Gli ori di Mosca 80. L’Italia senza inno né bandiera

Martedì 22 luglio. Luciano Giovannetti

 

  tiro a volo fossa olimpica | Toscano, 35 anni. Centra 198 piattelli su 200, batte il sovietico Yambulatov e il tedesco Damme (entrambi con 196). È una gara che dal 1956 l’Italia vince a Giochi alterni. Quattro anni dopo a Los Angeles il bis olimpico di Giovannetti. Un tricolore viene issato non si sa come sul pennone, e poi ammainato. Giovannetti festeggia l’oro lanciando il cappellino in aria e sparandogli. Lo conserva ancora in casa bucherellato. Il suo fucile costa 3 milioni e 200 mila lire dell’epoca. 

 

cosa si scrisse | Erano le 12 e 09. Al primo colpo anche il duecentesimo piattello s’è polverizzato. Allora Giovannetti s’è girato verso la tribuna alzando un braccio in segno di vittoria prima di precipitare fra gli abbracci di compagni, tecnici e dirigenti e prima di essere avvolto in una bandiera tricolore. La prima medaglia d’oro per l’Italia è arrivata così, in un’atmosfera un po’ paesana, fra le betulle di uno splendido bosco, portata dall’infallibile fucile di un toscano che fra due mesi compirà 35 anni e che per la sua impresa incasserà otto o nove milioni fra premi e regali, ma vedrà forse aumentare i clienti della sua armeria di Bottegone, alle porte di Pistoia. 
di mario gherarducci, Corriere della sera, 23 luglio 1980

 

Il disegno di Dario Mellone dal Corriere della sera dell’epoca

 

 

Giovedì 24 luglio. Maurizio Damilano
  atletica leggera  20 km di marcia | Piemontese, 23 anni. Due anni prima è arrivato sesto ai campionati europei di Praga. Si trova in testa per le squalifiche di Bautista e Solomin davanti a lui. Precede il sovietico Pochynchuk di oltre un minuto e mezzo. Sarà bronzo a Los Angeles e a Seul. L’Italia prima di lui aveva vinto solo nella 50 km con Dordoni nel 1952 e con Pamich nel 1964. 

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la telecronaca | C’è un annuncio clamoroso. Sembra ci sia un grande risultato. Damilano dovrebbe essere al comando. Attendiamo. Non sappiamo se questa informazione è esatta. C’è una grande animazione intorno a noi. Non vorremmo che fosse una informazione giunta di rimbalzo. Col 722 vediamo Pochynchuk, e quindi l’informazione evidentemente… ecco Damilano con il 425… ma chi è al comando? Vediamo sorridente il nostro rappresentante, quale che sia la sua posizione ripetiamo che si è trattato di una grandissima prova. Intanto è Damilano al comando! Damilano al comando. E quindi l’informazione viene confermata dai fatti. Attendiamo Damilano all’interno dello stadio. Ed ecco Damilano: il forte piemontese. È lui! È lui! È lui! Bravissimo Damilano!
di paolo rosi, Rai, 24 luglio 1980

 

cosa si scrisse | È un piemontese di poche parole. Lui e il gemello Giorgio marciano le strade della fatica. Il fratello Sandro li allena. La squadra italiana della marcia era stata distrutta dal ministro della difesa Lelio Lagorio che aveva impedito a cinque marciatori militari di far compagnia a Maurizio. La FIDAL e il CONI hanno così selezionato il fratello Giorgio che ha fatto da allenatore, da padre, da madre. Maurizio e il resto della squadra sterminata si erano recati in Messico lo scorso autunno, per uno stage in altura sulle pendici del Popocatepetl, un vulcano spento. Lì hanno ficcato il naso nei sistemi di allenamento dei messicani, dominatori della specialità da circa sei anni; il lavoro ha dato frutti preziosi. I Damilano sono gente curiosa e intelligente che non si spaventa nemmeno quando gli avversari sembrano marziani. Stavolta il premio è il cielo.
di remo musumeci, l’Unità, 25 luglio 1980

