Lo Slalom del 4 novembre | Cosa leggere, sapere e vedere

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  • AMERICHE. Lo sport e la Casa Bianca: i nemici di Trump, le immagini iconiche del passato, le discipline praticate dai presidenti del passato Com’è andata la maratona di NY aspettando la maratona elettorale
  • EUROGOL. Perché la Liga ha sbagliato a giocare: lo sport del popolo si ferma, quando il popolo si ferma Amorim, al Manchester non finirai come tutti gli altri: lo dice il Telegraph Il Nottingham è come l’acqua Fiuggi: toglie gli anni di dosso DAZN in Francia non decolla
  • RUOTE. La più grande rimonta di Verstappen,, di Roberto Liberale
  • PODEMI . L’Atalanta è da scudetto. Finalmente
  • La guida ragionata allo sport in tv
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LUNEDI’ 4 NOVEMBRE 2024
#1 giornO allA FINESTRA DI CHIAMPIONS

 

IL TEMA

Lo sport e la Casa Bianca

 

      LeBron James fa schifo. Quattro anni fa il coro della folla all’ultimo raduno di Donald Trump alla vigilia del voto gridava così contro il Grande Nemico, il giocatore di pallacanestro che aveva vinto la tentazione di disertare la bolla di Orlando – dove si sarebbero giocate le finali di NBA – grazie al pensiero che da lì avrebbe lasciato il segno dei suoi graffi sulla campagna elettorale del presidente. Stavolta è stato più dritto. Ha messo sulla pubblica piazza il suo endorsement, andata a votare Kamala, ha detto,e  Barack Obama gli ha mandato un bligietto di ringraziamento. 

Tra i grandi nemici di Trump da tempo ci sono gli sportivi. Alcuni, non tutti. Ma tanti. Prima ancora dello scontro totale con le stelle della NBA, prima che il leader dei Lakers si schierasse, era stata Megan Rapinoe da capitana della nazionale USA campione del mondo di calcio a dire che loro non ci sarebbero andate a quella fottuta Casa Bianca, a stringere la mano al presidente. Nel dubbio, Trump non le invitò.

 

I NEMICI DI TRUMP

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Sono state tante le squadre che per vincere l’imbarazzo di non veder arrivare, il Donald Trump presidente non ha più invitato. Delle prime 20 che hanno vinto un titolo durante la sua amministrazione, solo 10 hanno celebrato il traguardo con lui. I primi, i Clemson Tigers, campioni di football al college del 2016, non si sono neppure posti il problema. Il capo allenatore Dabo Swinney disse che andare dal presidente era un’opportunità e le questioni politiche non lo riguardavano. I New England Patriots, campioni del Super Bowl, ci sono andati, anche se la metà dei giocatori, incluso l’amico Tom Brady, si sono inventati una scusa per essere altrove. Il primo mezzo no ufficiale è arrivato dai North Carolina Tar Heels, campioni 2016-17 di basket al college. Il loro coach, Roy Williams, era stato molto critico nei confronti dell’amministrazione e quando gli venne chiesto, dopo il titolo, se la squadra sarebbe andata al ricevimento, rispose «Fatemici pensare», e dopo averci pensato non andò, anzi non andarono, dissero che ehm, avevano già preso un altro impegno. A quel punto, le South Carolina Gamecocks, le ragazze del titolo femminile, furono le prime a non essere invitate. Trump aveva iniziato a capire l’andazzo. Aveva capito che se la politica usava lo sport, lo sport stava usando la politica. Le Gamecocks sono state le prime campionesse di basket dopo 34 anni a non essere invitate dalla Casa Bianca. 

Perciò quando si tirarono indietro pure i Golden State Warriors, campioni NBA 2016-17, già era caduto il muro dei convenevoli. Steve Kerr l’aveva deciso mesi prima dei play-off e Stephen Curry l’aveva pure dichiarato. Trump fece sapere attraverso Twitter che l’invito era stato ritirato. LeBron James aggiunse qualcosa sulla statura morale di un presidente che fa così e amen, la rottura non si è più sanata. Per la loro successiva trasferta a Washington, i Warriors fecero visita all’ex presidente Obama, casomai servisse altro pepe sulla coda. Ne ha aggiunta una nuova dose lo stesso Kerr a questo giro, andando alla convention democratica e tenendo un discorso dal palco, chiuso con il gesto che fa Steph Curry dopo una tripla decisiva, le mani chiuse a guanciale sotto il viso, metteremo Trump a dormire, disse, e buonanotte. 

