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martedì 29 ottobre 2024

 

Cuando pierde da la mano, sin envidias ni rencores

L’inno del Real Madrid

 

EUROGOL 

I Palloni d’Oro finiti in Spagna

Quanto è vecchia la protesta del Real

 

Hanno fatto tutto loro, gli spagnoli. Hanno vinto il Pallone d’Oro femminile con Aitana Bonmatí, il suo secondo consecutivo e poi quello maschile con Rodri, arrivato dove non fu permesso spingersi a Xavi, Iniesta e Fernando Torres, fermati dalla diarchia Messi-Ronaldo; dove non arrivò Raúl nell’anno di Michael Owen; dove a metà Anni Ottanta non si inoltrò Emilio Butragueño. L’ultima bandierina spagnola nell’albo d’oro del Pallone d’Oro era stata piantata nel 1960 da Luis Suárez, in chiusura di quegli Anni Cinquanta nei quali aveva dominato il Real di Alfredo Di Stéfano

Hanno fatto tutto loro, i grand’’e Spagna si dice nella lingua madre del papà di Slalom, i grandi di Spagna, pronunciato con intento sarcastico, con un tono pulcinellesco e sfuttitore, una sfumatura masaniellesca e ribellista che arriva dritta sicuramente dal Seicento-quasi Settecento. È un’espressione che in genere ironizza di fronte a certi boriosi vanti, certe tronfie esibizioni di capacità che dovevano essere attribuite in origine alla appendici della Real Casa d’Asburgo e ai viceré di Filippo IV presenti in città. 

I grand’’e Spagna hanno disdetto un aereo da cinquanta posti, hanno cancellato pure l’inaugurazione di un negozio e non si sono presentati alla cerimonia del Pallone d’Oro, il gran gala fra tutti i gran gala del calcio. Quanto ci teneva Vinicius, da quanto ci stava pensando. Nei minuti finali del Clásico abbuscato [buscar, cercare, andarsele a cercare, prendere mazzate], a Gavi che gli ricordava di averne presi quattro, il povero Vinicius ha risposto facendo riferimento alla sua altezza e all’insignificanza totale della partita, mentre all’indomani lui, lui e tutta la sua squadra, sarebbero andati a prendere il Pallone d’Oro. L’ultimo dei 12 fuorigioco in cui è caduto il Real Madrid. 

 

LA PROTESTA

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È una protesta che non ha capito nessuno, nessuno l’ha compresa o l’ha sentita, se non dentro la cerchia ormai sempre più ristretta di chi vive da assatanato sotto una bandiera. Ieri pomeriggio è stata all’improvviso plateale la distanza tra la maniera di stare al mondo di chi fa calcio e il sentimento diffuso nel resto dello sport e oltre fra le giovani generazioni, in un’epoca in cui da loro arriva forte la rivendicazione di una identità e di una definizione del sé distaccata dalla produttività, dai premi, più in generale dai ruoli e dal mestiere. Ce lo hanno mostrato con chiarezza le Olimpiadi degli abbracci, simbolo di qualcosa – ha scritto Aligi Pontani su Domani – che ha a che fare con questa generazione di ragazzi, con il loro modo di stare al mondo e soprattutto di stare nello sport. C’entra lo spirito olimpico, ma forse c’entra anche altro: queste vite strapazzate da sacrifici e viaggi, dalla ripetitività dei gesti ossessivi degli allenamenti, dalle fiammate emotive delle vittorie e più ancora delle sconfitte, sono vite che si somigliano. Ci si sfida dopo essersi visti, conosciuti e riconosciuti, capiti, incontrati in giro per Paesi molto lontani da casa, o magari dopo essere passati per gli stessi maestri, tecnici, o peggio per gli stessi dolori: la testa che non regge allo stress, il corpo che fa crac, la vita che ti fa capire che c’è altro oltre le medaglie.  

