Lo Slalom del 12 ottobre | Cosa leggere, sapere e vedere

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  • RUOTE. Il ritorno di Evenepoel sul Sormano. Chissà se qualcuno si inventa qualcosa contro Pogacar – Gli ostaggi di Tadej al Giro di Lombardia
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  • DISCUSSIONI. Cosa c’è dietro gli -ismi del pallone
  • EUROGOL. Il Portogallo non si schioda da Ronaldo Il grande freddo tra la Francia e Mbappé
  • ITALIANISMI  Il grande freddo Inzaghi-Spalletti
  • TENNIS. I disoccupati per colpa di Occhio di Falco, anche Wimbledon congeda i giudici di linea Dai fischi e le accuse di doping all’hymne all’amour: com’è cambiato il rapporto tra Nadal e la Francia
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sabato 12 ottobre 2024

#2 giorni a Italia-Israele

RUOTE  |  IL GIRO DI LOMBARDIA

Il ritorno di Evenepoel sul Sormano. Chissà se qualcuno si inventa qualcosa contro Pogacar 

 

Te lo ricordi, il Sormano, Remco, quella salita di 1920 metri che comincia a Maglio quando siamo a quota 820 con una svolta a sinistra e finisce alla Colma di Sormano a 1124 di quota, pendenza media del 15,8%, punte del 25-27% per poche decine di metri. Claudio Gregori sulla Gazzetta una volta lo chiamò un pugnale, “una lama affilata, che recide e ferisce. Chi la tocca sanguina”. Raccontò quella che chiamava “la sua nuvola di leggende, con la sua bellezza satanica”. Era stato inserito nel 1960 da Vincenzo Torriani e aveva dato scandalo. “Era infinitamente più arduo del Poggio. Di un’asprezza crudele. Ora la strada è interamente asfaltata. Una carreggiata larga non più tre metri. Presenta tre tornanti, che sembrano spire di serpente. Sulla Colma di Sormano c’è un osservatorio astronomico, dove gli astrofisici della Brianza hanno scoperto nuovi asteroidi, come «6882 Sormano» o «12405 Nespoli» in onore dell’astronauta omonimo. Il Muro è una finestra sull’universo”.

Te lo ricordi, il Sormano, Remco. Ci stavi lasciando la vita, come capita a tanti, troppi, che escono in bici sulla strada e non tornano a casa. Andasti giù da un parapetto in discesa, oltre il quale negli anni precedenti erano precipitati dei cicloamatori e pure qualche altro professionista [Jan Bakelants, Laurens De Plus, Simone Petilli], non c’era nessuna protezione, e nessuna protezione in quel giorno ebbe il tedesco Schachmann, travolto da un SUV lungo il percorso. L’UCI aprì un’inchiesta sull’organizzazione, qualcuno sosteneva che ci fosse una negligenza del giovane belga, spericolato, che avesse qualcosa di proibito in tasca. Invece venne assoluto, lui con la sua squadra, la Deceuninck. Era girato un video nel quale il ds Bramati si preoccupava si sfilargli qualcosa di dosso durante i soccorsi. Interpellato dal Corriere della sera, la reazione di Bramati era stata descritta come titubante e poco chiara.

Era il Lombardia del covid, non c’erano le famose Foglie Morte che appaiono nella definizione dell’ultima Classica dell’anno, c’era il sole di Ferragosto, si corse proprio nel giorno più famoso dell’estate e Remco dopo qualche tempo raccontò che «ricordo tutto della caduta. Mi vedo ancora in testa nella discesa di Sormano prima di mettermi dietro gli altri una volta arrivati su un falso piano. Volevo recuperare, non sforzarmi, sapevo cosa mi aspettava prima dell’arrivo. Nibali ha accelerato, tutti sono andati in fila dietro di lui. Ho iniziato a pensare alle due curve pericolose prima del ponte. Vedevo sul Gps che erano vicine. Ricordo che ho iniziato a pensare: stai attento, se cadi lì, è finita. Ho avuto un po’ di panico. Non so come spiegarlo. Era una sensazione strana, come se fossi paralizzato. Non ero più padrone della bicicletta. Sono riuscito a passare la prima curva a destra, ero in linea, ma alla seconda sulla sinistra è come se il mio corpo e il mio cervello avessero dimenticato di girare. Ero cosciente ma allo stesso tempo il corpo si rifiutava di prendere la curva». Disse di non aver perso conoscenza e di non aver pensato alla morte, quando era nel burrone, ma «la caduta ha cambiato il mio modo di affrontare la mia vita quotidiana. In bici, avverto una sensazione che non conoscevo. Vivere, semplicemente» .