I Pittsburgh Penguins, campioni NHL 2016-17, andarono invece ma con prudenza, quasi vergognandosene. Non misero le foto sui social, al contrario di quanto era successo con Obama la volta prima. Neppure le Minnesota Lynx, campionesse WNBA 2017, furono invitate e il capo allenatore Cheryl Reeve lo trovò deludente. Con Obama erano state alla Casa Bianca per tre volte. Cosa fecero allora? Andarono lo stesso a Washington e distribuirono scarpe ai bambini poveri. Gli Houston Astros, campioni di baseball 2017, erano lì senza le star Correa e Beltran. Fece rumore il fatto che durante la cerimonia, l’MVP Jose Altuve avesse fissato Trump con gli occhi sgranati per quasi tutto il tempo. Ci sono molte foto buffe nelle quali sta così.

Sue Bird, la stella delle Seattle Storm, disse che questa storia stava diventando noiosa e frustrante, perché andare da campioni alla Casa Bianca era sempre stata una cosa che gli atleti avevano desiderato. D’altra parte Alex Cora, portoricano, manager dei Boston Red Sox, aggiunse che dopo l’uragano non gli era piaciuto come s’era comportato Trump, e lui da Trump non ci sarebbe andato, ecco, si sentiva a disagio. Punto e basta. La risposta? Invito ritirato. 

Curioso che tutto questo sia accaduto al presidente forse più vicino allo sport di sempre. Riccardo Crivelli sulla Gazzetta dello sport ricordò che si tratta dell’uomo che ha costruito campi da golf in tutto il paese, è un ex proprietario di squadre di football (nella defunta Usfl), promoter di boxe nei suoi casinò di Atlantic City e membro della Hall of Fame del wrestling. Una fitta trama di relazioni che nel 2016 gli valse l’endorsement, tra gli altri, di Tiger Woods e Tom Brady, e che ancora adesso gli garantisce il supporto di Dana White, presidente della Ufc, l’ente più importante delle arti marziali miste (che Trump da imprenditore salvò dal fallimento), e di Vince McMahon, il boss della Wwe (wrestling).

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Com’è andata la maratona di NY

Aspettando la maratona elettorale

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  Il Corriere della sera celebra i vincitori della maratona di NY parlando di maledizione dei cinque cerchi, nel senso che anche ieri – scrive Marco Bonarrigo – il campione olimpico in carica non è riuscito a vincere la più celebre maratona del mondo. Tamirat Tola, l’etiope dell’oro a Parigi, mondiale a Eugene 2022, si è piazzato quarto. Tra gli uomini ha vinto Abdi Nageeye, un rifugiato somalo nato a Mogadiscio – racconta Emanuela Audisio su Repubblica – che a 6 anni con il fratello è finito prima in Siria poi in Olanda dove è stato adottato e naturalizzato. Se Verstappen vince in pista, Abdi Nageeye lo fa su strada.  La (nuova) Europa con maglia oranje torna prima a Central Park 28 anni dopo l’italiano Giacomo Leone (1996)

Tra le donne invece tripletta keniana, con la debuttante Sheila Chepkirui, prima all’età di 33 anni davanti a Hellen Obiri e Vivian Cheruiyot. Le strade di NY non sono le più adatte a far segnare tempi memorabili. Nonostante le scarpe magiche: 2h07’39” tra gli uomini, 2h24’35” tra le donne. Scrive Audisio che la Grande Mela porta tutti alla realtà e funziona da falò della vanità: premia chi insiste, chi continua a correre, chi impara a farlo.

