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lunedì 28 ottobre 2024
# via a Parigi-Bercy
TENNIS

L’ultimo torneo nel palazzetto di Bercy: poi tocca a Nanterre
Eccolo qua, il torneo che corregge Humphrey Bogart. Avremo sempre Parigi, d’accordo, ma diciamolo bene. Non avremo sempre Parigi-Bercy. Dopo una quarantina d’anni di tennis al coperto, il torneo saluta e se ne va, va via dal quartiere lungo la Senna, il quartiere della Cinémathèque e del cimitero di Valmy, dov’è sepolto l’attore teatrale Maurice Chevit, due volte premio Molière.
Comincia l’ultima edizione in questo Palais omnisports da 14.500 posti, ristrutturato dieci anni fa, ma utilizzato solo grazie a una deroga concessa dall’ATP: i campi n. 1 e n. 2 dispongono di meno di 2.000 posti in totale, decisamente i più piccoli campi secondari del circuito Masters 1000. Anche l’altezza del soffitto non è in linea con le norme, si aggira sui dieci metri mentre il regolamento prevede un minimo di 12,19. La stessa velocità della superficie pare che raramente sia la stessa di quella sul campo centrale, il posto che negli Anni Novanta – ai bei tempi degli ace di Ivanisevic – sollecitò una discussione su come mettere un argine a ai tennisti bum-bum, alziamo la rete, togliamo la seconda di servizio, usiamo palline più pesanti, che si fa, diamine, facciamo qualcosa. Per fortuna non fecero niente, e il tennis ha trovato da solo la sua via.
Ciao ciao Parigi-Bercy, la federazione francese di tennis ha deciso di portare dal 2025 il torneo a Nanterre, perché le prospettive a medio termine sembrano più solide.
L’Équipe racconta: “Lasciare? Rimanere ? Il dilemma vissuto negli ultimi due anni dal Masters 1000 parigino ha ricordato quello che dovette affrontare il Roland-Garros nel 2010”.
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EUROGOL
Il giorno della Liberazione del Pallone d’Oro
Oggi si traccia una riga, oggi il calcio volta una pagina per sempre assegnando il Pallone d’Oro a un calciatore che non è Leo Messi, non è Cristiano Ronaldo, e non è neppure una parentesi fra loro due, come accadde al Modric 2018 e al Benzema 2022. Nello stesso anno in cui il tennis ha spezzato un ventennio di Djokovic-Federer-Nadal [nemmeno uno Slam], il pallone ha abbattuto le sue statue più ingombranti, e per la prima volta dal 2003 non li ha invitati neppure nella lista dei finalisti.
Filippo Maria Ricci sulla Gazzetta fa notare che fra i 30 selezionati non c’è nemmeno un calciatore che il trofeo l’abbia già vinto. “Oggi si apre un ciclo – dice Ricci – e Vinicius vuole prendersi le chiavi. L’ultimo brasiliano a trionfare è stato Kakà nel 2007, dopo Ronaldinho nel 2005 e Ronaldo il Fenomeno nel 2002. Stelle di un Brasile che a livello internazionale soffre da quell’epoca lì. Ecco, le pene della Seleçao sono l’unico vero neo sulla candidatura di Vinicius”.
Per timore di una fuga di notizie, si legge sulla Gazzetta, l’organizzazione ha cancellato l’abituale intervista con France Football al vincitore. Le preferenze sono state inviate solo al direttore del mensile. “Per questo resta un margine di dubbio, o di suspence, sul vincitore del trofeo” scrive Ricci, ricordando i tre criteri con cui sono state indicate le preferenze: “1. Prestazione individuali, con attenzione alla personalità del giocatore: decisiva e notabile. 2. Prestazioni e conquiste delle squadre di appartenenza. 3. Classe e fairplay”.