È una faccenda estesa, ne ha scritto pure Manuel Agnelli nell’introduzione al libro Nice to Rock You osservando giovani musicisti, una generazione promettente che cerca dei riferimenti senza esserne ossessionata. Mi danno speranza perché li trovo curiosi, interessati ad ascoltare musica che dia loro spunti e ispirazioni senza la presunzione di rifiutare quello che è successo prima di loro. Anche perché tutto ciò che oggi li circonda fa loro schifo. O, peggio, li fa stare male: desiderano sentirsi bene, più che sentirsi fighi”.

Ecco, a tutta questa transizione globale verso una nuova maniera di competere, i ventenni del calcio paiono ancora indifferenti. O forse così ci appare stamattina, in fondo che cosa ne sappiamo. Di certo i due posti riservati a Vinicius e Jude Bellingham nella prima fila del Théâtre du Chatelet, proprio accanto a Rodri, sono stati riassegnati ad Artem Dovbyk e Mats Hummels, una volta sostituite le targhette. 

 

I COMMENTI

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Vincent Duluc su L’Équipe ha scritto che il Real Madrid ha aggiunto una sconfitta morale a una sconfitta elettorale, tre giorni dopo essere stato schiacciato dal Barcellona. Il club ha scelto, senza classe, di calpestare il valore dello sport che consiste nel rispettare i vincitori. È senza dubbio questa la logica di un club così indifferente all’interesse generale del calcio, che vorrebbe scegliersi da solo gli avversari e disputare invece della Champions League una Superleague che pensava di poter controllare meglio. A Vincent Duluc non fa difetto la chiarezza. 

Figuriamoci da Barcellona, l’altro polo della faida permanente. Santi Nolla, direttore del Mundo Deportivo, parla di capriccio e di sensazione che Vinicius abbia detto: se so di non aver vinto allora non vengo. Il premio a Rodri – dice Mundo Deportivo – è meritato. Non c’è spazio per la teoria del complotto secondo cui la UEFA è contro il Real Madrid, o non lo rispetta. Ha continuato a essere premiato e non ha smesso di vincere la Champions League, neppure quando è uscita la storia della Superlega. I blancos dicono che Rodri avrebbe meritato il premio l’anno scorso, ma è un errore, nell’anno in cui Leo vince il Mondiale, scusate, non ci sono dubbi. France Football ha premiato nel 2023 il vincitore della Coppa del Mondo e l’MVP degli Europei. A una parte dei tifosi madridisti – scrive il direttore del giornale che è la voce della catalanidad – non piace che la Spagna sia al di sopra del Madrid, ma i voti dei giornalisti non ingannano. Carvajal ha vinto l’Europeo, la Champions e il campionato, ma il suo impatto sul gioco collettivo è inferiore a quello di Rodri. Perché il Real Madrid era così convinto che Vinicius avrebbe vinto? Tutti commettono degli errori. Ma non andare a Parigi è stato un errore enorme.  

Esiste una lezione di fair play di Messi al Pallone d’Oro che Vinicius non ha imparato. Così scrive allora Fernando Polo, che del Mundo Deportivo è il vicedirettore. La stella argentina ha partecipato sei volte al gala del trofeo nonostante sapesse di non aver vinto il premio più importante, mentre sull’altro quotidiano catalano, Sport, Johan Vehils aggiunge che si può discutere se sia giusto o meno assegnare il Pallone d’Oro a Vinicius, ma non è accettabile non presentarsi alla cerimonia di premiazione perché si viene a sapere che il prescelto è qualcun altro. La mancanza di rispetto rappresentata dall’assenza del Real Madrid alla premiazione del capitano della Nazionale spagnola è inaccettabile. Rodri merita giustamente il premio, così come lo avrebbe meritato Vinicius, se il suo comportamento in campo fosse stato solitamente esemplare

Un passaggio, questo, che fa riferimento ai molti rimproveri mossi settimanalmente a Vinicius che non può essere Mandela e Joker allo stesso tempo [El Mundo]. Scrive Sport che Florentino Pérez ha considerato la votazione un insulto nei confronti del suo club e ha agito in modo dittatoriale. Più avanti l’editoriale di Sport parla di reazione infantile e di danno d’immagine infinitamente maggiore della vittoria di Rodri.