 

  IL TELECO-SLALOM

LA GUIDA ALLA GIORNATA

Anteprime, curiosità, statistiche sugli eventi di sport che ci sono in tv

 

  EUROGOL 

Perché la Liga ha sbagliato a giocare

Lo sport del popolo si ferma, quando il popolo si ferma

 

  I morti accertati a Valencia sono 214. Non esistono stime sui dispersi. Il timore è che dentro le automobili travolte dalle esondazioni dei fiumi e accatastate lungo le strade, ai bordi delle ferrovie o nei parcheggi seminterrati ci sono decine di corpi, centinaia, chissà quanti. Potrebbero essere morte persone nei garage e nelle cantine, tremila vigili del fuoco sono al lavoro da sabato con le loro pompe idrauliche, ma servono ore, servono giorni per finire.

Così riassume il Post ed è questa la cornice dentro la quale il calcio spagnolo ha portato in scena la sua giornata di campionato come se nulla fosse, i gol, le esultanze, le proteste, le polemiche, mentre la folla a lutto fischiava la famiglia reale e il premier, in visita ai luoghi del disastro. La Liga doveva fermarsi, diceva ieri in prima pagina Diario AS, ma stamattina ci sono Bellingham e Mbappé che si abbracciano. Trentanove gol e non c’è niente da festeggiare, rilancia la prima pagina di Marca: ma a Barcellona dicono che è stato il derby di Olmo, e la vita continua, anche senza di noi.

Ogni tanto quando la vita continua ti pare un’indecenza. Nella sua settimanale incursione sulle pagine sportive di El Pais, lo dice stamattina Manuel Jabois: Lo sport popolare si ferma quando le persone si fermano. Il calcio spagnolo, oltre a essere il nostro più grande spettacolo di intrattenimento, in quanto tale ha un’enorme responsabilità. Doveva fermarsi, e non lo ha fatto. Jabois racconta che nel novembre dell’anno scorso, dopo un evento in una libreria, probabilmente una presentazione del suo romanzo Mirafiori, se n’era andato a cena con Rafa Rodríguez, direttore della rivista Verlanga, e con i due proprietari [Almudena Amador e Paco Benedito]. Verso mezzanotte i tre lo hanno accompagnato in albergo, quando lungo la strada – racconta Jabois – è stato colpito da una scritta su un muro. Ha scattato una foto e una volta in camera si è messo a cercare dettagli. No ser res si no s’es poble, c’era scritto. Non essere niente se non sei un popolo. Era il verso di una poesia di Vicent Andrés Estellés, un valenciano che ha scritto in catalano, da ragazzo ha fatto il fornaio e l’operaio prima di lavorare come giornalista. La poesia dice: “Tutto ciò che ha valore è la coscienza / di non essere niente se non sei popolo. E poi continua con versi che Jabois definisce ipnotici, fino a chiudersi con: E avrai fame e avrai sete, / non potrai scrivere poesie / e resterai muto tutta la notte / mentre il tuo popolo dorme, / e tu lo veglierai, / e veglierete per tutti

Jabois dice: Non mi era chiaro che la sospensione della giornata calcistica fosse necessaria fino a sabato; cioè fino a quando non è iniziata. Venerdì a El Larguero avevo espresso dei dubbi: da un lato vedevo naturale, quasi indispensabile che non si giocasse. D’altra parte il calcio non è forse uno spettacolo di ricreazione, di intrattenimento, che avrebbe forse alleviato per 90 minuti le preoccupazioni delle persone fuori Valencia? Solo vedendo il pallone che rotolava, le squadre in divisa e il pubblico negli stadi, ci si rende conto dove e quando deve esserci la voce di un popolo, e che non si è niente se non si è popolo, e che è insopportabile l’idea che ci siano spettacoli così importanti che vanno avanti, mentre non si sa quanti corpi senza vita sono rimasti nel tuo paese. No – continua Jabois – il calcio non è una cosa uguale alle altre. Se è lo sport del popolo, allora il calcio si ferma se la gente rimane senza casa e senza lavoro, se non mangia e non beve per cercare dei cadaveri. La giornata di oggi è bastata anche a quelli come me che inizialmente dubitavano.