È qui, su questo terzo punto, che la discussione diventa affascinante. Qualche settimana fa, Elena Buonocore su Domani ha scritto che Vinicius è insolente. “È sfrontato, uno screanzato, un protervo, un dribblatore sfacciato, un giocoliere impudente. Può capitare che faccia una cosa antica come saltare un avversario col pallone al piede e che gli venga voglia di tornare indietro per saltarlo una seconda volta. La sintesi più indicibile: è proprio uno stronzo. Così, intorno a Vinícius i dibattiti sono due. Primo: si può essere scostumati senza doversi prendere insulti razzisti? Ovviamente la risposta è sì. Secondo: si può essere l’ultimo degli scostumati e prendersi il premio destinato al miglior calciatore al mondo? E qui la faccenda si complica, si complica pure perché Vinícius ha aggiunto al suo percorso una seconda ambizione, diventare un simbolo della lotta al razzismo”.
Quest’accavallamento di profili ha mandato in disequilibrio i commentatori spagnoli. El Mundo ha scritto: “Quando Vinicius afferma che la Spagna è razzista, non mente e merita sostegno tutte le volte che denuncia. Continuare a spiegarlo è triste, ma è la verità: se per insultare qualcuno che non ti piace lo chiami fottuto nero, in effetti sei un razzista. Ma come per i politici o per la moglie di Cesare, la leadership sociale richiede esemplarità. Se Vinícius vuole essere un Mandela, allora deve mandare in pensione il Joker. Deve decidersi”.
Domani ha però commentato: “Che meravigliosa storia sarebbe un Pallone d’oro a questo strano miscuglio di dribbling, impegno sociale e strafottenza. Un segno di resa alla complessità del nostro tempo, all’impossibilità di essere una cosa sola”.
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28 NOVEMBRE 2021
LE PAGELLE
Votacci ne abbiamo? Ma certo, ci mancherebbe. Quasi tutto il Marsiglia ha preso 4 da L’Équipe dopo la sconfitta per 0-3 dal PSG, Luis Henrique è sceso a 3, Balerdi per esempio si è preso un bel 2 per aver giocato “un primo tempo atroce, uscendo troppo tardi su Mendes in occasione del primo gol e segnando un incomprensibile autogol”. Non è stato mica il peggiore. Mason Greenwood porta a casa un 1 in pagella. “De Zerbi – si legge – ha aspettato l’intervallo per sostituirlo, ed era già troppo, perché il suo disinteresse ha rasentato l’indecenza. Senza palla, non ha mostrato interesse per tutto il resto, il suo piccolo trotto ha offerto l’occasione per il gol che ha sbloccato il punteggio, un passaggio catastrofico ha causato il terzo gol. Un fiasco”. Ma 3 anche a De Zerbi. Ecco.
IL CALCIO ITALIANO
Come ci dobbiamo regolare con gli 8 gol di Inter-Juventus
Gira da ieri pomeriggio intorno a Inter-Juventus l’aria di un accigliato malcontento. Perché in fondo siamo fatti così. E lo 0-0 non va bene. E un 4-4 non va bene. “Il dibattito – fa notare Antonio Dipollina su Repubblica – è emerso subito a fine gara sulle varie tv: Inter-Juve è stata uno spot per il calcio oppure lo è stata per qualsiasi altro sport? A bordocampo c’era il parroco che stava applaudendo felice? La fase difensiva uccide il calcio? E così via”.
Come dice quel vecchio amico che ha giocato in Serie A, raffinato osservatore, il mestiere del racconto si declina spesso al negativo. Siamo insoddisfatti di quasi ogni cosa, non va mai bene nulla, forse perché il cinismo è la cifra della contemporaneità: mostrarsi stupiti e felici rischia di attribuire una patente da ingenui, rischia di farci diventare delle Alici nei paesi delle meraviglie, mentre restare impassibili o scettici fa fico, conferisce l’aura di chi ha colto le sottigliezze dell’esperto, tsk, tu non sai quante ne ho viste.
| Se allora esiste nell’Olimpo del calcio un’altra dea che non sia l’Eupalla di Brera, e che anzi ne sia l’anti-spirito, finirà per benedire Emanuele Gamba che su Repubblica attacca così: “Diciamoci la verità: se questo meraviglioso e scriteriato e grottesco 4-4 l’avessero fatto City e Liverpool o Real e Barcellona, la nazione intera si sarebbe sdilinquita in complimenti e rosa d’invidia. Non si sarebbe più trovato un italianista neanche a pagarlo. Da Inter e Juventus non ce lo aspettavamo — chi avrebbe potuto aspettarselo, giacché l’unico 4-4 della storia risale a un’amichevole del 1945 — e perciò questa partita rischia di essere consegnata alla memoria come il derby degli errori, e di qualche orrore (vero Danilo? vero De Vrij?), e non come uno spettacolo che ha tolto il fiato, scarnificato di emozioni anche il cuore più duro e che possiamo tranquillamente esportare all’estero senza vergognarci dei nostri tatticismi, degli attendismi, delle pulciose speculazioni di ogni settimana normale. È finita così per via dell’allegrezza scontenta delle difese, certo, ma anche perché nessuna della due squadre ha mai perso, neanche per un solo momento, la voglia di gol”.
