lunedì 18 novembre 2024
#1 giorno ai quarti di finale di Coppa Davis
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VITE OLIMPICHE
L’elogio di chi elogia i quarti posti
In un numero interamente dedicato ai 100 giorni dopo Parigi, con Mondo Duplantis in copertina, L’Equipe Magazine ha raccontato in uno dei suoi pezzi del ricevimento al Quirinale di atlete e atleti italiani arrivati quarti ai Giochi di Parigi, chiedendosi se non si tratti di un segno dei tempi.
È il fatto dell’anno. È il tratto che ha distinto in modo lampante lo sport nel 2024, eppure ancora troppo sottovalutato e deriso da chi detiene le leve del racconto, degli editoriali, delle domande da porre nelle interviste, delle virgolette da scegliere e riferire nei pezzi e nei titoli.
Di questo strappo rivoluzionario ha scritto Aligi Pontani su Domani, spiegando che non c’è nulla di melenso in questa storia, in “queste vite strapazzate da sacrifici e viaggi, dalla ripetitività dei gesti ossessivi degli allenamenti, dalle fiammate emotive delle vittorie e più ancora delle sconfitte, sono vite che si somigliano, dal Suriname alla Gran Bretagna, dagli Stati Uniti al Brasile o all’Italia. Ci si sfida dopo essersi visti, conosciuti e riconosciuti, capiti, incontrati in giro per Paesi molto lontani da casa, o magari dopo essere passati per gli stessi maestri, tecnici, o peggio per gli stessi dolori: la testa che non regge allo stress, il corpo che fa crac, la vita che ti fa capire che c’è altro oltre le medaglie”.
Ne ha scritto qualche giorno dopo Brad Stulberg sul New York Times scrivendo: “Ho notato un cambiamento nel modo in cui gli artisti d’élite di tutti i tipi – nello sport, nella scienza, nelle arti – lottano per il successo: sempre più persone si rendono conto che non è necessario essere stronzi per essere fantastici”.
Qui su Slalom abbiamo ripreso l’argomento e unito i puntini nel giorno dell’oro olimpico della pallavolo rivolgendo un pensiero a Julia Ituma e poi ancora un mese fa, mentre il Mondiale della MotoGP si avviava alla sua conclusione, al suo duello all’ultima corsa senza polemiche, veleni, messaggi tossici, senza spallate, senza colpi d’anca, testate, alla maniera nuova di Bagnaia-Martin contro gli estremismi Rossi-Marquez.
Ora il magazine francese ricapitola tutto e riferisce per esempio del celebre dissing Pilato-Di Francisca o delle dichiarazioni di Simona Quadarella sull’orgoglio provato al Villaggio per ogni finale conquistata, prima ancora che per ogni medaglia. Valentin Pauluzzi ha raccontato di come pure in Francia e in Belgio il giudizio sulla quasi-medaglia sia cambiato, si sia evoluto. Ha scritto: “Denigrato, a volte insultato, in Francia il quarto posto è spesso il posto dell’idiota. Sei ai piedi del podio, nell’anonimato, e da laggiù devi osservare tre concorrenti ai quali viene messa una medaglia al collo. Tuttavia, la commiserazione sta lasciando il posto alla sdrammatizzazione, a un nuovo approccio specifico da parte di una generazione di atleti attenti al proprio benessere. È innegabile: i quarti classificati hanno avuto maggiore visibilità durante le ultime Olimpiadi. In Francia hanno beneficiato in particolare della “tabella delle quasi medaglie” aggiornata quotidianamente dalla Fédération française de la Lose, la federazione francese dei battuti, un media online che celebra con ironia e gentilezza le sconfitte tricolori. Antoine Declercq, uno dei fondatori del sito, non è rimasto con le mani in mano durante le Olimpiadi: «Appena c’erano un quarto, un quinto o un sesto posto, ne parlavamo, mentre prima, non ci importava».
Per esser chiari, per anticipare le obiezioni di qualcuno rimasto prigioniero del Jumanji para-fichissimo con la vittoria come unica cosa che conta, oppure su quella fesseria del secondo che sarebbe il primo dei perdenti – per esser chiari, non si tratta di sminuire la sconfitta o di trattarla alla stessa misura di una vittoria. È comodo e facile raccontare queste rivoluzionarie e questi rivoluzionari come dei figli degenere, dei pervertiti, dei rammolliti. Non è che gli sportivi e le sportive hanno smesso all’improvviso di tenere la contabilità che separa i vincitori dai vinti. È successa un’altra cosa che al mondo degli adulti sfugge, una fra le tante. È successo che si perde guardando negli occhi la sconfitta senza lasciarsi pietrificare, si perde chiamando un rovescio con il nome suo ma senza sentirsi per questo dei falliti, si sta dinanzi a una caduta come Julio Velasco vorrebbe che ci stesse Roberto Baggio trent’anni dopo il rigore sbagliato a Pasadena.«Io non mi sento come lui che dice di non avere pace perché ha sbagliato un rigore, anche lui dovrebbe essere in pace. Succede». Si sta dentro lo sport con un agonismo nuovo, un agonismo dolce imposto da una banda di teenager che non è più disposta a confondere una gara con l’odio, il colore di una medaglia con la definizione di sé stessi. Quando tra un mese all’incirca arriverà il momento dei bilanci sui temi e sui personaggi dell’anno, qui su Slalom tutta questa roba verrà al primo posto. Ops.
ADDII
Cosa succedeva nel ranch di Bela Karolyi
Questa è la storia di un uomo capace di entrare nella testa e di cambiarla, dopo aver inciso pure il corpo. È la storia di un uomo a cui è stato concesso tutto o quasi nel nome della solita moneta fasulla, non la vittoria, ma la fissazione per la vittoria, la vittoria come un assillo, una mania, un invasamento, una paranoia.
