Lo Slalom del 30 dicembre | Cosa leggere, sapere e vedere

lunedì  30 dicembre 2024

#2 giorni al Duemila-25

 

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AMERICHE

Il presidente della Guerra Fredda alle Olimpiadi

È morto il presidente del boicottaggio olimpico di Mosca, i Giochi più poveri di sempre per l’assenza degli USA e la protesta contro l’invasione dell’URSS in Afghanistan. Si tirarono dietro altre 60 nazioni, tra cui Germania Ovest, Giappone, Cina. Quando nel 2010 Jimmy Carter scrisse White House Diary, osservò che a posteriori si era trattata di una delle mie decisioni più difficili”, non un passaggio di poco conto per il presidente che aveva dovuto gestire la crisi degli ostaggi in Iran, il suo rovescio politico più plateale. Nelle sue memorie presidenziali, Keeping Faith, Carter avrebbe poi aggiunto che per l’Unione Sovietica, le Olimpiadi di Mosca erano molto più di un evento sportivo. Le consideravano un trionfo del comunismo e una vivida dimostrazione alle altre nazioni della maniera in cui i sovietici rappresentavano il vero spirito delle antiche Olimpiadi

Jimmy Carter tolse un velo e spense un’ipocrisia. Mostrò che la politica era dentro il cuore dello sport, c’era sempre stata, l’autonomia è una favola che ogni tanto ci ripetiamo ancora. Quando il boicottaggio venne formalizzato con un voto del Comitato olimpico statunitense, Carter invitò l’intera squadra USA alla Casa Bianca, ogni atleta ricevette la medaglia d’oro del Congresso, una breve stretta di mano e una foto con il presidente. Ciao amica, ciao amico, preparati per i prossimi quattro anni.

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26 LUGLIO 2020

 

Jimmy Carter era appena diventato il primo presidente USA a dare il benvenuto alla Casa Bianca a una squadra vincitrice di un Super Bowl, era successo a febbraio del 1980 per i Pittsburgh Steelers, aprendo così una tradizione. È morto all’età di cent’anni ieri sera nella sua casa di Plains, in Georgia, sportivamente, stabilendo il record  di uomo più longevo della storia dopo essere uscito dalla Casa Bianca. Ha dedicato i suoi anni al Carter Center a partire dal 1982, un centro senza scopo di lucro e apartitico, dedicato a discussioni pubbliche sulla politica. Attraverso il centro ha lavorato come sostenitore della democrazia, dei diritti umani, della prevenzione alle malattie, della risoluzione dei conflitti. Ha ricevuto il premio Nobel per la pace nel 2002. Ha collaborato con Habitat for Humanity per oltre 30 anni.  

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27 APRILE 2020

 


I quarant’anni di LeBron James

  Bisogna disporre il test antidoping per i lavoratori de L’Équipe che stamattina mettono in prima pagina una foto indimenticabile di LeBron James, lui con le braccia alzate come se fosse un pallavolista a muro, un alito d’aria che esce dalla bocca e il titolo “Il soffio della leggenda”, mentre all’interno – nella seconda delle cinque dedicate ai suoi quarant’anni scrivono come nell’Odissea, come nella Bibbia, come in una leggendaria filastrocca: “LeBron, figlio  d’Akron”. Poiché le cose sanno farle benino anche in NBA, per fargli gli auguri la lega ha messo in calendario Lakers-Cleveland la sera del 31 dicembre, la partita del suo cuore diviso e del suo destino. 