| In modo analogo e perfino più diretto, ancora su Repubblica, Paolo Condò dice: “Dopo una settimana in cui si è discusso molto e con un certo sarcasmo della scarsa intensità del nostro calcio, Inter e Juventus si sono battute come pugili a guardia abbassata — vediamo chi ne ha di più, e pazienza per gli schiaffoni — producendo una quantità (e qualità) di palle-gol che normalmente si contano negli scontri diretti di un intero girone. Gli inguaribili italianisti oggi stigmatizzano gli svarioni difensivi dei giocatori, vedi i due goffi rigori concessi dalla Juve, o anche di Inzaghi, perché la sostituzione dell’ammonito Pavard ha fatto saltare in aria il settore destro di difesa, infine scoperchiato dalla classe di Yildiz. A noi, spiriti più semplici, preme esercitare un minimo di coerenza: se ci commuove lo 0-4 del Barcellona al Bernabeu e ci entusiasma il 2-2 di Arsenal-Liverpool, di un derby d’Italia che finisce 4-4 prendiamo tutto, consapevoli che la famosa intensità — e a San Siro ce n’è stata tanta — induce fatalmente all’errore”.
| Daniele Dallera sul Corriere della sera parla di inno alla vita, “magari un po’ leggera, quelle orientate a spendere e magari a rientrare tardi la notte, due squadre stavolta un po’ gradasse, sbruffone, sicuramente svampite, atteggiamento che va corretto”. Dallera eccepisce sulle sostituzioni di Inzaghi e dice che “non abbiamo avvertito un motivato senso di colpa che potesse spiegare cambi sicuramente poco redditizi. Invece, Thiago Motta certi errori ha saputo correggerli in corsa, un merito che va riconosciuto all’allenatore della Juve, anche se quella coppia difensiva, Danilo & Kalulu, mette paura, soprattutto ai bianconeri. Forse ieri si è anche capito perché il Milan, seppur criticato, nonostante la difesa non sia certo il suo pezzo forte, abbia lasciato andare via Kalulu che comunque gioca più tranquillo e sicuro con il corazziere Gatti al suo fianco”.
| Antonio Barillà su La Stampa ha scritto che Inter-Juventus è stata “meglio del Clasico spagnolo di sabato sera: quello non ha avuto storia, questo ha vissuto d’incertezza e pathos, ha divertito con il doppio delle reti e messo in luce due squadre avare di tatticismi, non sprovvedute, a volte allegre ma sempre coraggiose”.
| Luigi Garlando sulla Gazzetta dello sport confessa che “temevamo una noiosa Corazzata Potemkin e invece Inter-Juve è stata una spassosa commedia all’italiana. Non usiamo etichette più raffinate perché molti gol sono arrivati da pasticci difensivi da cinepanettone. Non una partita di alta qualità, ma sicuramente divertente. L’Inter ha confermato due verità contraddittorie: di poter essere ancora dominante come nella stagione scorsa, la più forte di tutti, ma anche di non poterlo più essere per 90’ Un anno fa, dopo 9 giornate, l’Inter aveva subito 5 gol. Oggi sono già 13. L’assenza di Calhanoglu pesa, non soltanto in regia, ma anche nel filtro di centrocampo. È come se l’Inter riuscisse a giocare come prima, ma non a imporsi la concentrazione feroce che serve per conservarne i frutti. Un gigante dai piedi d’argilla”.
| Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello sport-stadio, italianista esplicito, titola il suo commento “Belli allegri” e parla di difese “insolitamente ballerine (…), allegre, aperte. Anche la condizione atletica dei campioni d’Italia non mi è sembrata peraltro brillantissima: meno aggressivi del solito e distratti. Fino a pochi mesi fa era un’impresa bucarli, adesso groviereggiano. I numeri in questo caso non mentono: nelle prime nove uscite l’Inter ha subìto 13 gol, più della metà di quelli che aveva preso in un’intera stagione, 22. Un anno fa, a questo punto, erano stati 5. Sono notevoli anche gli appunti da muovere alla retroguardia juventina: tra Stoccarda e Inter, è stata presa a pallate, 40 conclusioni in totale e paratone di Perin e Di Gregorio, ma sul 2-4: l’assenza di Bremer è pesante, Gatti è passato da sorprendente capitano a sorprendente tenente (nel senso che tiene al caldo un posto in panchina) e Danilo per ora ha il cane che morde addosso. Sospetto anche, al di là dei numerosi infortuni, che i continui cambiamenti non giovino all’equilibrio complessivo della squadra e alla sua solidità: 12 differenti formazioni, con qualche “mottata” (cfr. Andrea Cambiaso) in altrettante partite possono produrre effetti disorientanti”.
GIUDIZI UNIVERSALI Mkhitaryan
“Sembra un vecchio faraone e sull’1-2 Conceicao lo vorrebbe portare a spasso anche al museo Egizio. La reazione è feroce, con un tiro spettacolare, anche per la costruzione. Lui che ama gli scacchi, lì in mezzo è ancora un re, anche se un po’ vintage” [Paolo Tomaselli, Corriere della sera]
ARTEFICI Yildiz
Massimiliano Nerozzi, Corriere della sera: “One man show: primo gol da uno contro tutti (e tutto), bis di rapidità e rabbia. Dentro quando la partita pareva morta e sepolta, la resuscita come solo può chi è posseduto dal talento”.
LA PIPPA DEL GIORNO ROMELU LUKAKU
La Gazzetta dello sport: “Niente gol su azione da più di un mese. Serve il vero Romelu” – Ultima rete a Cagliari, poi il rigore al Como. La fase offensiva soffre, si deve rilanciare ➔ Antonio Giordano ha scritto: “Qualcosa è cambiato, nella narrazione delle partite e nelle dinamiche di quegli scontri da catch intravisti qua e là con i bodyguard destinati al controllo di Rom: la zona, in teoria un riferimento universale, è stata cancellata di brutto e per Lukaku c’è stato da lottare, anche brutalmente, con chiunque abbia deciso di rendergli complicati pomeriggi o nottate. Romelu Lukaku sta praticamente in una terra di mezzo tra il primo Big Rom, quello che all’Inter ne faceva uno ogni 129’, e l’ultimo, che alla Roma però ebbe bisogno di 203’ per segnare”.
IL CERCHIO DI FUOCO CAIRO VENDE IL TORINO
La Stampa parla Toro in vendita e di clamoroso retroscena. Nelle scorse settimane, scrivono Claudia Luise ed Elisa Sola, “Urbano Cairo avrebbe incontrato più volte (si parla di tre incontri) alti emissari della Red Bull, all’inizio per parlare di un possibile allargamento della collaborazione come main sponsor a partire dal 2025 e poi per valutare un interessamento all’acquisto dei granata. Un dossier che è allo studio della Red Bull e che troverebbe, come condizione imprescindibile per chiudersi positivamente, avere uno stadio di proprietà dove poter avviare progetti commerciali paralleli ma che garantirebbero flussi di cassa”.
In attesa di conferme, l’Italia si è lanciata a caccia di indizi. Oggi per esempio sulla Gazzetta non c’è una sua intervista e neppure una sua foto.
IL LANCIO DI COLTELLI IVAN JURIC
Luca Valdiserri, Corriere della sera: “Nella ripresa la tragedia diventa farsa con l’espulsione di Hermoso e l’autogol di Hummels. Juric, se alla Roma esiste ancora una dirigenza, ha i minuti contati perché la squadra è in piena crisi di rigetto. Non ci sono segnali di miglioramento del gioco, tanti giocatori sono scontenti (Cristante, Angelino e Mancini non sono rientrati in panchina dopo l’intervallo), il mercato da 100 milioni di euro è stato bruciato tra panchine e esclusioni. In tanti, a Roma e nella Roma, pensano che l’esonero di De Rossi sia stato un harakiri. DDR è ancora sotto contratto per questa stagione e per altre due. Logico il suo ritorno, ma i Friedkin in questa stagione hanno perso la logica. La ritroveranno?”