Questa è la storia di Bela Karolyi, morto all’età di 82 anni, stamattina in molti titoli ricordato come il tecnico che scoprì Nadia Comaneci. La Gazzetta gli dedica una manciata di righe in cui lo descrive come “tecnicamente all’avanguardia, molto criticato da tanti suoi allievi per i metodi severissimi. Sino al punto di venir soprannominato Dracula”. E dopo Comaneci ci fu Mary Lou Retton, l’inizio della raccolta di medaglie della ginnastica USA.
“Senza di lui – ha scritto Emanuela Audisio su Repubblica – oggi Simone Biles non sarebbe un razzo nello spazio”. Nel titolo di Repubblica [“Il tiranno e la bambina”] si trova un indizio più definito su questi metodi severissimi. “Un orco, un genio, un padre-padrino-padrone, un uomo che senza algoritmo – si legge nel ritratto di Audisio – iniziò nella Romania di Ceausescu a setacciare corpi nei piccoli borghi minerari dove sapeva di trovare fisici minuti e vite senza felicità. Lo chiamavano Dracula, perché ti cavava il sangue. Ma te lo rimetteva anche in circolo, dandoti sicurezza. Era severo, pretendeva dedizione, ma ti faceva volare. Non aveva bisogno del tuo Dna per capire le tue potenzialità: eri una bambina ma lui ti vedeva grande”.
A quale prezzo. Alla vigilia della finale del concorso individuale di Parigi,. L’Équipe rintracciò Marie Louis Retton e ne venne fuori un’intervistona.
«Bela Karolyi mi aveva reclutata nel 1982, a Reno, durante una competizione nazionale. Lui e sua moglie Martha avevano mollato nel 1981 e avevano iniziato a lavorare con Dianne Durham, che l’anno successivo sarebbe diventata la prima ginnasta afroamericana a vincere il titolo nazionale. Erano lì con lei. Sono venuti da me e hanno detto: – Mary Lou, ti faremo diventare una campionessa olimpica. A casa non avevamo molto cibo in tavola. Bela si è rivolto ai miei genitori: – Vostra figlia ha le carte in regola per avere successo. Mi impressionò che l’allenatore di Nadia Comaneci conosceva il mio nome. Ho implorato i miei genitori di lasciarmi andare a Houston con lui per vivere il mio sogno olimpico. Sono partita con due piccole borse e cinque body. Mancavano solo due anni ai Giochi, mi sono ritrovata ad allenarmi otto ore al giorno. Bela ha organizzato per me un soggiorno presso una famiglia del posto. È stata dura, piangevo spesso. Venivo da una famiglia numerosa di origine italiana, tanto atletica quanto rumorosa. Avevo nostalgia di casa, potevo telefonare ai miei solo la domenica dopo le 17. Ma nessuno sapeva quanto fossi coraggiosa. Mi allenavo con i Karolyi da quattordici mesi, quando Bela mi portò a New York per la Coppa America al Madison Square Garden. Il giorno prima della gara venne nella mia camera d’albergo. Dianne si era fatta male all’anca. Bela si sedette su una sedia e mi disse: – Mary Lou, questa è la tua occasione, non deludermi. Nessuna pressione, eh? Ricordo di aver pensato che sarebbe stata un’esperienza folle. C’era Natalia Yourchenko, che aveva appena inventato il suo incredibile nuovo salto e c’erano tutte le ginnaste che avevo visto sulle riviste. Ho capito che non avevo nulla da perdere. Se mai avessi vinto, si sarebbe aperta una porta incredibile. E l’ho aperta. Nessuno mi aveva mai visto, ma io sapevo di poter aprire una breccia. La settimana successiva ero sulla copertina di una rivista. Era irreale. Quanto mi piaceva. Avevo bisogno di quella fiducia. La fiducia psicologica viene dalla forza fisica. Se sei ben preparata fisicamente, sei pronta. Con i Karolyi eravamo pronte per cose estreme».
LE COSE ESTREME
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Nadia Comaneci ha raccontato cosa fossero poi queste cose estreme. «Coach Karolyi – ha detto in una intervista del 2019 a Repubblica – non perdonava. Una notte d’inverno si accorse che la luce nel dormitorio era ancora accesa. Allora ci ordinò, visto che eravamo sveglie, di andare fuori a correre in pigiama. Non ci siamo più dimenticate di spegnerla. Quando andavamo in bagno dovevamo fare pipì con la porta aperta, era preoccupato che noi bevessimo acqua, cosa che in effetti cercavamo di fare. Sì, era esigente. Ma ora che ho un figlio che disobbedisce, che non vuole andare a letto alle dieci, molto furbo, capisco che le regole sono importanti. Non ci fossi stata abituata, oggi non potrei reggere i ritmi della mia vita tra appuntamenti e programmi. E ora quando viaggio penso a me bambina che andavo all’estero, tutti mi chiedono: cosa riportavi a casa? Calzini colorati, non li avevo mai visti. Elastici per capelli. E bubble-gum. Le gomme da masticare per fare le bolle. Che felicità, altro che primo cellulare che ho avuto verso i 40 anni».
Poi le cose estreme sono diventate col tempo e per altre donne troppo estreme. Quando Larry Nassar è stato accusato di abusi sessuali sulle ragazzine della Nazionale USA di ginnastica, è emerso che molti di quegli abusi erano avvenuti nel Ranch dei Karolyi, nella fabbrica degli ori.
“Quasi 20 anni fa, le migliori ginnaste americane preparavano una borsa, salutavano i genitori e facevano un viaggio che si concludeva con un tratto in auto lungo una strada sterrata fino a un complesso remoto in una foresta del Texas. «Guidi attraverso i boschi per circa 15 miglia e poi vedi questo cancello verde – racconta la medaglia d’oro olimpica 2012 Jordyn Wieber – È stato allora che ho capito che stavamo arrivando al Ranch. Ho iniziato ad avere un nodo allo stomaco»”.
