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TENNIS
Il ritiro di Rafa Nadal
Dopo 1080 partite vinte e 227 perse, 92 titoli, 22 dello Slam, 14 sulla terra rossa del Roland-Garros, la carriera del fantastico tennista spagnolo terminerà tra un mese, in occasione delle finali di Coppa Davis a Malaga.
Ieri mattina pioveva su Parigi, forse perché Parigi sa, forse perché Parigi intuisce, “altrimenti perché avrebbe dovuto sfogare fino a tal punto le sue sofferenze nelle ore che precedevano l’annuncio del suo re? Un lenzuolo color cenere e cupo copriva il cielo del Roland-Garros, la terra che ha portato Rafa Nadal nel pantheon del suo sport e dello sport in generale”, scrive Quentin Moynet su L’Équipe per salutare l’addio al tennis dello spagnolo.
È arrivato con due anni e quattro mesi di ritardo. Il giorno che Rafa Nadal non si ritirò era quello perfetto. Stava malmenando l’ottavo miglior giocatore al mondo come fa lo scardasso con la lana, il povero Ruud avrebbe raccapezzato sei game in tutta la partita, in una finale del Roland-Garros finita 6-0 al terzo set. Fu in quel pomeriggio di inizio giugno del 2022 che il mondo del tennis credette per un bel po’ di avere sotto gli occhi l’ultima partita del giocatore che la Spagna ha chiamato extraterrestre, immortale, un Dio sceso in terra, un gladiatore, un colosso, un marziano, una leggenda, un mito, un esempio di umiltà e di resistenza, finanche uno psicopatico, un benedetto psicopatico, anzi, così hanno scritto.
Nadal stava vincendo il suo quattordicesimo torneo sulla terra rossa di Parigi, L’Équipe andava preparando una prima pagina con un gioco di parole, Pour l’eterrenité, “Per l’eterrenità”, quando cominciò a diffondersi l’indiscrezione che Rafa avesse richiesto all’organizzazione lo spazio e il tempo per una seconda conferenza stampa.
Radio Montecarlo diede la notizia che Roger Federer aveva preso un aereo per Parigi, stava arrivando anche lui, e il passaparola mondiale di questo dettaglio convinse tutti, Nadal stava preparando una meravigliosa uscita di scena: vincere, alzare la Coppa, salutarci. Lo aveva fatto Flavia Pennetta a New York, lo avrebbe ripetuto lui dopo un torneo giocato per quindici giorni sotto anestesia locale, con un dolore insopportabile al piede sinistro per la sindrome di Müller-Weiss.
Si era sottoposto a un numero dimenticato di iniezioni a radiofrequenza ai nervi sensoriali, in sostanza quel che si fa prima di un intervento chirurgico.
Così aveva potuto giocare senza dolore, ma anche privo di ogni sensazione, come quando sei intorpidito dal dentista, col grosso rischio di non avvertire nulla, non solo il dolore ma neppure il pericolo, aumentando così la stessa possibilità di distorcersi una caviglia o peggio. Era l’unico modo per darsi ancora un’occasione e vincere, vincere, vincere. Vendendo un pezzo di corpo al diavolo.
Sul match-ball Nadal ripulì la riga con la suola delle scarpe e poi cominciò la sua solita sequenza di gesti tra fronte tempia occhi, picchiò il tallone sulla racchetta per scrollarsi quella sabbia raccolta a quintali nei calzini in tutti questi anni e cavò dal dritto un tiro così s-centrato da indurci a credere che l’avesse fatto apposta, che avesse voluto sbagliare di proposito per restare in attività un punto in più.
Chiuse con un lungolinea di rovescio, come aveva fatto contro il numero uno Djokovic nei quarti di finale e scoppiò a piangere. Afferrò con le dita incerottate quel pezzo d’argento per il quale ci si batte al Roland-Garros, strinse il microfono e disse due volte merci. Ma non disse adieu. Disse «adesso non lo so, non lo so come andrà a finire, ma ci proverò ancora».
Non si ritirava, e nel dirlo mostrò come si possa sbagliare il tempo dell’ultima uscita dopo aver indovinato per milioni di colpi il momento esatto dell’impatto tra una palla e il piatto della tua racchetta.
Dentro un corpo dalle molte ferite, aveva ancora desideri in eccedenza. Nell’arco di vent’anni, fra 2003 e 2023, Nadal ha conosciuto strappi addominali e fratture da stress, si è rotto i tendini dei polsi e delle ginocchia, si sono sbriciolate un paio di costole e alla fine un piede. Si è dovuto fermare per diciotto volte.
È stato lontano dai campi per 58 mesi complessivi, significa cinque anni di assenza mentre c’era. Quando è tornato ancora un’ultima volta nel dicembre scorso, un marziano si sarebbe stupito di tanta attenzione per il numero 664 del mondo, solo che si trattava dell’umano con più Slam e più tornei vinti di tutti gli altri 663 tranne uno, anzi era quello che aveva vinto più degli altri 662 messi assieme.
Eppure, Rafa Nadal ha sempre considerato come il suo anno peggiore il 2015, quando il corpo è rimasto intatto, neppure un graffio, ma lo accompagnava in campo un disagio che sentiva tra i pensieri, un anno in cui provò ansia e perdita di fiducia. Ne uscì facendo le cose di sempre, posandosi l’asciugamano sulle gambe prima dell’inizio di una partita, bevendo da due bottiglie differenti e allineandole al cambio di campo in diagonale, scartando una delle tre palle che gli sono state offerte prima di ogni servizio, toccandosi lo slip dentro il pantaloncino, e poi la spalla sinistra, la spalla destra, l’orecchio sinistro, il naso, l’orecchio destro, una routine meccanizzata per scrollarsi le incertezze di dosso, nessuna sindrome, ma un protocollo fissato per non disordinare la coscienza, per non farsi assalire dal caos.