 

    INGHILTERRA

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Amorim, non finirai come tutti gli altri

  Niente da fare, in Inghilterra si sono impantanati su Amorim. Anche nella giornata che ha visto cadere Arsenal e Manchester City, con il Liverpool tornato in testa alla classifica, la discussione principale si concentra intorno a Rubén Amorim, fra dieci giorni atteso sulla panchina del Manchester United. Il Guardian gli aveva consigliato di lasciar perdere, non accettare, quella è una panchina che divora. Il Telegraph replica con Sam Wallace che non c’è niente da temere, sì, il Man Utd ha distrutto le carriere da Sir Alex in poi, ma Amorim può invertire la tendenza. Il tocco da re Mida del portoghese sul mercato dei trasferimenti, semplificato dall’accordo con Viktor Gyokeres, suggerisce che lo United finalmente ha fatto una scelto saggia

 

  1-1Il pareggio di ieri con il Chelsea viene invece definito da Barney Ronay sul Guardian come uno spettacolo straordinario per la sua apatia almeno nel primo tempo. Non è successo niente. È difficile ricordare una metà partita più noiosa nel calcio d’élite. Del resto il calcio è uno sport fatto di partite noiose e dimenticabili. La noia è una parte fondamentale di questo sport e un elemento della sua bellezza. Perfino la descrizione del calcio inglese fatta da Jorge Valdano come merda su un bastone sembrava una specie di complimento, rispetto ai primi 45 minuti di Manchester-Chelsea. Per molto tempo il calcio inglese si è rimproverato di avere energia senza abilità tecnica, stavolta ci sono state luce e calore senza contenuto. Il calcio come un’esperienza di vuoto, senza attrito, umani in magliette colorate in attesa che la vita accada. A un certo punto c’è stata perfino una preparazione di tre minuti per un calcio di punizione di Bruno Fernandes, calciato poi sulla barriera, e ci siamo sentiti sollevati all’ascolto di fischi e ululati, perché stava finalmente succedendo qualcosa, era finalmente bello provare qualcosa

CLASSIFICA Liverpool 25, Manchester City 23, Nottingham Forest 19, Chelsea Arsenal e Aston Villa 18

 

Il Nottingham è come l’acqua Fiuggi

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Se il calcio avesse il potere di incidere sul fisico, proprio sui corpi, e non solo sui ricordi, sulle sensazioni, sulle suggestioni, stamattina in Inghilterra qualcuno si ritroverebbe con cinquant’anni di meno all’incirca. Merito del Nottingham Forest terzo in classifica, in piena zona qualificazione per la Champions, vinta due volte ai tempi in cui partecipava solo la squadra davvero campione. Il Nottingham andò a giocarla dopo aver vinto da neo-promosso il campionato che non si chiamava ancora Premier League. Lungo il cammino dovette superare il Liverpool che partecipava in quanto detentore del trofeo. 

John Percy sul Telegraph prova a raccontare come l’allenatore Nuno Espirito Santo abbia trasformato la squadra, portandola per la prima volta fra le prime tre posizioni dal 1998. 

Dopo una difficile e breve esperienza con il Tottenham, molti erano scettici nel vederlo chiamato in panchina a Nottingham nello scorso dicembre. Ma questo portoghese cupo e barbuto è un lavoratore esperto. Il Forest è solido in difesa – ora Nuno preferisce la difesa a quattro alla sua famigerata difesa a tre vista con i Wolves – dispone di un centrocampo che unisce acciaio e fantasia, un attaccante talismanico in attacco. [Talismanico è molto bello, bisognerebbe usarlo più spesso anche noi. Slalom si farà carico di questo imperativo morale]. 