 

CRITICHE ANCHE DA MADRID

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Stavolta non è scattato il Soccorso Blanco. Rodri è celebrato a tutta pagina anche dai giornali madrileni, sebbene Sport la definisca un’ipocrisia. Le ragioni tecniche di un Pallone d’Oro a Vinicius trovano dei buoni oratori [e ci mancherebbe], ma nessuno si spinge a difendere il gesto politico di Florentino. Rubén Jiménez su Marca ricorda cosa dice l’inno del Real Madrid, quel verso che avete trovato in cima allo Slalom di stamattina, e sottolinea come però il club stavolta abbia dimenticato il testo. Ha abbracciato solo l’Hala Madrid e niente più, cogliendo l’aspetto più tossico del suo significato e dimenticando il verso che parla di stringere la mano all’avversario che ti ha battuto, per tanto tempo il suo tratto distintivo. La scenata del Pallone d’Oro non è degna del più grande club del mondo. Disdire un aereo con 50 posti riservati perché dall’altra parte del telefono ti dicono che non hai vinto, è inappropriato. Sarebbe ancora peggio se, come riporta Cope, la decisione fosse stata presa da Vinicius e il Real Madrid avesse accettato di piegarsi al suo capriccio. Se Vini vuole davvero essere come Cristiano Ronaldo e Leo Messi, impari da loro e ricordi quei gala in cui uno guardava l’altro salire sul palco per ricevere il Pallone d’Oro, applaudendo dalla poltrona.

Ehm. In realtà pure Cristiano una volta non si presentò, sentì l’affronto della vittoria di Modric. Era nel frattempo passato alla Juventus e si lagnò del potere politico del Real. Non è meraviglioso tutto questo? Marca dice che il Real ha certamente tutto il diritto di sentirsi offeso e di considerare ingiusta la vittoria di Rodri, ma dovrebbe avere l’eleganza di applaudire un giocatore spagnolo, fare la fotografia e dopo mandare qualunque messaggio di rabbia volesse, con tutti i mezzi di cui dispone. Ma il Real Madrid – continua Rubén Jiménez – ultimamente ha deciso di chiudere le porte. Questa figura arriva dopo il silenzio pietroso seguito allo 0-4 contro il Barcellona, quando nessun giocatore è uscito per dare spiegazioni, scusarsi con i tifosi o mandare messaggi di serenità. I tifosi non meritavano una spiegazione? Questa deriva, che fa più danni dello 0-4, non fa altro che isolare il Real Madrid e allontanarlo da tutti: dai tifosi di casa e quelli stranieri, dall’establishment, dai rivali, dagli sponsor. Del calcio. E ora Mbappé, un francese che sogna fin da piccolo di vincere il Pallone d’Oro, cosa penserà di questo disprezzo del suo club verso l’oggetto dei suoi desideri?

Anche Orfeo Suarez su El Mundoattacca il suo editoriale ricordando l’inno madrileno, l’inno antico, come antico è il concetto di signorilità. Ma ormai siamo in altri tempi da molto tempo. Anche El Mundo parla di decisione inopportuna da parte di un’istituzione che non è di un un calciatore né di un presidente. Il Real rappresenta i suoi tifosi ed è difficile credere che la maggioranza di essi sostenga la scelta. Se invece è così, allora che quell’inno non venga più suonato al Bernabéu. Ogni vincitore meritava le congratulazioni di Vinicius e del Real Madrid. Il fatto poi che sia uno spagnolo rende l’assenza particolarmente grave. Rodri riceve il Pallone d’Oro come miglior calciatore degli ultimi Europei, sono gli Europei vinti dalla Spagna, un paese verso il quale questo premio era in debito dal 2010. E il Real Madrid non si presenta. Non è meraviglioso anche tutto questo? Non è l’ultimo indizio della più totale arroganza di Florentino Pérez? El Mundo peraltro fa notare che il Real Madrid è stato premiato come miglior club maschile dell’anno, Carlo Ancelotti è stato premiato anche come miglior allenatore 2024, e nessuno era sul palco. Commento: Ridicolo