Cominciava così un reportage di ESPN nel posto dove non avrai altra dea all’infuori di Atena, un posto dove “la coppia dei Karolyi aveva accumulato un potere senza precedenti nello sport. Con l’aumento dell’influenza dei Karolyi, aumentò anche l’importanza del loro Ranch. Da pochi edifici rustici all’interno di un parco nazionale, divenne il centro della ginnastica d’élite femminile negli Stati Uniti. Pochi – dice ESPN – hanno messo in dubbio la saggezza di allenare bambini e adolescenti in un luogo così isolato, lontano dagli ospedali, tagliati fuori dalle loro famiglie. Perché avrebbero dovuto? Prima dei Karolyi, le donne statunitensi non avevano mai vinto l’oro olimpico”.
Il reportage di ESPN faceva parte di un’ampia inchiesta sulla figura di Karolyi e comprendeva un podcast nel quale venivano confutati alcuni elementi leggendari della formazione del coach, una certa narrazione di sé che aveva contribuito a dargli un alone misterioso e affascinante, il Karolyi richiedente asilo negli Stati Uniti, il Karolyi senza un soldo, il Karolyi che sapeva a malapena come usare il telefono, il Karolyi che puliva i moli e i cessi nei bar.
Durante una battuta di caccia nei primi anni ’80 vicino a Huntsville, un paio d’ore a nord di Houston, Bela aveva scoperto un terreno disponibile all’interno della Sam Houston National Forest. Con sua moglie Martha ne acquistarono 50 acri per 69.000 dollari. Quando Bela portò lì per la prima volta le sue ginnaste in ritiro prima delle Olimpiadi del 1988, compensò le intense sessioni di allenamento e di corsa lasciando che cavalcassero, guidassero quad e provassero a giocare al tiro al bersaglio. Costruì una baita per la vita in comune e il bagno esterno, al freddo. «Chi voleva andare in una latrina nel cuore della notte?» ha detto Chelle Stack-Marcella. «Facevamo pipì sul lato del portico». Nel corso dei successivi 10 anni, i Karolyi avrebbero aggiunto altri 2.000 acri alla loro proprietà, riempiendoli di cavalli, cervi, bassotti, cammelli, pavoni e anche un toro di nome Gorbaciov.
Nel 1996 erano ormai diventati cittadini statunitensi, potevano smettere di scappare, cominciarono allora a barricarsi. Anziché allenare la diciottenne Kerri Strug e la quattordicenne Dominique Moceanu nella palestra all’avanguardia di Houston, i Karolyi le trasferirono al Ranch a tempo pieno. Il luogo isolato consentiva loro di supervisionare le ginnaste 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Strug e Moceanu condividevano una cabina dove dormire a pochi passi dalla palestra. «Potevi indossare la calzamaglia e raggiungere la palestra a piedi in due minuti» ha raccontato Strug. «Sentivi il motore della macchina di Bela e sapevi che era il momento».
Il Ranch divenne la base di allenamento per tutta la Nazionale USA nel 2000, quando Bela ottenne la posizione che aveva sempre desiderato: capo della squadra femminile. Ordinò ritiri mensili al Ranch, firmò un accordo di affitto con la federazione. L’esperimento naufragò alle Olimpiadi del 2000 a Sydney, ma nella sua biografia non trova molto spazio questo fallimento. Sua moglie Martha ne prese il posto nel 2001. Incoraggiava la competizione spinta dentro la squadra, valutava costantemente la forma fisica e il peso delle ginnaste. Martha chiedeva alle ragazze di arrivare a ogni allenamento, due volte al giorno, truccate, con i capelli sistemati, il body immacolato. Bela cucinava la cena, Martha giocava a carte con gli altri allenatori. Così le USA vinsero il loro primo oro a squadre ai Mondiali del 2003.
Il processo di selezione per le Olimpiadi diventò più soggettivo. Faceva tutto un comitato di tre persone supervisionato da Bela. Nel 2004 Martha aggiunse un altro passaggio: una gara al Ranch, una specie di Trial, in una palestra senza aria condizionata né riscaldamento. Ci fu un ingorgo lungo la strada sterrata che portava da loro. Tutte le aspiranti al posto attesero due ore che il comitato annunciasse la squadra. Martha in seguito raccontò ai giornalisti che le ci vollero solo 10 minuti per scegliere, ma volle aspettare che la TV si collegasse in diretta.
Nella primavera del 2015, una Martha 72enne confermò le voci secondo cui le Olimpiadi di Rio 2016 sarebbero state le sue ultime. I mesi che le precedettero divennero per lei una specie di giro trionfale di vittoria, mentre sedeva per le interviste di fine anno e invitava le troupe televisive a casa sua. Dieci giorni prima, USA Gymnastics annunciò che avrebbe acquistato le strutture di allenamento al Ranch per 3 milioni di dollari: l’eredità dei Karolyi assumeva un significato più ampio. A Rio, Martha supervisionò la più grande squadra nella storia degli USA. Simone Biles vinse il concorso individuale, così come le medaglie d’oro al corpo libero e al volteggio. Aly Raisman vinse l’argento nel concorso individuale e al corpo libero. Martha rilasciò un’ultima intervista in cui si dichiarò entusiasta prima di smettere: «Tutte le cose belle finiscono».
Un mese dopo, un rapporto dell’Indianapolis Star rivelava che due ex atlete avevano accusato il medico della squadra nazionale Larry Nassar di abusi sessuali. Quel numero è salito a più di cinquecento, diverse decine di ragazze hanno dichiarato di essere stati abusate da Nassar al Karolyi Ranch. Nel novembre del 2016, un ranger del Texas e un detective dell’ufficio dello sceriffo della contea di Walker si sono presentati al Ranch e sono stati respinti da un’impiegata della federazione, la signora Amy White. Lei e altri due funzionari della federazione hanno riferito a una sottocommissione del Senato degli Stati Uniti che il presidente Steve Penny aveva ordinato di rimuovere qualsiasi cartella clinica recante il nome di Nassar e di consegnarla presso gli uffici della federazione. Le autorità sono tornate al Ranch il giorno seguente con un mandato di perquisizione, le cartelle erano scomparse. Ancora oggi, in questo momento, non sono state ritrovate.
