Che cosa non sappiamo del Napoli di Conte

 

  Quel che davvero sappiamo del Napoli di Antonio Conte è che non sappiamo ancora niente. Non sappiamo se Lukaku tornerà quello che è stato con lui anni fa. Non sappiamo se tante mezze precarietà sugli esterni [Mazzocchi, Spinazzola, Olivera, Mario Rui fuori rosa] faranno una certezza intera. Non sappiamo se gli impegni ridotti all’osso saranno un vantaggio oppure no: sia perché le agende della preparazione sono ormai standardizzate sul doppio canale, sia perché meno partite significano meno minuti per le rotazioni, e forse più scontenti [lo diceva ieri sera Marchegiani al club di Sky]. 

Si intravedono per ora dei dettagli in controluce, questo sì, per esempio una sopraggiunta fisicità che era mancata alla rosa in modo netto durante le esperienze di Sarri e Ancelotti, ma che Anguissa [ieri il migliore] e Ndombele avevano già portato in dote a Spalletti. In genere è il diamante che porta chi viene dalla Premier, loro due come adesso McTominay. È il vero tratto che marca la differenza tra questa esperienza di Conte e le precedenti, lo stile di gioco ne è conseguenza. 

Ma a Napoli si appassionano da tempo a certe faide fra nostalgici e fra partiti che in fretta nascono, con gli -ismi che fanno da suffisso al nome dell’allenatore. È una faccenda lunga da raccontare, meriterebbe un saggio quasi antropologico, certamente un’analisi sociale di come viene seguito il calcio nell’età narcisa delle bacheche social e di come poi viene seguito a Napoli durante il ciclo De Laurentiis. Ma non è che si può star sempre dietro alla stessa solfa – e comunque su Slalom del 20 settembre c’era una sintesi di questa storia assai buffa, secondo cui Antonio Conte starebbe riscattando con la bruttezza [sintetizzo, banalizzo] ma con la vocazione a vincere un certo calcio velleitario, vanesio, fighetto dice qualcuno. Ora, per carità: ognuno ha i suoi gusti. Il mainstream ha deciso che il calcio va preso a mezza porzione, per ideologie: o stai con Allegri e Mourinho o con il Resto del Mondo, senza distinguo, senza sfumature, e invece le sfumature sono tutto. Ma poi ci sarebbero i fatti, e a Napoli il calcio velleitario e vanesio ha prodotto il miglior ventennio di sempre e l’unico scudetto della storia, tolti i due arrivati per un capriccio del Caso, mandare il più grande proprio là. 

Di quest’eco assordante che noioso tiene conto con ironia Leonardo Salvato su Sportellate, dove dice che questo è il Conte-ball signori, avete capito bene. La semi-cit. vorrebbe a questo punto che aggiungessi, come un novello René Ferretti perché a noi la qualità ci ha rotto il cazzo, ma faremmo peccato di ingiustizia nei confronti di questo Napoli messo a punto dal tecnico leccese, che di calcio piacevole ne ha prodotto

Ecco. 

È un Napoli che come detto – continua Sportellate – studia da grande squadra: essere tali vuol dire anche saper leggere i momenti, capire quando aggredire e quando attendere, saper non solo aggredire all’arma bianca ma sapersi anche mettersi dietro lo scudo lasciando il possesso palla agli avversari, specialmente quando si ha il controllo territoriale delle operazioni

La verità e che bellezza o bruttezza non possono essere definite dalla dicotomia fra calcio verticale o calcio di palleggio, neppure da calcio di proposta o calcio di attesa. Sono meravigliose le azioni con 40 passaggi di fila come le partite decise da 10 parate di un portiere sotto assedio. La migliore definizione di bellezza nel calcio resta quella di Francisco Maturana, cittì della spettacolare Colombia negli anni ‘90. Quando gli chiesero cosa fosse, rispose con un anacoluto: «La bellezza è quando la gente se ne accorge». 

📌   Questa è la puntina [a Napoli punessa] con cui fissiamo questa frase su queste pagine, sperando che non graffi lo schermo. 

  E LA JUVENTUS?

La batteria del campionato si è scaricata del 15%. Se fosse una gara di 100 metri, saremmo fuori dall’uscita dai blocchi. Ma il campionato è una maratona, dunque siamo al km 6,6. La fase di conoscenza sta finendo anche per chi ha avuto in sorte il calendario migliore. Dicesi calendario migliore: sei giornate senza sfidare nessuna delle cinque italiane da Champions. Il Cagliari non  ha sfruttato granché il privilegio, stasera chiude il suo ciclo morbido a Parma e alla prossima gli tocca la Juventus. La Juventus è l’altra delle 20 di A che finora non ha incrociato le prime cinque del campionato scorso. Fra ottobre e novembre ne avrà due [Inter e Milan], ma conserva in linea di princpio un vantaggio sul Napoli, a cui ne toccheranno tre [Milan, Inter e Atalanta]. L’Inter avrà Juventus e Napoli, il Milan avrà Bologna e Napoli, il Torino solo l’Inter.

Sull’altro grande dibattito in corso in Serie A, interviene Paolo Condò su Repubblica: I problemi di Allegri non sono venuti dalle reti subite, ma da quelle non segnate. Motta in questo è un continuatore, e chi l’ha preso lo sapeva perché nella classifica dell’anno scorso la miglior difesa fu dell’Inter, la seconda della Juve e la terza del suo Bologna. La differenza col passato è che la protezione nasce dal controllo del pallone, dal palleggio che a volte risulta esagerato, e spesso noioso, nel suo ripiegare all’indietro se la soluzione in avanti non garantisce il mantenimento della boccia. Un calcio privo di rischi, e la Juve fin qui non ne ha corsi: ma che paga in termini offensivi solo a partire dal secondo gol, perché segnare il primo senza porgere il fianco a un contropiede non è semplice.   Il rigore di Marassi è stato provvidenziale, ha costretto il Genoa a uscire dal bunker: non è un caso se il bellissimo 2-0 di Vlahovic sia giunto in capo a un’azione da più di 20 passaggi, transitata da un’area all’altra perché ogni metro percorso in avanti avveniva in sicurezza. La Juve ha raccolto tre 3-0 e tre 0-0, e la ragione delle ripetizioni è trasparente. Motta festeggia un buon traguardo di passaggio, ma in futuro servirà qualcosa di più delle giocate protette.

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