 

cosa si scrisse | Incredibile: questo popolo che si è interamente votato all’automobile, tira fuori dalle sue campagne, a ogni generazione, campioni che sbalordiscono per saper marciare meglio degli altri. Sono quei francescani alla domenica mattina, fuori porta, sculettando si ricevono battute ironiche, la più cortese delle quali è “vuoi un passaggio?”. Gli stranieri ci assalgono, vogliono sapere. Tutti conoscono Mennea e Simeoni, ma questo Carneade non se l’aspettava nessuno. Nemmeno noi, onestamente. 
di gianni rocca, la Repubblica, 25 luglio 1980

 

 

Sabato 26 luglio. Sara Simeoni
  atletica leggera  salto in alto  | Sara Simeoni, veronese, 27 anni. Due anni prima ha stabilito il primato del mondo saltando 2 metri e 01 in un meeting a Brescia e tre 27 giorni dopo di nuovo agli Europei dove ha vinto l’oro. A Mosca è oro con 1,97. La gara è durata 78 minuti. Quattro anni prima l’Italia ha avuto la prima donna ministro: Tina Anselmi (Lavoro). Nel 1979 la prima donna presidente della Camera dei deputati: Nilde Jotti

 

la telecronaca | Bene! Bene! Benissimo! Grande Sara!
di paolo rosi, Rai, 26 luglio 1980 (al salto sulla misura di 1,97)

 

cosa si scrisse  Un salto per tutte le donne italiane | Seconda donna italiana a vincere un’Olimpiade di atletica, dopo Ondina Valla sugli ostacoli a Berlino 1936, Sara Simeoni, che ha pure il record mondiale e il titolo europeo, potrebbe, fatte tutte le proporzioni, imitare Fanny Blankers Koen, l’olandese detta «la mammina volante», che dopo quattro medaglie d’oro a Londra 1948 disse, in un’intervista, che Eva Curie, Maria Montessori, Katherine Mansfield e appunto Fanny Koen maritata Blankers erano le quattro donne più importanti del secolo: nessuno rise o sorrise, tutti capirono che la mammina parlava di qualcosa allora ancora allo stato magmatico, per non dire aeriforme, e che si chiamava emancipazione femminile.
Sara Simeoni sta fra le quattro donne italiane più importanti del secolo, Maria Montessori a parte, visto che se l’è già presa la Blankers-Koen? E se ci sta, con chi la mettiamo, visto che lei non accetta di fare l’elenco? Con Grazia Deledda e con Nilde Jotti? Con Lina Merlin e con Emma Bonino? Se nessuno sorrise o rise allora, qualcuno sorride o ride adesso? Il giochetto ci pare insieme divertente e doveroso. Sara Simeoni riassume in sé una lunga, laboriosa e didascalica esperienza di vita, sublimata nella chiave scelta, quella appunto sportiva, dalla grande vittoria di Mosca. Se fra un po’ di anni tante, tantissime italiane faranno sport, e facendo sport eviteranno molti mali, fisici e anche morali, Sara Simeoni assumerà per tutti quella importanza straordinaria che, per chi capisce di sport e di vita legata allo sport, essa detiene. Possibile che Sara faccia fare alla donna italiana un bel salto, più alto dei 197 centimetri che sono bastati, a lei che ha già saltato due metri e un centimetro, per vincere il titolo olimpico. 
di gian paolo ormezzano, Stampa Sera, 28 luglio 1980

 