Chris Wood ha avuto un inizio di stagione sorprendente. Il neozelandese ha segnato il suo ottavo gol in campionato contro il West Ham e ora è a uno solo di distanza dall’eguagliare il primato in Premier League di Bryan Roy, 24 gol con questa maglia fra 1994 e 1997 dopo essere stato a Foggia con Zeman. Wood ha 32 anni, gli agenti stanno trattando per fargli rinnovare il contratto e per Nuno rappresenta un po’ quel che fu Raúl Jiménez al Wolverhampton. Il Nottingham di un anno fa prendeva spesso gol su calci piazzati, 22 addirittura. Cosa hanno fatto per risolvere? Hanno preso Nikola Milenkovic dalla Fiorentina per poco più di 10 milioni di sterline, un imponente difensore centrale – dice il Telegraph – che ha vinto il maggior numero di duelli aerei in Serie A nella scorsa stagione. L’impatto di Milenkovic è stato significativo e ha contribuito a far emergere la consapevolezza difensiva del talentuoso brasiliano Murillo”. Lo hanno scovato al Corinthians. Matz Sels, il portiere, sembra molto di più a suo agio. Contro il West Ham ha tenuto la porta imbattuta per la quarta volta in stagione. A Nuno piace sottolineare che la difesa inizia dagli attaccanti: lo dice perché un tiro di Paquetà, sabato scorso, è stato respinto sulla linea di porta proprio da Wood. Nicolás Domínguez, centrocampista argentino, è un altro che un mucchio di lavoro invisibile. Ola Aina è arrivato a parametro zero dal Torino e ha segnato un gol bellissimo al West Ham. Del resto a Nottingham esistono leggendariamente degli specialisti nel furto ai ricchi per dare ai poveri. Per Elliot Anderson invece sono stati spesi 15 mln di sterline, e in città sono convinti che presto diventerà un punto fermo della Nazionale, così che quando lo diventerà per davvero potranno lamentarsi per il fatto che durante le soste deve andare in Nazionale. 

La domanda delle domande è un’altra: il Nottingham può reggere? La risposta è la solita qui su Slalom: Boh. Quando glielo chiedono, Nuno se la cava rispondendo che sognare è gratis. Non ci sono sceriffi a Nottingham che mettono le tasse sui sogni. Così il Nottingham Forest al terzo posto funziona come l’acqua di Fiuggi. Ti toglie gli anni di dosso. 

 

  FRANCIA

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DAZN non decolla

 

Dalla Francia non sanno più come dircelo. Non sono contenti del calcio su DAZN. Non sono contenti di dover guardare così la Ligue 1. È stato il campionato di Messi, Neymar e Mbappé, ora che non c’è più nessuno dei tre, anche l’approdo televisivo gli pare un rinculo. Lo scrive dritto, così, papele papele, Vincent Duluc nel suo editoriale d’apertura di stamattina su L’Équipe, usando come paraustiello l’avvicinarsi della Champions League, la finestra che si apre domani, una passeggiata – scrive – perché ci riporta a Canal+, a cui tanti nostri ricordi sono legati da quarant’anni. Il suo compleanno è anche il nostro, siamo cresciuti e poi siamo invecchiati con il calcio su Canal+, quel suo nuovo modo di metterlo in scena, le sue voci riconoscibili, il suo modo di inventare una telenovela, farla vivere, farci incontrare davanti al Football Day del sabato sera, a volte senza conoscere i risultati

Duluc si rende conto che si tratta di un “effetto nostalgia per quei tempi pionieristici ma aggiunge che è strano ammettere un legame così sentimentale nei confronti di un’emittente che ha introdotto il calcio a pagamento nel Paese, alla quale abbiamo pagato tra i 25mila e i 35mila euro in quarant’anni, ma alla quale abbiamo dovuto rinunciare. Probabilmente ne è valsa la pena, questo è ciò che resta, quando torna in onda la Champions League. Da queste serate emerge qualcosa di familiare, di cerimoniale, anche se con quarant’anni di esperienza alcune voci non hanno più molto di interessante da dire, comunque meno di altri, comunque meno di prima. È difficile negare che Canal+ riesca nella sua velenosa impresa a suggerire che il fascino della Champions League sta nel fatto che non è la Ligue 1, la nostra fragile telenovela, in un momento turbolento e preoccupante della sua storia televisiva, mentre quasi tutti si rammaricano delle condizioni del contratto di DAZN. Si avverte chiaramente nell’aria di questi mesi post-Olimpici, che il calcio francese stenta un po’ a ritrovare il suo potere di attrazione, pagando il difficile ritorno dei francesi e di Kylian Mbappé, l’immagine disastrosa della governance, l’invisibilità della competizione su una nuova emittente che non decolla, il crollo precoce di Monaco e Marsiglia

 

1-2   Il Marsiglia ha segnato 23 gol dopo 10 partite di Ligue 1. Solo una volta aveva fatto meglio dal Duemila, quando aveva Marcelo Bielsa in panchina e i gol erano stati 25 [2014/15]: chiuse al quarto posto il campionato. Mason Greenwood ne ha segnati 7 in 10 partite dal suo arrivo. L’unico precedente più glorioso conduce al nome di Mario Balotelli che ne fece 7 con una partita in meno. 