Nel maggio del 2017, la federazione USA di ginnastica si è rimangiata l’acquisto del Ranch da 3 milioni di dollari, ha ottenuto la cancellazione dell’atto di acquisto, ma ha continuato a inviare centinaia di atleti lì per i campi di allenamento. Nel gennaio 2018 Simone Biles ha aggiunto il suo nome alla lista delle abusate da Nassar. Tre giorni dopo, USA Gymnastics ha ordinato la chiusura definitiva della struttura, tagliando di fatto i legami con i Karolyi e il loro Ranch. Verso la fine del 2017, Nassar si è dichiarato colpevole delle accuse federali di pornografia infantile e di 10 capi di imputazione per abusi sessuali su minori avvenuti nel Michigan. È stato condannato a 60 anni di carcere federale e 175 anni di carcere statale. Steve Penny è stato arrestato e accusato di manomissione di prove in Texas. Si è dichiarato non colpevole e il suo caso è ancora in sospeso. USA Gymnastics ha cambiato quattro CEO in meno di due anni e ha dichiarato bancarotta. I Karolyi non sono mai stati accusati di nessun reato penale, ma sono citati in almeno una dozzina di cause civili. Sono rimasti ai margini della vicenda, sostenendo la loro innocenza e la loro totale ignoranza dei fatti. e con la necessità di Simone Biles di cercare un riparo, un rifugio in Cecile Canqueteau e Laurent Landi, anche loro moglie e marito. Aveva bisogno di lavorare con qualcuno che imprimesse una svolta netta ai metodi precedenti.
Sono stati loro, i Landi, a raccontare cosa accadde a Tokyo, sia sulla scena sotto gli occhi del mondo, quando Simone si ritirò, sia negli spogliatoi, e poi al rientro a casa.
«Non aveva mostrato alcun allarme. Si stava allenando bene. Sorrideva. Durante le qualificazioni [25 luglio 2021] si è sentita stressata. Ma come al solito, come tutta la squadra, perché è lì che ci si gioca tutto. In serata, quando Simone ha capito di essersi qualificata per tutte le sei finali agli attrezzi, ne era molto orgogliosa. Il giorno successivo in allenamento ha sbagliato un atterraggio. Abbiamo interrotto la sessione perché tutte le ragazze erano stanche. Poi abbiamo trovato la soluzione semplificando un esercizio acrobatico. Ha così tanti elementi a sua disposizione. All’inizio è andata un po’ nel panico, ma non era un problema di ginnastica, perché ha eseguito la stessa figura sulla trave. Ci è tornato in mente che aveva avuto un episodio simile dopo il primo stage nazionale a cui era stata chiamata, nel maggio 2018, al rientro dal suo anno sabbatico. Era a Knoxville. Era stata fenomenale, ma non riusciva a finire un salto mortale sulla trave. Come poteva essere? Le erano stati dati quattro giorni di riposo ed era tornata come se nulla fosse. Era stata sottoposta a tante pressioni. Non solo perché tutti guardavano il suo ritorno. Era diventata la voce delle vittime di Larry Nassar, l’ex medico della Nazionale americana condannato per pedocriminalità. Aveva ottenuto che non tornasse ad allenarsi al ranch Karolyi, dove sono stati perpetrati gli abusi, e persino l’estromissione del vicepresidente della federazione americana. Aveva chiamato e aveva chiesto di andare a prenderla. Piangeva: – Non posso più andare là, non posso. Ma lei era laggiù nel Tennessee – racconta Laurent Landi – io a Houston. Vedere nel panico una ragazza con un talento così mostruoso, è strano. Ti chiedi se qualcosa non si sia rotto. All’epoca erano bastati pochi giorni di riposo per cancellare il problema. Cosa che ovviamente non era possibile ai Giochi».
Se è stato Karolyi a costruire Biles, sono stati i Landi a doverla ricostruire daccapo. A doverla riparare. Non per vincere, ma per sopravvivere, per esistere.
Nel 2018 i Karolyi hanno fatto causa a USA Gymnastics per la cancellazione dell’acquisto della loro proprietà. Oggi le palestre sono vuote. Hanno tagliato la corrente elettrica. Gli animali sono stati venduti. Martha Karolyi vive ancora là con sua figlia Andrea. Quando ESPN ha pubblicato il suo reportage, ha inserito in chiusura del pezzo i numeri di telefono della National Sexual Assault Hotline, della National Suicide Prevention Hotline e di ChildHelp.
È con questi numeri di telefono che si chiude la parabola di Bela Karolyi. Pace all’anima sua.
L’EDICOLA
Le pagine di sport in tutta Europa
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INGHILTERRA
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Lasciate che i calciatori giochino alla PlayStation
Quando il Manchester United ha dominato negli anni 2000 aveva Wayne Rooney, aveva Cristiano Ronaldo, aveva Rio Ferdinand, aveva in panchina Sir Alex Ferguson, “probabilmente il più grande allenatore nella storia del calcio inglese” scrive The Athletic. C’era anche l’Old Trafford, un campo che secondo Jamie Carragher sul Telegraph “raggelava molti giocatori”. In effetti raggelava pure gli arbitri. Ma c’è una cosa che i giocatori dello United indicano come un elemento sottovalutato: i videogiochi.
“Giocavamo sempre sulla PSP a SOCOM, un Call of Duty vecchia scuola. Trascorrevamo ore e ore” ha raccontato l’ex portiere Ben Foster sul suo podcast Fozcast. “In realtà continuo a dire che parte della nostra vittoria e della nostra cultura è dovuta a quel gioco. Stavamo tutti insieme, a volte ci odiavamo e litigavamo, la gente lanciava PSP, era incredibile”. Secondo la casa di produzione, SOCOM ha venduto più di 10 milioni di copie in otto uscite. Quelli dello United se lo portavano anche dietro in Nazionale.