lei “Sul podio cantai De Gregori” | A 19 si è migliorata di mezzo metro. Con 1.85 è sesta a Monaco.
«Era dura comunque, agli inizi: atterravi sulla sabbia, o sui primi materassi che erano molto rigidi. L’asticella non era di fibra rotonda, ma di metallo triangolare. Tornavo a casa piena di lividi dappertutto, manco avessi giocato a rugby. Ma insistevo: studiavo e mi allenavo. Avevo cominciato a girare l’Europa, era tutto nuovo, mi piaceva. Volevo continuare e migliorarmi. Così ho detto a Erminio: o mi alleni tu o smetto».
 La felicità più grande, da atleta?
«L’oro olimpico di Mosca. Altre direbbero il record del mondo, ma per me un’Olimpiade è una cosa tutta speciale. L’ho vinta perché dovevo vincerla, ero la più forte, ma il fatto di doverla vincere mi ha provocato una crisi d’ansia durata quasi mezz’ora, prima della finale. Mi sentivo svenire, mi veniva da piangere, mi girava la testa. Poi è andato tutto a posto. Ricorderà che molti Paesi avevano boicottato i Giochi, la stessa Italia ci ha tenuto in sospeso fino all’ultimo sull’andare o non andare. Poi siamo andati, sfilando dietro alla scritta Coni, non Italia. E quindi non avevamo diritto all’inno nazionale. Sul podio ho cantato Viva l’Italia di Francesco De Gregori. Canzone che mi è sempre piaciuta».
  In rappresentanza di quale Italia si sentiva, sul podio?
«L’Italia che lavora e quella che resiste. Che resiste lavorando e lavora resistendo».
 A Mosca la prima a congratularsi con lei è Rosemarie Ackermann.
«Ci stimavamo molto, avremmo potuto diventare amiche. L’ho vista a Montreal con un pallone tra i piedi, sembrava Maradona. Ma lei era tedesca dell’est: viaggiavano blindati, anche al Villaggio e negli alberghi, solo in campo si poteva scambiar qualche parola. Non c’erano i mezzi di comunicazione di oggi. Ci siamo scritte, per un po’ gli auguri di Natale e buon anno. L’ultima volta a Berlino ho provato a cercarla, ma avevo un indirizzo vecchio, vicino alla Porta di Brandeburgo. Grande rivale, Rosemarie, grande fair play, sempre un sorriso, un cenno cordiale. Non come la Meyfarth, che si dava un bel po’ di arie e sembrava la contessa tedesca che ha scoperto una contadina italiana entrata abusivamente nel suo giardino».
  La odiava?
«Non ho mai odiato nessuno, diciamo che mi stava molto sulle scatole. Ma non la pativo, anzi dicevo dentro di me: guardami pure all’alto in basso, che poi ti faccio vedere io. In Germania il mio primo 2,01 l’avevano chiamato record fantasma, perché nessuna immagine Rai lo documentava. Ma, come dicevo prima, le ragazze venivano sempre in coda. A Brescia c’era un’amichevole con la Polonia per le femmine, quella dei maschi a Venezia. Quindi: telecamere e giornalisti di primo piano, tutti a Venezia».
intervista di gianni mura, la Repubblica, 20 aprile 2018

 

cosa si scrive | Di quei giorni moscoviti esistono altre immagini. In una, cerimonia d’apertura, Sara indossa la divisa della squadra Coni, un tailleur che lei porta con elegante disinvoltura. Il tricolore non c’è e non ci sarà neppure il giorno dopo, il 27, quando andrà sul podio spendendo le lacrime avanzate. L’inno olimpico non è quello di Mameli ma riesce a essere coinvolgente. Il Lenin è ancora in pietra molto cruda, niente a che vedere con la trasformazione all’americana subita dopo la caduta dell’Urss. Gli applausi sono caldi, l’aria di Mosca anche.
di giorgio cimbrico, sito federazione italiana atletica leggera

 

 

Domenica 27 luglio. Federico Roman

 

  equitazione concorso individuale | Federico Roman, 28 anni, triestino. Fa suo l’oro nel concorso individuale mentre arriva l’argento nella gara a squadre. Prima di lui aveva vinto Mauro Checcoli a Tokyo 64, dopo di lui mai più un podio nella specialità per l’Italia. 

