Lo sport alla Casa Bianca

 

    ▻  LeBron James fa schifo. Quattro anni fa il coro della folla all’ultimo raduno di Donald Trump alla vigilia del voto gridava così contro il Grande Nemico, il giocatore di pallacanestro che aveva vinto la tentazione di disertare la bolla di Orlando – dove si sarebbero giocate le finali di NBA – grazie al pensiero che da lì avrebbe lasciato il segno dei suoi graffi sulla campagna elettorale del presidente. Stavolta è stato più dritto. Ha messo sulla pubblica piazza il suo endorsement, andata a votare Kamala, ha detto,e  Barack Obama gli ha mandato un bligietto di ringraziamento. 

Tra i grandi nemici di Trump da tempo ci sono gli sportivi. Alcuni, non tutti. Ma tanti. Prima ancora dello scontro totale con le stelle della NBA, prima che il leader dei Lakers si schierasse, era stata Megan Rapinoe da capitana della nazionale USA campione del mondo di calcio a dire che loro non ci sarebbero andate a quella fottuta Casa Bianca, a stringere la mano al presidente. Nel dubbio, Trump non le invitò.

I NEMICI DI TRUMP

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Sono state tante le squadre che per vincere l’imbarazzo di non veder arrivare, il Donald Trump presidente non ha più invitato. Delle prime 20 che hanno vinto un titolo durante la sua amministrazione, solo 10 hanno celebrato il traguardo con lui. I primi, i Clemson Tigers, campioni di football al college del 2016, non si sono neppure posti il problema. Il capo allenatore Dabo Swinney disse che andare dal presidente era un’opportunità e le questioni politiche non lo riguardavano. I New England Patriots, campioni del Super Bowl, ci sono andati, anche se la metà dei giocatori, incluso l’amico Tom Brady, si sono inventati una scusa per essere altrove. Il primo mezzo no ufficiale è arrivato dai North Carolina Tar Heels, campioni 2016-17 di basket al college. Il loro coach, Roy Williams, era stato molto critico nei confronti dell’amministrazione e quando gli venne chiesto, dopo il titolo, se la squadra sarebbe andata al ricevimento, rispose «Fatemici pensare», e dopo averci pensato non andò, anzi non andarono, dissero che ehm, avevano già preso un altro impegno. A quel punto, le South Carolina Gamecocks, le ragazze del titolo femminile, furono le prime a non essere invitate. Trump aveva iniziato a capire l’andazzo. Aveva capito che se la politica usava lo sport, lo sport stava usando la politica. Le Gamecocks sono state le prime campionesse di basket dopo 34 anni a non essere invitate dalla Casa Bianca. 

Perciò quando si tirarono indietro pure i Golden State Warriors, campioni NBA 2016-17, già era caduto il muro dei convenevoli. Steve Kerr l’aveva deciso mesi prima dei play-off e Stephen Curry l’aveva pure dichiarato. Trump fece sapere attraverso Twitter che l’invito era stato ritirato. LeBron James aggiunse qualcosa sulla statura morale di un presidente che fa così e amen, la rottura non si è più sanata. Per la loro successiva trasferta a Washington, i Warriors fecero visita all’ex presidente Obama, casomai servisse altro pepe sulla coda. Ne ha aggiunta una nuova dose lo stesso Kerr a questo giro, andando alla convention democratica e tenendo un discorso dal palco, chiuso con il gesto che fa Steph Curry dopo una tripla decisiva, le mani chiuse a guanciale sotto il viso, metteremo Trump a dormire, disse, e buonanotte. 

I Pittsburgh Penguins, campioni NHL 2016-17, andarono invece ma con prudenza, quasi vergognandosene. Non misero le foto sui social, al contrario di quanto era successo con Obama la volta prima. Neppure le Minnesota Lynx, campionesse WNBA 2017, furono invitate e il capo allenatore Cheryl Reeve lo trovò deludente. Con Obama erano state alla Casa Bianca per tre volte. Cosa fecero allora? Andarono lo stesso a Washington e distribuirono scarpe ai bambini poveri. Gli Houston Astros, campioni di baseball 2017, erano lì senza le star Correa e Beltran. Fece rumore il fatto che durante la cerimonia, l’MVP Jose Altuve avesse fissato Trump con gli occhi sgranati per quasi tutto il tempo. Ci sono molte foto buffe nelle quali sta così.