I 14 titoli del Roland-Garros e i 22 complessivi di Slam resteranno per sempre nel libro delle sovrumane imprese, al pari delle 28 medaglie olimpiche di Michael Phelps e degli 11 anelli NBA di Bill Russell. Nadal arrivò nel tennis come un vento selvaggio che spettinava le sciccherie di Federer, un barbaro, nel senso che al termine dà Alessandro Baricco, un mutante che sostituisce un paesaggio a un altro.
Si presentò smanicato e con il pinocchietto per contrapporsi pure nell’immagine allo svizzero ben pettinato e con il cardigan crema a Wimbledon. Venne per recitare il ruolo dell’antagonista e per riproporre il confronto di stili a cui il tennis è da sempre abituato. Sembrava un giocatore da clava contro un altro che usava il piumino per la cipria.
Sono diventati amici, come uno il prolungamento dell’altro, fino a piangere insieme, mano nella mano per l’addio di Roger.
In principio guadagnava l’80 per cento dei suoi punti con lo stesso schema: diritto in diagonale, accelerazione sull’altro lato. Ma ingannevole era quel Rafa sopra ogni cosa. Non sarebbe stato un mutante vero se non fosse mutato un po’ alla volta lui stesso, aggiungendo ogni anno qualcosa al bagaglio, una traiettoria diabolica mancina, un tocco a rete, fino a conquistarsi l’80 per cento dei punti in modo sempre diverso, una smorzata, un tiro al volo, un rovescio incrociato.
Ha smesso di giocare ogni punto come se fosse il giudizio universale, con una forza misurata in 1.176 newton. Il fisico rabberciato lo ha costretto a riscrivere i colpi e cambiare la maniera di giocare. Per alleviare il carico sul ginocchio infortunato, ha spostato il peso del corpo dalla gamba sinistra girando l’anca e portando la flessione sull’altra gamba.
Ha dovuto cambiare il rovescio a due mani, ruotando i fianchi per alleggerire il carico. Si è messo a bere acqua di mare. Il prodotto è stato un giocatore completo e meraviglioso, uno straordinario esempio di come si possa adoperare un limite per arricchirsi, fino a conquistare tifosi tra i vedovi di Roger, perché era diventato la prosecuzione di Federer con altri mezzi.
Mats Wilander, ex campione svedese oggi opinionista tv, ha detto: «Più invecchia, più mi diverto a vederlo giocare. Trovo che il suo tennis oggi sia più divertente di quello di Roger. Non voglio più commentare le partite di Nadal. Voglio solo vederlo giocare».
Il viaggio è finito, Nadal è prosciugato, tutte le montagne che poteva smuovere non sono più al loro posto. Lascerà dopo le finali di Coppa Davis a Malaga, tra un mese. L’ha annunciato un paio di giorni dopo Andrés Iniesta, il più grande calciatore dell’ultimo ventennio se non fossero esistiti Messi e Ronaldo.
Un doppio sfregio al sentimento di una generazione di spagnoli. Ma la gioia più grande per chi smette è sapere di aver lasciato un’eredità e nel suo paese ha preso il volto di Carlos Alcaraz. Sarà con Sinner l’idolo di un’età nuova.
Non sta morendo il tennis col ritiro di Nadal dopo quello di Federer, ma è un altro pezzo che si stacca dalla sua Cappella Sistina.
“È stata una saga di sudore e dolore” scrive L’Équipe, ma è vero pure che “con i quattro Major in tasca a 24 anni, il maiorchino si è gradualmente sbarazzato dell’immagine a cui i suoi detrattori amavano ridurlo, quella del brutale ronzino in canottiera e pantaloni corti che armeggia con la sua biancheria intima prima di ogni servizio. Una macchina di colpi, di vamos furiosi, pugni chiusi e sopracciglia aggrottate, senza l’eleganza o la grazia di Federer che si potrebbe dubitare abbia mai sudato. Nadal aveva il ruolo sbagliato, era l’ostacolo al circolo vizioso che privava anno dopo anno il suo rivale svizzero della corona di Porte d’Auteuil. Il pubblico ce l’ha avuta a lungo con lui, prima di imparare ad apprezzare la sua leggendaria combattività e il suo tennis sempre più completo. Tra il suo primo titolo al Roland-Garros nel 2005 e l’ultimo nel 2022, quasi tutto è cambiato nel gioco dello spagnolo: il suo gesto al servizio, che all’inizio era solo una rimessa in gioco, si è evoluto costantemente per i suoi problemi fisici alla spalla, ai muscoli addominali e alle ginocchia; il suo rovescio è diventato un laser, quasi un secondo diritto; la sua aggressività nell’abbreviare gli scambi, lontano dalle maratone che imponeva quando sapeva di essere capace di correre più veloce e più a lungo degli altri; il suo gioco a rete, una zona del campo alla quale non è stato più allergico grazie alla qualità divina della sua mano”.
Non si parla mai del tocco di Nadal, di un Raffaello si può finanche dire stamattina come fa Julien Reboullet ancora su L’Équipe, dove di che “centinaia di pagine del nostro giornale rimarranno orfane di uno dei protagonisti più ricorrenti del XXI secolo”.