 

cosa si scrisse | Un titolo tutto italiano, dal quadrupede al cavaliere. In sella a Rossinan, purosangue sardo, c’era Federico Roman, ventottenne triestino, fuori corso a Scienze economiche, bidecorato perché ha vinto sia la prova individuale che a squadre. Un quartetto singolare, e vi spieghiamo perché. La Fise (Federazione italiana Sport equestri) è stata fra le poche mostre federazioni – due in tutto, l’altra è quella della vela – a pronunciarsi per il boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca. Ma questi quattro cavalieri che da febbraio avevano sgobbato nell’eremo dei Pratoni del Vivaro, hanno organizzato una spedizione in proprio con la benedizione sia dal presidente della Fise, Lino Sordelli, sia del Coni. Sveglia alle cinque e mezza del mattino, sette ore di allenamento col cavallo, due ore di preparazione tecnica e fisica poi a letto con le galline: cinque mesi di clausura non potevano, non dovevano rimanere un sacrificio inutile. In Russia si va da soli, dunque. Ma come? 
Ai cavalli dei due Roman ci pensa il Coni (tanto sono sempre le federazioni a pagare), al resto il papà e la mamma delle due ragazze lombarde. La fortuna è che sono tutti amici: i quattro cavalieri, i genitori dei quattro cavalieri, il clan dei genitori e dei quattro cavalieri. Una bella compagnia saldatasi fra le piscine, i campi da tennis e i maneggi di Casorate Sempione, località amena del Varesotto, dove la pratica sportiva è un distintivo sociale, a patto che sia uno sport chiaramente «in». Dunque. gli amici di Casorate aprono il portafoglio, chiudono i propri uffici, ripongono la racchetta e piombano a Mosca. Fanno di tutto: i palafrenieri, i cuochi, gli uomini di fatica. Sono otto, uno più in gamba dell’altro. C’è chi ha fatto su e giù una decina di volte tra il villaggio olimpico e l’aeroporto (ottanta chilometri andata e ritorno) per risolvere la grana del mangime per i cavalli, rimasto chissà perché in dogana per tre giorni.
di franco recanatesi, la Repubblica, 28 luglio 2020

 

 

Lunedì 28 luglio. Pietro Mennea

 

  atletica leggera  200 metri  | Pietro Mennea, pugliese, 28 anni. Dieci mesi prima ha stabilito il record del mondo sulla distanza correndo a Città del Messico in 19”72. Ha vinto 3 ori europei fra 74 e 78. I Mondiali non esistono ancora. A Mosca vince la gara di Livio Berruti vent’anni dopo di lui. 

 

la telecronaca | Ora sembra più consapevole della responsabilità di questa prova. In questi 20 secondi è racchiusa la risposta a speranze e timori coltivati in tanti anni di durissimi sacrifici. E’ un discorso che vale per Mennea ma che probabilmente vale per tutti gli altri concorrenti. Ed eccoci alla prova più attesa di questa giornata per quanto ci riguarda. Mennea in ottava corsia. [BANG] Ecco, buono l’avvio. Parte più svelto Wells nei confronti di Mennea che lo supera subito. Ecco vediamo la lotta spalla a spalla tra Wells e Mennea. E’ al comando attualmente l’inglese, poi si distende anche Quarrie. Mennea cerca di recuperare. Cerca di recuperare! Recupera! Recupera! Recupera! Recupera! Recupera! Ha vinto! Ha vinto! 
di paolo rosi, Rai, 28 luglio 1980

 

cosa si scrisse Il boicottaggio è secondario | Un popolo di spaghettari e pizze capricciose s’illude per venti secondi e 19 centesimi d’avere gambe lunghe, scatto felino e disciplina ferrea. Gli inglesi col loro Wells sono bruciati sul filo: noi abbiamo più inflazione e più disoccupati di loro, ma anche molto più finish. Il boicottaggio, non è fallito o riuscito, semplicemente non conta più, è secondario. Chi c’è, gareggia: chi non c’è, non conta. Il dramma buffo delle bandiere bianche diventa irrilevante, come tutti i falsi problemi che angosciano invano gli italiani e diventano battaglie politiche finte, per evitare quelle vere. Kabul è lontanissima, un ricordo noioso in questo stadio splendente e lucido. Il KGB, il dissenso, le contraddizioni gravi sono cose su cui si può scherzare (non stando qui, però). 
di vittorio zucconi, Corriere della sera, 29 luglio 1980