Il Sormano, scrive stamattina Alexandre Roos su L’Equipe è “un enfant terribile del ciclismo, il cui nome fa rabbrividire. Ostracizzato negli anni ’60 per le sue maledizioni, le sue pendenze diaboliche, la sua discesa pericolosa, ha fatto ancora qualche apparizione nel percorso in punta di piedi, ma è stato nuovamente condannato quattro anni fa, dopo la grave caduta di Remco Evenepoel. Un luogo tuttavia bucolico, rurale, con un sottobosco ricco di funghi, mucche color caramello i cui campanacci suonano nella nebbia, ovunque manifesti che annunciano sagre delle castagne, nei dintorni ancora un po’ selvaggi”.

Qui è passato Evenepoel per la ricognizione del percorso del Giro di Lombardia, tornando sulla curva dove si ruppe il bacino, ma stavolta si percorre nel senso opposto, la direzione corsa ha preferito evitare il lato più pericoloso della discesa. In cima al passo ci sono la statua di una Madonnina, una locanda e una stele che rende omaggio al leggendario Vincenzo Torriani, il patron della corsa e del Giro d’Italia. “A metà settimana, sotto la pioggia – racconta Roos – fumavano i camini delle trattorie locali, dove gli operai si accalcavano attorno ai fornelli per il pranzo, un piatto di polenta ben bollente o uno spezzatino di cinghiale”.

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  ACQUE

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LE CARAVELLE E GLI AC75: La Coppa America nel giorno della scoperta dell’America

Quando tutto è cominciato verso la fine del mese di agosto, quando ancora nelle nostre chiacchiere da ombrellone o in ascensore dicevamo di ogni progetto che “se ne riparla a settembre” – quando tutto è cominciato verso la fine del mese di agosto, INEOS Britannia non era questa barca qua. Macché. Nelle regate preliminari di Barcellona, si era dovuta accontentare del quarto posto dietro a New Zealand, Luna Rossa e American Magic. Quelle erano le gerarchie e finanche la francese Orient Express e gli svizzeri di Alinghi credevano che gli inglesi fossero alla loro portata. “Il cambiamento è stato graduale ed estremamente efficace” spiega stamattina L’Equipe dedicando due pagine alla America’s Cup che comincia le sue regate finali nel giorno della scoperta dell’America, quel 12 ottobre che a scuola ci mettevano in testa associato alla data del 1492, prima che fosse sconveniente per rispetto delle civiltà annientate dopo lo sbarco, quando alle prime luci dell’alba fu avvistata terra, un’isola delle Bahamas, e Colombo credette di aver raggiunto le Indie orientali. Il miglior peggiore errore della storia. 

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DISCUSSIONI  

Coach of Estudiantes Carlos Bilardo talks with Hugo Pena player of River Plate and Cesar Luis Menotti coach of Huracan at AFA headquarters on...
MENOTTISMO E BILARDISMO: CHE COSA AVEVANO IN COMUNE

Quanto è bello Jorge Valdano quando il campionato è fermo, quando non posa per forza e per amore il suo sguardo sul Real Madrid. Nella sua rubrica del sabato su El Pais stamattina si dedica a “Menottismo, Bilardismo e Scalonismo: l’importanza di creare universi”. Il titolo sembra il tema di un convegno o di una tesi di laurea. Bello come il sole. In sostanza Valdano dice che “i grandi coach vincono grazie alle loro personalità e alla creazione di un ambiente di lavoro in cui vengono accettati solo coloro che soddisfano quelle esigenze”.

