LA MORTE DI MARADONA
Addio a Chenot, l’uomo che lo trasformava in un grissino
Una settimana dopo Maradona, è morto Henri Chenot, l’uomo dal quale ogni tanto Diego si rifugiava, a Merano, per rimettersi in forma. Aveva 77 anni, catalano naturalizzato francese, aveva avuto come ospiti anche Pavarotti e Briatore, Totti e Zidane. Giampaolo Visetti su Repubblica lo ricorda come “pioniere del nutrizionismo e guru delle diete detox”. Dei vip suoi clienti Chenot diceva: «Non li capisco: arrivano con cinque valigie di vestiti per stare sette giorni in accappatoio». Daniela Fedi sul Giornale ha scritto che parlava in italiano come l’ispettore Clouseau e che ogni anno faceva perdere alle persone 30 mila quintali in tutto. Dietro il tavolo del suo studio – scrive Cristiana Mangani sul Messaggero – era appesa una Madonna, donata dall’amico Salvador Dalì, oltre a una caricatura nella quale era vestito con una tunica bianca e definito il Papa della salute.
La prima volta Maradona corse da lui cinque mesi dopo lo scudetto, ottobre 1987. Approfittando della pausa in campionato per la partita della nazionale italiana in Svizzera, si rifugiò a Villa Eden per perdere cinque chili in nove giorni. Costo: 2 milioni di lire dell’epoca. Entrò con la diagnosi di leggera scoliosi e stress per eccesso di attività. Il manager Coppola disse: «Diego deve solo curarsi dal troppo cortisone». Sia il medico personale di Diego, il dottor Oliva, sia quello del Napoli, Acampora, protestarono. Minacciarono querele. Chenot corresse: non cortisone, novocaina. Tornò nell’estate del 1988, poi in quella del 1989 dopo essere andato a pescare dorados, quando non ne voleva sapere di rientrare e chiedeva di essere ceduto al Marsiglia. Era di nuovo a Merano dopo i Mondiali del 1990.
Antonio Corbo su Repubblica li chiamava “i viaggi della speranza. Acqua e limone, tisane, ancora acqua e limone. Tornava che era un grissino”. Fu a Merano che undici anni fa si presentò la Finanza. Gli confiscarono gli orecchini. Vanno via insieme, gli uomini delle rimonte impossibili.
Il vecchio CT ▻ Maurizio Crosetti ha intervistato a Buenos Aires per Repubblica Luis César Menotti, il CT argentino del Mundial 1982. Non lo aveva convocato diciottenne quattro anni prima, poi suo allenatore al Barcellona. «Sono sommerso dal dolore, come se fossi coperto di merda. Era immortale ma non era dio, non era un modello morale e non voleva esserlo, non era neanche Pelé. Era un ragazzo che aveva sofferto e un uomo che voleva vivere a modo suo. Quando giocava, sì, è stato il più grande del mondo. Credo fosse maledettamente difficile essere Maradona, me ne sono accorto negli anni che abbiamo trascorso insieme. Doveva accettare continui compromessi, era circondato da tanti, però credo che in pochissimi gli volessero bene. Gli hanno succhiato il sangue. Non voleva più vedere la gente, e penso che anche in questo meritasse rispetto. Io non l’ho più disturbato. Era irraggiungibile. Se n’è andato tante di quelle volte da farci credere che la morte vera, alla fine, non sarebbe arrivata mai. Ho un sogno impossibile: rivederlo ancora».
Senza perdere l’amore
«I so’ napulitano, so che cosa ci ha dato. Quando sui giornali si scriveva che Ferlaino faceva avanti e indietro dalla Spagna per comprarlo non ci credevo, mi sono convinto solo quando l’ho visto sbucare dai sotterranei del San Paolo che ora porterà il suo nome».
➣ Tifoso? «Sì, e ringrazio Ringhio: Gattuso ha ridato alla squadra il respiro. Senza quella storia di Asl e Juventus oggi saremmo primi, credo».
Massimo Ranieri intervistato da Federico Vacalebre, il Mattino
Il sindaco che non ci fu ▻ Lo scrittore e critico letterario-cinematografico Goffredo Fofi racconta stamattina con un intervento su Avvenire di quando avrebbe potuto incontrare Maradona e si sottrasse. Era stato invitato da Nino D’Angelo sul set del film Tifosi, nel quale Diego faceva un’apparizione nel finale. Non era ancora tornato a Napoli dopo la fuga notturna del marzo 1991. “Eravamo nel ’99 – scrive – ed erano vicine le elezioni cittadine del 2001 (candidati sindaci Bassolino e Jervolino), e Nino aveva pensato a un manifesto da affiggere in città con una grande foto in cui lui e Maradona, alla mia destra e alla mia sinistra, mi abbracciavano, e una grande scritta avrebbe gridato: «Vogliamo sindaco Fofi!» Non so quanto Nino scherzasse, ma certamente se quella foto si fosse fatta e avesse circolato, sarei diventato un concorrente temibile! In città, grazie a quei due sponsor, la mia fama sarebbe salita alle stelle!”.