CLASSIFICA  Psg 26, Marsiglia e Monaco 20, Lille 18, Nizza 16

 

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LE PAGINE DI SPORT DA TUTTA EUROPA

Cosa c’è in copertina sui giornali di Francia, Spagna, Inghilterra e Italia

 

FORMULA UNO

La più grande rimonta di Verstappen

DI ROBERTO LIBERALE

 

Partire 17esimo e arrivare primo. Anche questo un giorno diremo che Max Verstappen ha fatto, e mentre aspettiamo quel giorno per raccontarlo ai nipotini della Formula 1, possiamo dircelo anche stamattina fra di noi. E’ il terzo pilota di sempre a esserci riuscito, come John Watson nel 1982 fra spaghetti pollo patatine, una tazzina di caffè, a Detroit, e come Kimi Raikkonen in Giappone nel 2005, con un sorpasso storico all’ultimo giro su Giancarlo Fisichella. Non è un primato assoluto: Barrichello vinse nel 2000 in Germania partendo una casella più indietro e sempre John Watson nel 1983 volle esagerare, partendo 23esimo e arrivando davanti a tutti. Nella F1 pre-contemporanea Bill Vukovich aveva vinto partendo 19esimo, era il 1954 ed era a Indianapolis. 

Due piloti francesi sul podio nello stesso Gran Premio di Formula 1 non si vedevano dal 1997, dai tempi di Olivier Panis e Jean Alesi in Spagna. Cantano sotto la pioggia titola L’Équipe stamattina, e parla di condizioni meteo dantesque, proprio come se fosse stata una tappa del Tour de France sulle Alpi. Ocon è al quarto podio della sua carriera dopo Sakhir 2020, Ungheria 2021 [vinse], Monaco 2023; Gasly ne ha uno in più dopo Interlagos 2019, Monza 2020 [primo posto], Baku 2021, Zandvoort 2023. Per la Alpine sono il quinto e il sesto di sempre, l’unico non francese glielo portò Fernando Alonso a Losail nel 2021. Per quanto possa contare, da ieri sera solo due piloti possono vincere il Mondiale, da Leclerc in giù sono tutti fuori, e i 331 punti di Norris dietro i 393 di Verstappen sembrano solo un appiglio aritmetico. Impressionano – in negativo – i 151 appena di Pérez. Tra i Costruttori la Alpine è salita clamorosamente al sesto posto, mentre i numeri certificano l’esistenza di uno sprint finale a tre: McLaren 593, Ferrari 557, Red Bull 544.

Il Telegraph la definisce la vittoria più grande di sempre nella carriera del pilota olandese, capace di spazzare via le ambizioni mondiali di Norris. Tom Cary ne scrive e pare incantato davanti alla sua tastiera. La sublime vittoria di Verstappen a Interlagos è stata sorprendente non solo per il numero di posizioni recuperate, ma anche perché sembrava che stesse guidando una gara completamente diversa da tutti gli altri. Ha vinto con 19 secondi di vantaggio in una giornata in cui tutti gli altri hanno fatto fatica a rimanere in pista. Ha fatto registrare i 17 giri più veloci Dieci degli undici giri finali sarebbero stati sufficienti per chiudere la gara con quello più rapido. Il primo fra i primi, 1 minuto 20.472, è stato di oltre un secondo più basso rispetto al secondo. Mi ha ricordato Ayrton Senna a Donington nel 1993, o Lewis Hamilton a Silverstone nel 2008. È stato bellissimo