 

L’ISTERIA DENTRO IL REAL

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El Confidencial conAlberto Ramírez prova a dare una lettura più estesa del panorama e parla di “isteria da Pallone d’Oro che si impadronisce di un Real Madrid, in guerra contro tutto e tutti. Nei titoli più imparabili lo avremmo definito sull’orlo di una crisi di nervi, se dentro la crisi di nervi non ci fosse invece cascato in pieno. Una crisi di nervi, sottolinea El Confidencial, che il Real Madrid vive di fronte alla Liga, alla UEFA o ai residenti dei palazzi vicino al Santiago Bernabéu, con i quali si trova in un conflitto permanente. Il riferimento è alla causa in corso con alcuni condominii che protestano per i decibel dei concerti che si tengono allo stadio. Hanno preso le distanze Mijatovic e Figo, il cittì Luis de la Fuente ha definito la protesta una brutta notizia per il calcio nazionale. Una battuta d’arresto in termini di immagine che arriva in un momento di difficoltà per il Real Madrid, scrive El Confidencial, sia a livello istituzionale che sportivo. La frase di Vinícius a Gavi non è invecchiata bene. La sconfitta al Clasico è stata durissima, nella forma e nella sostanza. A questo – continua El Confidencial – si aggiungono i dubbi su Ancelotti, che non riesce a trovare la strada giusta per integrare Kylian Mbappé e superare l’addio di Toni Kroos. E inoltre: il confronto permanente contro La Liga incentrato sulla guerra Tebas-Florentino; la Superlega in tribunale con la tabella di marcia a medio termine che prevede l’abbandono della Champions League per la battaglia contro la UEFA; i concerti al nuovo Santiago Bernabéu paralizzati; ora la rottura totale della relazioni con France Football e tutto ciò che circonda il Pallone d’Oro. Ogni cosa al Real viene interpretata come una persecuzione. Non esistono più vie di mezzo per il Real Madrid, dove ogni conflitto è trascendente e deve essere elevato a crociata. Finché le masse e i soci saranno d’accordo, la strategia funzionerà.

 

MA COME L’HANNO SAPUTO?

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Resta il mistero su come Florentino Pérez abbia saputo che Vinicius non aveva vinto. Per proteggere meglio l’esito del voto, quest’anno France Football aveva anche rinunciato al servizio fotografico che precede la premiazione. In genere chi vince, finisce per spargere la voce. Vincent Garcia, caporedattore di France Football, sostiene che nessuno era stato informato della classifica prima della cerimonia e dice di non capire l’assenza del Real Madrid. «Nessuno lo sapeva, né al Real né al City. L’emozione che Rodri ha provato sul palco è la risposta migliore. Non era a conoscenza di nulla. La sua emozione mette fine a ogni speculazione secondo cui avremmo avvertito l’uno o l’altro. La pressione però è stata forte, tutti i club favoriti hanno insistito per avere informazioni. Ho avuto molte pressioni dal Real Madrid come da altri, io sono sempre stato chiaro, e forse il mio silenzio li ha spinti oltre il limite. Pensavo che tutti avessero accettato ma all’ultimo momento, non so perché, volevano cambiare le regole. Quando il Real ha preso la sua decisione, non sono sicuro che non ci fosse un elemento di bluff»

 