In un intervento su L’Équipe, Mats Wilander scrive che “Roger Federer ha reso il tennis più emozionante per le persone che non ne erano particolarmente interessate. Lo guardavamo come guardiamo un ballerino. Rafael Nadal è stato diverso. Se ha portato il tennis così in alto, è grazie al suo investimento fisico ed emotivo. Con il suo linguaggio del corpo e il suo comportamento impeccabile. Se amiamo lo sport per i valori che trasmettono i campioni, Rafa è stato l’esempio perfetto. Lo è stato dall’inizio alla fine della sua immensa carriera. Allo stesso tempo, sembrava vulnerabile, e penso che questa cosa sia favolosa. Era letteralmente connesso alla sua sfida del giorno. Il suo Vamos non era diretto verso il suo box o verso il suo avversario, ma verso sé stesso. Era come se ringraziasse il destino per avergli permesso di vivere quei momenti in campo. Non era interessato a quello che gli era appena successo o a quello che sarebbe accaduto, Nadal era sempre nel presente. Guardare Federer significava rimanere senza parole. Guardare invece Rafa era come entrare in trance. È esattamente quello che succede oggi con Carlos Alcaraz ed è quello che mi è successo con Borg quando sono arrivato nel circuito. Mi ha insegnato a non mostrare nulla in campo. Per la nuova generazione Rafa è stato un educatore perfetto”.
El Pais è uscito con uno speciale su “la leggenda di Rafa Nadal, il ritiro di un sopravvissuto” con la ricostruzione grafica dei suoi colpi, un’indagine dentro la sua forza mentale, la riproposta una meravigliosa analisi su come rimontò la finale di Melbourne 2022 contro Medvedev. Un tennista “la cui storia – si legge – sarebbe stata sicuramente molto diversa se il suo zio-tutore fin da bambino al Tennis Club Manacor non fosse intervenuto in modo decisivo nella sua crescita”. Zio Toni, che è stato coach, insegnante della cultura classica e della sua formazione, “un uomo lontano dal concedergli un trattamento privilegiato dovuto alla parentela, una persona che ha preteso da lui il doppio che dagli altri e che lo ha condotto verso scenari che la maggior parte dei bambini non era in grado di sopportare”. Zio Toni è anche un editorialista di El Pais, dove si sono moltiplicati anche gli interventi d’autore. Manuel Jabois ha raccontato “la gran conquista di Nadal”, la finale di Wimbledon 2008, “per molti la più bella partita nella storia del tennis”, una specie di reincarnazione nel presente della finale Borg-McEnroe 1980. “Piangiamo – conclude Jabois – come gli antichi dèi quando si spegne il loro culto”.
Lo scrittore Javier Cercas ragiona sul fatto che uno passa metà della sua vita a seguire Rafa Nadal, “come un tifoso senza cervello e perfino a scrivere di lui di tanto in tanto, e alla fine non sa cosa dire. In questo momento è difficile farsi un’idea della vera grandezza di quest’uomo. L’ultimo francese a vincere al Roland Garros, Yannick Noah, è un eroe nazionale nel suo paese: ha vinto quel torneo una volta; Nadal quattordici, non so se mi spiego. Aveva un’intelligenza tennistica senza pari, che gli permetteva di vedere cose che nessuno vede. Non devi essere l’imperatore Marco Aurelio per sapere che si impara più dalle sconfitte che dalle vittorie. Rafa, invece, pensava che, se uno resta autocritico e capisce di aver commesso degli errori e si sforza di correggerli, si può imparare anche dalle vittorie, anzi più dalle vittorie che dalle sconfitte. Penso che sia una grande scoperta. Albert Camus ha scritto che tutto quello che sapeva sulla moralità lo ha imparato giocando a calcio. Quanto a me, tutto quello che so sulla moralità l’ho imparato giocando a tennis. Due cose, soprattutto: il rispetto dell’avversario e il rispetto delle regole. Non me ne frega niente di come sia Nadal fuori dal campo: proprio come l’autentico sé di uno scrittore è nei suoi libri, l’autentico sé di un tennista è nel suo tennis. Quello che so è che, in campo, non ho visto nessuno comportarsi come Nadal: mai un brutto gesto con un avversario, mai una parolaccia o una mancanza di rispetto”.
TITOLI
▥ Repubblica: “Adios” ➔ Emanuela Audisio ha scritto: “È stato un Don Chisciotte riuscito. Ha sognato, lottato, ruggito, ma soprattutto ha sputato fuoco come i draghi. … Ci ha fatto capire che si può sempre risalire se non si accetta il ruolo delle vittime, se un punto alla volta ci si rimbocca le maniche e ci si mette a spalare fango, come fece lui nell’alluvione del 2018 a Maiorca (e la gente a commentare: ma come, un campione con lo spazzolone in mano?). … Adiós, Rafa. Non smetterai mai di giocare nel presente e (forse) neanche di ruggire nelle nostre vite
▥ La Stampa: “Nadal, fine di un’era” ➔ Stefano Semeraro ha scritto: “Il suo diritto mancino che frulla a 3500 giri al minuto e schiocca come una frusta sopra il capo è un patrimonio universale; sfidarlo significava addentrarsi in un deserto sempre più inospitale, arido, soffocante, esiliati in fondo al campo e nel pozzo delle proprie paure. Guai a pensare che Roger fosse la Grazia e Rafa solo la grinta, Apollo contro Dioniso, perché il Cannibale ha una mano da chirurgo, anche se gesti meno eleganti del rivale, e a rete si trova a suo agio come quando è in barca, a Manacor, a pescare con gli amici di infanzia. Cicatrici, tante, ovunque, che gli hanno impedito di giocare almeno una decina di Slam. Paure, poche: i ragni, i cani, il buio. Secondo la sorella Isabel non guida bene, ma sa tenere diritta la barra degli affetti”.