Sue Bird, la stella delle Seattle Storm, disse che questa storia stava diventando noiosa e frustrante, perché andare da campioni alla Casa Bianca era sempre stata una cosa che gli atleti avevano desiderato. D’altra parte Alex Cora, portoricano, manager dei Boston Red Sox, aggiunse che dopo l’uragano non gli era piaciuto come s’era comportato Trump, e lui da Trump non ci sarebbe andato, ecco, si sentiva a disagio. Punto e basta. La risposta? Invito ritirato. 

Curioso che tutto questo sia accaduto al presidente forse più vicino allo sport di sempre. Riccardo Crivelli sulla Gazzetta dello sport ricordò che si tratta dell’uomo che ha costruito campi da golf in tutto il paese, è un ex proprietario di squadre di football (nella defunta Usfl), promoter di boxe nei suoi casinò di Atlantic City e membro della Hall of Fame del wrestling. Una fitta trama di relazioni che nel 2016 gli valse l’endorsement, tra gli altri, di Tiger Woods e Tom Brady, e che ancora adesso gli garantisce il supporto di Dana White, presidente della Ufc, l’ente più importante delle arti marziali miste (che Trump da imprenditore salvò dal fallimento), e di Vince McMahon, il boss della Wwe (wrestling).

LE IMMAGINI ICONICHE

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A dimostrazione di quanto lo sport fosse già importante nel 1860, c’è un cartoon sulle elezioni dell’epoca ambientato su un diamante di baseball. Una litografia Currier & Ives, intitolata The National Game. Three Outs and One Run. D’altra parte il successore di Lincoln, Andrew Johnson, partecipò a un torneo nell’estate del 1865, mescolato a 6 mila tifosi. Sono centinaia e centinaia le immagini simbolo del debole del potere per i campioni e viceversa. Hoover si fece fotografare mentre stringeva la mano a Joe DiMaggio allo Yankee Stadium, allo stesso modo Jimmy Carter era spesso in tribuna a vedere gli Atlanta Braves. Per la copertina di Sports Illustrated del novembre 1984, Ronald Reagan posò con un giocatore di Georgetown University nella map room della Casa Bianca. Era Patrick Ewing. Nel 1921 Babe Ruth aveva fatto visita a Warren G. Harding alla Casa Bianca e poi si erano visti anche davanti a tutti, allo stadio. Nel 1948 il capitano della squadra di Yale, di Ruth ricevette l’autobiografia autografata. Quel capitano era George W. Bush. Kennedy ricevette Wilma Rudolph alla Casa Bianca dopo le Olimpiadi del 1960, Jesse Owens si lamentò per tutta la vita che quell’onore al rientro da Berlino a lui non era stato riservato, altro che Hitler, l’affronto vero gliel’aveva fatto Franklin Delano Roosevelt. 

Dennis Conner, skipper di Stars and Stripes, portò la Coppa America riconquistata nel 1987 a Ronald Reagan, come i Dodgers fecero l’anno dopo con una maglia e una mazza da baseball. Invece Clinton posò con il cappellino degli Yankees nel 1998 durante una cerimonia. 

CHI HA FATTO COSA

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Thomas Jefferson passa per essere stato un fine cavallerizzo come George Washington, oltre che un gran camminatore. Ulysses S. Grant giocava a biliardo. Pesca e golf sono state le attività di molti presidenti tra cui Dwight D. Eisenhower e William Howard Taft. Woodrow Wilson faceva invece due buche solo quando il dottor Cary Grayson insisteva. 

«I presidenti tendono a essere straordinariamente competitivi» ha spiegato Curt Smith, ex autore di discorsi per George H.W. Bush alla Casa Bianca e autore del libro The Presidents and the Pastime: A History of Baseball & the White House (2018). «La scelta dei passatempi da parte di un presidente spesso rivela molto sul carattere e lo stile di leadership», questa è la convinzione di John Sayle Watterson, autore di The Games Presidents Play: Sports and the Presidency (2006).

Secondo la sua tesi, George H.W. Bush o Dwight Eisenhower che hanno praticato sport di squadra, tendevano ad avere un approccio in team alla presidenza, facendo affidamento sui segretari di gabinetto e sullo staff più di altri. Al contrario, un presidente come Herbert Hoover, il cui principale interesse era la pesca, ebbe un approccio al comando più da accentratore.

Si sa di Abraham Lincoln che dopo essersi trasferito in Illinois da giovane, aveva una buona reputazione come lottatore dilettante. In Abraham Lincoln: The Prairie Years, Vol. 1 viene citato un combattimento all’inizio degli anni ’30 del XIX secolo sul quale si tenne una scommessa, fra il tenutario di un saloon e il proprietario dell’emporio in cui Lincoln lavorava. Dieci dollari fu la puntata. L’avversario si chiamava Jack Armstrong, il campione di una città vicina. La gente arrivò da miglia e miglia di distanza, Lincoln lo inchiodò a terra. Così dicono, poi vai a sapere. Alla fine si racconta pure che divennero amici. 