LE RAGIONI DELLA SCONFITTA

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Vinicius deve aver perso il Pallone d’Oro per lo stesso motivo di van Dijk nel 2019, l’anno d’oro del Liverpool. Finì secondo dietro Messi di 7 punti, con i compagni di squadra Mané quarto, Salah quinto, Alisson settimo. Chi voleva assegnare il riconoscimento a uno dei Reds di Klopp, finì per disperdere i voti. Così stavolta Vinicius ha sofferto la presenza di Bellingham e di Carvajal fra i primi-cinque. È una questione matematica, non politica. Qualche simpatia l’ha sprecata da solo, fa notare Hugo Guillemet ancora su L’Équipe

Il suo nervosismo in campo contro avversari, arbitri o spettatori, per ragioni lodevoli quando è vittima di razzismo – troppo spesso – sui campi della Liga, probabilmente gli sarà costato qualche punto con i giurati, attenti al terzo criterio del regolamento, il premio al fair play e all’eleganza. Ma soprattutto Vinicius deve aver pagato l’uscita del Brasile ai quarti di finale di Copa América contro l’Uruguay: Necessariamente pesa sulla bilancia dice il giornale francese. È la stessa tesi espressa già ieri pomeriggio da Jorge Valdano, un cuore così bianco, convinto che sia stato il Brasile e non il Real a far perdere il premio a Jr. Lo stesso Valdano qualche mese fa si era espressoin favore del Pallone d’Oro a Rodri. Alla vigilia della finale europea scrisse su El Pais: Se la Spagna vince e Rodri non riceve il Pallone d’Oro, penserò che il calcio, oltre a essere confuso, è anche cieco.

QUIZ

Francia, Spagna e Italia. I quotidiani sportivi di due fra questi tre Paesi hanno messo in prima pagina la foto dei vincitori dei Palloni d’Oro, Rodri e Aitana Bonmatí . Qual è la nazione in cui è stata invece ignorata la donna?

[Controlla se hai indovinato a questo link oppure capovolgi lo schermo e leggi la soluzione qui sotto – ricorda prima di togliere la rotazione automatica altrimenti non ne usciamo fino a stasera]

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ARTEFICI

RODRI. IL MIGLIOR CALCIATORE DEL MONDO CAMMINA CON LE STAMPELLE

Parliamo di Rodri. È la rivincita dei giocatori analogici su quelli digitali, la rivincita dell’inquadratura in campo lungo sul primo piano, della sinfonia sull’hip hop. Messi e Ronaldo hanno accompagnato l’era degli Highlights, con Rodri torna la valorizzazione del tempo pieno sul frammento. Vincent Duluc su L’Équipe lo dice certamente meglio: Il calcio mondiale ha ricordato che la magia del gioco si estende anche in ambiti diversi da quelli coperti dagli attaccanti: un centrocampista è stato eletto miglior giocatore del mondo. Questa vendetta degli architetti sui solisti è anche il segnale che i cento giurati di France Football hanno scelto di distinguere l’intelligenza, la precisione e il senso collettivo, anziché la statistica, smettendo di individuare negli attaccanti i re del mondo.

Un centrocampista completo, capace di difendere, organizzare il gioco, segnare [contro l’Inter in finale di Champions League]. Delle 64 partite giocate la scorsa stagione ne ha persa solo una: la finale di FA Cup contro il Manchester United. Il suo ex allenatore nelle giovanili, Albert Celades, ha spiegato come sia diventato un riferimento per la squadra durante gli ultimi Europei: «Domina ogni aspetto del gioco: quello fisico perché vince i duelli, quello tattico perché è sempre dove deve essere, quello tecnico perché ha entrambi i piedi. Ma soprattutto c’è l’aspetto cognitivo: prende sempre la decisione giusta e la prende molto velocemente»