▥ Corriere della sera: “Un genio per necessità, l’evoluzione degli specialisti” ➔ Marco Imarisio ha scritto: “«Ma lei come poteva essere così duro e severo con il bambino Rafa?». Sulla terrazza del Foro Italico, lo zio Toni era arrivato al secondo Martini cocktail. Forse fu per quello che diede una risposta così sincera da mettere i brividi. «Voi scordate sempre che io non sono suo padre. Se fosse stato mio figlio, non ci sarei riuscito, non me la sarei sentita» … Gli dèi se ne vanno. Ma è stato bellissimo, e irripetibile”
▥ La Gazzetta dello sport: “Rafa che lezioni dalla terra all’erba cambiando gioco” ➔ Paolo Bertolucci ha scritto: “Alcuni anni fa, seduto accanto al mitico Borg, ad osservare proprio un match di Rafa, chiesi al biondo svedese se fosse stato in grado di competere contro di lui. Björn mi sorrise e mi disse: «Stai scherzando? Questo viaggia su un altro pianeta». Nadal è stato un Borg 2.0 e ha portato all’estremo questo sport, ma se non ci fossero stati Federer e Djokovic – pur vincendo di più – non avrebbe mai raggiunto certe vette tennistiche”.
▥ Corriere dello sport-stadio: “La volontà più forte del talento” ➔ Massimiliano Gallo ha scritto: “Di Rafael Nadal basterebbe dire che è un destro naturale. Di piede (è un calciatore sopraffino) e di braccio. A tre anni, quando impugnò per la prima volta la racchetta, lo fece con la mano destra. Fu suo zio Toni a convincerlo a imparare a giocare con la sinistra. Era certo che con l’altra mano i suoi colpi sarebbero stati più efficaci. I fatti gli hanno dato ampiamente ragione. Il piccolo Rafa ha imparato a colpire con l’altro braccio. La carriera di Nadal non poteva che nascere all’insegna dell’abnegazione. Dell’impegno per superare un ostacolo. Sarà il tratto distintivo della sua carriera”
▥ Il Fatto Quotidiano: “Devastato dai tic, Rafa resta però un sovrumano super-agonista” ➔ Andrea Scanzi ha scritto: “Nadal aveva di fatto già smesso quando il suo amico-nemesi, Roger Federer, aveva lasciato: avevano pianto insieme, mano nella mano, e Rafa aveva visto nell’addio dell’amico una sorta di flashforward di se stesso. L’ultimo Nadal è stato triste, doloroso e finale. Smunto, infortunato, spennacchiato. Invecchiato anzitempo”
▥ Il Messaggero: “Saluta il campione amato da tutti” ➔ Guglielmo Nappi ha scritto: “Nel tennis i grandi giocatori sono stati spesso divisivi. Basti pensare alla furia di John McEnroe, agli eccessi di Jimmy Connors, o al kid Andre Agassi, protagonista e vittima di una vita fuori dagli schemi. Nadal, al contrario, ha saputo unire”
▥ Il Mattino: “L’inchino a re Rafa” ➔ Marco Ciriello ha scritto: “Djokovic resta solo con la sua bulimia di titoli da bambino infinito. Nadal, invece, è invecchiato, con le sue racchette che cambiavano, il suo stile che evolveva, il suo grado di sopportazione del dolore che aumentava e la sua forza mentale che raggiungeva quella di un Lama fino a sublimarsi in una idea: della terra Nadal. Dove è nata la virtù di non arrendersi che gli ha permesso di evadere da situazioni inimmaginabili. La stessa che ora l’ha spinto ad andarsene”
▥ Corriere della sera: “Il signore in rosso” ➔ Aldo Cazzullo ha scritto: “Quando gli chiesi se avesse meno talento tennistico di Federer, Rafa rispose: «Ognuno di noi ha il suo talento. A qualcuno viene tutto facile; altri sanno resistere più a lungo sul campo. Lei può avere il talento di scrivere un buon articolo in mezz’ora; ma se un suo collega sa lavorare per sei ore di fila e tirar fuori un articolo ottimo, sarà un giornalista più talentuoso di lei». Ogni tanto rileggo quella risposta. Non ho mai sentito sul mio mestiere una cosa più intelligente. Una testa meravigliosa si è trovata montata su un corpo pieno di difetti. … Dopo la vittoria nel penultimo slam, in Australia — rimontando due set a Medvedev, più giovane di dieci anni e più alto di tredici centimetri —, il quotidiano spagnolo Marca titolò: «Quando una cosa ti sembra impossibile, pensa a Rafa». Ti penseremo spesso, Rafa”
AMERICHE
Il boom di popolarità della WNBA ha qualche effetto collaterale
Ogni cosa è Caitlin Clark. Al suo impatto sulla WNBA sono state dedicate alcune centinaia di analisi ormai https://www.loslalom.it/tag/caitlin-clark/ e adesso anche 10 grafici che lo illustrano a cura del Washington Post: come la matricola dell’Iowa ha cambiato il campionato di pallacanestro americano: le sue statistiche, gli ascolti TV, la popolarità. https://www.washingtonpost.com/sports/2024/10/09/caitlin-clark-wnba-impact/
Ma è ormai convinzione diffusa che esista una moneta da pagare per questo picco di successo mai vissuto, un boom a lungo desiderato e ora accompagnato da conseguenze parecchio sgradevoli. Durante i playoff c’è stata un’ondata di polemiche, accuse e contraccuse per episodi diffusi di razzismo, misoginia, omofobia. Alcune giocatrici sono arrivate a disattivare i loro account sui social media o a limitarsi fortemente nell’uso. Brittney Griner, centro dei Phoenix Mercury, la giocatrice detenuta quasi un anno in una prigione russa, ha denunciato di aver subito insulti. Angel Reese, la rivale di Caitlin Clark già nel campionato univeristario, parla di immagini di nudo generate dall’intelligenza artificiale e circolate online. La guardia delle Connecticut Sun, DiJonai Carrington, ha condiviso su Instagram un’e-mail ricevuta con delle minacce dopo la prima partita dei playoff, in cui ha colpito a un occhio Caitlin Clark, inavvertitamente, si difende lei. NaLyssa Smith ha scritto su X che Carrington è stata addirittura seguita. Alyssa Thomas ha raccontato che lei e le sue compagne di squadra delle Sun hanno dovuto affrontare il bullismo più feroce mai conosciuto in 11 stagioni WNBA quando hanno giocato contro le Indiana Fever di Clark.