Dopo un’infanzia difficile, lo sport aiutò Teddy Roosevelt a risolvere qualche problema fisico. Secondo un articolo di Harvard Crimson del 1957, iniziò a partecipare a tornei di boxe e tenne dei match, o una cosa simile a dei match, anche una volta diventato presidente, contro alcuni dei suoi collaboratori alla Casa Bianca. I quali perdevano. Come al calcetto fanno i ruffiani con i capi ogni mercoledì mattina. Tranne uno. Nell’autobiografia di Roosevelt, spicca il match che il presidente tenne con un giovane capitano di artiglieria dell’esercito, il quale reagì a un colpo e lo ferì agli occhi. «Da allora la vista è rimasta debole», ammetteva Roosevelt. Mollò la boxe e si diede allo jiu-jitsu.

Roosevelt ad Harvard aveva fatto canottaggio e nuoto. Era stato già colpito dalla poliomelite. Nuotava tre volte a settimana. Braccia, addominali e dorsali riacquistarono così la loro forza, in modo che gli fosse permesso di spostarsi per brevi distanze con il sostegno di un bastone e stando al braccio di un aiutante.

 

  Prima di combattere Hitler, Dwight Eisenhower si era invece fatto un nome come halfback e linebacker di football nella squadra di West Point. Nel novembre del 1912, aveva giocato una partita contro la Carlisle Indian School, la cui stella era Jim Thorpe, che solo pochi mesi prima aveva vinto il decathlon ai Giochi. Secondo il resoconto dell’epoca, Eisenhower sognava di colpire Thorpe per metterlo fuori combattimento con un contrasto, La sua squadra perse 27-6 e il colpo lo prese il futuro presidente al ginocchio. Quasi la sua carriera militare finiva là. Diventò il coach della squadra. 

John F. Kennedy giocava estremo sinistro nella squadra di football di Choate Hall e nuotava nella squadra dell’università di Harvard. Era magro, le spalle squadrate, ma da presidente venne afflitto dal morbo di Addison e da ripetuti mal di schiena. Gli veniva meglio il golf. Secondo i contemporanei avrebbe avuto delle chance anche da professionista, ma forse pure questa era una ruffianeria. Quando si sfidavano a football Esercito contro Marina, JFK sedeva un tempo tra i tifosi di una parte e nel secondo dall’altra. 

E Nixon, Nixon? Eh, Nixon era tifoso di football, dei Washington (ancora) Redskins, molto amico del coach George Allen, e spiccava come giocatore di bowling

Gerald Ford invece viene riconosciuto dagli studiosi delle abitudini degli inquilini della Casa Bianca come uno dei migliori atleti tra i presidenti, eppure al Saturday Night Live veniva deriso per la sua goffaggine. In un ritratto del 2006 il Baltimore Sun raccontò che era stato linebacker per la squadra di football dell’Università del Michigan con cui aveva vinto due campionati, dopo la laurea pare che avesse rifiutato le offerte dei Detroit Lions e dei Green Bay Packers per la NFL. Ford si allenava quotidianamente in piscina, sciava e giocava a tennis. Come giocatore di golf veniva preso in giro perché le sparava un po’ così, una volta secondo il New York Times colpì uno spettatore alla testa.

Jimmy Carter non passa per un tipo molto sportivo. Aveva giocato un po’ a tennis e a basket al liceo. Ma giusto un po’. Qualcuno dice che avesse anche praticato il salto con l’asta e lo sci di fondo con la squadra dell’Accademia navale. In definitiva si divertiva di più a pescare trote e cacciare quaglie. Avendo festeggiato il suo 100esimo compleanno lo scorso 1° ottobre, può passare legittimamente come il sommo testimonial del fatto che lo sport fa male. 

Il primo amore di George H.W. Bush è stato il baseball. Dopo essere tornato dal servizio nella seconda guerra mondiale, aveva giocato prima base con la Yale University. Un battitore mediocre, questo è il giudizio che si trova di lui in giro. Un buon difensore però. Vi risparmio le statistiche. Inoltre andava a vela, si lanciava con il paracadute, andava a cavallo, faceva pesca, tennis e golf. 