Silvia Scotti su Repubblica ha scritto che questo è “il momento di decidere e andare oltre è arrivato per una dirigenza letteralmente allo sbando. Che sia il ritorno di De Rossi, che sia il grande sogno Allegri, la suggestione Mancini o se telefonando risponde Ballardini (che ieri sera era al Franchi), il momento è ora. Ci sono state ombre, contestazioni, il licenziamento di De Rossi, la storiaccia mal gestita di Dybala in Arabia, l’addio di Lina Souloukou e del suo cerchio magico, ora ci sono figuracce difficili da allontanare”.
LA MOTOGP
A Bagnaia serve un aiutino
Paolo Lorenzi sul Corriere della sera ha scritto che “Pecco ha dimostrato allo spagnolo che il titolo dovrà sudarselo fino in fondo. Martin ha alzato le braccia quando ha capito che stava rischiando troppo sull’asfalto infido della Thailandia, si è arreso alla determinazione di Bagnaia. Una vittoria che vale doppio. Martin d’altra parte non è da meno, non ha vinto quanto Pecco sulla distanza piena della domenica (3 volte contro le 9 di Bagnaia) ma ha sbagliato poco. È spinto dal sogno di un traguardo davvero vicino (a Sepang primo difficile match point, deve fare almeno 21 punti in più dell’italiano), e ogni volta che scende in pista, anche per un turno di prove, spinge al massimo. È sempre stato così. È la sua natura. È un pilota formidabile che sa riconoscere i meriti dell’avversario”.
IL MINIMALISMO DI QUARTARARO
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Farsi bastare quel che c’è. Controllare quel che puoi controllare. Lasciar scivolare via tutto il resto. Fabio Quartararo sta diventando un campione nel perimetro di tutte quelle raccomandazioni che si trovano nei manuali del bravo mental coach. Sulla strada verso il suo miglior risultato stagionale, ieri ha perso tutto quando un sorpasso senza grazia di Franco Morbidelli lo ha mandato al tappeto e fuori dalla zona punti.
L’Équipe si dedica all’campione del mondo e scrive che “in questo anno buio della Yamaha, Fabio Quartararo non spera più nelle vittorie nei Gran Premi. E nemmeno nei podi, in un campionato dove la Ducati domina al punto di aver piazzato otto moto ai primi otto posti nella sprint di sabato. Ma un posto fra i primi-5 sarebbe accolto coma un risultato che fa sorridere, e questa giornata stava arrivando ieri in Thailandia”. Il francese, 25 anni, aveva la chance di capitalizzare il suo sesto posto in griglia. Ne ha approfittato per una partenza strepitosa che lo ha proiettato nel giro di pochi secondi al secondo posto. È stato per tutto il primo giro accanto ai più forti, in particolare Marc Marquez, l’avversario con cui combatté una battaglia memorabile su questo stesso circuito nel 2019, al suo debutto in MotoGP. Morbidelli gli ha fatto le scuse, Quartararo le ha accettate, e adesso aspetta la prossima domenica felice.
PALAZZETTI E DINTORNI
LO ZECCHINO [DELLA PALLAVOLO] D’ORO
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LA CIRIBIRICOCCOLA CONEGLIANO, QUANDO SBAGLIA
La Gazzetta dello sport: “Cambia e vince sempre: è il dna di Conegliano. E adesso c’è anche Zhu” – Tra campionato e Supercoppa sesta vittoria col quinto assetto diverso. Bergamo va ko in 83 minuti Davide Romani ha scritto: “Sei successi in sei gare ufficiali. L’era Conegliano non svanisce e ogni anno si alimenta di nuovi traguardi. Dal febbraio 2019 le pantere non permettono a nessun altro club di alzare trofei in Italia. E anche questa stagione i presupposti non sembrano essere cambiati”.