«Con una maggiore esposizione mediatica – ha detto Brianna Turner – ci sono più persone che dicono la loro online. Parlano, ma dubito fortemente che guardino le partite. Sono lì solo per diffondere odio e creare confusione in rete, quando non gliene potrebbe fregare di meno di cosa succede nella WNBA».
https://www.nytimes.com/athletic/5807201/2024/10/01/wnba-rise-racism-threats-social-media/
Dopo il colpo preso da Caitlin Clark nello scontro con DiJonai Carrington, questo malumore è tracimato dagli argini dei social ed è finito dentro la dinamica delle relazioni tra la WNBA e i media accreditati. Dinanzi all’occhio nero della giocatrice delle Fever, l’editorialista di USA Today Christine Brennan ha chiesto a Carrington se l’avesse fatto di proposito. Macché, ha risposto lei, ma Brennan l’ha incalzata: . «Non ne hai riso più avanti durante la partita?». La seconda risposta è stata più stizzita: «Ti ho appena detto che non sapevo nemmeno di averla colpita». Due domande che non sono state accolte bene dentro lo spogliatoio delle Connecticut Sun, al punto che le giocatrici hanno trovato il modo di affrontare Brennan e chiederle di essere trattate come esseri umani, racconta Ava Wallace sul Washington Post, aggiungendo che Brennan ha confermato lo scontro al giornale. Brennan sta lavorando a una biografia non autorizzata su Clark, appare regolarmente in TV e dal canto suo chiama in causa la WNBA, dicendo che una cosa cosa del genere non sarebbe mai accaduta nella NFL.
Qual è il nervo scoperto della storia? Brennan è una donna bianca, Carrington è una donna nera. Non si può raccontare il fenomeno Caitlin Clark tacendo quest’elemento. “La tensione – spiega The Athletic – https://www.nytimes.com/athletic/5807201/2024/10/01/wnba-rise-racism-threats-social-media/ è esplosa all’inizio della stagione quando alcuni fan e alcuni commentatori sportivi hanno accusato le giocatrici veterane della WNBA di essere invidiose della popolarità di Clark e hanno affermato che stava diventando un bersaglio dei loro falli durante le partite. Anche se questa tesi è stata respinta dalle giocatrici, i falli su Clark sono rapidamente diventati un argomento caldo di dibattito, con conversazioni che si sono trasformate in insulti personali o peggio”.
Un editoriale del Chicago Tribune ha paragonato un fallo duro su Clark da parte della guardia di Sky Chennedy Carter a un assalto, un membro del Congresso dell’Indiana ha scritto una lettera aperta al commissario della WNBA esprimendo le sue lamentele. Charles Barkley ha criticato duramente le giocatrici WNBA per essere state “meschine” e “gelose” della popolarità di Clark, mentre Sheryl Swoopes in più occasioni è parsa minimizzare la portata del gioco di Clark. Così si sta spaccando l’America in questa storia, come un riflesso delle divisioni più ampia, più radicate e profonde presenti dentro la società. Pat McAfee di ESPN si è dovuto scusare per aver chiamato Clark una “white bitch” nel suo show, in un passaggio in cui rifletteva sulla sua popolarità legata al colore della pelle.
«È scoraggiante che il dibattito stia scivolando dall’abilità delle giocatrici in campo alla politica», dice Ajhanai Keaton, professore dell’UMass Amherst. L’attenzione per Caitlin Clark è insomma uscita dal perimetro del campo. La sua presenza sui social media si è limitata nell’ultimo periodo a dei retweet dei post di Iowa e delle Fever, con qualche condivisione dei contenuti dei suoi sponsor. S’è acceso un fuoco pure per un like messo a un post di Taylor Swift su Instagram, il suo famoso endorsement per Kamala Harris alla presidenza. Così il caos in questa storia è completo e la sua complessità un groviglio quasi inestricabile. Quando a Caitlin Clark hanno chiesto se fosse un sostegno a Kamala Harris, ha risposto che era solo un incoraggiamento ad andare alle urne. Dei suoi fan che vanno in giro a insultare, dice che «non sono fan, quelli sono troll, e sono un male per la WNBA».