Dopo vent’anni di premi a chi faceva succedere le cose, il Pallone d’Oro è andato a chi le intuisce prima che succedano. Non c’era persona migliore di lui per incarnare una nuova era scrive L’Équipe, mentre Marca lo definisce un calciatore che non ha mai avuto campagne d’opinione alle spalle, non ha mai aperto giornali o telegiornali, ma che ha la capacità di mettere d’accordo tutti i professionisti del pallone. Quelli che si guadagnano da vivere con il calcio, quelli che sanno in prima persona cosa conta e cosa non conta in campo, hanno sempre visto nel madrileno un elemento fondamentale nelle squadre. Non esiste successore migliore in Spagna per Luis Suárez di Rodri. Un calciatore capace di essere eccezionale in Nazionale senza passare per nessuna delle due grandi del nostro calcio. Sono tanti quelli che sanno dribblare, solo pochi eletti riescono a capire cosa succederà durante una partita

Ramon Besa su El Pais lo definisce il centrocampista che migliora gli altri, sia che giochi per la Spagna o per il City. Questo viene celebrato dal Pallone d’Oro, il premio che Iniesta non vinse quando segnò il gol per la Coppa del Mondo 2010. Quel debito ora è stato ripagato. L’ultima edizione del Pallone d’Oro ricorda che il calcio è ancora un gioco collettivo. Abituato ai galà che aveva per protagonisti gli attaccanti che agiscono come divi del cinema o musicisti rock, in funzioni spesso contrassegnate da un culto eccessivo dell’individualismo e dell’egoismo, è stato sorprendente che il prescelto fosse un atleta che permette il trionfo dei compagni di squadra e soprattutto degli attaccanti che vanno alla ricerca di record personali, come Haaland”.

Finalone di Besa: Anche se Rodri poteva pensare che il trofeo sarebbe stato assegnato a Vinicius, aveva deciso di presenziare lo stesso alla cerimonia, per rispetto verso l’organizzazione, per i giornalisti che lo hanno votato, per gli altri giocatori premiati e per il suo senso di rappresentante della Nazionale spagnola e del City. È venuto con le stampelle, la sua assenza durerà fino alla fine della stagione, era disposto semplicemente a onorare il Pallone d’Oro senza sapere che fosse lui il prescelto. A calcio si gioca con Rodri e altri dieci

Ha votato per Rodri anche il giurato italiano, Paolo Condò, che stamattina su Repubblica spiega di aver visto senza Messi e Ronaldo l’occasione perfetta per restituire al calcio la sua preziosa polifonia. Parla di dolorose amnesie su Iniesta, Pirlo e Xavi in passato e ricorda che il Pallone d’oro non è la Scarpa d’oro. Condò considera inoltre che la rabbia del Real Madrid è difficilmente spiegabile, se non con l’arroganza. Restare a Madrid è stata una grave caduta di stile.

Oh, in giro è anche già partita la necessaria canonizzazione. Rodri è quasi santo, quasi subito. Non ha tatuaggi, non ha profili social, va all’università. Guida una Opel Corsa, pensate. Forse aiuta anche le vecchiette ad attraversare sulle strisce, soprattutto non fa i rutti a tavola.


Anche Valdano vuol dare il Pallone d’oro a Rodri


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ARTEFICI

AITANA BONMATÍ 

Dopo la doppietta di Alexia Putellas nel 2021 e 2022, ecco questa di Aitana Bonmatí: così sono quattro di fila per la Spagna. Per la Spagna o per il Barcellona? Mmm. Questa è stata in effetti una stagione segnata da cinque trofei per le catalane, tra cui la Champions League. Un rendimento personale fatto di 26 gol e 21 assist in 57 partite. Tutto il podio è catalano, con Salma Paralluelo terza e la norvegese Caroline Graham Hansen seconda. È un voto difficilmente spiegabile con le stesse logiche maschili. La Spagna alle Olimpiadi non è neppure salita sul podio, e loro non si sono tolte punti vicendevolmente. Anzi questa cosa viene detta delle antagoniste: le americane Sophia Smith [quarta], Lindsay Horan [quinta], Mallory Swanson [sesta], Trinity Rodman [nona]. 