Non si è vista invece tutta l’arte di correre sul bagnato riconosciuta nel tempo a Lewis Hamilton. È stato sorpassato durante il GP da tre esordienti: Franco Colapinto su una Williams, Ollie Bearman su una Haas e Liam Lawson su una RB [due volte]. Ha avuto una giornata tremenda – scrive il Telegraph – di quelle che faranno chiedere alla gente se la Ferrari abbia fatto bene o no a fargli firmare un contratto all’età di 39 anni. La migliore guida di Hamilton durante la giornata è stata quella della McLaren 1990 di Ayrton Senna, per la gioia della folla che qui adora Ayrton. Hamilton era uscito di strada nelle qualifiche, giudicando la sua macchina inguidabile

  PUZZLE   Che cosa si dice in giro

▥   Giorgio Terruzzi, Corriere della sera: La differenza l’ha fatta Max, un ragazzo che riesce a trasformare la rabbia in energia, la fiducia in padronanza, al contrario del suo inseguitore, Norris, che ha lasciato sull’asfalto viscido di Interlagos il sogno di diventare campione del mondo e un altro brandello di reputazione. Non c’è gara, francamente, tra i due, pur accogliendo con benevolenza qualche umana debolezza che fa somigliare Lando a ciascuno di noi.

 

 SLALOM POP CORN

LO SLALOM MENTRE SUCCEDE

La vittoria di Bagnaia in Malesia. Come sono andate le partite in NBA durante la notte. Le immagini, i tweet, i reel, i post della giornata. Una specie di LIVE BLOGGING

 

TENNIS

Vincere a Parigi e pensare a Melbourne

Il seme gettato da Sasha Zverev

  Il tennista che suonava il piano si è fermato davanti al picchiatore. Sasha Zverev è ancora troppo distante da Ugo Humbert, francese che ha solleticato il tifo di Paris-Bercy nella settimana in cui Sinner non si presentato, Alcaraz se l’è chiamata di festa, Medvedev ha fatto cucù-tetté. Zverev se ne torna a casa con quel trofeo a forma di albero con i rami aperti nel blu dipinto di blu, ma è alle radici che pensa, adesso pensa solo agli Slam, tanto che le cronache riferiscono di un allenamento di mezz’ora fissato subito dopo la finale. 

Zverev abita quella generazione di mezzo frustrata prima dai Tre Re Maghi e poi dalla vera Next Gen, diciamo la next Next Gen, in sostanza Sinner e Alcaraz. Il suo settimo titolo lo racconta bene, e bene lo raccontano i suoi 27 anni. 

Mentre gli operai dell’Accor Arena smontavano le impalcature, staccavano i manifesti dai muri e mettevano via ciò che c’era da riporre, il nuovo re di Parigi si esibiva in una serie di dritti e rovesci, sottolinea con gli occhi di fuori Quentin Moynet su L’Équipe, ma poi ricorda che accadde qualcosa di simile sul campo numero 2 del Roland-Garros una trentina d’anni fa, quando Jim Courier se ne andò a colpire palline con il suo allenatore Brad Stine. La differenza è che Big Jim aveva perso la finale contro Sergi Bruguera, Zverev l’ha vinta. Ha giocato solo due finali Slam [US Open 2020 e Roland-Garros 2024], si è messo in testa di andare a Melbourne e vincere. L’Équipe fa notare che gioca più vicino alla linea di fondo e che sono cresciuti anche i parametri di aggressività, tornati all’altezza di quando era allenato da Ivan Lendl. 

IL CALCIO ITALIANO

L’Atalanta è da scudetto. Finalmente

 

      Lookman sembrava Yamal, o forse Raphinha, Retegui pareva Lewandowski, e l’Atalanta passata al San Paolo con tre gol era incredibilmente simile al Barcellona andato l’altra settimana al Bernabéu per dominare. Puoi raccontarti bugie per 10 partite, puoi perfino arrivare a convincerti che alla fine conta il risultato, che è meraviglioso essere brutti sporchi e cattivi, ma arriva sempre un’undicesima giornata che ti chiede il conto, se dall’altra parte c’è un’avversaria che ha tra le mani e tra i piedi più gioco di te. 