“Prima che la politica si impadronisse della parola spaccatura – scrive Valdano – Menottismo e Bilardismo erano la nostra spaccatura calcistica, un abisso tra gli opposti. Menotti e Bilardo furono i generali di due eserciti con seguaci incondizionati e nemici implacabili. Storie di successo che vale la pena studiare”. E dunque spiega che quando Menotti prese la guida della squadra argentina, il panorama era caotico. Un caos che nasceva da frustrazioni storiche e un Mondiale ’74 mediocre. Come se non bastasse, i Mondiali del ’78 si sarebbero disputati in Argentina. Menotti creò allora “un ambiente molto professionale, pose condizioni ai club” e cominciò a chiamare i giocatori di talento da tutto il paese selezionandoli dalle giovanili regionali. “Il suo mondo calcistico si riferiva a quell’insieme di idee che avevano ibridato il calcio per allontanarlo dall’influenza inglese. Venivano venerate l’abilità, la malizia, il coraggio di chiedere la palla e di mettere la gamba. La squadra del ’78 aggiunse una vivace dinamica a quello stile. Difesa avanzata, pressing organizzata, buona gestione della palla e l’ambizione di segnare. Menotti, nelle parole e nei fatti, ha portato grandezza nel calcio e i giocatori si sono sentiti protagonisti dentro e fuori dal campo. VInse il Mundial ’78 e da quel momento giocare in Nazionale divenne un onore e una grande responsabilità”.

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  EUROGOL  

Cristiano Ronaldo of Portugal in action during the Portugal Training Session at Cidade do Futebol FPF on October 10, 2024 in Oeiras, Portugal.
Il Portogallo non si schioda da Ronaldo

Tra stabilità e immobilità, la sfumatura a volte è tenue. Questo scrive L’Equipe a proposito del portogallo di Roberto Martinez, arrivato alla guida della nazionale “per rompere con la noiosa fine del regno di Fernando Santos. A quasi due anni dalla sua ascesa al trono, l’allenatore catalano non è andato oltre la cosmesi. Tra i Mondiali del 2022 e l’attuale Nations League, cosa è cambiato? Non tanto. La spina dorsale della Nazionale portoghese resta organizzata attorno a Cristiano Ronaldo in attacco, Diogo Costa in porta, Ruben Dias al centro della difesa e Bruno Fernandes e Bernardo Silva al centro. Intorno a loro non si muove davvero nulla, soprattutto davanti, tra il lento emergere di Rafael Leao, gli eterni rimpianti seminati da Joao Felix o l’affermazione di Gonçalo Ramos ritardata dal suo attuale infortunio”.

Secondo il giornale francese, si tratta di una squadra che si accompagna a “un disincanto nascosto”, una squadra il cui simbolo è Cristiano Ronaldo, “un Portogallo congelato, al punto che potrebbe saltare una generazione (quella di Bernardo Silva) prima di cambiare definitivamente, per forza di cose. Dopo il Mondiale del 2026. Quando Ronaldo e, forse, Roberto Martinez, non ci saranno più”.

STASERA   POLONIA-PORTOGALLO

 

ZIZZANIE

Il grande freddo tra la Francia e Mbappé

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La sera della partita Israele-Francia, Kylian Mbappé è stato visto a Stoccolma. Aveva una festa in Svezia e ci ha fatto un salto. In effetti il Real Madrid aveva fatto pressioni su Didier Deschamps affinché gli risparmiasse le fatiche della Nazionale dopo un infortunio per il quale i medici avevano prescritto tre settimane di riposo. Mbappé ha giocato con il suo club la partita immediatamente prima e quella immediatamente dopo le convocazioni del cittì, e poi si è prescritto la festa di Stoccolma come secondo passaggio della terapia. Forse era un omaggio suo personale ai premi Nobel, noi che ne sappiamo, chi lo può dire. L’Equipe trova che sia “la continuazione di una sequenza di eventi assai simbolici sul piano comunicativo, del tutto coerente con la vita ormai ordinaria dei calciatori”.