Nel reportage dall’Ohio di Loic Pialat e di Étienne Laurent, ci sono bambini che imparano a giocare a pallacanestro in una squadra di quartiere, si chiama Hornets, imparano soprattutto la vita di gruppo, spiega l’allenatore. Si allenano ogni mercoledì sera presso il centro comunitario di Summit Lake, sul lungolago. Dove LeBron stesso ha iniziato a giocare a basket all’età di 9 anni. Lo ricordano le foto di lui, con le braccia magre e il viso da bambino, nella vetrina all’ingresso. Tra i 5 e gli 8 anni, racconta il giornale francese, ha cambiato casa dodici volte. A causa di questa vita instabile, ha saltato cento giorni di scuola. All’epoca, quella che viene definita l’ex capitale mondiale degli pneumatici la patria di Goodyear e Firestone, era in difficoltà economiche. Anche gli inverni erano più rigidi. Tutti dicono di conoscere i James, tutti ricordano che LeBron era un ragazzino goffo, ma Austin Clopton, ex avversario nel football americano, il primo amore del Re del basket, dice che non si sono mai dovuti preoccupare delle gang. Clopton mostra ai giornalisti francesi la pavimentazione rifatta alla LeBron James Foundation da lui supervisionata e li guida verso la zona di Akron dove la vita della stella si è stabilizzata, su una piccola collina chiamata senza troppa fantasia Spring Hill, al numero 602, un appartamento che pare in stile sovietico e che in Francia sarebbe assai tipico di una banlieue. Sono i luoghi dove oggi opera la fondazione di LeBron e la sua I Promise School che accoglie 500 ragazzini a rischio, alle cui famiglie viene offerta anche assistenza giuridica, sociale e logistica. 

I NUMERI A 40 ANNI  49293 I punti segnati [#1 di tutti i tempi] – 41131 I punti segnati nella stagione regolare [#1 di tutti i tempi] 8162 I punti segnati nei play-off [#1 di tutti i tempi] – 22 Le stagioni in NBA 69436 Il numero di minuti trascorsi in campo in NBA in carriera, l’equivalente di 48 giorni di fila 13294 Gli assist [#4 di tutti i tempi] 2930 Le triple segnate [#5 di tutti i tempi] 1161  Le partite vinte [#2 di tutti i tempi]

IL CALCIO ITALIANO

L’esonero di Fonseca

  Non è che ci fosse tanto lavoro da fare. Sotto il pentolone che conteneva Paulo Fonseca, Milano aveva acceso un fuoco lento da parecchio tempo, da quasi subito. Hanno solo dovuto alzare un pochino la fiamma per abbrustolire fino in fondo un allenatore che stamattina si fa fatica a capire chi avesse voluto, non c’è più nessuno in giro a farsi carico della responsabilità di una relazione, di una scelta, ma soprattutto di una non-scelta, la responsabilità di aver lasciato che fosse la folla a far sentire la sua voce, a influenzare se non decidere, a opporsi all’arrivo di Lopetegui come si era opposta qualche anno fa a quello di Rangnick. Chi li sceglie gli allenatori a Milanello? Il presidente, il suo consigliere, il direttore, la curva?

Fonseca paga il caos Milan” titola il Giornale, mentre Claudio Savelli su Libero ha scritto che il Milan si è avvicinato alla partita contro la Roma avvolto in uno strano silenzio d’attesa. Solo Fonseca ha parlato prima della partita, dopo giorni in cui a Milanello non si è visto nessun dirigente se non Furlani per una toccata e fuga, probabilmente per verificare che non ci fosse il panettone per il suo allenatore e/o per litigarci

Una volta uscito dalla solitudine di una conferenza stampa che pareva venisse fuori dal calcio dei dirigenti naif degli anni Settanta, Fonseca ha saputo che non sarà lui a guidare la squadra in Supercoppa in Arabia Saudita. Paolo Condò su Repubblica ha scritto: Le modalità inutilmente umilianti dell’esonero di Paulo Fonseca, che viene mandato a commentare la partita ignaro di un provvedimento che tutti quanti gli stanno attorno già conoscono, completano la pessima prova che la dirigenza del Milan ha dato di sé in questo lungo autunno di sfiducia palese nell’allenatore. Colpisce l’intera gestione della vicenda, con segnali di distacco fra allenatore e società che datano addirittura dai giorni in cui la trattativa si stava chiudendo, ed emersi in modo chiaro nei momenti in cui la debolezza di Fonseca si scontrava con la fronda nello spogliatoio (che in un clima di divisione come sempre prospera)

