostante sia diventato un martire per il movimento anti-vaccino e tra i suoi connazionali”.
Non solo. Il New York Times fa notare che comunque finisca la partita in Australia, in uno qualunque dei due court, in campo o in tribunale, “l’incertezza non finirà a Melbourne. La lotta per giocare a tennis di Novak Djokovic potrebbe essere appena iniziata. Sebbene sia altamente improbabile che Djokovic si ritrovi di nuovo sotto sequestro in qualsiasi altro paese per problemi di visto, la battaglia per entrare in Australia e difendere il suo titolo Open fa presagire venti contrari che sarà chiamato ad affrontare se tenterà di viaggiare per il mondo senza essere vaccinato. I governi stanno finendo la loro tolleranza nel discutere l’obbligo dei vaccini e i dirigenti del tennis stanno esaurendo la pazienza. Il ritmo e la direzione della pandemia di coronavirus e delle sue varianti sono sconosciuti. I prossimi grandi eventi dopo gli Australian Open sono gli eventi Masters 1000 a Indian Wells, California e a Miami, iniziano entrambi a marzo. Ma gli Stati Uniti ora richiedono che i visitatori siano completamente vaccinati per arrivare nel paese in aereo, a meno che non siano cittadini statunitensi, residenti permanenti legali o viaggino con un visto di immigrazione USA. Si applicano eccezioni limitate e non è chiaro se Djokovic si candiderà ad averne, dopo l’imbroglio australiano. L’Open di Francia, il prossimo torneo del Grande Slam della stagione dopo l’Australian Open, inizia a maggio e appare meno problematico. Il ministro dello sport francese, Roxana Maracineanu, ha dichiarato la scorsa settimana alla radio nazionale che si aspetta che Djokovic sia autorizzato a entrare nel paese e gareggiare, anche se non vaccinato. Ma nella stessa intervista ha sottolineato che qualsiasi atleta, francese o straniero, sarà tenuto a mostrare la prova della vaccinazione per avere accesso alle strutture di allenamento. Questo è un segno della parte verso cui soffia il maestrale”.
L’aria che rischia di tirare in America è espressa da un editoriale per il Washington Post di Eugene Robinson, ex corrispondente del giornale da Buenos Aires e da Londra, oggi editorialista di politica e cultura.
Ha scritto: “Novak Djokovic non merita di giocare agli Australian Open. Il suo disprezzo del regime di vaccinazione contro il coronavirus del Paese non ha nulla a che fare con la libertà. Se fossi un cittadino australiano, sarei furibondo all’idea che Djokovic possa entrare nel paese – con un’aria di sfida da non vaccinato – e andare allegramente a rivendicare la sua possibilità di essere il più grande di tutti i tempi. Nonostante la sentenza di un giudice consenta a Djokovic di rimanere nel paese e competere, vorrei che il governo usasse comunque tutto il suo potere per sbarrargli la strada. E se fallisse, se lui finisse per scendere in campo a Melbourne la prossima settimana, mi rifiuterei di vederlo giocare nonostante io sia un suo tifoso, nonostante il suo innegabile, squisito talento. Il contrarianesimo sembra centrale nella sua persona. Gli è stata concessa una esenzione medica per giocare in Australia dal torneo e dallo stato di Victoria, per aver recentemente contratto il covid. Nei giorni dopo essere risultato positivo a dicembre, Djokovic non si è isolato per proteggere gli altri. Al contrario: è stato fotografato mentre posava e si mescolava a gruppi di persone, senza nemmeno prendersi la briga di indossare una mascherina. Potrebbe non essere stato un grosso problema a Belgrado, dove è un eroe nazionale e dove secondo l’Economist solo il 45% degli adulti è completamente vaccinato. Ma la Serbia ha subito la seconda percentuale più alta di morti al mondo per abitante, secondo la rivista. La politica del governo nazionale australiano sulle vaccinazioni contro il coronavirus non considera l’infezione e il recupero recente come motivi di esenzione dall’obbligo di vaccinazione, anche se il torneo e lo stato del Victoria erano disposti a chiudere un occhio per Djokovic. Avrebbe potuto evitare ogni possibile complicazione semplicemente facendosi vaccinare, come hanno fatto altri tennisti d’élite. Djokovic non è un perseguitato. Chiede un trattamento speciale”.
I commenti italiani | Stefano Semeraro su la Stampa ha scritto che “grande è il caos sotto il cielo di Melbourne, ed enorme il pasticcio in cui si sono cacciate le litigiose istituzioni australiane, in un viluppo sconcertante fra motivazioni morali, norme burocratiche, regole sanitarie e interessi elettorali (fra quattro mesi si va alle urne) da cui sembra impossibile uscire senza che qualcuno perda la faccia”. Paolo Rossi su Repubblica ricorda che nel film Anni Ottanta, Il Papocchio, “alla fine risolse il Padreterno”.