Vincent Duluc la definisce una sequenza “tanto più fraintesa perché mal spiegata, un susseguirsi di errori di comunicazione. Mettendo da parte la solita ipocrisia, lo scontro tra la vita della Nazionale francese e questo episodio di vita privata di un giocatore ha un significato che sporca l’immagine di entrambe le parti e solleva dubbi sul reale controllo della situazione”

 

  MEDUSE

E il grande freddo Inzaghi-Spalletti

 

La Gazzetta da Milano torna sull’inchiesta della Dda di Milano sugli ultras nella curva dell’Inter e racconta il dopo-testimonianza di Simone Inzaghi, chiarendo che non è indagato ed è stato sentito come testimone in una storiaccia di ultras in odor di mafia arrivati a bussare alle porte di Inter e Milan, ma si sarebbe di certo risparmiato anche il semplice accostamento. A completare la settimana – si legge – è poi arrivato il fuoco amico di Luciano Spalletti, il ct col bazooka: il suo precedessore sulla panchina nerazzurra non è stato proprio diplomatico nel bacchettarlo sui rapporti con il tifo organizzato e le parole del collega non sono state gradite (eufemismo). L’Inter è rimasta sbigottita e un po’ delusa, proprio come Simone, di fronte a quella che è stata avvertita come una frecciata gratuita, anche perché i nerazzurri sono stati definiti come “parti lese” dagli stessi pm. In attesa di chiarimenti pubblici con l’ex tecnico, sulla panchina interista nel biennio 2017-19, la società ha comunque scelto di non esasperare il caso: meglio chiudersi a riccio nel segreto di Appiano

Ma sì, meglio chiudersi a riccio, in effetti. Detto da un giornale, poi. Il Napolista fa notare allora che la Gazzetta definisce fuoco amico le parole di Spalletti su Inzaghi e gli ultras. Il quotidiano dà per assodato che a prevalere debba essere il corporativismo. O, peggio, l’omertà. Che ci si possa battere per un calcio migliore, pulito e legale, non è nemmeno preso in considerazione. Il concetto di fuoco amico è rivelatore della mentalità del calcio italiano: bisogna stare tutti dalla stessa parte. Non vedo, non sento, non parlo. Ricorda quando Lippi in tv disse a Zeman (l’uomo che con le sue parole innescò un meccanismo che trascinò la Juve al processo doping) che quando si fa parte di un sistema, ci si adegua alle sue regole. Un trattato di omertà che andrebbe ritrasmesso in tv a orari regolari.

 

| Ivan Zazzaroni, Corriere dello sport-stadio: A proposito di Spalletti, nei giorni scorsi ho raccolto un’indiscrezione alla quale non è difficile dare credito. Il primo obiettivo di Giuntoli per la sostituzione di Allegri – ha raccontato una fonte vicina al direttore juventino – era proprio l’attuale ct dell’Italia, il quale però ad agosto – dopo le dimissioni di Mancini – fu sedotto da Gravina e dalla panchina azzurra, il sogno assoluto della vita. Motta non è una seconda scelta, ci mancherebbe: è però immaginabile che l’ex dg del Napoli avrebbe gradito di ricomporre la coppia a Torino. Anche per la gioia di Luciano nazionale

 

TENNIS

I disoccupati per colpa di Occhio di Falco

Anche Wimbledon congeda i giudici di linea

 

Grazie, grazie mille, ma meglio le macchine. Sbagliano meno, forse costano anche meno, non dormono in albergo, non pranzano, non cenano, non prendono aerei, così sono pure più ecologiche. Grazie, grazie mille, ma dal 2025 nei tornei ATP facciamo così, i giudici di linea stanno a casa, anzi spariscono, si cercano un altro lavoro, e a sorvegliare le linee ci mettiamo gli occhi elettronici. Se vi state scandalizzando, pensate al vostro T9 e ai correttori automatici dei vostri fogli di testo. Per i tornei del Grande Slam la situazione è diversa, non dipendono dal sindacato giocatori. La decisione è lasciata ai signoli organizzatori. US Open e Australian Open avevano già aderito, Wimbledon ha annunciato mercoledì che farà lo stesso dal 2025. Un cambiamento esteso anche alle qualificazioni. Interesserà all’incirca 300 persone. Un’altra implicazione delle decisione è che i giocatori non avranno più bisogno dei challenge con l’Occhio di Falco, perché la tecnologia su cui facevano affidamento in precedenza a chiamata, verrà utilizzata in modo stabile, continuamente. I giudici di linea, per ora, sopravvivono al Roland-Garros, una decisione che si spiega con la sua superficie, la terra rossa, dove il segno della palla ancora lascia un senso all’umano che va a guardare. Ma è pure il segno di un limite: come dire che oggi un umano può guardare e decidere solo se la palla lascia un segno. 