Luigi Garlando sulla Gazzetta dice appunto che “la bocciatura non è nata ieri e ha basi solide. Arriva Sergio Conceiçao. E’ fallito il progetto tattico: a fine dicembre non è ancora riconoscibile una vera identità del Milan. Fallito il rapporto empatico con la squadra, come i casi Leao e Theo hanno evidenziato platealmente. Il vanto della condizione atletica è sparito nel momento in cui Fonseca si è chiesto: «Perché nessuno nota che non abbiamo infortuni?».

Il tempo è galantuomo. Lo sarà anche con Paulo Fonseca, sempre seduto sulla panchina del Milan per fare gli interessi del Milan e non di sé stesso. Milano non perdona e si dispone già ad accogliere alla maniera in cui accoglie i nuovi arrivati. Sebastiano Vernazza sulla Gazzetta scrive che Sergio Conceiçao ha idee più nette e riconoscibili: chiede il pressing, ma se i suoi non riconquistano la palla, vuole che si ricompattino e non si fa problemi a ripartire senza troppi palleggi, per via diretta e verticale. Tra lui e Fonseca, si legge, scorre una certa differenza. Fonseca al Milan ha inseguito un calcio ambizioso, ma non chiaro, non si è capito dove volesse andare a parare e a tratti ripiegava su vecchie tracce di gioco, lasciate in eredità da Pioli. Fonseca ha perso la guerriglia di spogliatoio, con Leao e Theo Hernandez i capi degli insofferenti. E non ha saputo valorizzare una squadra molto più forte della classifica che esprime. La vera domanda è un’altra: perché il Milan ha ingaggiato Fonseca? Per i risultati con il Lilla, il quarto posto in Ligue 1 nella stagione scorsa? Perché aveva fatto bene con lo Shakhtar in Ucraina una vita fa? Perché nel 2021 aveva portato la Roma alla semifinale di Europa League? Troppo poco. In giro c’erano profili migliori, Antonio Conte su tutti, per quanto l’ex ct azzurro sia costoso come ingaggio ed esigente sul mercato

Carlos Passerini si fa un’altra domanda: Da venerdì 20 a ieri c’erano ben 9 giorni per effettuare il cambio con calma: perché aspettare ancora, se la decisione era sostanzialmente stata presa?. Se 

La questione portoghese

È saltato un altro allenatore portoghese in queste ore, lo Sporting CP ha licenziato Joao Pereira dopo appena sei settimane in panchina. Era stato nominato l’11 novembre per sostituire Ruben Amorim passato al Manchester United. Pereira aveva iniziato a lavorare con la squadra Under-23 dello Sporting nel 2022. Con la prima squadra ha fatto in tempo a vincere tre partite su otto, contro le 16 su 18 di Amorim in questa stagione. In Champions ha perso 1-5 con l’Arsenal e 2-1 dal Bruges. Così, a pochi giorni dalla partita con il Benfica, il club ha deciso di cambiare, prendendosi Borges dal Vitoria, nella medesima logica della catena alimentare che aveva portato il pesce grosso United a mangiarsi l’allenatore del pesce piccolo Sporting a stagione in corso. 

Non è una questione di nazionalità e di scuole calcistiche. A Milano esce un portoghese, entra un portoghese. A Lisbona ne esce uno e ne entra un altro. Nel frattempo Artur Jorge dopo aver vinto Libertadores e Brasileirao col Botafogo, se ne va in Qatar. Certamente lavorare con John Textor non è facile, e il Fogão andrà incontro a un ridimensionamento – scrive l’account de La Fiera del Calcio – ma perché il Qatar?? Tristezza….