Non siamo lontani dalla realtà nel sospettare che il problema non sia dunque Caitlin Calrk, ma quello che rappresenta Caitlin Clark per i sostenitori della visione MAGA [Make America Great Again]. «Lei sta cercando di far crescere il suo gioco e di portarlo al livello successivo, su questo palcoscenico più grande – ha detto Jonquel Jones delle New York Liberty – e sta gestendo tutto davvero bene. È la base dei fan che sta impazzendo e sta trasformando tutto in una guerra razziale»
La WNBA ha rilasciato una dichiarazione la scorsa settimana condannando le molestie online alle giocatrici. Ma la commissioner Cathy Engelbert ha dovuto a sua volta affrontare delle critiche, anche da parte del sindacato, per aver elogiato le rivalità presenti nella lega, quando le è stato chiesto in un’intervista alla CNBC dei commenti minacciosi che girano. «La lega avrebbe dovuto prendere posizione molto tempo fa, non aspettare che la questione diventasse così estrema e così lontana su cosa può essere tollerato e cosa no» ha detto la guardia della Liberty, Sabrina Ionescu.
Brennan ha 66 anni ed è una pioniera del giornalismo sportivo femminile in America. È stata la prima a presiedere l’Association for Women in Sports Media negli anni ’80, quando lavorava per il Washington Post. Ricorda di essere andata un giorno dai suoi capiredattori e di aver chiesto perché il giornale non coprisse i tornei di golf femminile o le Final Four femminili, e di aver ottenuto così quegli incarichi. «Non saprei dire quante volte i miei colleghi maschi, alcuni dei quali cari amici, mi hanno presa in giro o ridicolizzata per i miei servizi sullo sport femminile». Ora, mentre lei invita tutti ad andare a rileggersi cosa scriveva lei di Colin Kaepernick, il sindacato della Women’s National Basketball Players Association ha rilasciato una dichiarazione in cui chiede alla lega di ritirarle l’accredito. «Non prendiamoci in giro – hanno scritto – quella cosiddetta intervista in nome del giornalismo è stato un palese tentativo di indurre un’atleta professionista a partecipare a una narrazione falsa, progettata per alimentare il razzismo, l’omofobia e il vetriolo misogino sui social media. Non ci si può nascondere dietro il ruolo. Si tratta di un abuso dei privilegi concessi che non merita l’accredito rilasciato». Brennan ha di nuovo replicato che si tratta di giornalismo al 101 per cento, «qualcosa che ho fatto per tutta la mia carriera, come ogni altro giornalista». Con una nota di Roxanna Scott, direttrice esecutiva, USA Today dice che «rifiutiamo l’idea che un’intervista possa perpetuare qualsiasi narrazione, se non quella di ottenere il punto di vista di una giocatrice».
Terri Jackson, direttrice esecutiva del sindacato giocatrice, la pensa diversamente: «Quando ho visto il video delle domande a Carrington, il mio cuore è sprofondato. Ero sconvolta perché abbiamo già tante persone che cercano di attaccare queste giocatrici. Qui si parla di sicurezza sul lavoro». Una parte dell’irritazione presente tra le righe di questa storia riguarda il libro di Brennan, accusata di concentrarsi quasi esclusivamente su Clark nel suo lavoro. E’ stata una delle opinioniste più battagliere sulla sua esclusione dalla squadra olimpica per Parigi. “Il basket femminile statunitense – ha scritto – avrebbe dovuto attrarre grandi folle a Parigi, ma non lo ha fatto. La squadra aveva bisogno di Caitlin Clark”. Ma il pubblico al palazzetto era di 11.919 persone, solo 300 in meno rispetto alla vittoria in rimonta degli Stati Uniti contro la Serbia nella semifinale maschile del giorno prima. Brennan ha spiegato tutto con un grande classico. Ha detto che il titolo non l’ha fatto lei e alla fine ha concordato sul fatto che fosse fuorviante. “Lo scopo del pezzo era dire che Caitlin Clark avrebbe attirato più attenzione su una squadra che ne merita tanta ma non la ottiene mai»
«La sua copertura è andata oltre il normale» ha detto Gregory Lee Jr., ex firma di The Athletic, docente alla Loyola University di New Orleans, indisponibile a parlare con Brennan per il suo libro, nonostante lei lo avesse contattato. “Il modo in cui sta coprendo le vicende di Caitlin Clark, ti fa chiedere se non sia la sua agente per le pubbliche relazioni”. Lee è anche un ex redattore del Washington Post. Terrika Foster-Brasby, una delle croniste che segue le Connecticut Sun ha aggiunto: «Penso sia meraviglioso che lei voglia scrivere un libro su Caitlin Clark, ma penso anche che sia un grave abuso usare le opportunità dei media per raccogliere contenuti e mettere a disagio le giocatrici. È scoraggiante per quelle atlete che hanno un’opportunità di andare sui giornali, scoprire che in conferenza stampa qualcuno ne approfitti per parlare con loro senza chiedere nulla su di loro».