 

lui  Mi sbloccò Borzov”| A Mosca nell’80 l’oro dei 200 metri. La sua faccia scavata, la rimonta quando tutto sembrava perduto, lo spasmo finale. Un made in Italy che si affermava anche nello sport. «Ma nei cento non andai oltre la semifinale, dove mi qualificai precedendo di un centesimo Crawford che dalla rabbia buttò giù una porta. Anche io ero giù e mi isolai. Venne a trovarmi Borzov, ormai ex, non avevo tanta voglia di fare colazione con l’avversario di una vita. Mi regalò l’orsetto Misha e non la fece lunga: ti ho visto spento, senza scintilla, guardati dentro e torna a mordere la pista. In finale mi confinarono in ottava corsia, non ero contento, non potevo controllare gli avversari. All’uscita della curva ero penultimo, Wells indemoniato era tre metri avanti. Penso: non avrò altre occasioni. Dodici anni di lavoro e di dolore per niente. Allora riparto, risento tutto, rientro in gara, recupero, vinco, alzo le braccia e il ditino. Per quell’oro guadagnai un premio da otto milioni di lire e mi comprai sei poltrone Frau. Al ritorno il presidente Pertini mi abbracciò con molto affetto. Tra noi c’era un buon rapporto. Mi invitò a colazione al Quirinale, anche il giorno prima del suo addio. Era triste, mi commosse. Gli domandai cosa avrebbe fatto. “Tornerò a casa”. Chiesi: sua moglie l’aspetta? “Lo spero”, rispose».
intervista di emanuela audisio, la Repubblica, 3 giugno 2012

 

cosa si scrive | Una vita da film dove ha navigato anche andando contro qualche scoglio perché se gli altri riposavano lui si allenava pure sotto la pioggia, nei giorni di festa, perché era spigoloso abbastanza difficile da amare sempre, perché la sua vita è stata combattimento per diventare campione, quando all’inizio dicevano, brerianamente, che era stortignaccolo e non poteva arrivare dove invece lo abbiamo applaudito tutti. 
di oscar eleni, il Giornale, 19 luglio 2020

 

cosa si scrive | L’Italia fu insanguinata da due stragi orribili. L’aereo di Ustica e la stazione di Bologna. In mezzo, la testimonianza della meglio gioventù dell’epoca. Perché questo erano (e restano, nella memoria collettiva) Sara Simeoni e Pietro Mennea. I volti puliti di una Patria che rifiutava di arrendersi alla violenza, alla corruzione, alla mancanza di quel sentimento vitale che è la poesia dei comportamenti. 
di leo turrini, il Resto del Carlino, 26 luglio 2020

 

 

Martedì 29 luglio. Claudio Pollio

 

  lotta libera 48 kg | Claudio Pollio, 22 anni, napoletano. È oro nella lotta libera, categoria 48 chili, il primo italiano nella storia dello sport a vincere ai Giochi.

 

cosa si scrisse | Martedì sera Claudio Pollio ha saputo d’aver vinto il titolo olimpico di lotta libera, categoria mosca, mentre, in attesa di riempire le boccette dell’antidoping, stava spiegando ai giornalisti che era contento d’essere arrivato secondo. Forse è il primo olimpionico divenuto tale per “suicidio” di un avversario: così i tecnici hanno definito la distrazione fatale in cui il sovietico Sergei Kornilaev è incorso nell’ultimo combattimento col nordcoreano Se Hong Jang, distrazione pagata con una «scatenata» clamorosa, che ha regalato il titolo al nostro “Pollicino”.
Avvertito della vittoria, Claudio ha reagito con la fredda calma di un islandese: è andato alla premiazione, ha abbracciato il coreano, ringraziandolo in napoletano del suo fair play (Jang sarebbe stato terzo anche se avesse perso col russo) e ha cercato di consolare Kornilaev, venticinquenne di Chuvash-Rubovo, due volte campione mondiale. Le rivincite di questo napoletanino che pesa mezzo quintale (e scende a 48 chili quando deve lottare) non sono soltanto rivincite sportive. Sono soprattutto rivincite sulla vita, che laggiù, a Secondigliano, è stata sempre dura per lui, quarto di cinque figli di un manovale del porto oggi in pensione.
di carlo coscia, la Stampa