Il Guardian ha chiesto un parere e una testimonianza a Wendy Smith, giudice di linea a Wimbledon da 40 anni, la donna che era sul campo quando Andy Murray vinse il titolo, la stessa che una volta intervenne su un punto di Andre Agassi e lo sentì imprecare. Nel suo intervento scrive che “un computer può essere perfetto, ma il tennis ha bisogno del tocco umano”, in sostanza tutto quel che abbiamo già sentito dire nel calcio quando è arrivata la VAR. Nei primissimi tempi, era ancora alla Juventus, Marotta disse che così si perdeva la poesia del calcio, sul serio lo disse, non è uno scherzo, senza precisare in che cosa poi consistesse questa famosa poesia del calcio, questo amore che nel cor resisteva per il calcio naïf mentre allargavano la partecipazione della Coppa dei Campioni da una a 4 squadre per le nazioni ricche, mentre chiudevano i campi di allenamento al pomeriggio ai nonni con i nipotini, mentre i club negavano i calciatori alle Nazionali, mentre gli stadi mutavano i loro nomi, via i santi, via i comunali, via gli olimpici, e dentro quei bei marchi poetici delle aziende. Alla fine si intuì da certe altre interviste in tv e qualche editoriale sui giornali che la poesia del calcio e l’elogio dell’errore umano consistevano nel far fesso l’arbitro, nel farsi una risatina di nascosto dopo essersi tuffati in area di rigore.

Comunque. Una volta che il genio è uscito dalla lampada, dentro non ce lo infili più. Per tornare a Wimbledon. Wendy Smith ha scritto sul Guardian di essere rimasta distrutta quando ha sentito la notizia, “mi ha fatto ancora più male perché l’ho scoperto solo quando è stato annunciato nei notiziari e il mio telefono ha iniziato a squillare con persone che mi chiedevano come mi sentissi”. Insomma, la ATP non aveva fatto una telefonata a tutti i giudici di linea del mondo per avvisarli, nemmeno un messaggino su whatsapp, niente, senza poesia. “Fino a poco tempo fa – scrive Smith – ci pagavano solo le spese di viaggio, quindi i giudici di linea facevano il loro lavoro puramente per amore del tennis. Ci si faceva strada attraverso i diversi eventi locali e si veniva valutati dal giudice di sedia, finché alla fine non si veniva considerati abbastanza bravi per Wimbledon, il sogno. Alcuni colleghi mi hanno detto che non si prenderanno la briga di rinnovare le loro licenze ora che non possono più puntare ad arbitrare a Wimbledon, quindi temo che anche i tornei più piccoli faranno fatica a trovare presto giudici di linea. Immagino che l’All England Club abbia preso questa decisione perché i giocatori vogliono l’uniformità delle decisioni computerizzate, anche se a molti di loro non piaceva affatto Hawk-Eye quando è arrivato. Ma un giudice di linea umano fa cose, tante cose, che un computer non può offrire. Di sicuro manteniamo le tradizioni del tennis, gli spettatori possono imparare molto sul gioco quando vedono le discussioni tra un giudice di linea e l’arbitro di sedia. Tutto questo andrà perso”. Come direbbe Achille Lauro a X Factor, non vi fate ingannare dalla trappola dei sentimenti, cinismo, senato, cinismo. Se non volete cedere al progressismo, cedete almeno alla voce di Mameli che ruggisce dentro. Se vi siete commossi al pensiero della poesia perduta, allora pensate pure che forse l’Italia avrebbe una Coppa Davis in più, se al posto dei giudici di linea ci fosse stato l’Occhio di Falco in Cecoslovacchia nel 1980. 

 

ARTEFICI 

Dai fischi e le accuse di doping all’hymne all’amour

Com’è cambiato il rapporto tra Nadal e la Francia

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Migliaia di repost e decine di migliaia di like al post con cui l’Equipe ha messo sui social la prima pagina dedicata a Nadal, quella con l’indimenticabile titolo “E la Terra si fermò”, con la fotografia in primo piano di Rafa che sembra dirigere lo sguardo verso un aldilà. La Terra del tennis si è fermata in effetti alle 11.27 di giovedì, quando qualche social media manager deve aver premuto “invio” mandando online il ​​video in cui Rafa annunciava che basta così. Eppure, tutto questo amour, tutta questa vie en rose, prima di arrivare a una statua eretta nei viali del Roland-Garros, prima di arrivare a dargli la torcia olimpica da portare fin sotto la Torre Eiffel, in principio non era che fischi e accuse, accuse di doping. “Il finale è bellissimo, ma il percorso non è stato facile” scrive Relevo nel ricostruire la storia della relazione tra Nadal e la Francia, il Paese dove ha giocato il suo primo torneo fuori dalla Spagna, ad Auray, anno 1998. Il Paese dove andò a vincere il Roland-Garros alla sua prima partecipazione. 