Ma Gaia Piccardi sul Corriere della sera considera che “un vero leader spiega, chiarisce, si rende trasparente anziché approfittare di scorciatoie impopolari (un torneo riservato ai soli vaccinati avrebbe tagliato fuori Djokovic e uno Slam senza il migliore è meno appetibile per tutti). Se il Djoker considerasse tutte le controversie in cui si è infilato come un’occasione di crescita, anziché come ingiustizie che rafforzano la sua convinzione di essere in missione per conto di Io, non sarebbe Djokovic, l’uomo dei 20 Slam con la freccia lampeggiante per il sorpasso. Generoso e arrogante, talentuoso ed egocentrico, adorabile e odioso, indistruttibile e friabile, tutto o niente. Si crede Dio in terra e invece è molto (forse troppo, per lui, da accettare) umano”.
Il giurista Pasquale Annicchino firma sul Domani un intervento per mettere la vicenda Djokovic nel contesto politico e culturale del suo paese. “Chi poteva riscattare l’orgoglio dei serbi? Solo un intervento divino – scrive – avrebbe potuto restituirgli l’identità dopo i bombardamenti occidentali e la condanna dell’opinione pubblica internazionale. E Djokovic «è stato inviato da Dio. Fa per il nostro paese molto più di qualsiasi politico». Così, nel 2011, dichiarava allo Spiegel Jelena Gencic che aveva scoperto l’allora giovane tennista. È stata lei a seguire gli allenamenti di Djokovic, anche quando le bombe cadevano copiose su Belgrado. I due allora sceglievano dove allenarsi sulla base delle previsioni dei bombardamenti. Sono gli stranieri e gli infedeli a perseguitare il popolo serbo. Gli australiani e le multinazionali occidentali. Non deve allora sorprendere il post su Instagram che il patriarca ortodosso serbo Porfirije ha voluto dedicare al tennista: «Le sofferenze che si attraversano a Natale passeranno; domani rimarrà soltanto un’impercettibile ombra. Dio è grande e sai bene chi sei, grande con il suono della campana di Nemanjic. Milioni di serbi ortodossi pregano per te, come noi. Possano il calore e l’amore della grotta di Betlemme riscaldare e rafforzare il tuo cuore e la tua anima». La chiesa ortodossa svolge così anche il ruolo di “religione vicaria” rappresentando l’identità nazionale davanti alle tempeste del mondo. Novak Djokovic, in questo contesto, non è che uno strumento nelle mani del Signore che combatte per l’orgoglio e i diritti dei serbi”.
Un idolo nazionalista ma globale. Selvaggia Lucarelli, ancora sul Domani, dice che “Djokovic è adesso il primo vero idolo No-vax mondiale e di fama indiscussa. Un idolo forte, luccicante, idolatrato dalle folle, ora anche ammantato di eroismo perché si è dimostrato disposto a perdere faccia, soldi e lavoro in nome della sua “fede”. Se è vero che gli sportivi di fama sono gli idoli più trasversali anagraficamente, socialmente, geograficamente, Djokovic è il più grande testimonial che si potesse trovare per la causa No-vax. Giusto per chiarirci, nessuno sportivo al mondo del suo peso si è esposto per i vaccini quanto si è esposto lui per il diritto a non vaccinarsi, lottando per una questione di principio. E nessuno, tra i pro vax in attività, lo ha fatto principalmente per paura di perdere qualcosa. Ecco, i No-vax escono vincenti nella guerra dei testimonial, adesso hanno il loro condottiero”.
Una voce difforme è quella di Giorgia Mecca sul Foglio, dove scrive: “Djokovic non piace ma non è un motivo sufficiente per rinchiuderlo a Prison Park. Il Djokovic privato (lo scettico, il No vax, l’insopportabile, l’irresponsabile, sempre senza mascherina agli eventi pubblici, il figlio che non viene aiutato dai genitori che lo paragonano a Gesù e decidono di interrompere una conferenza stampa in seguito a una domanda scomoda e legittima) non può avere la meglio sul Djokovic pubblico, quello dell’aeroporto di Tullamarine, quello che ha risposto alle domande, fornito ciò che gli è stato chiesto e che alla polizia ha detto: “Non so che cosa fare alle 4 del mattino, se mi permetti di accendere il telefono posso chiamare il mio agente, questa è l’unica cosa che posso fare in questo momento, non ho nient’altro da offrirti”. Il Djokovic privato, positivo e senza mascherina a un evento pubblico, merita indignazione, ma la legge è un’altra cosa”.