Qualche giorno fa Lorenzo Longhi su Domani aveva indagato dentro questa proliferazione di nuove panchine fiorite nella terra di Eusébio e Cristiano Ronaldo. Eppure è difficile dire – aveva scritto – se esista una scuola portoghese, in senso stretto, perché gli approcci, da tecnico a tecnico, sono molto differenti: Mourinho e Amorim non hanno molti punti di contatto, Espirito Santo deve parecchio a Jesualdo Ferreira e non è uguale agli altri due, ma ci sono almeno un paio di punti in comune a tanti. Il primo è l’applicazione in campo, dall’allenamento alle partite, di un concetto di studio accademico – anche qui: una lettura, ma tecnica – che è quello della periodizzazione tattica, sviluppata da Vitor Frade presso la facoltà di Scienze Motorie dell’Università di Porto, ormai una quarantina di anni fa, secondo cui si parte da un modello di gioco da interiorizzare, ma attenzione: la tattica – era il centro della teoria di Frade – non è una dimensione fisica, non è tecnica, non è psicologica, ma ha bisogno di tutte e tre per manifestarsi, ed ecco perché sapere solo di calcio significa non sapere nulla di calcio.

Carlos Queiroz (già collaboratore di Alex Ferguson, allenatore del Real Madrid e ct della nazionale) ha fatto della periodizzazione tattica il suo credo, ed è diventato un punto di riferimento comune per tanti, a livello di insegnamento.

Il secondo è una questione appunto culturale, figlia di un ambiente che rende adattabili e curiosi, a studiare le lingue, ad accettare la sfida fuori dalla comfort zone, e qui c’è un altro nume tutelare da citare: Artur Jorge, che nel ricordo di tanti è colui che condusse il Porto alla Coppa dei Campioni 1987, ma resta una figura di spicco per essere stato un pioniere. Con lui, infatti, il calcio portoghese ha capito che poteva fidarsi dei suoi allenatori.

Ma cosa mangiate allo stadio?

Rivista Undici dedica un pezzo molto divertente, o forse bisognerebbe dire in questo caso molto gustoso a un profilo X che si chiama Footy Scran, in sostanza una raccolta di fotografie che mostrano l’intersezione tra il foodporn, spazio di internet, e lo stadio, spazio del mondo. Francesco Gerardi coglie l’occasione per costruire un atlante mondiale del cibo da stadio

Dice: Per un italiano, scorrere le fotografie raccolte all’interno di Footy Scran può essere strano. Da noi lo stadio è ancora, in larga parte e spesse volte, un’esperienza passatista: difficile trovare un posto a sedere decente, figuriamoci un ristorante, un bar o un chiosco che serva cibo buono. Il footy scran è una conseguenza del modello inglese, se ancora così si può definire il buon senso che vuole lo stadio come esperienza non solo calcistica ma anche sociale, non soltanto collettiva ma anche variegata. In Italia il cibo da stadio è ancora una derivazione del desuetissimo modello che facciamo tanta fatica a superare. Dentro lo stadio c’è spazio a malapena per campo, pallone, calciatori e spettatori: tutto il mondo fuori, suo malgrado. E infatti, la vetusta condizione dei nostri stadi impone abitudini ampiamente superati in altri Paesi che hanno seguito altre strade. Strutture vecchie causano rallentamenti all’ingresso, i rallentamenti all’ingresso impongono di arrivare con largo anticipo, cosa che spesso e volentieri costringe a rivedere orari e modalità di consumazione dei pasti”.