“Per i giocatori di calcio, i videogiochi rappresentano tuttora – scrive Elias Burke su The Athletic – un compagno ideale per il loro stile di vita frenetico. Com’è che il Manchester e l’Inghilterra non vincono? Durante il primo lockdown nel 2020, EA Sports ha organizzato la “Stay and Play Cup” su FIFA che ha coinvolto Phil Foden, Vinicius Junior, Achraf Hakimi, molti altri. Vinse il danese Mohamed Daramy. Alexander-Arnold in aprile ha messo insieme una squadra di “Pro Club” per affrontare una squadra di YouTuber e streamer. Il video della loro partita ha accumulato oltre 1,3 milioni di visualizzazioni su due canali YouTube. Quest’estate, Lamine Yamal e Nico Williams hanno creato una squadra di Pro Club per passare il tempo durante gli Europei. “Il gaming fa parte della cultura giovanile”, afferma Benjamin Reichert, ex calciatore professionista in Germania e fondatore del team di eSport SK Gaming. “I calciatori e gli atleti professionisti raggiungono quel livello perché vogliono vincere. Vogliono competere ogni giorno. Un tempo, quando non esistevano, facevamo altre cose. Giocavamo a carte, giocavamo a ping-pong: ma si tratta di sempre di voler essere i migliori, di competere gli uni contro gli altri e divertirsi. È interessante vedere i calciatori in streaming o nelle interviste; senti che sono rilassati e liberi di parlare o di rispondere a domande che altrimenti non avrebbero mai fatto. È un’altra atmosfera e penso che sia davvero importante per loro”.
Luciano Spalletti sbaglia. Ecco, glielo dicono pure da The Athletic. Sbaglia a vietare la PlayStation, sbagliò a escludere Gianluca Scamacca, descritto dal Corriere di Bergamo come un “fanatico della PlayStation”, dalla Nazionale che doveva affrontare Venezuela ed Ecuador in marzo. Quando Jadon Sancho giocava per il Borussia Dortmund, la Bild riferì di preoccupazioni all’interno del club per la sua abitudine di passare troppo tempo alla console, e accuse simili sono state rivolte a Ousmane Dembélé durante la sua permanenza al Barcellona. “Nonostante qualche volta i giocatori si lascino trasportare, molti club e molte Nazionali riconoscono il ruolo che i videogiochi possono avere nella ricerca del successo. Prima che il boom delle portatili gli di portare i propri dispositivi in giro, la federazione inglese aveva allestito una console per la Coppa del Mondo 2018. Le gare di Fortnite sono tra i fattori che vengono considerati decisivi per il miglioramento dello spirito di quella squadra, per la prima volta in semifinale alla Coppa del Mondo in 28 anni. Se ha contribuito realmente alla cultura vincente sotto Ferguson allo United, forse gli allenatori e i dirigenti scettici stanno perdendo un’opportunità: consentire ai giocatori di giocare ai videogiochi potrebbe essere una formula sottovalutata per il successo”.
TENNIS
Un’orgia moderata e democratica per Jannik
Il primo italiano a vincere il Masters non ha nemmeno perso un set, cosa che non accadeva dal 1986, un traguardo che solo John McEnroe e Ivan Lendl possono dire di aver ottenuto. Jannik Sinner ha chiuso l’anno in circuito con 70 vittorie e solo sei sconfitte, ma tre contro Carlos Alcaraz, la sua kriptonite.
Matthew Futterman, cronista di tennis americano, ha scritto su The Athletic che “così l’anno finisce come era iniziato, con Jannik Sinner che stringe tra le braccia un grande trofeo d’argento, rovinando la competizione e cambiando la storia del tennis nel suo Paese, improvvisamente pazzo per questo sport”. Sottolinea appunto che “solo Alcaraz, con il suo attacco acrobatico ha regolarmente trovato una risposta al suo gioco. Sono i due giocatori che hanno riconfigurato il tennis maschile in un gioco iper-aggressivo, nel quale colpire una palla in modo neutro significa stare in difesa, e stare in difesa significa perdere”.
Sinner ha battuto il primo finalista americano dopo un quindicennio con quella che The Athletic definisce una masterclass al servizio, 10 ace nel primo set e quattro nel secondo. “Quando Fritz per qualche ragione si è rifugiato a fondo campo dietro la scritta Torino, Sinner se n’è accorto e gli ha giocato una smorzata precisa. Da lì in poi il set è finito”.
Futterman ricorda che “un anno fa in questo palazzetto, ad Alcaraz è stato chiesto cosa pensasse del futuro di Sinner. Ha subito risposto che pensava sarebbe diventato il prossimo numero 1. Si è poi corretto rapidamente, rendendosi conto che era stato fondamentalmente appena colto nel dire la verità: che la potenza e la costanza di Sinner lo avrebbero presto superato. Allora ha cambiato rapidamente direzione e ha detto che Sinner sarebbe stato il prossimo giocatore a sfidare seriamente il numero 1. Aveva ragione. Alcaraz ha sperimentato quel che tutti gli altri hanno visto. Sinner ha aggiunto peso e muscoli alla sua struttura da filo di ferro e ha iniziato a colpire il servizio con i piedi uniti anziché separati, il che gli ha permesso di ottenere un minimo di altezza e di leva in più. La sua prima palla ora scivola negli angoli proprio come fanno i suoi piedi negli scambi da fondocampo”.
Da domani è Coppa Davis. Stefano Semeraro su La Stampa scrive che “c’è stata la Germania di Becker, la Gran Bretagna di Andy Murray, gli Usa di Connors e McEnroe, l’Australia di Hewitt, tutti profeti in patria in quello che un tempo chiamavamo Masters. Ora tocca all’Italia di Sinner, che si ferma da Bolzano a Palermo quando lui scende in campo. Quella di Torino è una vittoria su tutta la linea, individuale e collettiva, decisamente nazional popolare”.