Suo figlio pure, George W. Bush, aveva giocato a baseball a Yale, era meno bravo. Pare che la sua carriera sia durata tre partite, secondo la testimonianza e gli archivi di ESPN. In compenso era un runner. Ha terminato la maratona di Houston nel 1993 in 3 ore 44 minuti e 52 secondi. In un articolo del Wall Street Journal l’ex agente dei servizi segreti Dan Emmett descriveva Bush come un runner al quale era difficile star dietro. Praticò anche la mountain bike da presidente e una volta terminato l’incarico ospitava un evento nel suo ranch in Texas. 

Quanto a Barack Obama, secondo la biografia di David Maraniss, Barack Obama: The Story, la passione per il basket risale all’adolescenza trascorsa alle Hawaii. Il suo aiutante Reggie Love aveva giocato a Duke, il segretario all’istruzione Arne Duncan era stato il capitano della squadra dell’università di Harvard. In un’intervista del 2017 con USA Today, Duncan ha descritto Obama come un giocatore intelligente e molto furbo. 

Un rito presidenziale che ha riguardato tutti è il lancio della prima palla del campionato di baseball. Da William Howard Taft in poi non si è sottratto nessuno. 

 

 

I LUOGHI DELLO SPORT ALLA CASA BIANCA

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Il campo da tennis della Casa Bianca è stato costruito nel 1902 dietro l’ala ovest, poi è stato spostato sul lato del prato sud nel 1909 per far posto a nuovi uffici. Una piscina coperta riscaldata fu costruita nel 1933 per le terapie di Franklin D. Roosevelt. Durante il primo mandato del presidente Nixon, questo spazio nell’ala ovest è stato trasformato nella sala stampa. L’amministrazione Ford ha fatto montare una piscina all’aperto nel prato sud nel 1975. Le piste da bowling furono costruite per la prima volta nel 1947 nel seminterrato dell’ala ovest e trasferite nell’Old Executive Office Building nel 1955. Nel 1973 il presidente Nixon fece costruire un’altra pista a una corsia in uno spazio sotterraneo, all’altezza del vialetto d’accesso al Portico Nord. Un piccolo cinema venne trasformato in uno spogliatoio nell’ala est, era il 1942. Una sala giochi con tavoli da biliardo e ping-pong è stata costruita nel 1970 al terzo piano della Casa Bianca. Una pista da jogging è stata allestita intorno al vialetto sud durante il primo mandato del presidente Clinton. Il presidente Eisenhower aveva fatto montare un green all’esterno dello Studio Ovale con una piccola buca di sabbia su un lato. Un nuovo campo pratica è nell’area sud dal 1996.

Domani l’America elegge la persona che dichiarerà aperti i Giochi olimpici di Los Angeles 2028 quando sarà ormai nei pressi di fine mandato. Quando è toccato a una donna, si trattava di una regina, per tre volte Elisabetta d’Inghilterra. Sarà pure il-la presidente dei Mondiali di calcio del 2026. A naso: non il più grosso dei pensieri. 

fonti principali: White House History Quarterly di William Seale, History Channel e Bleacher Report, oltre a quelle già esplicitamente citate

 

  TESTIMONIANZE Niccolò Campriani da Obama dieci anni fa

Un paio di giorni fa ho avuto l’onore di essere ospitato alla Casa Bianca e conoscere di persona il Presidente Obama. Badate bene: non sono stato convocato né per le mie medaglie né per le mie lauree, ma per aver ottenuto sia le medaglie sia le lauree. Un invito rivolto a me e ad altri 400 studenti-atleti dei college americani, tutti i vincitori del campionato nazionale universitario, noto come NCAA. Ecco finalmente arrivare Obama. Un uomo atletico, più alto di quanto pensassi. Scherza con noi, ci chiede come vanno gli allenamenti e gli esami, e poi, facendosi serio, si complimenta stringendo la mano a ognuno. Un’emozione unica. Un breve riconoscimento dell’impegno profuso, ma che allo stesso tempo manda un messaggio forte e non banale. Si perché la stragrande maggioranza dei ragazzi invitati alla cerimonia non diventerà mai una star del mondo sportivo. Sono tutti atleti di buon livello, in alcuni casi anche mondiale, ma che da grandi faranno i dottori, gli ingegneri o gli avvocati. Giovani donne e uomini che hanno scelto di vedere lo sport più come uno strumento che come un fine ultimo. Ragazzi che tutti i giorni si dividono tra libri e bilancieri con tutti i sacrifici che ne conseguono. Probabilmente non vinceranno mai né le Olimpiadi né un premio Nobel, ma come dei veri biatleti della vita la loro forza sta nella completezza.

di niccolò campriani, la Repubblica, 24 marzo 2014

 

VERSIONE RIVEDUTA E AGGIORNATA RISPETTO ALL’ORGINALE DEL 3 NOVEMBRE 2020

 

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