Tutto si tiene insomma nei bisogni della società dei consumi. Ci si ritrova dunque accalcati attorno ai chioschetti che circondano lo stadio, in coda per la santissima trinità del cibo da stadio italiano: il panino con la porchetta, con la salamella o con la postmoderna alternativa hamburger-wurstel-cotoletta. Condimenti vari ed eventuali, salse sempre e soltanto quelle: ketchup, maionese, senape, altra trinità. È cibo-carburante, apprezzare soprattutto per l’apporto calorico necessario in vista di due ore di urla e sbracciate: si mangia in fretta, senza fare caso ai moti di protesta del palato, il bolo alimentare viene spinto giù da una cascata del beveraggio preferito. Le alternative da noi sono ancora pochissime e pochissimo diffuse: su Footy Scran l’Italia è una provincia lontana che confronta raramente, capita di vedere una pizza margherita divisa in due, il prato dell’Olimpico sullo sfondo, ma è cosa più da Strapaese che dalla cultura di Internet. Oltre i confini – scrive Gerardi – la situazione è diversa e, soprattutto, variegata quanti sono i Paesi che hanno deciso di stare al passo coi tempi.

In sostanza nel resto del mondo, “il pollo si sta affermando come comune denominatore del cibo da stadio in tutto il mondo perché si cucina in fretta e si sposa con tutto

    EUROGOL

Il primato del Liverpool e le turbolenze di mercato

Arne Slot quasi lo giura. Dice che la sessione di calciomercato di gennaio non distrarrà il Liverpool dai suoi risultati né causerà una perdita di controllo nel rapporto con i suoi giocatori, anche se ce ne sono di pesanti con il contratto in scadenza. Mohamed Salah ha ammesso che la conclusione della sua vicenda contrattuale resta lontana. Il rinnovo mmm, chi lo sa. Una schiacciante vittoria per 5-0 sul campo del West Ham ha dato al Liverpool otto punti di vantaggio in classifica, nello stesso giorno in cui dalla Spagna sono emerse voci secondo le quali Trent Alexander-Arnold sarebbe ormai vicino a formalizzare il trasferimento al Real Madrid. Ne ha scritto Barney Ronay sul Guardian

VITE OLIMPICHE

I Mondiali di freccette agli ottavi con uno svedese. Quasi svedese

DI ROBERTO LIBERALE

  Secondo tradizione, il Regno Unito è al centro della scena ai Mondiali di freccette. Agli ottavi sono arrivati 12 britannici [8 inglesi, 3 gallesi e 1 scozzese], con 2 olandesi, un tedesco e uno svedese – ma un gallese [Jonny Clayton] e un inglese [Luke Humphries] sono già fuori dopo i primi due match di ieri sera. Oggi arrivano i nomi degli altri sei qualificati, e un non britannico andrà di certo avanti. Verrà fuori dalla partita fra Michael van Gerwen e Jeffrey de Graaf, che porta la bandierina gialla e blù della Svezia di Duplantis accanto al suo nome ma pure lui è nato nei Paesi Bassi. Di svedese ha la compagna. È stato naturalizzato e ha dovuto restare fuori dalle competizioni internazionali per cinque anni, dopo aver rappresentato l’Olanda in sette tornei, tra cui tre Mondiali PDC uscendo sempre al primo turno. Il piccolo Luke Littler è impegnato nell’ultima partita di stasera, contro Ryan Joyce. A Capodanno i quarti di finale, il 2 gennaio le semifinali, venerdì 3 la finale per il titolo. 

RUOTE

Van der Poel non ha più avversari nel fango

  «In Francia la gente viene per vedere il cross, in Belgio viene più per festeggiare». Questo è. Così parlò Mathieu van der Poel dopo la quinta vittoria in cinque corse nella sua stagione fra terra e fango, un mese di dicembre vissuto intensamente per preparare i Mondiali di febbraio, mentre Wout van Aert vive tutto in funzione della strada e dei suoi obiettivi di primavera su muri e pavé. Questa è la differenza tra vincere a Besançon come ieri, per la prima volta fuori dal Belgio, oppure a Zonhoven, Mol, Gavere, Loenhout. 