Relevo ne ha parlato con Julien Reboullet, il capo della sezione tennis de L’Equipe, testimone di questo rapporto controverso, cominciato al Roland-Garros 2005 quando negli ottavi di finale Nadal affrontò Sebastien Grosjean. Nel secondo set, il francese chiamò fuori una palla di Nadal, l’aveva vista oltre le righe, il giudice di sedia si rifiutò di scendere per andare a controllare scatenando la furia del giocatore e dei 15.000 francesi in tribuna. La partita venne interrotta per quasi dieci minuti a causa dei fischi. Il destinatario della rabbia non era Nadal, ma quel giorno – scrive Relevo – “lo spagnolo si rese conto di quanto potesse essere bellicoso il pubblico del Roland-Garros nel difendere la propria parte”.

Nadal ha sentito negli anni il tifo dei francesi che volevano veder vincere Federer, e così anche i fischi quando nel 2009 perse negli ottavi di finale contro Robin Söderling, spalancando a lui la strada verso la finale e a Roger quella verso l’unico titolo Slam sulla terra. Toni Nadal, che era ancora l’allenatore di Rafa, esplose ai microfoni e disse che “il pubblico parigino è piuttosto stupido. I francesi sono infastiditi dal trionfo di uno spagnolo. Quando si allena è uno dei giocatori che cattura più attenzioni, ma quando gioca vogliono che perda. La felicità per la sconfitta di un altro mi sembra una pessima filosofia”, disse Toni in un’intervista a Cadena Ser.

Quell’episodio in cui Toni chiamò stupido il pubblico parigino, dice Relevo, fu il punto di svolta nel rapporto tra Nadal e la Francia. Da lì in avanti cambiò tutto. L’Equipe pubblicò un editoriale in cui criticava il comportamento del pubblico, Toni Nadal ne fu felice, ma poi sarebbero arrivate le polemiche sul doping. Nel novembre 2011 una rubrica parlò della “pozione magica” degli atleti spagnoli. L’anno dopo la storica trasmissione satirica del mercoledì “Les Guignols de l’info” fece sfilare i suoi pupazzi con una siringa in mano, tutti diretti a firmare con quelle una petizione a sostegno di Alberto Contador, da poco condannato a due anni . La Federtennis spagnola portò in tribunale Canal Plus perché il pupazzo di Rafael Nadal faceva pipì nel serbatoio della benzina e veniva fermato dai gendarmi per eccesso di velocità. L’episodio si concludeva con la scritta sopra la sigla: “Gli sportivi spagnoli non vincono per caso”. Anche la ministra dello Sport, Roselyne Bachelot, aggiunse la sua voce al coro. La statua eretta dalla federazione francese porta la data del 2021 e ora ci sono addirittura voci che vogliono ribattezzare il Philippe-Chatrier come il Rafa-Nadal, “segno dell’amore che la Francia professa per Nadal. L’immagine del campo centrale che lo salutava qualche mese fa dopo la sua sconfitta al primo turno rimarrà per sempre nella memoria. Un gesto che può essere compreso solo dal rispetto e dall’ammirazione” scrive Relevo.