Da domani è Coppa Davis, da dopodomani chi lo sa. The Athletic e in generale tutta la stampa internazionale sottolinea come “Sinner, a un certo punto, vedrà apparire dei guai all’orizzonte. È risultato positivo due volte al clostebol, uno steroide anabolizzante. Tre giudici convocati dalle autorità antidoping del tennis hanno accettato la sua spiegazione. Anche la WADA accetta questa spiegazione, ma ritiene che Sinner dovrebbe assumersi una certa responsabilità per le azioni del suo team di supporto”.
Gabriele Romagnoli su Repubblica considera che “in queste Finals non ha dovuto affrontare i giganti, ma sono stati loro a non presentarsi all’appuntamento. Lui c’era e puntuale. Un anno perfetto, o quasi. Resta l’elefante nella stanza delle meraviglie. Ieri, mentre guardavo Sinner giocare, sotto il cappellino che gli nasconde la zazzera ho visto per un attimo un ragazzo invecchiato. Sembrava stesse guardando oltre tutto quello che gli riesce facile e vedesse il difficile. Capiterà a inizio 2025, in Svizzera, contro la Wada e le accuse di doping, basate sulla negligenza nel controllo dell’operato dell’ex fisioterapista che lo avrebbe contaminato con una sostanza proibita. Dietro la facciata ottimista sono molti nell’ambiente del tennis a pensare che ci sarà una condanna. Non la condividono, la prevedono. Quel che la sosta agonistica forzata potrebbe fare al fisico di Sinner è impossibile da ipotizzare. Quanto al morale, dovrebbe affrontare l’altra faccia di un Paese che la cambia in fretta e già ora ha i suoi professionisti del “però” (tutti quegli spot, tutti quei soldi, la residenza a Montecarlo)”.
Marco Imarisio sul Corriere della sera ha scritto che “per capire Sinner, bisogna vederlo. La televisione appiattisce. Lo schermo non riesce a restituire la differenza che esiste tra colpi in apparenza uguali. Solo dal vivo, guardando la velocità e ascoltando il suono diverso che fa la pallina quando esce dalla sua racchetta, è possibile capire cosa rende questo giovane italiano il più forte giocatore del mondo. Il vero passaggio della linea d’ombra di Sinner è avvenuto quando si è convinto di non cercare di essere qualcosa di diverso da quel che era. In quel momento sono spariti i dubbi ed è nato il campione che ha appena chiuso un 2024 straordinario”.
“Troppo forte. Troppo veloce. Troppo superiore. Troppo sicuro” dice Vincenzo Martucci sul Messaggero.
Benny Casadei Lucchi sul Giornale considera il panorama, il sistema, dice che “il tennis può sembrare una barca. A guardarlo bene, in profondità, riflettendo sull’incredibile successo di questa manifestazione e senza farsi distrarre dalla pallina a 200 all’ora di una prima di Sinner o Fritz. Una barca con diverse persone di buon senso a bordo che remano tutte nella stessa direzione. Il buon senso, raro nel nostro Paese e anche in Europa, sta tutto qui, nella direzione comune. Sul finire degli Anni Dieci, Angelo Binaghi, il presidente della Federtennis, con una felice intuizione e moltissimo lavoro ha indicato la via italiana in primis, e torinese-piemontese poi, alle Atp Finals”.
Angelo Binaghi era un tempo così vicino ai 5Stelle da cooptare nel consiglio della federazione l’allora sindaca torinese Chiara Appendino, con il ruolo di vicepresidente [a proposito dell’autonomia dello sport dalla politica]. Ieri ha detto che «c’è solo una persona indispensabile senza la quale non saremmo qui a parlare di un altro quinquennio: si chiama Giorgia Meloni». Una dichiarazione che fa scrivere a Casadei Lucchi: “Sport, cinque stelle, forzisti, dem, Lega, Fratelli d’Italia, governo, stessa direzione. Servirebbero barche anche altrove. Molte”. Nella sua imitazione di Casini, Neri Marcoré l’avrebbe chiamata forse un’orgia moderata e democratica.
SINNERISMI
Jannik potrebbe moltiplicare strudel e canederli. È che non gli va
▥ ONOMATOPEE “Che musica, Maestro! Sinner, che quando occorre “serve”, e la pallina non fa più il vecchio “plof” morbido cantato da Panatta, ma esplode secca, “sdang”, ha vinto anche questa finale contro l’amico Fritz e non ha perso un set in questa “settimana da Dio” che ha colorato d’arancione non solo Torino ma l’Italia intera” [Piero Mei, il Messaggero]
▥ E GUARISCE ANCHE I LEBBROSI “Il Maestro ti prende per mano, ti tocca la mente, ti apre il cuore” [Riccardo Crivelli, la Gazzetta dello sport]
▥ JANNIKONOMICS “Elon Musk avrebbe bocciato anche Charles Darwin con il suo nuovo Dipartimento per l’efficienza che Trump gli ha affidato? Non è (solo) una provocazione. Perché è uno dei dilemmi dell’economia: efficienza o efficacia? La prima è la capacità di ottenere un dato risultato, tipicamente nel breve periodo. La seconda è piuttosto la capacità di raggiungere un obiettivo nel medio-lungo periodo. Per certi versi è poco efficiente anche Jannik Sinner quando mette poche prime in campo. Pur rimanendo efficace: porta a casa il match. Gli esempi si potrebbero moltiplicare a dismisura: Gutenberg? Efficace, ma poco efficiente. Tanto che la sua famosa stampa delle bibbie lo portò al fallimento” [Massimo Sideri, Corriere della sera]
▥ AVEVA RAGIONE FUKUYAMA “La storia era già scritta e la storia si è compiuta” [Gianni Valenti, Corriere della sera]
▥ LE CONSEGUENZE DI PARTHENOPE “Era già tutto previsto” [Luca Roberto, Il Foglio].