Della corsa di ieri L’Équipe riferisce il profumo della cancoillotte e del vin brulè e tutto il freddo che faceva, oltre agli schizzi di fango arrivati sulla folla. Altro da raccontare in fondo non c’è. MvdP ha sdraiato la corsa e l’ha resa liscia come la pasta sotto un matterello. Gli altri arrivati dietro di lui hanno provato a convincerci che il percorso fosse molto tecnico e molto duro. Può darsi. MvdP ha fatto finta di dargli corda, ha detto che oh sì, sì, sembrava di guidare sulla neve, era tutto così scivoloso parbleu, due anni fa non era lo stesso, due anni fa era il contrario. «Mi sono divertito però». Ecco. Si è divertito, in uno scenario con le due solite tonalità del ciclocross: il bianco del cielo e il marrone del terreno sporcato da migliaia di passi. La città del Doubs era stata colta la notte precedente la gara da una nebbia gelida che ha cristallizzato tutte le piante della zona e parte dei 10.000 spettatori accorsi

L’arcobaleno della maglia iridata è sbucato sul traguardo anche nella corsa femminile. Ha vinto Fem Van Empel, non meno prodigiosa di MvdP, 22 anni, olandese, alla sua 13esima uscita nella stagione del cross e al suo ottavo successo. Per il resto: tre volte seconda, una volta terza e una volta settima. L’anno scorso ne vinse 19 su 21. Ma su strada mai, mai in carriera, nemmeno una corsa. 

ACQUE

Come è cambiata la comunicazione mare-terra alla Vendée Globe

Passato in testa a Capo Horn, Yoann Richomme su Paprec-Arkéa sta aumentando il vantaggio su Charlie Dalin, all’inizio di un ratto forse decisivo per il risultato della Vendée Globe. Yannik Bestaven, il vincitore del 2021, ha attorcigliato una vela su un foil nell’Atlantico e ha perso per un lungo periodo il controllo delle sue otto tonnellate di carbonio a trenta nodi, con sei metri di mareggiata. È riuscito ad armeggiare con un sistema di corde provvisorio e adesso è undicesimo. Chissà se ha avuto paura, nessuno ci parla mai della paura. Sappiamo però da L’Équipe che il vantaggio su Charlie Dalin salito a 130 miglia, ha permesso a Richomme di fare la prima doccia da quando sono partiti. Dalin fa sapere di non guardare a quel che fa Yoann, mancano venti giorni circa e fa le sue previsioni del tempo. Si ignorano. L’elastico, secondo il giornale francese, dovrebbe allentarsi di nuovo nei prossimi giorni, riavvicinando Dalin a Richomme verso Cabo Frio, «Dovremo provare a passare attraverso la tana del topo», dice. Il foiler di Dalin viene presentato come più versatile, capace di decollare più velocemente, e potrebbe fare la differenza.

