Che cosa sappiamo del Napoli: ancora niente

Un ambiente e una squadra da tre anni indecifrabile 

  Lasciamo stare la classifica. La classifica della Serie A è un quadro finito solo per poco più di un quarto. È come guardare la Gioconda senza che Leonardo le abbia disegnato il sorriso. Non si vede neppure la scollatura accennata, per ora siamo alle mani intrecciate. Nel dettaglio vanno cercati degli indizi, di più non è lecito permettersi, e nei dettagli della squadra in testa alla classifica abita la settima partita senza subire gol. Tante quante nell’intero campionato scorso. Sono segnali e non certezze perché per il terzo campionato di fila il Napoli si presenta indecifrabile. Nell’anno dello scudetto partì con un pronostico addosso da quinto-sesto posto: aveva salutato tutti assieme Koulibaly, Mertens, Insigne e Fabian Ruiz. Nell’anno del post-scudetto partì con la certezza che giocasse a memoria, tsk, questa macchina funzionerebbe con chiunque in panchina, e in effetti a Napoli provarono davvero a metterci chiunque. Ora il dilemma è un altro, capire quale fosse l’anomalia: se lo scudetto – come si è sostenuto con voce stentorea un anno fa – o se invece l’anomalia sia stata proprio l’anno scorso, come si potrebbe avere la tentazione di immaginare stamattina: non per il primo posto del momento ma per il decennio-quindicennio-ventennio di costanza a certi livelli.

Per restare al campo, la vera differenza tra questo Napoli e i precedenti due di Spalletti è nel peso di Lobotka. Senza lo slovacco, la prima esperienza di Lucianone il Decamerone mancò lo scudetto per gli otto punti smarriti in sua assenza, due sconfitte all’andata e al ritorno con l’Empoli, altri due lasciati alla Roma [da 1-0 a 1-1] quando lo slovacco uscì per infortunio. Conte ha messo in piedi una macchina che senza di lui fa il suo lavoro, in qualche modo, in molti modi, per merito della controfigura Gilmour o di meccanismi che si risistemano per vie diverse.
Luigi Garlando sulla Gazzetta dello sport scrive: Avevamo chiesto ad Antonio Conte di togliersi la maschera. Fatto. C’è sotto un sorriso. il Napoli si difende anche con un 5-4-1, se serve, e comunque le due linee creano una densità che il Milan non sa permettersi. Senza barricate, Buongiorno porta sempre la linea a centrocampo.
Arianna Ravelli su Corriere della sera sfida le ire dei più scaramantici fra i cittadini di Parthenope e dice che da San Siro escono sentenze: il Napoli è favorito per lo scudetto, il Milan è fuori gioco, come il povero Morata autore di un bel gol. Non solo per i punti, che dicono rossoneri a -11 con l’asterisco del rinvio della partita di Bologna compagno di viaggio fino a febbraio, ma per le sensazioni che le due squadre hanno lasciato dietro di sé fino a qui: da una parte solidità, occupazione degli spazi, rigore tattico contiano, con il passaggio della linea a cinque in difesa a quella a quattro quando è in fase offensiva quasi giocasse con il pilota automatico, sostenuta da un certo buon vento. Dall’altra fragilità diffusa, tanta voglia che non diventa mai concretezza, e dove in aggiunta se qualcosa può andare storto lo farà. Sulla partita, poco da dire: tanta quantità contro qualità, quasi sempre vince la seconda.

GIUDIZI UNIVERSALI 

Pavlovic. Tipo serata con gli amici al bowling: lui fa la parte del birillo. Lukaku lo abbatte con una facilità disarmante. Strike [Carlos Passerini, Corriere della sera].

Okafor. Spacca-partita col Bruges, spacca-niente col Napoli. L’avvio è incoraggiante, sprinta e rientra, ma dopo un pugno di minuti Di Lorenzo capisce il giochino e lo cancella dal campo. Game over. [Carlos Passerini, Corriere della sera].

Anguissa. L’uomo in più: vede il gioco e intuisce le traiettorie. Un cavallo non più pazzo, adesso ragiona e guarda sempre dov’è Lukaku [Monica Scozzafava, Corriere della sera]

L’EQUILIBRISTA  Paulo Fonseca

Dov’era la stella di casa, Rafa Leao, da opporre a quelle del Napoli che hanno deciso il match? Seduto in panca. Ci sta la lezione punitiva contro l’Udinese, ma la terza esclusione consecutiva contro il Napoli, in un match che può indirizzare la stagione, nonostante l’ulteriore spazio liberato da Pulisic, è difficile da giustificare. Un allenatore ha diritto di scegliere uomini e principi, ma il suo primo compito è pensare al bene del club. Il bravo direttore d’orchestra non è quello che dimostra di poter suonare anche senza il primo violino, ma quello che sa valorizzare quel violino e regalare la musica migliore. Ieri Rafa Leao, in tanta emergenza, avrebbe dovuto giocare dall’inizio. Era un modo per ritrovarlo. Fonseca ha steccato” – di luigi garlando, la Gazzetta dello sport

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