▥ LE CONSEGUENZE DI KILL BILL “Dietro l’adorazione mondiale ma specificamente nostrana per la figura di Jannik Sinner ci nasconde come sempre l’immensa infinita plurimillenaria delega dell’italiano/a per l’Uomo Forte. Deleghiamo a questo ragazzo roscio tutt’altro che delicato la nostra capacità di vincere, di operare con attenzione maniacale, di sgobbare.Sinner ci sostituisce nella nostra inedia, pigrizia, dismissione dall’agire nel contesto pubblico. Ci sostituisce nella disciplina di noi stessi, che lasciamo a lui. Sinner taglia teste con la racchetta come un killer senza cuore. Uccide per noi”. [Carlo Antonelli, Dagospia]
▥ MUTAZIONI TELE-GENETICHE “C’è un tennis televisivo a. S. (avanti Sinner) dove telecronisti e glossatori misuravano le parole nello stile di uno sport elitario e c’è un tennis televisivo d. S. (dopo Sinner) che rischia di avviarsi sulla strada delle telecronache calcistiche, dove la parola è più importante del gioco” [Aldo Grasso, Corriere della sera]
Riassunto delle puntate precedenti – Yldiz è il nostro Sinner” [Evelina Christillin a La Gazzetta dello sport 9 novembre ‘24] – “Chiesa è il nostro Sinner” [Luciano Spalletti in conferenza stampa, 16 novembre ‘23] – “Melli è il nostro Sinner” [Gianni Petrucci a La Stampa, 22 febbraio ‘24] – “Buongiorno mi sembra il nostro Sinner” [Giancarlo Camolese a Toro it. Marzo ‘24] – Angelo Sticchi Damiani: “Antonelli è il nostro Sinner” [a RAI GR Parlamento, maggio ‘24]
REPUBBLICA
Cosa ci resta dopo la Nations League
DI PAOLO CONDO’
“Per sognare più in grande occorre ricostruire dalle fondamenta il castello difensivo sui calci piazzati, e poi migliorare la redditività della punta, destinata a rimanere unica a meno di una resurrezione di Chiesa oggi imprevedibile. Ora che è venuta la prima sconfitta, è giusto ricordare che due mesi fa Spalletti era ripartito fra mille dubbi — anche nostri — dopo il fallimento europeo, e che quindi è stato bravo a ricostruire l’Italia nel breve volgere di sei partite. Abbiamo due esterni superlativi come Cambiaso e Dimarco, quindi difesa a tre e centrocampo a cinque; abbiamo mezzali di qualità come Barella, Tonali e Frattesi, quindi meglio rinunciare alla seconda punta che a uno di loro; abbiamo due difensori capaci di giocare in ogni zona del campo come Calafiori e Bastoni, quindi appena può la difesa a tre manda un uomo avanti. Ne deriva un centrocampo composto da sette uomini che contiene tutto: la protezione, la regia, il palleggio, l’incursione, il gol. Non sarà l’eterno progetto di Guardiola, che fin da Barcellona studia la squadra interamente composta da centrocampisti con l’utopia di non perdere mai il pallone, ma resta il modo più moderno di mantenere il controllo, ossessione di tutti gli allenatori”.
SLALOM RADICI
Oggi le partite di calcio sono inguardabili
Lo diceva il poeta Alfonso Gatto 50 anni fa
È il 18 novembre del ‘74 quando la Gazzetta dello sport manda Lino Cascioli a casa del poeta Alfonso Gatto. Gatto era stato inviato di ciclismo per L’Unità tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta. Di lui si tramanda un leggendario episodio che lo vuole impegnato a dettare dal traguardo il suo articolo al giornale. «Ha vinto lo spirito», attacca. Ma lo stenografo dall’altra parte del telefono lo interrompe: «Ma che dici, compagno Gatto. Credimi, ha vinto Coppi».
Insomma la Gazzetta manda Cascioli a casa dell’ormai celebrato poeta e per due giorni di fila riporta le sue riflessioni sullo sport, sul mestiere
«Giocavo, da ragazzo, giocavamo su una via in discesa, e quando si cambiava campo quelli che stavano giù, dovevano riportare la palla in salita, c’era da scoppiare… e poi io a-vevo abbastanza paura dei rivali, un po’ coniglio, forse, come Altafini, e quindi insistevo proprio nel dribbling. E, come sempre tra i ragazzi, che gli scadenti finiscono in porta, in porta finivo anch’io. Credo capiti anche tra i professionisti. Al principio i portieri nascono come elementi scartati dalla difesa e dall’attacco, cosi penso.
Ci chiediamo se il cattivo gioco, che la domenica ci elargisce, non sia causato anche dalle nostre raddoppiate esigenze, da una nostra maggiore raffinatezza. Gente come Chinaglia non saprà mai giocare al calcio: in altre discipline, sia letterarie che scientifiche e anche sportive, uno come Chinaglia non potrebbe andare avanti, perché asintattico, sgrammaticato, dissociato. Eppure quello, in mancanza di “uomini dabbene”, come dicono a Napoli, diventa ciò che si dice “un fenomeno naturale”. Ma questi fenomeni naturali in ogni arte e mestiere trovano infine un’autodisciplina. anche perche fanno tesoro di tutto quello che vedono, il che sottintende che Chinaglia non sappia far tesoro di nulla. A un certo punto Rivera è diventato un grande calciatore perché ha visto con i suoi occhi Liedholm. Schiaffino, i tre grandi del Milan, i grandi della mia squadra, della quale sono tifoso accanito da oltre trent’anni… Dicevo, quando eravamo ragazzi, poveri e meridionali, che speravamo di trovare il portafogli per terra, dicevo: ragazzi, i ricchi non hanno portafogli. E difatti non ce l’hanno. E quindi se uno trova un portafogli è sempre quello di un poveraccio, un operaio, un impiegato, con più santini che danaro. Ma per trovarlo, per lo meno bisogna guardar per terra, oppure inciamparvi coi piedi, il massimo della fortuna e della casualità. E questo che significa? La morale è che uno trova un po’ sempre quello che cerca. Nel caso dell’arte e del gioco, se uno non ha occhi e spirito pronti a ricevere il messaggio che cerca, non potrà mai trovarlo.