Anche Roberto Perrone sul Corriere dello sport-stadio scrive che questa storia mostra sciatteria e approssimazione negli australiani, “mancanza di comunicazione tra sport e politica, di vita sugli alberi. Ma non sapevate nulla? Non conoscevate le posizioni di Djokovic? Non immaginavate la sollevazione contro di lui e quella, successiva, per lui, dopo avergli detto vieni caro e poi averlo trasformato in Tom Hanks nel Terminal, né di qui, né di là? Questo pasticcio poteva essere evitato. Un bel “no” preventivo, non sei persona gradita, prima che si imbarcasse. Oppure, paradossalmente, l’opposto: ti accogliamo a braccia aperte, vaccino o no, sei il più forte del mondo e quelli come te godono di uno statuto speciale. Le polemiche non sarebbero mancate, in un caso e nell’altro. Ma avremmo evitato lo show di Djokovic eroe anti-sistema con tanto di timbro della Corte”. Perrone dice: “Non sono tra quelli che chiedono agli atleti di salvare il pianeta e non voglio che rilancino i miei appelli. Però vedere diventare Djokovic un solitario cavaliere bianco delle posizioni negazioniste, è un’aberrazione al contrario”.
pareri Giuliano Ferrara è dalla sua parte
«Perfino una liberal come Martha Nussbaum ha scritto che se uno interpretasse in modo rigorista il brocardo della legge uguale per tutti, sarebbe come un architetto che usa solo la linea dritta. E invece esistono anche le curve. Un altro guru dei giustizialisti del tennis, Umberto Eco, ha detto che la democrazia è accettare l’ingiustizia minore per evitare le ingiustizie maggiori
Non la pensano così le autorità politiche australiane. «I bestioni che amministrano le frontiere australiane sono gli stessi iper salviniani che volevano tirare siluri contro le barche dei migranti. L’esenzione si fa per questioni legali e lui ha vinto in tribunale. Quindi contro Djokovic non c’è più il diritto, ma una campagna ideologica e la forza bruta. Le mie posizioni su Agamben e compagni sono note, non ho nessuna condiscendenza verso i no vax. Ma ora che siamo quasi tutti vaccinati, che la maggioranza dia la caccia a una minoranza di “untori“, che li odi addirittura, mi pare una cosa vergognosa». – intervista di alessandro trocino, Corriere della sera
Simon Briggs, firma del tennis per il Telegraph, dice in sostanza: poveri voi. Poveri quelli che se lo troveranno di fronte. “Peccato per i prossimi avversari: Djokovic non è mai così pericoloso come quando il mondo è contro di lui. La frustrazione e la rabbia della sua detenzione di quattro notti saranno sicuramente sfogate attraverso colpi letali della sua racchetta agli Australian Open. Uno dei soprannomi conferiti a Novak Djokovic è “The Djoker“. Questo è sembrato del tutto appropriato lunedì mattina, quando il filmato da Melbourne mostrava la polizia antisommossa che sparava gas lacrimogeni per disperdere i suoi sostenitori più fanatici. A differenza del Joker originale dei film di Batman, Djokovic non è una mente criminale. La sua intenzione dichiarata non è “guardare il mondo bruciare“. Ma per essere un uomo che si dipinge come un cercatore new age della pace e dell’amore, ha una straordinaria abilità nel creare conflitti e controversie ovunque vada. Se lunedì prossimo dovesse raggiungere la linea di partenza, dovreste provare affetto per i suoi avversari. Tutta la sua rabbia per le quattro notti al Park Hotel – una struttura infestata da scarafaggi e pulci che a malapena merita il nome di albergo – sarà sicuramente sfogata in campo. Il cervello è importante almeno quanto il corpo nello sport professionistico e la sua motivazione sarà fuori scala. Djokovic è certamente abituato a convertire le avversità in carburante. Lo fa sin dalla sua infanzia devastata dalla guerra a Belgrado. La sua autobiografia presenta una sequenza cinematografica in cui un caccia F-117 vola sopra la sua testa e lancia missili in un vicino ospedale. Eppure la sua stessa sopravvivenza sembra averlo lasciato con un complesso messianico. La sua prossima campagna agli Australian Open potrebbe essere più una crociata che una campagna. Roger Federer e Rafael Nadal sono i beniamini del gioco, ma possono mai affermare di aver innescato un incidente internazionale? Supponendo che Djokovic sia autorizzato a entrare nel Melbourne Park, affronterà senza dubbio l’ostilità della folla. La massima di Friedrich Nietzsche doveva essere in agguato nella sua mente: Tutto ciò che non ti uccide, ti rende solo più forte”.
Una presenza spuntata a sorpresa in questa storia è quella di Nigel Farage, l’ex leader politico di Ukip, volato a Belgrado per unirsi alla famiglia Djokovic. Lunedì ha intervistato lo zio di Djokovic, Goran, per GB News. Andy Murray ha risposto al video pubblicato da Farage, twittando: “Per favore, registra anche il momento imbarazzante in cui devi dire loro che hai trascorso la maggior parte della tua carriera politica facendo campagne per l’espulsione di immigrati dall’Europa orientale”.