 

lui  Il posto in banca grazie a Pertini e Cossiga  | «Vede, Meneghin, noi piccoletti questa volta abbiamo fatto meglio di lei. Io sono il Presidente della Repubblica e lui ha vinto la medaglia d’oro nella lotta. Lei solo l’argento nella pallacanestro». Quarant’anni dopo quella medaglia in vista nel salotto di casa è una esplosione di sentimenti, emozioni, sapori, ricordi. Claudio Pollio, 62 anni, li riavvolge tutti: l’incontro con Pertini al Quirinale, la Mosca del blocco sovietico, gli avversari, il podio dimezzato senza inno né bandiera nel 1980. Un tuffo nel passato che è sempre presente in casa dell’ex lottatore napoletano. «Il Presidente lesse un articolo di come la medaglia olimpica fosse disoccupata. Cossiga, allora capo del governo, chiamò a casa mia. Rispose papà: Se lei è Cossiga io sono Napoleone. Poi fu convinto dall’accento sardo. Andammo al Quirinale. Fu chiamato il presidente del Coni ed io ebbi il posto in banca». 
Perché la lotta? «Perché ci menammo di santa ragione con un prepotente di quartiere. Andavamo a scuola al Professionale di Calata Capodichino, il Meucci. Lui era un arrogante. Io non lo sopportavo, avevo 17 anni. E giù botte. Era il doppio di me ma gliene diedi talmente tante che alla fine mi disse basta. Poi siamo diventati amici e lui, che faceva lotta libera, mi disse: Perché non vieni ad allenarti con me ai Vigili del Fuoco? Ero incuriosito e accettai». 
Carriera breve la sua. 
«Durò cinque anni, dal nulla alla medaglia d’oro olimpica. Poi smisi perché ero un po’ ribelle e fui squalificato perché non mi allenavo. In realtà avevo creduto alle false promesse della federazione che mi rovinarono la carriera. Dopo le Olimpiadi mi offrirono un contratto vantaggiosissimo in Germania. Avrei lavorato lì continuando la mia attività di lottatore. Dopo qualche anno avrei preso il passaporto tedesco. La Federazione pareggiò l’offerta, mi convinse a non partire. Promesse cadute nel vuoto. In tutto questo la banca dove lavoravo mi faceva problemi sui permessi per allenarmi. Decisi di lasciar perdere. Eppure le Olimpiadi di Los Angeles, senza il blocco sovietico, le avrei vinte in carrozza. Forse la Federazione se fosse stata buon padre di famiglia mi avrebbe anche convinto. Ma così non fu». 
Le sue impressioni di Mosca? 
«Ci dovevamo sempre muovere in gruppo. Ci assegnarono un interprete che ci portava dove voleva lui. Una volta riuscimmo a scappare: ricordo tutte le brutture degli edifici coperte da teloni, un po’ come si fa oggi con la pubblicità montata sui palazzi in ristrutturazione». 
intervista di gianluca agata, il Mattino, 22 luglio 2020

 

 

Mercoledì 30 luglio. Ezio Gamba

 

   judo pesi leggeri | Bresciano, 22 anni, settimo quattro anni prima a Montreal. A Mosca vince l’oro nella categoria maschile dei pesi leggeri (71 kg), battendo in finale il britannico Neil Adams.

 

cosa si scrisse | Un principino lo era sempre stato. Il padre possiede un’impresa pubblicitaria, e il ragazzo gira in città su una grossa Citroen o, a piacimento, su una moto Honda 750. Certo il judo è un hobby, e non un modo per sottrarsi alla fame, come è stata la lotta libera per Pollio. Ezio Gamba si è comprato il film della finale, e se lo porterà con la medaglia in Sicilia, dove lo aspetta la bionda e bella fidanzata Luisa Rota. Si porterà anche una cassa si panettoni di un pasticciere di Brescia, che sono la base della sua alimentazione, pazza come dice il suo allenatore Cappelletti che sbraita per fargli mandar giù anche qualche bistecca.
di gian mario maletto, Corriere d’informazione, 1 agosto 1980