Il calcio avrebbe bisogno di consiglieri spirituali, non intendo dire i vari frati che formicolano attorno alle squadre per ragioni legittime, religiose. Dico che ci sarebbe bisogno di una educazione spirituale, che non si lasci il calcio isolato dal contesto della cultura vera. Non che il calciatore istruito possa rendere più di uno non istruito – è meschineria intellettuale questa – però se il calciatore sapesse non come notizia, ma come esperienza, che il poeta ha un po’ anche lui i suoi tiri in porta, anche lui fa gol e non fa gol, anche lui ha il sistema di attaccare una difesa che gli resiste, i suoni inespressi; se sapesse cioè che in tutti i fati della vita in cui bisogna trovare uno stile, una qualità nell’insistenza, nella forza, nella pazienza, esiste un po’ lo stesso problema, il problema cioè tra una cosa che non c’è e che bisogna creare… Anche il calciatore crea dal nulla, dalla sua invenzione, dalla fantasia, dall’occasione del momento, dall’opportunità, come molta poesia nasce appunto dall’occasione. Ho conosciuto molti giocatori di calcio ma mi pare che quasi tutti, specie quelli che mancano di classe, manchino di concentrazione, che non è la concentrazione del momento in cui si gioca, è una concentrazione che deriva dal considerare il calcio come la migliore qualità interiore della propria vita. Socialmente il calcio nasce da gente per la maggior parte bocciata a scuola, da gente che si affida alla palla come la sola cosa che sa trattare.
Conoscevo abbastanza bene Liedholm, e tutte le volte che gli ho parlato sentivo che è un uomo organizzato interiormente. Nordhal invece non era già cosi. Sivori era un’altra cosa, possedeva la genialità di un ballerino, di un uomo di mondo, aveva altri lati geniali. Rivera, credo, potrebbe trovare persino intelligenza per le cose letterarie, politiche o culturali. Brera ce l’ha avuta sempre con Rivera perché contraddice le sue teorie. Brera, bravissimo giornalista, uomo straordinario, a parte i lati un po’ prepotenti che ha, e un po’ approssimativi, nel caso di Rivera, bisogna ammettere che non l’ha indovinata. Se ne intende di calcio e dovrebbe piacergli, ma ha i paraocchi e quindi s’intende di un calcio che vorrebbe attuato in un certo modo. Finisce per vedersi sempre protagonista. Uno scrittore si vede sempre protagonista di cio che sta scrivendo ma lui è andato oltre. E poi lì, nel caso Rivera, è una incornatura pregiudiziale che nessuno gliela può togliere».
Io credo che nel calcio, come in ogni sport, la scaltrezza sin uno dei fattori determinanti, intendendo non la scaltrezza all’italiana, dell’arrangiamento, del colpo sottogamba, ma la scaltrezza leale, cioè far valere, a parità di muscoli, la propria testa. Perciò oggi le partite sono inguardabili, dovrebbero annoiare il giocatore stesso. Ricordo la magia dei passaggi di Sani, di Martino, certe cose che ancora fa Altafini, le finte di Liedholm che riusciva a fermare il campo, a creare un vuoto incredibile attorno a sé. O certe cose di Sivori. Le sogno di notte e invece siamo di fronte a un trapestio inutile di calciatori che non hanno un’idea né un tocco di palla chiaro, come racconti che s’imbroglino con sintassi contorte, che non sanno essere oggettivamente pulite né interiormente limpide; sono sporche come quei pittori, che pur essendo buoni, dipingono sporco, unto, con una casualità continua rispetto a un pittore sintattico, pulito, ordinato, un Morandi, per esempio, oppure un Picasso, nei quale c’e l’infallibilità della pazzia, dell’azzardo. Perciò io parlavo di cultura. Oggi ci sono invece analfabeti in campo e c’è soprattutto riflessa in ogni partita l’incapacità dei giocatori e la cattiva coscienza del pubblico, cioè il voler vincere ad ogni costo, il giocar male pur di vincere, quindi un’incapacità che ci trascina al fondo e ci nega lo sforzo di elevarsi. Mi sembra, il nostro tempo, è doloroso dirlo, la fine di un discorso sui valori, intendo in termini culturali. Perché se la poesia stessa oggi rifiuta questi valori e crede di essere essa stessa una merce più o meno di consumo, capace di creare oggetti poetici, figurati, pittorici o plastici che sia, indipendentemente dal loro valore espressivo, anzi diffidando di questo valore, cosi da accusare un autore se colto in flagrante di volontà espressiva, di personalismo, di solitudine, di canto personale, il calcio, che è gioco di squadra, soffre del medesimo male in quanto ognuno dev’essere un solista, capace di trasformare i propri impulsi al servizio della squadra. È la stessa differenza che passa tra il quadro e la fotografia, la fotografia che non dà mai la verità, in quanto la verità è sempre inventata, è sempre una finzione. Un grande calciatore deve identificarsi con la sua vita stessa, come il purosangue nella sua corsa disperata al punto da morire sul campo, come un poeta, quando scrive e se ottiene un risultato, arriva sul traguardo stremato sino ad identificarsi con la morte, in quel momento. Direi che questo è vero persino per l’amore e per tutte le altre grandi manifestazioni dell’uomo sia fisiche. sia spirituali, ma non soltanto fisiche o soltanto spirituali, perché è quell’’equilibrio, è quel filtro, che dà valore al limite. Perche se l’uomo identificasse la forza di tutta la potenza indiscriminata che c’è nel mondo diventerebbe un velleitario, un nazista, un assassino».
[La Gazzetta dello sport, 17-18 novembre 1974]
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