E non si parla qui dell’ormai insopportabile divisione tra chi concepisce come autentico solo un tipo di calcio o l’altro, chi si è consegnato felicemente all’idea che di questo sport si debba prendere mezza porzione, o Guardiola o Mourinho, o Zeman o Lippi, o Liedholm o Trapattoni, come si vede un dibattito attuale come la notte dei tempi e la mela di Adamo. A Napoli si divertono da decenni a dividersi, così in queste settimane chi esaltava Antonio Conte [Il Napoli ricorda la forza tranquilla di Mitterrand, Venio Vanni su Napolista] sembrava che lo facesse quasi solo per disconoscere – chissà perché – un decennio di calcio stilisticamente differente, peraltro non un calcio vanesio, un calcio che ha prodotto quattro volte il secondo posto, quattro volte il terzo posto e uno scudetto [Basta con la narrazione woke applicata al pallone, Andrea Antonioli su Napolista]. 

Vittorio Zambardino sul Corriere del Mezzogiorno parla di “bagno di realtà e una sconfitta piena di significati. Inutile cercare adesso – ma lo si farà ed è male – i difetti dei singoli. Lo stadio ha fischiato Romelu Lukaku al momento della sostituzione. Tutti hanno messo in mostra difetti personali e di collettivo, anche il crollo nervoso al terzo gol. È la squadra nel suo insieme che ha incontrato la realtà. Incarnata da un avversario che lavora da anni e anni su un modello di successo, basato su velocità e scontro uomo contro uomo, due elementi appoggiati alla sapienza tattica del suo allenatore. Perché hanno corso per un tempo e per un altro hanno controllato il Napoli, che è riuscito anche a mettere in scena una ripresina nel secondo, che però ha prodotto zero risultati. Spiace per i furori dell’ambiente, per i giullari e gli avvoltoi ideologici: cari amici, dobbiamo riscoprire tutti la modestia e le notizie

Quando nelle scorse settimane, qui su Slalom si diceva che nulla sappiamo ancora del Napoli di Conte, si intendeva che ogni certezza era prematura e che non si confrontano dieci giornate con un anno, un biennio, un decennio, un quindicennio. Il filosofo di riferimento resta Massimo Troisi, quando in Pensavo fosse amore invece era un calesse si irrita nel sentir paragonare una relazione stabile con l’avventura di una notte. Conte lo dice in un altro modo. Dice che sta ricostruendo, e alla fine ha ragione lui. Il San Paolo l’ha capito. Fabio Mandarini sul Corriere dello sport-stadio racconta: A fine partita, invece, i cinquantamila hanno applaudito il Napoli. Hanno cantato di avere ancora un sogno nel cuore, dimostrando però di comprendere quanto importante sia sostenere il gruppo: nel percorso di crescita e verso la partita di domenica a San Siro con l’Inter. Ultimo esame del tris maturità-verità. Se ieri c’era una squadra da scudetto, quella squadra era certamente l’Atalanta. 

Se Lookman sembrava Yamal e Gasperini sembrava Flick, non è dunque per una questione di stili, non è la questione di una superiorità ideologica di una concezione su un’altra: lo spiega Paolo Condò su Repubblica quando trova sexy allo stesso modo squadre molto differenti tra loro come Atalanta, Fiorentina e Lazio. Una Atalanta che è dentro la corsa scudetto, scrive, come forse non è mai stata, la masterclass impartita da Gasperini al Maradona ha radici profonde: l’autostima data dall’Europa League, la profondità della rosa, alcuni picchi di qualità (Lookman, Ederson, Carnesecchi), i convalescenti di peso (Scalvini, Scamacca), alcuni role player come Hien, capaci di reggere fisicamente l’urto di Lukaku fino ad annullarlo. La differenza tra la spallata data martedì a Pavlovic e quelle ricevute ieri da Hien si riflette sulle rispettive classifiche. È ben dentro lo stesso Napoli, perché Conte più di chiunque altro è il tipo che se non vince impara (basta vedere cosa ha fatto il Napoli dopo la sconfitta di Verona). L’Atalanta ha progressivamente tolto dal campo McTominay, che della squadra di Conte è diventato il motore: la prossima volta non succederà.

 

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