 

titoli

El Pais: “Una macchia sul curriculum di Nadal: l’Arabia e il suo goffo femminismo” – Il controverso legame dell’ultimo minuto con il regime autocratico, sotto forma di ambasciatore, offusca una carriera esemplare nello sport e nell’umanità

Nadia Tronchoni ha scritto:  “Nadal ha sempre preteso così tanto da sé stesso, in campo e fuori, che l’opinione pubblica pretende più da lui che da chiunque altro. “Ovunque guardi in Arabia Saudita puoi vedere crescita e progresso. E sono entusiasta di farne parte”, ha detto. E poiché non ha aggiunto altro al suo discorso, il tifoso spagnolo ha sentito l’amaro in bocca. Oltre a essere un paese di “progresso”, evidente nel suo skyline (l’Arabia Saudita è il più grande esportatore di petrolio al mondo), è anche un paese governato da un’oligarchia reale che maltratta i suoi concittadini, soprattutto donne e omosessuali, che viola i diritti umani e dove persiste non solo la pena di morte, ma anche le esecuzioni pubbliche. Neanche le successive dichiarazioni di Nadal in un’intervista a La Sexta hanno calmato le acque. Lì ha mostrato la sua posizione riguardo alle donne. Innanzitutto ha affermato di non voler essere ipocrita quando ha spiegato di sentirsi favorevole alle pari opportunità, ma non alla parità di retribuzione. Per scrollarsi di dosso l’etichetta sessista è ricorso anche all’argomento trito e ritrito – “Ho una madre, una sorella…” –, chiarendo però che “l’uguaglianza è stata portata agli estremi”.   [TUTTO QUI]

 


  REWIND  

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LO SPORT OGGI IN TV

LA GUIDA ALLA GIORNATA

VITE OLIMPICHE

7.00  Grand Slam ad Abu Dhabi – su Judo Tv 

13.00 Golf, Open di Francia , terzo giro – su Sky Sport 

15.00  PGA Tour: Black Desert Championship, terzo giro – su Eurosport 2 

18.00 Mondiale mediomassimi di boxe: Beterbiev vs Bivol – su DAZN 

CONFINI

8.00  Snooker, Wuhan Open, finale – su Eurosport 1 

ACQUE

8.00 Canoa sprint, Supercup di Hangzhou – su Eurosport 2 

14.10  America’s Cup, Team New Zealand vs INEOS Britannia: gara-1 e gara-2 – su Italia 1, Sky Sport, Mediaset Infinity 

14.58  America’s Cup femminile, finale Luna Rossa-Athena Pathway – su Sky Sport America’s Cup, sul canale Youtube America’s Cup

18.00 Pallanuoto, Serie A1: Posillipo vs Florentia – in streaming su Waterpolo Channel

TENNIS

10.30  ATP Masters 1000 Shanghai, semifinali – su Sky Sport

Sinner vs Machac

Djokovic vs Fritz

10.30 WTA 1000 Wuhan, semifinali – su Sky Sport

Sabalenka vs Gauff

Zheng vs Wang

RUOTE

10.40  Giro di Lombardia – su RaiSport e Rai 2, Eurosport2

12.00  Superbike, GP Estoril, qualifiche – su Sky Sport  

15.00 Superbike, GP Estoril, gara-1  – su Sky Sport, TV8 

16.00 Simac Ladies Tour, quinta tappa: Doetinchem-Doetinchem – su Discovery+  

16.15  Exact Cross a Beringen, gara femminile  e poi maschile- su Discovery+)

OVALI

14.00  WXV 2 femminile di rugby: Sudafrica vs Italia – su RugbyPassTv

16.00  United Rugby Championship: Benetton vs Sharks – su Sky Sport  

16.00 Serie A Elite): Padova vs Rugby Lyons – su RaiSport 

EUROGOL

15.00  Nations League: Lituania-Kosovo – su UEFA Tv 

18.00  Nations League: Croazia vs Scozia, Bulgaria vs Lussemburgo – su UEFA Tv

20.45  Nations League: Polonia vs Portogallo, Serbia vs Svizzera, Spagna vs Danimarca, Bielorussia vs Irlanda del Nord, Cipro vs Romania – su UEFA Tv

PALAZZETTI E DINTORNI

18.00  Serie A basket: Venezia vs Virtus Bologna – su DAZN 

18.00  Superlega pallavolo: Modena vs Perugia – su RaiSport  

19.00  Serie A basket: Derthona vs Trieste  – su DAZN 

20.30  Serie A basket: Reggio Emilia vs Treviso – su Eurosport 1 

20.30  Superlega pallavolo: Grottazzolina vs Verona – in streaming su VBTV 

20.30  Serie A1 femminile pallavolo: Milano vs Roma – su RaiSport 


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  IL CANALE WHATSAPP

 

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