Loïck Peyron, tre partecipazioni alla Vendée Globe con un secondo posto nella prima edizione nel 1989-1990 e due abbandoni successivi, ha parlato al giornale francese dell’evoluzione dei mezzi di comunicazione a disposizione dei velisti durante la loro avventura intorno al mondo. «La Vendée Globe – dice – è il tipico evento di cui ci piace sapere cosa sta succedendo, ma allo stesso tempo non vogliamo sapere troppo per continuare a immaginare. È necessario condividere con chi rimane a terra il sogno sorprendente che tutti vivono in mare. Fa parte del gioco e giustifica anche gli investimenti. Ogni giorno guardo quasi tutti i video, soprattutto quelli in esterni. Mi è piaciuto molto un lungo piano sequenza in cui si vedeva solo una barca tra le onde. Mi piacciono un po’ meno le sequenze sulla vita a bordo. La mancanza di comunicazione ha migliorato il lato avventuroso. Poi, come per qualsiasi altra fonte di informazione, non dobbiamo essere connessi 24 ore su 24, sette giorni su sette. Durante la prima Vendée, come credo nella seconda, tutti i colloqui da bordo furono commutati in radio a onde corte. Solo i marinai potevano chiamare terra. Il collegamento era volontario, bisognava chiamare Radio Saint-Lys che su nostra richiesta ci metteva in contatto con un numero di telefono. Avevamo anche un sistema di comunicazione satellitare grazie al quale potevamo inviare e ricevere testi, compresi i file sul meteo. Era in standby permanente. Quando arrivava la posta, una piccola luce arancione lampeggiava. Significava che da terra ci era appena stato inviato qualcosa. Era fantastico ed era impossibile inviare un’immagine. Durante la mia prima Vendée Globe, ho lanciato le mie videocassette in piccoli contenitori impermeabili ai miei fratelli Stéphane e Bruno che mi aspettavano a Capo Horn su due barche diverse. È così che tutti hanno scoperto le immagini del salvataggio di Philou Poupon, con la barca riversa su un fianco. L’avvento della telefonia satellitare negli anni ’90 ha cambiato tutto, anche se all’epoca era meno efficiente di oggi. In onde corte la linea balbettava, era come Radio Londra. Oggi è quasi come essere sulla terraferma. La tecnologia, la copertura satellitare, la qualità della velocità di Internet, tutto questo facilita le cose al velista. Ma rendere obbligatorio ogni giorno o a giorni alterni l’invio di qualcosa può travolgere. Ho sempre sostenuto che il lusso della connessione è il potere di disconnettersi. Questa è la bellezza di quest’ultimo spazio di libertà che il mare rappresenta. Ma bisogna convivere con i tempi, non si può restare reduci, vecchi combattenti». 

Violette Dorange, per esempio, 23 anni, attualmente 25esima, conta ormai su più di 700mila iscritti alle sue pagine social e sta reinventando i codici della comunicazione. Suo padre racconta che è sempre stata così, deve raccontare, deve condividere. Era sempre così, ricorda suo padre. Deve raccontare, deve condividere.Quel che Loïck Peyron teme e si aspetta è un live permanente della corsa. «Non ci siamo. Detto questo, le telecamere esterne che filmano costantemente una barca, giorno e notte, non mi darebbero fastidio. Se lo metti come sottofondo è meglio di un acquario». 

ADDII

Amleto De Silva che amava Sonny Liston

  In quei ricordi tutti uguali che devono sbucare online un attimo dopo la tua morte, Amleto De Silva era ieri sera un fumettista, un vignettista, un umorista, era uno scrittore dalla satira pungente. Ed è certamente tutto vero. Ma in quei ricordi tutti uguali che devono sbucare online un attimo dopo la tua morte, Amleto De Silva era ieri pomeriggio quel che è sempre stato, un imprendibile. 

Era imprendibile, per esempio, perché dove tutti amavano Muhammad Alì, lui preferiva Sonny Liston come dice Marco Ciriello sul Mattino, preferiva quel Sonny l’analfabeta, l’alcolista, il pregiudicato, l’ex galeotto, l’orso cattivo, il pugile della mafia. Sonny il genio che faceva invidia ai geni (scrittori, giornalisti, politici, osservatori) americani. Liston ha avuto tante vite quanti pugni in faccia. Sonny un perdente che «Amlo» non poteva non amare. Amleto che non era «indie», ma semplicemente indipendente aggiunge Vittorio Macioce sul Giornale. Sono i due ricordi più forti sui giornali di stamattina, arrivano da due tra le persone che hanno conosciuto meglio De Silva, arrivato con il suo Il pugilatore in finale al Premio Mura. 