Brennan si difende affermando che il libro va oltre Caitlin Clark, ma dal vertice del sindacato giocatrici, Jackson sostiene di aver avuto un colloquio con lei in estate, «una conversazione che mi ha turbata. È stata estenuante. Le ho detto che questa stagione di successo non è stata un colpo di scena. Abbiamo avuto la stagione della bolla del Covid, altri periodi. Sono qui da nove anni e le ho detto che stava facendo un torto alla storia della WNBA concentrandosi solo su Caitlin». Brennan ha riferito al Washington Post di essere rimasta sbalordita dal fatto che l’intervista con Jackson potesse essere stata fraintesa e interpretata come qualcosa di diverso da domande di una giornalista in cerca di informazioni.
«Quando ti occupi di uno sport, scrivi della sua storia più grande. Negli anni in cui mi sono occupata di golf, ho scritto probabilmente più di 100 pezzi su Tiger Woods e ho ignorato quasi tutti gli altri golfisti». In realtà la WNBA ha da tempo un rapporto teso con i giornalisti . L’anno scorso, diverse giocatrici delle New York Liberty sono state multate per non aver parlato dopo le finali, mentre la WNBA ha impedito ai cronisti di accedere agli spogliatoi, dove non sempre peraltro scendono a fine partita. Le cose sono cambiate con l’arrivo di Caitlin Clark e diversi accreditati sostengono che c’è tensione ogni volta che chiedono di lei. “La WNBA e le sue giocatrici continuano a sprecare la loro occasione d’oro con una serie di decisioni sconsiderate e di gaffe nelle pubbliche relazioni, dimostrando di non essere pronte per il prime time”, ha scritto l’editorialista del Boston Globe, Tara Sullivan. Michael Rosenberg di Sports Illustrated dice che «rifiutarsi di rispondere alle domande di qualcuno, lamentarsi in privato o criticare pubblicamente: è tutto lecito. Ma penso che gli accrediti dovrebbero essere ritirati solo per chiare violazioni dell’etica professionale».
Così non se ne esce più. Carrington ha pubblicato uno screenshot di un’e-mail in cui veniva minacciata di violenza sessuale. Da un’altra parte è sbucata la foto dell’agente di polizia inginocchiato sul collo di George Floyd, con la sua faccia al posto del volto di Floyd e quella di Clark al posto dell’agente. Secondo un reportage di Andscape, la folla in Connecticut si è lasciata andare a pesanti insulti durante la serie dei playoff con Indiana Fever, ma Alyssa Thomas che gioca con le Sun dic a sua volta che «nei miei 11 anni di carriera non ho mai ricevuto commenti razzisti come quelli dei tifosi degli Indiana Fever». Brennan ha dichiarato che USA Today ha chiesto un accredito per le finali . https://www.washingtonpost.com/sports/2024/10/02/christine-brennan-caitlin-clark-wnba
Lo sport smentisce le teorie di Trump sul DNA
Bad genes. È l’ultima formula sbucata dal linguaggio di Donald Trump per segnare le battute decisive della campagna elettorale americana. Nel discutere di migranti, l’ex presidente ha ripescato la sua convinzione che le linee di sangue determinino la capacità di una persona di avere successo o di essere violenta. La demonizzazione dei migranti clandestini, descritti come criminali violenti, è una delle colonne della propaganda di Trump nella corsa alla Casa Bianca, accompagnata ora da un’antica fascinazione: l’attrazione per i geni e la genetica.
Per decenni, anche molto prima di diventare una figura politica, Trump è stato pubblicamente ossessionato dalla sua dichiarata convinzione che la genetica sia il miglior predittore del destino di una persona. Ha ripetutamente commentato vicende attraverso la lente dei suoi geni, quelli della sua famiglia e dei suoi sostenitori, contro i geni cattivi degli altri. In un’intervista al The Hugh Hewitt Show di lunedì, ha citato “in modo fuorviante” secondo il New York Times alcuni dati governativi per affermare che migliaia di assassini hanno attraversato il confine meridionale sotto l’amministrazione Biden. Poi si è corretto. «Molti di loro hanno assassinato più di una persona e ora vivono felicemente negli Stati Uniti» ha detto alla radio, in un programma che ha una linea vicina ai conservatori. «Essere un assassino, io credo che dipenda dai geni. E abbiamo un sacco di cattivi geni nel nostro paese in questo momento». I bad genes.
È ai bad genes che si è dedicata allora Sally Jenkins, editorialista di punta del Washington Post, con una lunga analisi e una lunga lista di sportive e sportivi americani che smentisce la teoria” di Donald Trump, “tutti figli di immigrati con il DNA difettoso e il potenziale omicidio nel sangue” che vanno da Joe DiMaggio a Pete Sampras. Oltre il 7 percento degli atleti della squadra americana alle Olimpiadi di Parigi era composta da figli di immigrati, tra cui la ginnasta Sunisa Lee [Laos], la nuotatrice Gabby Thomas [Giamaica], il golfista Xander Schauffele [Taiwan e Germania], Diana Taurasi [Argentina e Italia].