 

lui Il ritorno in Russia da allenatore | Ci sono tanti modi per entrare nella storia ed Ezio Gamba, che il 2 dicembre compirà 55 anni, ne ha scelto più d’uno. È stato il primo italiano a vincere un oro olimpico nello judo, a Mosca 1980, e poi, dopo aver allenato la Nazionale azzurra fino al 2004, dopo una grande esperienza in Africa, ha sentito il richiamo dei luoghi che l’hanno reso sportivamente immortale, tornando in Russia per allenare la squadra olimpica maschile. Ai Giochi di Londra dell’anno scorso, un altro primato straordinario: tre ori, un argento e un bronzo, il più grande risultato di sempre per l’Orso russo, che quattro anni prima, a Pechino, addirittura non era neppure salito sul podio. Sulle ali di queste vittorie, la federazione lo ha messo a capo di tutte le squadre nazionali, donne comprese. E il 29 ottobre, al Cremlino, Vladimir Putin lo ha premiato con l’Ordine dell’Amicizia per aver contribuito al significativo rafforzamento dei rapporti tra diverse nazionalità. 
 Dove vive in Russia?
«Dappertutto e da nessuna parte. Nel senso che la squadra con gli atleti più forti si allena a rotazione in tutto il Paese e spesso siamo all’estero per gli stage. Il mio progetto prevede di portare lo judo nelle varie regioni della Russia, di consentire a tutti di accedere agli allenamenti, che infatti sono liberi, quindi io faccio la vita dei miei atleti».
 La sua famiglia?
«Vive a Brescia, io torno ogni due o tre settimane. Non è facile, ma mia moglie Luisa e i miei figli Sofia e Giacomo sono la mia vera forza, lo stimolo per fare sempre meglio il mio lavoro. Il più piccolo ha 14 anni, è nella fase in cui comincia l’identificazione con la figura genitoriale, ha iniziato a fare judo e soprattutto ha imparato a memoria tutte le tecniche». 
intervista di riccardo crivelli, Sportweek, 16 novembre 2013

 

 

Sabato 2 agosto. Patrizio Oliva

 

  pugilato pesi leggeri | Napoletano, 21 anni, argento agli Europei un anno prima. Vince l’oro nel giorno tragico degli 85 morti per la strage alla stazione di Bologna. Batte in finale 4-1 il pugile di casa Konokbayev. Gli viene assegnata la Coppa Val Barker come miglior pugile dei Giochi: nell’albo d’oro del premio prima di lui

 

cosa si scrisse  I miracoli di Napoli | Dodicenne, portava la borsa al fratello Mario, campione italiano, succhiando da lui la passione nella Fulgor, non esattamente un luogo per ereditieri. Oliva ha cinque fratelli, tre maschi e due femmine, e un sesto, Ciro, alla cui memoria ha mandato i pensieri sul podio, morto a quindici anni. A Napoli si lotta per sopravvivere, ma quando capita qualcuno che elevi di livello la sua lotta, cercando la vita piena, allora si compie il miracolo. I motivi per temere il coetaneo Serik Konakbayev, un affusolato asiatico del Kazakistan (alto 1,80, qualche centimetro più di lui) dal viso mondolo, le braccia lunghe e un bel gioco di scherma, tecnico quanto lui, c’erano tutti: un anno fa a Colonia gli rubò grazie a un verdetto scandaloso il titolo europeo. C’era il fondato rischio di un bis casalingo.
di oliviero beha, la Repubblica, 3 agosto 1980

 

cosa si scrisse  A chi somiglia | Tutti dicono: “Somiglia a Benvenuti”. E lui stesso ama riconoscersi in questo modello che odora di stile, di fantasia, di velocità e di determinazionel al momento giusto. Non è il caso, comunque, di decifrare il futuro a trionfo ancora caldo. Oliva ha vinto davvero una grande battaglia. La sua caccia all’oro si è svolta nel regno del grande rivale. 
di candido cannavò, la Gazzetta dello sport, 3 agosto 1980

 

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