Le Monde dice che la 26enne catalana non è solo una romantica del calcio. Trasforma in oro anche il suo innato senso del collettivo, maestra nel giocare per gli altri e giocatrice decisiva in prima persona nelle vittorie della sua squadra

Bonmatí è l’Iniesta del calcio femminile, secondo la celebre definizione di Pep Guardiola. Le Monde dice che ha la fortuna, alcuni lo chiamerebbero buon gusto, che il calcio femminile non si è ancora confrontato con la tirannia delle statistiche individuali. È anche la voce impegnata del calcio femminile, la donna che non esita a farsi sentire.

Irene Guevara su El Pais ne ripropone un ritratto nel quale spicca come una delle principali protagoniste delle rivendicazioni dentro la Nazionale femminile di Spagna. La storia della sua famiglia è nota. Vicent Conca, suo padre, fu arrestato il 1 luglio 1992 dalla Guardia Civil presso la sede del Moviment de Defensa de la Terra. Lo bendarono, venne interrogato, picchiato, torturato per tre giorni. A volte con un sacco della spazzatura in testa, altre volte con una pistola in bocca o con la testa immersa nell’acqua. Il primo giorno non mangiò né dormì. Il terzo lo svegliavano di continuo per farlo alzare e costringerlo a fare flessioni. Il quarto giorno comparve davanti al giudice Baltasar Garzón per l’indagine che mirava a trovare persone legate al movimento indipendentista di Terra Lliure, mancavano poche settimane ai Giochi di Barcellona. Vennero processate 25 persone e 17 hanno affermato nel tempo di aver subito torture. Nel 2004, dodici anni dopo, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato lo Stato spagnolo. 

Perché è importante questa storia? Perché lo dice Aitana stessa. Viene da una famiglia povera e numerosa. Da piccola trascorreva la settimana di Natale e due dell’estate nella casa degli zii Toni e Mercè. Furono loro a regalarle la prima maglia del Barça. Suo padre raccoglieva frutta a Lleida e Penedés. Aitana dice di aver imparato da lui cosa sono sforzi e sacrifici, ma si è battuta per portare il cognome della madre Rosa. Quando è nata nel 1998 la legislazione spagnola non lo permetteva. È stata anche la sua lotta, la sua e quella di altre famiglie, a introdurre questa possibilità nella legislazione, a partire dal 2000.  Ora, scrive El Pais, Aitana tornerà a Ribes, con i soliti amici, nella solita piazza. Farà affidamento come sempre sulla sua famiglia e sulla sua bolla. Non parlerà di calcio: terrà il Pallone d’Oro da qualche parte e tirerà fuori la chitarra.


Il calcio incantevole di Aitana Bonmatí. Al primo di molti Palloni d’oro


IL MOVIMENTO SPAGNA

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Miguel Herguedas su El Mundo cuce il successo di Rodri con quello di Bonmatì e sottolinea come il calcio di base spagnolo e l’applicazione di un’idea comune siano da anni un esempio in tutti gli angoli del pianeta. Dalla fine del secolo scorso – racconta – le istituzioni pubbliche e la federazione hanno avviato un triplice cambiamento: di strutture (con campi da calcio a sette in erba artificiale e padiglioni da calcetto), di allenatori (autorizzati dalla base) e di paradigma (con la palla come protagonista). Oggi i frutti si raccolgono a tutti i livelli. Che l’attuale momento di gloria coincida con il peggiore della Federazione spiega meglio di ogni altra cosa la forza e la resilienza del nostro calcio. Il livello delle squadre è dimostrato dal loro rendimento nei tornei europei, dove hanno un record devastante. Dalle sconfitte di Valencia e Alavés in Champions League e Coppa UEFA 2001 contro Bayern e Liverpool, ci sono state diciannove finali senza sconfitte contro altre squadre europee. In mezzo i trionfi della Nazionale in tre Europei [2008, 2012, 2024] e un Mondiale [2010]. Per la prima volta un paese ha monopolizzato i due massimi riconoscimenti individuali.