  PAGINE  Poi l’incontro ha inizio, e sarà la fine di Patterson e l’inizio della fine per Liston. Non voglio tirare in ballo il soprannaturale, ma è certo che, al di là di come girano le cose nella vità, c’è sempre quel timido, lontano campanello. Tutti sentiamo quel campanello d’allarme che ti dice che le cose non andranno mai meglio di così, che non sarai mai più così giovane, così magro, così ricco o così in salute. E non si tratta della paura di perdere quello che hai: è la certezza di perderlo [Il pugilatore, Les Flaneurs Edizioni]

Vittorio Macioce sul Giornale lo chiama picaro e guascone di scrittura sincera. Nove anni fa Amleto era stato ospite del suo Festival delle Storie nella Val di Comino, aveva dialogato con Sergio Claudio Perroni [un altro che se n’è andato dice Macioce] che gli aveva scritto la prefazione a Statti attento da me

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5 GENNAIO 2021

Troppi anni a sognare la rivolta degli uomini liberi, quelli senza dimora, senza appartenenza, dissidenti alla meschinità del tempo – scrive Macioce – cani sciolti che si annusano quando si incontrano e magari hanno letto Camus e non hanno nulla da perdere se non i loro sentieri poco battuti, dove cercano una traccia di infinito. Ora sembra che quella rivolta la stiano facendo: se ne stanno andando”. De Silva era allora un guascone napoletano cresciuto a Salierne, galantuomo, fromboliere di parole, provinciale troppo colto e sagace, visceralmente perbene, per cercare udienza a Roma, marinaio sopravvissuto del Pequod, chiamatelo Ismaele, per molti un pirata, sicuramente un signore, maestro di scrittura sincera, perché di quella creativa in giro ce ne sta fin troppa, uno che ammira Mario Giobbe e se non sapete chi sia allora non è davvero il caso di darsi troppe arie, un nobile dal cuore così grande da poter sfoggiare sul petto la maglietta nera di You Porn, uno sberleffo, una tenzone, un graffio di risata, un narratore che beati coloro che lo hanno letto e ascoltato, un picaro nato Don Chisciotte”

Era stato vignettista per Cuore e Smemoranda, prima di gettar via la matita e prendere la penna. Come Roberto «el Negro» Fontanarrosa era passato dalla pagina disegnata a quella scritta, dal fumetto al romanzo – dice Ciriello – senza perdere l’ambizione di far ridere. Il suo cercare la risata non era la risata, ma il ragionare. Ogni aspetto della realtà che lo circondava, dal porto di Salerno ad Alfonso Gatto, dalle traduzioni inesatte e mal pagate, dal teatro alle serie tivù, dalla musica brutta a quella no, è stato oggetto di teoria, esempio, tesi. No, non lasciava correre. Ha speso il suo talento che era molteplice: matita, penna, pennelli non ad appropriarsi delle parole migliori, ma a capire dietro ogni lingua, storpiatura, deformazione morfologica chi fosse il suo interlocutore, come potesse fargli del bene, anche perché era l’umanità a interessargli più di tutto: quella che era a disagio, che non aveva capito perché si era annoiata, che non voleva brillare di fronte alle professoresse del liceo. Aveva il tratto d’un Pazienza sporco. Quando ha raggiunto il massimo con Cuori nella merda non ha più voluto pubblicare, e poi ha anche smesso di disegnare.  Era un ossimoro: un conservatore-progressista, un punk-mozartiano, sempre curioso, ma puntualmente deluso dalle false evoluzioni. Amleto De Silva aveva l’estraneità all’Italia di Fenoglio, l’antifascismo nella lingua di Meneghello, l’insubordinazione e la riottosità di Bianciardi, ma senza mai dirlo, anzi, è stato olimpico di sminuimento, andava dritto alle questioni perché era campione mondiale di lotta alla noia

Gli ultimi romanzi sono usciti per Rubbettino. In Bocca mia mangia confetti, in una Salerno dove tutto è periferia di qualcosa – ancora Macioce – Totonno smette di parlare e nessuno se ne accorge. L’ultimo romanzo è un atto d’amore verso gli invisibili, quella sgangherata umanità che imita la vita virtuale senza averne il cinismo e il cuore. Una banda di scemi è una meraviglia”

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