Jenkins va avanti per righe e righe citando scampoli di biografia di stelle dello sport americano, dal papà di Andre Agassi “cresciuto in Iran in una stanza con il pavimento in terra battuta” per 14 giorni a Ellis Island prima di prendere un autobus per Chicago e lavorare da ascensorista prima e di capocameriere poi; fino a Jessica Pegula e Frances Tiafoe, per giungere alla definizione della tesi di Trump come il prodotto di “un elitarismo da poltrona imbottita”
figlio di un tassista immigrato francese. Yogi Berra e Joe Torre, figli di immigrati italiani;
EUROGOL
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2-2
TITOLI
▥ La Gazzetta dello sport: “Il rosso a Pellegrini cambia la partita” ➔ Fabio Licari ha scritto: “Il 3-5-1-1 si muove elastico e rapido, a strappi. Si declina a quattro dietro, con gli inserimenti di Calafiori accanto a Ricci. Affonda nelle debolezze del Belgio. Bastoni domina fisicamente Openda. Ricci lavora per essere il nuovo Jorginho, difensore aggiunto, regista, mobilità rara. Dimarco è devastante. Retegui è una meraviglia perché mira la porta e, con la stessa semplicità, agisce da regista offensivo proteggendo palloni, smistando la manovra, aprendo spazi. Improvviso, il buio. L’insistenza nel rinvio manovrato con le pedine non tutte a posto – Calafiori non si propone per lo scarico, gli altri sono lontani – e Bastoni lancia male nel vuoto. Theate anticipa Pellegrini. Il capitano romanista in scivolata non prende il pallone ma la caviglia, il Var cambia il “giallo” in “rosso”.
▥ Corriere dello sport-stadio: “È tutta un’altra Nazionale” ➔ Alberto Polverosi ha scritto: “Dai fischi all’espulsione, questo è oggi l’Olimpico di Pellegrini. Così quell’aria che sembrava finalmente spingerci si è improvvisamente dissolta e sulla testa degli azzurri è arrivata la nuvoletta di Fantozzi. L’Italia era troppo bella, troppo forte, troppo logica perché potesse continuare così…”
▥ Repubblica: “La base è solida, ora proviamo ad abbellirla” ➔ Paolo Condò ha scritto: “In parità numerica, gli azzurri hanno dato bella continuità alla prestazione di Parigi, attirando un Belgio in versione dimessa nella ragnatela di passaggi arretrati per poi infilzarlo con le magnifiche sciabolate di Dimarco. Funzionava tutto egregiamente, con note di merito per la calma e la pulizia della regia di Ricci, l’inesauribile proiezione a destra di Cambiaso — premiato dall’1-0 — e l’implacabile senso della porta di Retegui, il cui 2-0 è stato l’esatta fotocopia del 2-0 di sabato in Atalanta-Genoa. … In 10 contro 11 l’Italia ha subito, com’è anche normale, limitando le uscite a qualche episodica sortita di Frattesi. … Lo scenario di rinascita dopo il disastro europeo non viene toccato, lunedì contro Israele oltre ai tre punti ci aspettiamo gli esperimenti impliciti nella lista dei convocati, e dunque la conferma dall’inizio di Pisilli — entrato bene ieri — e il debutto di Daniel Maldini, che come dice Spalletti potrebbe portare sulla trequarti la qualità che manca. Lo scheletro della squadra ha dimostrato solidità, proviamo allora ad abbellirlo”
▥ Corriere della sera: “Era una delizia, poi il rosso rovina tutto” ➔ Fabrizio Roncone ha scritto: “Quello che fa giocate pazzesche è Dimarco. Davvero, è come s’è già scritto: giocasse nel Manchester City sarebbe considerato il miglior terzino sinistro in circolazione. Terzino, poi. Lo trovi che fa l’ala: ma, di botto, è lì che diventa il terzo regista della squadra, un regista largo, sulla linea laterale. Ha un piede magnifico. E, attualmente, è un calciatore magnifico”
ATTESE Inizia l’era ’mericana di Pochettino
Due amichevoli, per cominciare. La carriera di Mauricio Pochettino da cittì degli USA è sul punto di avere il battesimo del campo e il Washington Post si è dedicato alla sua figura scrivendo che “per cominciare a capire Mauricio Pochettino bisogna partire dal vino. A parte il calcio e la famiglia, niente cattura il suo cuore argentino come una bella bottiglia di rosso. Da giocatore – ricorda il Washington Post – Pochettino firmò con il Bordeaux e non con un club spagnolo perché là avrebbe potuto vivere in quella che lui chiama la migliore regione vinicola del mondo”.
Una passione nota. Quando qualche mese fa la federazione ha iniziato a corteggiarlo per sostituire Gregg Berhalter, i dirigenti si sono assicurati di portare con sé una bottiglia di vino all’incontro. «Ogni volta che sono giù, mi piace sentire l’odore del vino argentino» ha detto nella biografia firmata sette anni fa da Guillem Balagué.
Due amichevoli: il Panama sabato e poi il Messico: con una rosa di giocatori di età compresa tra 21 e 26 anni. Pochettino avrà Christian Pulisic ma pure diversi titolari infortunati, tra cui Tyler Adams, Tim Weah, Sergiño Dest, Folarin Balogun e Gio Reyna. Il Washington Post ricorda che Pochettino si è formato da calciatore sotto la guida di Jorge Griffa, allenatore delle giovanili del Newell’s Old Boys in Argentina. «Non raccontava storie come da poeta – dice sempre Pochettino nel libro di Balagué – al contrario era molto diretto e le sue parole arrivavano dritte al cuore». È l’uomo che Pochettino definisce un secondo padre. Il suo vero padre, Héctor, è stato un calciatore che ha lasciato il gioco per prendersi cura di alcuni terreni agricoli della famiglia a Murphy, una cittadina di 3.500 abitanti fondata da un immigrato irlandese, a più di 200 miglia da Buenos Aires. Quando aveva 12 o 13 anni, Pochettino stesso guidava un trattore. A 14 si trasferì a 90 miglia da lì, a Rosario, per giocare nelle giovanili del Newell’s Old Boys. Il ritratto di Steven Goff si conclude con l’influenza di Marcelo Bielsa.
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