L’ULTIMO SCROLL
LO ZODIACO DEL LUNEDI’
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VERGINE CARLOS SAINZ
Giorgio Terruzzi sul Corriere della sera scrive che è proprio un peccato perdere un Carlos Sainz così, un pilota che “ha dentro una delusione fonda e una reazione colma di talento e dignità. E, persino, l’ombra di un dispiacere perché sciogliere il legame che in questi anni ha tenuto Carlos vicinissimo a Leclerc pare un peccato, non solo a chi vuol bene alla Ferrari. Un pilota solido, razionale, analitico ma anche un uomo squadra affidabilissimo, destinato dal prossimo anno a sgomitare chissà dove là in fondo, con scarsissime possibilità di mantenersi nella vetrina che si è conquistato con merito pieno in pista”.
Così gli vien voglia di dedicare “un pensiero romantico e vagamente malinconico a Sainz nel momento in cui torna a vincere, non significa affatto sminuire il valore di Hamilton, prossimo ferrarista. Ma è pensabile che persino Leclerc, nervoso, per nulla amichevole dopo il traguardo messicano, possa masticare qualche rimpianto pensando a una rivalità interna che di certo l’ha stimolato e fatto crescere, in attesa, come qualcuno dice, che maturi definitivamente al fianco di Lewis”.
LEONE YOMIF KEJELCHA
Le strade di Valencia hanno qualcosa che altrove non esiste. Anno dopo anno, il suo percorso si conferma uno dei più veloci in calendario. Nonostante la pioggia di ieri, la mezza maratona cittadina è stata ancora una volta teatro di un primato. L’etiope Yomif Kejelcha ha vinto in 57’30”, battendo di un secondo il vecchio record dell’ugandese Jacob Kiplimo, fatto il 21 novembre 2021 a Lisbona. Kejelcha è scappato dopo aver superato i 10 km in 27’12” con il keniano Daniel Mateiko e Isaia Kipkoech Lasoi. È poi passato in 40’57” ai 15 km. Keheicha non sbuca dal nulla. È stato campione del mondo indoor dei 3.000 metri nel 2016 e aveva strappato il record mondiale indoor del miglio a Hicham El Gerrouj.
Tra le donne ha vinto Agnes Ngetich in 1h3’4″. La kenyano ha fatto segnare il secondo miglior tempo della storia, dodici secondi sopra il record del mondo di Letesenbet Gidey (1h02’52”), stabilito nel 2021 sempre a Valencia.
TORO CLEMENCE CALVIN
Dopo quattro anni di squalifica per doping, Calvin ha vinto in 1h13’32” la Marsiglia-Cassis, 20 km di corsa su strada, il primo successo per la 33enne francese nella sua nuova vita agonistica. Aveva gareggiato per la prima volta a gennaio alla 10 Km di Nizza [4° posto]. Frasi da consegnare a wikiquote: «Questa vittoria ha il sapore del buon pane con la crosta croccante e la mollica morbida. Il lavoro si fa passo dopo passo» ha detto a France 3.
È stata la vicecampionessa europea di maratona nel 2018. Calvin è stata sospesa per quattro anni per aver evitato un test antidoping a sorpresa in Marocco, dove si stava allenando con il compagno e tecnico Samir Dahmani. Ha completamente negato le accuse di doping, ma la sua sospensione è stata confermata alla fine del 2019 nonostante diversi ricorsi, uno dei quali le aveva permesso di partecipare alla maratona di Parigi nell’aprile 2019 e di battere il record francese di 2:23:41. Una performance che alla fine non è mai stata approvata.
UN ALTRO TORO ANGE CAPUOZZO
Mentre si avvicina la stagione internazionale con le Autumn Series prima e il Sei Nazioni poi, Ange Capuozzo è già bello lucido. Ieri ha giocato in campionato con il suo Tolosa contro il Tolone, e nel 57-5 ha segnato tre delle otto mete per la sua squadra. “Aveva mai vissuto un periodo così brillante al Tolosa?” si domanda stamattina L’Équipe, scrivendo che era “di nuovo sempre nel posto giusto, sorprendente, impressionante per la sua velocità, il suo opportunismo e il suo coraggio in difesa. Come spesso accade, un detonatore. Un giocatore che con i suoi colpi devastanti, fulmina i difensori ed elettrizza i tifosi”.
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