La prima puntata di Ballando con le Stelle ha fatto tre punti di share in più rispetto a quella che aprì il programma un anno fa. Un dato giunto in concomitanza con quanto Antonio Dipollina ha fatto notare su Repubblica. Una settimana fa: “Lo show condotto da Milly Carlucci e Paolo Belli dovrebbe vivere soprattutto di continue esplosioni emotive innescate da litigi vari, gossip paralleli e sottintesi, gaffe ed errori, che diventano un minuto dopo pane per la suburra del web. Quella parte ovviamente esiste e nessuno se la toglie più di torno, ma assistendo alla prima puntata l’impressione è stata che tutti si siano rivolti un cenno d’intesa (“Intanto facciamo una cosa ben fatta, magari anche divertente e con gente che sta a un gioco buono, il resto vedremo dopo”). Fare altre ipotesi sulle prossime puntate è azzardo puro, quindi lasciamo stare. Ma più volte è venuto da pensare, e magari sarà successo anche a molto pubblico: “Mi sto davvero divertendo a vedere questi ballerini improvvisati che si impegnano parecchio”. E nemmeno per un secondo ci si è dovuti intristire per tafferugli verbali. Chissà se dura”.
I tafferugli verbali sono stati messi al bando pure al tavolo della nuova edizione di X Factor, una scelta autoriale evidentissima dopo un’edizione chiusa da quattro giudici anziché tre per l’espulsione di Morgan. La giuria più tossica di sempre è stata azzerata, così le tre puntate delle audizioni, la prima dei bootcamp e tutti i post, tutti i reels, tutte tutte tutte le storie presenti sulla pagina Instagram del programma sono state un inno alla complicità fra rivali, l’accettazione della prevalenza del piacere per il viaggio in comune sul veleno della competitività. Poi certo inizierà la gara e i serpenti si infileranno fra i sorrisi, ma anche qui sta prevalendo per ora quel principio che Dipollina definisce il “gioco buono”, qualcosa di molto simile all’agonismo dolce emerso dalle Olimpiadi per merito di una generazione nuova, la prima disposta a parlare di benessere mentale senza vergogna, senza tabù, come un tesoro da proteggere, e se a noi pare che si debba star male per un quarto posto e uno scarto di un centesimo di secondo dalla gloria delle medaglie, peggio per noi, il problema è nostro.
C’è qualcosa nell’aria che unisce tutti questi puntini, e questo sentimento nuovo è arrivato pure in un altro dei templi della combattività adulterata, quel motomondiale dove Marc Márquez sopravvive come ultimo testimone della stagione dell’odio, ma dove a battersi per il titolo sono due che preferiscono un altro clima. Paolo Lorenzi sul Corriere della sera: “Pecco fin qui ha vinto più gare, ma ha anche sbagliato di più. Martin nel complesso è stato più regolare. Per batterlo Bagnaia dovrà sfruttare la sua intelligenza tattica e tutto il suo talento. Perché Martin è cresciuto. La stagione scorsa soffriva anche quando vinceva, adesso corre col sorriso. Tra i due scorre un fiume di miele. Si stimolano in pista. Si rispettano fuori. Mai una polemica, né una parola sopra le righe. Abbracci e complimenti reciproci. C’è chi rimpiange i toni accesi di una volta. E chi vorrebbe una spruzzata di pepe su questo finale. Ma i tempi cambiano”.
In due giorni a Motegi, con due vittorie, Francesco Bagnaia ha rimesso la schiena dello spagnolo nella sua visuale. Ha dimezzato lo svantaggio dallo spagnolo e restano quattro GP con 10 punti di distacco, il secondo scarto più ridotto degli ultimi trent’anni, ma soprattutto Bagnaia l’ha detto “con quel sorriso da chierichetto – scrive Massimo Calandri su Repubblica – il tono della voce gentile, i modi educati. Potrebbe stringere i pugni davanti alle telecamere, fare proclami: invece Bagnaia scherza, con leggerezza. Non lo confesserà mai, magari non lo sa neppure lui: ma sta cercando di demolire psicologicamente il suo avversario. Molti appassionati di moto storcono il naso alla sfida tra «bravi ragazzi »: vorrebbero risse, provocazioni, polemiche. Poveretti: sono rimasti a Valentino e Marquez. Il fatto che scorrano complimenti e non sangue tra Pecco e Jorge — un tempo compagni di squadra e di camera — li fa imbestialire”.