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MILANESISMI

LA MONETA FALSA DEL QUINTO POSTO DI LAUTARO

 

Il miglior calciatore della Serie A è stato Lautaro Martínez, settimo, senza dunque quel piazzamento fra i primi-cinque che la stampa milanese dava per sicuro da qualche tempo, per giunta con una punta di fastidio, uffà, ‘sto ragazzo viene sempre sottovalutato. Tra i primi-cinque Lautaro ci sarà di sicuro, così ci è stato raccontato per settimane, per mesi. Deve arrivare, arriverà: non ha forse vinto lo scudetto e il titolo di capocannoniere? 

È un fenomeno davvero buffo. Andrebbe studiato da chi ne sa di mass media, mica da certi provoloni come noi. Ai provoloni come noi Lautaro Martínez da primi-cinque posti al Pallone d’Oro sembra un altro episodio della straordinaria tendenza presente nella stampa milanese a sottostimare tutto ciò che milanese non è, dando al contrario lucentezza all’argenteria di casa, l’argenteria che esiste entro i confini di Lodi e Pavia. Scudetto e titolo di capocannoniere in Serie A portarono l’altr’anno Victor Osimhen all’ottavo posto, nonostante si fosse spinto un turno più avanti in Champions League, ai quarti di finale anziché agli ottavi. Era il posto esatto per una stagione di quel tipo. Lautaro no. Solo settimo dice la Gazzetta stamattina. 

Anche sui famosi cinque gol segnati in Copa América bisogna intendersi. Lautaro non è stato la figura in rilievo dentro il quadro dell’Argentina. L’estate scorsa ha giocato da titolare due partite su sei, una sola da 90 minuti, più quattro spezzoni da 13-15-18 e 25 minuti. Non era considerato un irrinunciabile da Scaloni. Inoltre, come ha fatto notare Giuseppe Pastore a Cronache di Spogliatoio, non è mai partito titolare neppure nelle ultime sei partite dei gironi di Champions, le prime tre dell’anno nuovo e le ultime tre di quello passato. C’è sempre stata una partita di Serie A che meritava più attenzione, o prima o dopo. Se metti l’Europa in secondo piano, l’Europa alla fine si regola con te allo stesso modo. 

Inoltre, pur sistemando la Serie A davanti a tutto, da febbraio a maggio Lautaro ha segnato un solo gol in 12 partite. Contro il Frosinone. Questi sono i fatti. Se questi sono i fatti, come potevano finirgli alle spalle almeno due fra Vinícius, Bellingham, Carvajal, Haaland e Mbappé? Onestamente non era neppure scontato che si lasciasse alle spalle Toni Kroos o Lamine Yamal. 

Chi lo sa. Un poco devono essere ragioni di tifo, un poco piccole ragioni di diffusione territoriale, un altro poco deve essere il ricordo di certi tempi antichi in cui esisteva una capacità di incidere sulle cose, e un altro poco ancora sarà forse l’illusione di poterle condizionare ancora, una specie di profezia che si autoavvera. Invece no, alla fine succede che non si avvera. 

[Parentesi. Questa inclinazione a partecipare anziché limitarsi a raccontare era emersa nei giorni in cui era sicuro, sicurissimo, che la WADA non avrebbe presentato ricorso contro l’assoluzione di Sinner. Non è finita. Adesso per esempio si legge che il TAS non si regolerà con Jannik come con Simona Halep, alla quale hanno dato dei mesi di squalifica per negligenza, per non aver vigilato abbastanza sul suo staff che l’ha contaminata. È partita la corsa a dimostrare che per il nostro santo peccatore non è la stessa cosa, nel suo caso massaggiatore e preparatore sono due laureati, per forza che lui doveva fidarsi, che poteva fare. Viene da chiedersi in mano a chi si mette invece Simona Halep, che ha il torto principale di non essere italiana. Mica nello staff avrà dei laureati pure lei, non è possibile, ci sarà qualche istruttore di educazione fisica che le fa fare due flessioni e poi la manda in campo].

REWIND

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