UN BEL GIRETTO DI PAROLE DOPPIATE
Lo stesso tema nell’archivio di Slalom
#18 AGOSTO 2024
Qualcosa sta cambiando nelle teste delle campionesse e dei campioni di questa generazione. Fermi tutti: lo dice il New York Times, o meglio: lo dice su New York Times Brad Stulberg,autore di “The Practice of Groundedness: A Transformative Path to Success That Feeds — Not Crushes — Your Soul” e fondatore della newsletter The Growth Equation.
“Negli ultimi dieci anni – scrive – ho allenato e fornito consulenza a molti grandi talenti, ho studiato la performance e scritto innumerevoli articoli e saggi sull’argomento. Negli ultimi tempi, ho notato un cambiamento nel modo in cui gli artisti d’élite di tutti i tipi – nello sport, nella scienza, nelle arti – lottano per il successo: sempre più persone si rendono conto che non è necessario essere stronzi per essere fantastici. È un dato di fatto, essere stronzi è associato agli imbrogli e al burnout. Questo cambiamento è stato del tutto evidente all’ultima Olimpiade. Ci ha offerto lezioni importanti che dovremmo portare avanti. Di volta in volta, abbiamo visto che si può competere con ferocia e rispettare le altre, come dimostrato da Simone Biles che fa il tifo per una delle sue principali avversarie, Rebeca Andrade. Puoi desiderare di vincere e mostrare empatia per gli altri. Puoi essere implacabile e gentile, disciplinato e compassionevole. Mentre la pseudo-grandezza consiste nell’essere un duro che disprezza la concorrenza, la vera grandezza si fonda sul miglioramento di sé stessi, non semplicemente nella sconfitta degli altri. Non è solo un sentimento carino. È provato“.
Dice Stulberg che siamo sempre più attratti dalle storie di individui che non solo incarnano la ricerca dell’eccellenza, ma sono anche provvisti di umiltà. Da Simone Biles nella ginnastica a Mondo Duplantis nel salto con l’asta: lui batte i record del mondo e i suoi avversari gli stanno attorno a battere le mani mentre prende la rincorsa. Il greco Emmanouil Karalis gli ha curato la mano quando se l’è tagliata durante una gara. L’americano Sam Kendricks si occupa di coordinare la folla. L’ex primatista Renaud Lavillenie lo segue dalle tribune di mezzo mondo.
“L’eccellenza – spiega Stulberg – non è la perfezione, non è vincere a tutti i costi. È un processo necessario a diventare il miglior interprete possibile del proprio sport e la migliore persona possibile. È un contributo a una nuova definizione di successo”.
Nel 2007, spiega Stulberg, lo psicologo Tal Ben-Shahar ha coniato il termine errore all’arrivo per descrivere la trappola di un pensiero, l’idea che il raggiungimento di un obiettivo porterà un appagamento o una soddisfazione durature.
“L’eccellenza – scrive – richiede competizione, una parola che deriva dal latino com, che significa insieme, e petere, che significa lottare. I migliori concorrenti cioè lottano insieme. Ecco perché, dopo 800 metri nuotati a stile libero, la prima cosa fatta dalla nuotatrice americana Katie Ledecky e dall’australiana Ariarne Titmus è stata allungarsi attraverso le loro corsie per abbracciarsi. È per questo che Simone Biles dice di lottare al fianco di Rebeca Andrade: «Ha tirato fuori la migliore atleta che c’è in me, quindi sono orgoglioso di competere con lei». Negli ultimi dieci anni ho esaminato centinaia di studi e ho scoperto che i principali indicatori del successo duraturo e della soddisfazione delle persone dipendevano dal modo in cui rispondevano a queste cinque domande: hai dato il massimo nella tua ricerca? Vivi in linea con quei valori? Sei paziente? Hai accettato la tua vulnerabilità? Hai costruito relazioni significative e rispettose? Con mia sorpresa, nessuna idea ha avuto più risonanza tra i vincitori di medaglie olimpiche della concretezza: che si possa essere una brava persona e raggiungere grandi traguardi”.